Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

La giornalista francese che racconta la Calabria

 

 

“Io rimango convinto che un giornalista non è un ragazzo del coro e che il suo ruolo non è quello di precedere la processione, la mano immersa in un cesto di petali di rosa. Il nostro compito non è  non fare del male, è di portare la penna nella ferita ». Così diceva Albert Londres, giornalista francese morto nel 1932 dopo aver raccontato l’Italia della prima Guerra Mondiale, le prigioni della Cayenna, l’Albania, i giovani, i poveri, gli infami. Era  un uomo curioso e testardo che osservava il mondo, e comunicava le sue impressioni come un dovere. Londres lottava,  attraverso i suoi scritti, contro le ingiustizie, le assurdità e le contraddizioni del potere. La sua lotta era contro il silenzio dell’informazione. Ed con questo spirito che è stato istituito, nel 1933, il premio « Londres » per i giornalisti francesci, sotto i 40 anni, che con i loro reportages hanno descritto realtà, luoghi, persone. 

      Vincitrice del premio per il 2010 è Delphine Saubaber, trentaduenne giornalista francese de L’Express, con 4 reportages. Uno su Karadzic, uno sulla Romania e due sulla Calabria. Una Calabria conosciuta anche attraverso reportages di altri colleghi ma che Delphine ha voluto “vivere” sulla sua pelle. E’ stata a Rosarno, ha parlato con la gente, ha sentito testimoni. Ha toccato con mano la realtà e l’ha raccontata con le sue parole, con quello che i suoi occhi avevano visto e le sue orecchie udito, proprio nello spirito di Albert Londres “portare la penna nella ferita”. Dal suo lavoro ne è uscito un ritratto obiettivo, sincero, umano della terra e della gente calabrese.

      Delphine è legata all’Italia, anche per i suoi antenati. Tanti sono i suoi reportages sulle mafie, tutte. E’ una giovane curiosa, attenta ai sentimenti che non si accontenta mai e che non accetta la verità “appararente” e che cerca sempre di andare oltre.

Cosa vuol dire per una giornalista giovane come te vincere un premio come l’Albert Londres?

      E’ una emozione indefinibile,  un immenso onore che mi e’ stato dato. Il premio Albert Londres , il più prestigioso per noi, e’ un mito di cui si osa appena sognare. Ricompensa il lavoro del “grand reporter” nella sua  dimensione dell’ impegno . Da 2 anni, il mio capo mi spingeva a partecipre ma non mi aspettavo di vincerlo.

–    E cosa hanno rappresentato i 4 reportage che hai scritto?

      Una convinzione, di incontri rari ed eccezionali con delle persone che hanno accettato di raccontarmi la loro storia e di fidarsi di me, come Angela Donato, questa madre calabrese, ex moglie di boss, che ha visto il suo figlio ucciso dalla ‘ndrangheta. e che osa parlare, in questa terra di spariti, e combatte la mafia con la sua parola. Come i rumeni che mi hanno raccontato la loro tragedia personale, dopo aver scoperto, con l’apertura recente degli archivi de la polizia politica di Ceausescu, che un membro della loro famiglia, una moglie, un amico, aveva dato per anni delle informazioni su di loro alla terrificante Securitate … Come gli immigrati che si sono nascosti nella campagna di Rosarno, dopo la caccia all’uomo in Calabria, una storia molto più complicata di un semplice atto di razzismo come abbiamo voluto vederlo … Ho anche raccontato la storia della fuga di Karadzic, convertito in Guru per nascondersi.. Non dimenticherò mai tutte queste storie, queste persone e questo premio  rende omaggio a loro  prima di tutto. Come rende omaggio al lavoro dei combattenti antimafia che mi hanno aiutato e che ringrazio infinitamente, perchè la giuria ha preso in considerazione proprio il lavoro sulla Ndrangheta.

–  Tu hai scritto molto di Italia e di mafie. Perché? Cosa ti ha spinto a conoscere così profondamente questo fenomeno?

Ho sempre lavorato sul fenomeno della violenza, anche prima di arrivare agli esteri, quando mi occupavo della società francese. Perchè l’essere umano mi appassiona, e perchè la violenza è spesso un sintomo sociale e politico interessante che permette di capire molte cose, di affrontare molte domande, il sistema del potere, dell’ economia .E il mio interesse per la mafia è nato sia dal fatto che, per il giornale, mi occupo di Italia, sia perchè ho delle origini italiani … Poi le terre di mafia sono terre forti, coinvolgenti, eloquenti dove il peggio convive con il meglio, l’eroe convive con il carnefice, la compromissione, la complicità, la debolezza … Si trovano tutte le tipologie di uomini si trovano. Non si può fare al meno che interessarsi…

Angela Corica, una ragazza di poco più giovane di te, che fa la giornalista in una terra come la Calabria. Cosa ti ha colpito di lei?

Ho ammirato la sua volontà, la sua tenacità ad esercitare il suo mestiere in condizioni difficili, di lottare ogni giorno contro l’indifferenza e qualche volta l’avversione. Nella solitudine. Questi giornalisti che hanno subito minacce ma che continuano a fare informazione malgrado tutto, fanno onore al mestiere. E’ profondamente scioccante  vedere un giornalista dover lavorare sotto scorta o con una minaccia di morte sopra la testa.

      Che immagine si ha, in Francia, dell’Italia in generale e delle regioni più colpite dal fenomeno mafioso?

L’Italia è un paese affascinante. Per molti francesi. Però è anche un paese complesso, difficile da capire, e quindi spesso lo si riduce ad un cliché, come la mafia, ovviamente. Ma della realtà profonda della mafia, dei suoi grovigli complessi, economici politici, delle sue risorse umane e finanziarie, di questa atmosfera così particolare, i francese sanno poco, in fondo. La parola ‘Ndrangheta’ è largamente sconosciuta per esempio. E poi, dell’Italia, tengono in mente anche Berlusconi, ovviamente …

      Ed è vero che parlare di questi fenomeni provoca gravi danni all’immagine del paese come dice Berlusconi?

La presenza della mafia, che supera oltre tutto, largamente le frontiere dell’Italia per diventare un problema europeo, certamente non aiuta a “magnificare” l’immagine del paese. Però il fatto di vedere gente lottare contro questo fenomeno, invece che contribuire a soffocarlo e tacerlo, è ,al contrario, un onore. I giornalisti non sono qui per imbellire o imbruttire l’immagine di un paese, non è questo il punto…    

Ed è proprio questo il punto: i giornalisti devono raccontare quello che vedono, sentono. Sono un po’ come il medico che ci dice e ci spiega la malattia che abbiamo. Certo è doloroso, qualche volta non vorremmo ascoltare. Ma conoscere il male da cui si è afflitti rende più facile la cura. E poi come diceva Albert Londres il giornalista “deve mettere  la penna nella ferita”.

La5 un canale per donne: sì, ma quali?

(di Domenico Naso – Farewebmagazine) 

 La nascita di un nuovo canale, soprattutto se contribuisce ad arricchire l’offerta per adesso scarsa del digitale terrestre, dovrebbe farci esultare. E la partenza de La5, nuovo canale Mediaset dedicato alle donne che comincerà le trasmissioni stasera alle 21, riesce solo in parte a farci gioire. Di buono, dicevamo, c’è che i colossi televisivi italiani cominciano a investire sul digitale gratuito non solo con repliche trite e ritrite, ma anche con programmi nuovi di zecca, produzioni (seppure a basso costo) solo per il pubblico del digitale, croce e delizia della nuova televisione.

Quello che ci convince meno, invece, è la vera e propria “linea editoriale” del nuovo canale femminile del Biscione. Sì, perché se stiamo parlando di un canale all pink, tutto dedicato alle donne, bisogna capire innanzitutto di che donne stiamo parlando. A giudicare dal primo palinsesto presentato in pompa magna da direttori, channel manager, funzionari e dirigenti (guarda caso tutti uomini), c’è ben poco da esultare. Provate a indovinare chi ha firmato il primo programma nuovo di zecca, tutto per La5. È Antonio Ricci, il padre di Striscia la notizia, l’ideatore delle Veline, quel modello femminile non proprio edificante che ha creato in Italia un vero e proprio ritorno, meno ideologico e più pragmatico, del femminismo italico.

E a condurre Le nuove mostre, striscia quotidiana che offrirà al telespettatore il peggio della tv del giorno prima, sarà condotto proprio da loro, la bionda Costanza e la mora Federica, le veline di Striscia.
Un altro contenuto esclusivo del nuovo canale è l’imperdibile (sic!) Ciao Darwin: istruzioni per l’uso, backstage dello show ideato e condotto da Paolo Bonolis. Anche Ciao Darwin, in effetti, non si è mai distinto per una concezione decorosa e rispettosa della donna. Basti pensare alla bella statuina muta chiamata Madre Natura, o ai commenti maschilisti che accompagnano l’immancabile sfilata in lingerie delle concorrenti. D’altronde, con molta onestà intellettuale, Bonolis ha sempre dichiarato di volersi dedicare, con Ciao Darwin, al disimpegnatissimo filone “tette e culi”, rivendicano la liceità della scelta ultraleggera.
Altra chicca per le donne di età compresa tra 15 e 40 anni (il target del nuovo canale) è la riproposizione in prima serata delle puntate di Beautiful. Le vicende libertine e amorali della famiglia Forrester sbarcano, dunque, nel prime time, confermano che il target femminile di cui sopra non è proprio composto da donne impegnate ed emancipate.

Soap opera, veline e tv “tette e culi” (senza dimenticare i concerti del tour estivo degli Amici di Maria De Filippi): questo il primo menu, che rischia di risultare indigesto. La storia è sempre uguale, in tv, in politica, in ogni ambito della vita quotidiana: di quello che vogliono le donne, dei loro bisogni e dei loro gusti, delle loro inclinazioni e aspirazioni, se ne occupano gli uomini. Con l’ovvio risultato di rappresentare un universo femminile lontano anni luce dalla realtà e facendo capire alle donne, magari quelle più indifese, che quello che vogliono è proprio questo, niente di più. Benvenuto al nuovo canale per le donne, dunque. Ma la domanda è una, semplice, diretta e lineare: per quali donne, di grazia?

Peppino Impastato

Funerale Peppino Impastato9 maggio 1978. Sono passati 32 anni ma sembra ieri. È la data della morte di Peppino Impastato. Aveva 30 anni, era candidato al Comune ma soprattutto si era ribellato alla mafia, alla sua famiglia, a suo padre. Non aveva girato la faccia e aveva guardato in faccia criminali come Badalamenti. Li aveva guardati e sfidati con la parola,con la sua radio, con le sue attività, con il suo “essere” e “vivere” lì a cento passi dal boss.

Cento passi per gridare che la vita non è solo mafia. Cento passi per ribellarsi ad un codice non scritto ma rispettato, senza fiatare, da tutti. Cento passi per dimostrare ad altri ragazzi che si può scegliere diversamente. Cento passi per raccontare, via etere, agli altri cosa succede nel tuo paese. Cento passi per capire che morirai per le tue idee, ma non indietreggiare. Cento passi da percorrere ogni giorno a testa alta. Cento passi per sfidare il boss e i suoi “picciotti”. Cento passi per una mostra fotografica che racconta la devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi. Cento passi per essere dilaniati da una carica di tritolo.

…nessuno ci vendicherà:la nostra pena non ha testimoni diceva Peppino in una sua poesia. Ma la sua morte ha raccolto, negli anni, tanti testimoni che non hanno creduto alle bugie, ai depistaggi, alle falsificazioni sulla sua morte. Peppino, la sua vita (quella di suo fratello Giovanni e di mamma Felicia) sono diventati una bandiera per chi vuole lottare contro il crimine organizzato. Per chi dice “non bacio le mani” e sceglie l’onestà, anche quando ti sembra inutile.

Nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio,
negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di giustizia che lo portò a lottare,
aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell’ambiente da lui poco onorato,
si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un ideale ti porterà dolore.

(Dalla canzone I Cento Passi dei Modena City Ramblers)

Filadelfia, il paese della lupara bianca

Filadelfia, Vibo Valentia A Filadelfia, in Calabria, abita la morte, quella che uccide e non si vede, che fa “sparire” nel nulla i morti…
A Filadelfia, 15 km dal mare e 15 km dagli splendidi boschi delle Serre Calabre, si muore ancora di “lupara bianca” e da 15 anni si vive tra violenze, omicidi, droga, estorsioni. A Filadelfia 7000 abitanti e 7 carabinieri, che rappresentano lo Stato. Uno ogni 1000 abitanti. Una goccia nel mare…

A Filadelfia nessuna traccia, nessuno che parli. Solo paura e omertà. Qui la pietà è una parola scomparsa, perduta e ne sanno qualcosa le mamme di almeno 6 ragazzi, tra i 21 e i 29 anni, spariti negli ultimi anni nel nulla. Qui al massimo resta solo un piede in una scarpa da tennis. Un piede a cui il DNA ha dato un nome e che una mamma rifiuta di riconoscere come quello del figlio. Qui si vive di morte ma anche di speranza. La speranza di un errore, di uno scambio… la speranza che quel figlio un giorno apra la porta di casa e saluti come se nulla fosse mai successo.

A Filadelfia una mamma si considera “fortunata” perché di suo figlio ha almeno “un osso”. Una fortuna in questa terra dura, aspra in mano a uomini senza cuore e senza scrupoli, per i quali la morte è solo un mezzo, uno strumento,“un messaggio” da inviare.

A Filadelfia c’è una mamma, da cinque anni, che chiede almeno giustizia. Anche questa, qui a Filadelfia, può diventare una fortuna.

La coscienza civile e il familismo amorale

Trapani. FamigliaCinquant’anni fa un sociologo americano, Edward Banfield, visitando l’Italia meridionale parlò di “familismo amorale” per evidenziare la tendenza del nostro Sud a privilegiare la famiglia alla collettività, i propri interessi a quelli dello Stato.
Le persone, familiari-amici-parenti vari del boss Tegano, che hanno gridato, urlato, “fatto voci” davanti alla Questura di Reggio Calabria, contro lo Stato e indicando il boss come “ uomo di pace” che ha fatto del bene a tanti sono la fotografia di quello che Banfield scrisse tanti anni fa. La “famiglia” prima dello Stato. Uno Stato trattato come “il malfattore” che arresta “un buono”. Gli sbirri, i cattivi, da deridere. Tutto questo in una città, in una Regione dove si è votato da poco e dove, secondo la Commissione Nazionale Antimafia, ci sono circa 18 eletti che “sfuggono” al codice etico che era stato approvato prima delle elezioni.

Gli uomini e le donne della criminalità parlano con parole e gesti: Tegano un vero capo vestito di tutto punto (riporta alla mente un boss mafioso, poi pentito, che racconta che il giorno del suo arresto il suo avvocato lo voleva far uscire in pigiama “giammai io sono un capo e vado in carcere da capo”), le donne, elemento sostanziale e fondante della criminalità, che gridano quasi una minaccia “ è un uomo di pace”. Cosa vuol dire: le cosche sono pronte a colpire lo Stato? Si sentono così forti da poterlo minacciare così, in pubblico davanti alle telecamere?
La società civile di Reggio Calabria si è fatta sentire solo a tarda sera e dopo molte polemiche. Eppure proprio a Reggio la settimana scorsa un professore di architettura dell’Università ha scritto una lettera che mette i brividi. Si chiede se e quanto abbiamo fatto, tutti, per offrire un concetto di legalità che possa essere accettato dalle giovani generazioni. Si chiede se si è troppo presi dalle beghe personali per rendersi conto di quanto sta succedendo…
E cosa sta succedendo? Che le nuove generazioni criminali (Tegano, appena arrestato, ha 70 anni!) frequentano le Università affinano la loro cultura imprenditoriale, economica per migliorare il “sistema” finanziario delle famiglie.

È di questo che dobbiamo parlare per dare voce ad un professore universitario che si interroga sulle proprie capacità, che ci pone dubbi. Per dare voce a quelle forze dell’ordine che a costo di grandi sacrifici continuano a lavorare per uno Stato che sembra così lontano da loro e che vengono “scherniti” come si fa con chi si è “macchiato” dell’oltraggio al “potere”, quello del familismo amorale.
Perché parlandone raccontiamo anche l’Italia che si batte contro i collusi e che, all’estero (al contrario di quello che dice il premier) viene apprezzata ed amata. Quell’Italia che ci permette ancora di amare il nostro Paese. Un’Italia fatta di uomini e donne che raccontano e vivono ogni giorno la discriminazione di essere “onesti”.
Parlarne permette di raccontare che in Germania si vendono itinerari legati all’associazione Addiopizzo e ai beni confiscati alle mafie.
Parlarne ci permette di dire che Don Ciotti e Libera hanno “esportato” la coscienza della legalità in tutta Europa e nel mondo diventando un esempio per milioni di persone: uno spot per l’Italia che “non bacia le mani”. Altro che esempio negativo e che pubblicità contro il Paese!
Parlarne permette di non sentirsi inutili in un paese anestetizzato dalla televisione e dalle dispute “ o con me o contro di me”, come se la vita fosse solo uno schieramento da una parte o dall’altra senza neanche approfondire il perché. Senza una minima capacità di critica, di ragionamento come se tutti avessimo perso la capacità di ragionare.
Parlarne è importante perché le mafie hanno capito molto bene che la parola è importante (Flaiano diceva “la parola ferisce, la parola guarisce”). E infatti anche gli appartenenti alle mafie scrivono libri, rilasciano interviste. Spiegano la loro vita, la romanzano, ne vendono la musica e le tradizioni (quasi fossero un semplice oggetto folkloristico) e spiegano così le ragioni della loro vita. Un modo subliminale (in un mondo che vive di questo tipo di messaggi) con cui ci vogliono dire che esiste una vecchia mafia che è in carcere o come mi disse il fratello di un killer “chi ha sbagliato deve pagare il suo debito perché i suoi figli abbiano una vita migliore”.

Figli che studiano nelle migliori scuole del mondo e che hanno in mano patrimoni, oramai ripuliti, e che, come dice Alberto Cisterna procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, possono parlare con la politica con la finanza con la faccia “pulita” di una nuova generazione che sembra lontana anni luce dalle coppole e dalle lupare.

La parola che, come hanno detto Al Gore e Roberto Saviano la festival del giornalismo di Perugia, è lo strumento, il mezzo, l’arma da utilizzare sempre più contro il crimine, i soprusi, le violenze.
La parola che non è una scoperta di oggi (pensiamo alle tragedie greche, pensiamo al “Viva VERDI” del Risorgimento, pensiamo alle parole di “Le mani sulla città” di Francesco Rosi) ma di cui dobbiamo riappropriarcene per non permettere a loro di poterla usare come e meglio di noi.
Dobbiamo parlare di mafie ma anche dell’Italia onesta che si oppone, quella che si fa domande, che non si arrende, che fa cultura e “non bacia le mani”, quella che non si riconosce nel “familismo amorale”.

Una vita in viaggio

Monti della Laga, versante teramano, anno 1864, nasce qui Giovannantonio Aprati, mio nonno. Chissà come la famiglia Aprati sia arrivata in questo posto sperduto dell’Abruzzo. Infatti il nostro cognome si trova solo a Teramo (praticamente la nostra famiglia), c’è un nucleo a Frosinone e poi una decine di famiglie a Chicago, a Miami e pare ci sia una pizza “Aprati “ in Brasile… Non sono mai venuta a capo di questo tranne che il cognome è sabaudo della zona di Ivrea. Un mio amico dice che abbiamo gli occhi dei logobardi chissà… ma non è di questo che voglio parlare. Voglio raccontarvi di questo nonno forte e testardo che un giorno decise che i suoi figli non potevano vivere lontano dalle vie di comunicazione, chiusi nella montagna. E così decide di costruirsi una casa su quella che era, ed è, la strada che porta a Roma. Che lui percorreva a piedi per andare a fare il giardiniere del Re (ed ha anche dedicato una poesia alla bella Rosina, chissà dove è andata a finire!). E così lungo la strada costruisce la sua casa pietra su pietra. Qui muore sua moglie Virginia, la nonna che non ho mai conosciuta, se non sbaglio dando alla luce l’ultimo dei fratelli Aprati, zio Vittorio.

Quella frazione costituita dalla sua casa e da qualche altra piccola costruzione prende il suo nome e lui diventa Cavaliere del Re! Poi la casa diventata un emporio, l’unico della zona, è il punto di riferimento di tutti quelli che abitano nella sperduta montagna dei primi anni del ‘900. Acquistavano al ghetto a Roma (e mio padre mi ha testimoniato cosa è stata la notte del 16 ottobre del 1943). Una famiglia attiva. Ricordo questo nonno, morto a cento anni, con il bastone in mano o sul campo da bocce costruito davanti casa. Un mondo fatto di cose da fare, cambiare. Un mondo fatto in mezzo alla gente e per la gente tanto che nel 1946, dopo aver portato autocarri in Basilicata mangiando pane e alici, dopo aver preso la malaria nelle paludi pontine, dopo aver fatto il tassista con Aldo Fabrizi ed aver conosciuto il mondo della Rupe Tarpea a Roma, mio padre fondò la prima ditta di trasporto pubblico del dopoguerra. La prima che collegava L’Aquila a Teramo e a tutte le zone di montagna. Allora l’autobus era il “postale” perché portava la posta, le medicine, il pane.

Era il contatto con il mondo. A Pietracamela, altro paese di montagna sotto il Gran Sasso, qualcuno mi ha raccontato quando l’autobus arrivava con i viveri per chi era ancora sfollato nel dopoguerra. E c’è chi mi ha raccontato di aver visto il mare per la prima volta con i nostri mezzi. C’è chi si è conosciuto e sposato sugli autobus di “Aprati & Trentini (come la mia amica Maria Luisa e suo marito Pasquale). Chi si è laureato, chi ha avuto modo di andare a scuola (l’attuale vice presidente della provincia di Roma, Sabatino Leonetti, racconta “Ho frequentato le scuole medie a Montorio al Vomano e ogni mattina scendevo a piedi fino al bivio di Fano Adriano (4 km) dove prendevo l’autobus di Aprati.

D’inverno a volte le nevicate raggiungevano anche il metro di altezza”. C’è un dirigente della Regione Abruzzo che mi ha raccontato quando attraversando un valico di 1400 metri, il Passo delle Capannelle, tra Teramo e L’Aquila, gli autisti hanno salvato due maestre rimaste sepolte nella loro macchina,per una tormenta di neve.

E poi io e mio fratello siamo figli di questi autobus perché nostro padre ha incontrato nostra madre proprio su uno di questi. Lei saliva la mattina vicino L’Aquila per andare a vendere il latte al mercato e così è scoccata la scintilla durata fino alla morte di papà ed anche dopo. Ci sono foto degli autobus nella nevicata del 1956, non si ritrovano le foto del Giubileo del 1950 con le galline sopra al tetto e le valige legate con lo spago. O le foto di Fernandel sul set “Il ritorno di Don Camillo” girato al km 19 della Strada Statale 80 che collega L’Aquila a Teramo e passando vedi la strada che Don Camillo imbocca per il paesino sperduto a cui è stato mandato “in castigo, uguale e identica come è nel film. Un mondo che non c’è più. Che vive nei ricordi dei pochi anziani rimasti o di chi quell’epoca l’ha vissuta. Ricordo il sapore dei mitici cioccolatini Majani che la Fiat mandava ad uno dei suoi migliori clienti o la sensazione di sedermi al volante e spostare un FIAT 343, una novità assoluta per quel periodo.

Raccontare questa storia è come ripercorrere un secolo. Sento il suono degli Spitfire (che mio padre mi riproduceva) che attraversano la gola tra Gran Sasso e Laga, sento la voce di mio padre che mi dice che avevano scavato la strada per nascondere le vettovaglie ai tedeschi che battevano in ritirata. I suo amici partigiani morti a Bosco Martese ma anche il giovane collaborazionista, di 17 anni, ucciso dai suoi amici.
Ricordo che eravamo gli unici ad avere il televisore ed il sabato c’era la fila a casa come per il telefono.

Ricordo che mio nonno agli del ‘900 ha costruito una casa per dare un futuro diverso ai suoi figli e quella frazione, dopo oltre cento anni, è ancor un punto di riferimento per le zone montane limitrofe. C’è la banca, c’è la farmacia, ci sono 2 bar, c’è un negozio alimentare, c’è una trattoria, c’è la pompa di benzina, c’è il meccanico. Diciamo che ho avuto un nonno previdente e “preveggente” e nel bar del paese, dove di mangia una pizza speciale, c’ è ancora una sua foto dove controlla i tedeschi che costruiscono il ponte, ad un’unica campata, che collega Aprati ai Monti della Laga. E c’è anche la foto di un mitico maiale che vinse un premio speciale per il suo peso.

Che peccato avere perso tanti racconti, storie e ad aver perso atti documenti. Rimane la carta intestata della Fratelli Aprati & Trentini, un orario estivo e i soldi cartacei, dall’inizio del secolo, al 1977 (anno della morte di mio padre) che raccontano come è cambiata la vita. E comunque ogni tanto incontro chi su quegli autobus è vissuto e cresciuto. Ricordo che quando la Regione espropriò la nostra attività, per farne una pubblica regionale, i nostri dipendenti avevano vergogna a farci pagare il biglietto ed una volta salendo sull’autobus a Roma un dipendente (il più giovane che avevamo assunto aveva si o no 17 anni) mi presenta al suo collega e dice “tu non sai chi è lei. Lei è la mia padrona (ma non in senso dispregiativo) io sono cresciuto con loro. È stata la mia famiglia”. E il caso ha voluto che nel mio lavoro in televisione abbia ritrovato chi ha gestito il passaggio della nostra ditta di trasporti a quella regionale! C’è sempre un filo rosso che lega il percorso della nostra vita.

Ricordo il sapore della merenda mangiata con gli autisti, pane e frittata o pane e mortadella. Lì tutti insieme, senza diversità e con tanto calore. La loro vita era la nostra vita. Rimane l’insegnamento di mio nonno e mio padre a “guardare avanti sempre” e pensare che intorno a noi ci sono persone non cose… e che ogni giorno va vissuto per intero perché domani potremmo non esserci, Non perdere nessuna sensazione che ci passa accanto pensando che tanto la rincontreremo. Ricordo anche che alle 13.30 a casa c’era il coprifuoco perché mio padre doveva sentire “Alto gradimento”, Arbore e Boncompagni per lui, nato nel 1903, erano il meglio della produzione radiofonica (io li capivo molto meno di lui!).

laura-aprati_margherita-de-bacOggi vivo a Roma dopo tanti anni di girovagare in Europa e nel mondo tra la Cina e gli Stati Uniti, l’Australia, la Germania o la Bosnia. Sempre alla ricerca di qualcosa, sempre in viaggio (e pensare dovevo fare il medico che sempre un viaggio è, ma nel copro umano!). Dei miei avi mi è rimasta quella ricerca sempre di altro, quella curiosità che è il motore di ogni cosa che faccio, una nuova trasmissione, l’insegnamento in aula o un nuovo documentario. Di loro mi è rimasta la capacità dell’ascolto e la volontà di raccontare tutto quello che mi succede.

Ho un grande rimorso non aver raccolto tante cose durante il mio cammino, Ma non si può riuscire in tutto (la perfezione non è di questo mondo) e prendendo qualche “treno” ho lasciato a terra qualche bagaglio… Succede.
E la la vita ti gioca sempre qualche scherzo. Mio padre amava Roma, ci era cresciuto. I miei racconti da ragazzina erano pieni di Fabrizi, Petrolini, Totò con il corollario della “dolce vita”di Via Veneto & co. raccontatati da un cugino di mia madre, poeta sceneggiatore, amico di Fellini, Mastroianni e Flaiano.
Non voglio credere al destino ma esistono le famose “sliding doors” che ti portano da una parte o dall’altra. La prima volta che sono arrivata a Roma, perché mia madre doveva fare un concorso al Ministero dell’Istruzione, mio padre mi ha portato a Campo de’ Fiori per farmi conoscere Giordano Bruno arso vivo perché predicava la tolleranza. C’era una bancarella verde all’angolo (c’è ancora) e lui mi regalò un mazzetto di viole.

E poi ho visto San Pietro e Castel Sant’Angelo. Io oggi vivo proprio in quel quadrilatero! E continuo il mio viaggio…

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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