Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Ustica 30 anni per la verità

Caro diario sono felice, oggi è il 26 giugno 1980 e sono stata promossa. EVVIVA!!!!! (ho tredici anni) Mamma e Papà sono molto orgogliosi di me, mi hanno promesso da mesi che il loro regalo per la promozione sarà portarmi con loro in Sicilia. EVVIVA!!….. Caro diario oggi 26 giugno 1980 c’è stato un cambiamento nel programma. La mamma ha detto che siccome non ha trovato posto in aereo, partono solo loro due con la speranza di poter trovare due biglietti, promettendomi un nuovo regalo al ritorno UFFA!!! Non è giusto!….. Caro diario oggi 28 giugno 1980 non crederai a quello che ti dirò ora: la Mamma e il Papà non hanno ancora telefonato per dire che sono arrivati. Qui sono tutti agitati. Non credo a quello che sento, dicono che l’aereo è scomparso!! NO! Non è possibile, non può succedere niente di brutto ai miei genitori…..” ( dal diaro di Linda Lachina)

27 giugno 1980

Il rollio dei motori… fuori il cielo è ormai quasi completamente scuro. Si vola a 10.000 metri, sotto l’appennino tosco emiliano. Il DC 9 Itavia sta volando da Bologna a Palermo. Improvvisamente si scorge qualcosa dietro l’aereo. Una sagoma scura, affusolata, velocissima. Sembra un ingaggio che si specchia sul Tirreno. Un ingaggio cercato per mettersi sulla coda dell’aereo, per nascondersi da parte di chi stava sfuggendo ad un inseguimento. Poi succede qualcosa. E’ un attimo. E tutto finisce. E’ il 27 giugno del 1980 sono le 20.59’45’’. Il buio e la morte per 81 persone ed una verita’ che si perde in fondo al mare

In quel cielo, quella notte, chi c’era? I Francesi alla caccia di Gheddafi, come ha detto recentemente l’ex Presidente Cossiga? Il DC9 Itavia aveva addosso, veramente, il “fiato” di un altro aereo ? e dietro altri aerei alla sua caccia ?

Chi ha colpito il DC9 Itavia? Chi sa come veramente e’ andata? E perche’ oltre al dolore e alla disperazione delle famiglie”il caso di Ustica” continua a vivere soltanto di colpevoli e desolanti silenzi?

30 anni di domande e mancate risposte che qualcuno vuole liquidare “semplicemente” con la tesi di una bomba per coprire quello che tutti crediamo vero: una battaglia sopra il cielo d’Italia in cui sarebbero implicati i francesi ( che finalmente hanno deciso di collaborare) e la Libia e il suo Presidente Gheddafi ( il nuovo grande amico di Berlusconi).

Estela e Diego, due sogni da concretizzare

(di Andrea Meccia da Agoravox)

Diego Armando Maradona ha ospitato nel ritiro della nazionale argentina in Sudafrica Estela De Carlotto, Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Piazza di Maggio), associazione argentina in difesa dei diritti umani candidata al premio Nobel per la pace. Nel 1978, durante i mondiali di calcio svoltisi in Argentina, Maradona era una promessa del calcio nazionale, ma il tecnico Menotti lo lasciò a casa. In quei mesi Estela de Carlotto cercava disperatamente verità e giustizia per sua figlia Laura, sequestrata dai militari argentini nel novembre del 1977, quando era incinta di tre mesi. In Argentina si era instaurata da due anni una feroce dittatura che eliminava gli oppositori politici con il metodo della sparizione. Durante quel mondiale, strumento di propaganda nelle mani del regime, fra il calcio e i diritti umani si giocò una macabra partita. L’incontro e l’abbraccio fra Diego e Estela potrebbe aiutare a fare luce su quel periodo ancora troppo buio?

Nel giugno del 1978 Estela era una insegnante bella ed elegante, sposata con Guido Carlotto, un industriale chimico di origine italiana. Sua figlia Laura aveva 23 anni, studiava Storia all’Università de La Plata, militava nella “Gioventù Universitaria Peronista” e in quei giorni avrebbe dovuto mettere al mondo un bambino. Ma dal novembre del 1977, di Laura non si avevano più notizie. Era scomparsa nel nulla come altre migliaia di militanti politici. In Argentina c’era una dittatura, celata sotto il nome di “Processo di riorganizzazione nazionale”. Il 24 marzo del 1976 il generale dell’esercito argentino Jorge Rafaél Videla, l’ammiraglio della marina Emilio Eduardo Massera (iscritto alla Loggia P2) e il brigadiere dell’aeronautica Orlando Ramón Agosti avevano assunto il potere con un colpo di Stato. Nel giugno del 1978, in Argentina sarebbero arrivate centinaia di giornalisti da tutto il mondo. Per Estela e le altre mamme in cerca dei loro figli desaparecidos, c’era la possibilità di far sentire al mondo intero un grido lacerante di dolore e di disperazione.

Nel giugno del 1978 Diego Armando Maradona aveva quasi 18 anni, capelli folti, classe ed energia da vendere. Lo chiamavano Pelusa. Era già un piccolo dio del calcio, giocava nell’Argentinos Juniors ed era nel giro della nazionale maggiore. Di questa massa di capelli ricci in Argentina si parlava già da tempo. Qualche anno prima una troupe televisiva andò a scovarlo dove viveva con la sua numerosa famiglia, a Villa Fiorito, a Sud di Buenos Aires. Lo fecero palleggiare davanti a una telecamera e misero un microfono davanti a quelle labbra carnose e ben designate. «Il mio primo sogno è giocare un mondiale, il secondo è vincerlo», affermò senza troppe esitazioni quel bambino che con il pallone scriveva poesie d’amore. E l’occasione di realizzare quel sogno si stava presentando pochi mesi prima di compiere 18 anni.

Il 1° giugno infatti, nello Stadio Monumental di Buenos Aires, il Presidente Videla inaugurò «sotto il segno della pace» l’Undicesimo Campionato Mondiale di Calcio. La manifestazione sportiva fu una macchina propagandistica incredibile nelle mani del regime. Non ci sarebbe stata occasione migliore per diffondere nel mondo, l’immagine di un Paese in cui non venivano violati i diritti umani e non venivano commesse violenze. Mentre il giornalista José Maria Muñoz, el Gordo, esclamava: «Noi argentini siamo giusti e umani», donne con un fazzoletto bianco sulla testa cercavano di attirare su di sé le attenzioni della stampa straniera. «Per favore voi siete la nostra ultima speranza», dicevano agli inviati stranieri che assistevano alla loro marcia nella Plaza de Mayo, davanti la Casa Rosada, la sede del governo.

L’Argentina si presentò con una squadra forte e ben assortita e arrivò in finale non senza destare sospetti, soprattutto dopo aver liquidato nella seconda fase il Perù per 6 reti a 0. Il 25 giugno, sempre nel Monumental, un orgoglioso e soddisfatto Videla consegnava nella mani del capitano Daniel Alberto Passarella, roccioso difensore dallo sguardo duro e con il vizio del gol, la Coppa del Mondo. L’Argentina era per la prima volta campione. Aveva battuto per 3 reti a 1 la fortissima Olanda, l’Arancia Meccanica che praticava il calcio totale. Il comunista Luis Menotti, detto el Flaco, aveva guidato la selección albiceleste alla vittoria, lasciando a casa il talento di Villa Fiorito, ritenuto troppo giovane e inesperto per affrontare un mondiale.

A meno di un chilometro dallo stadio del River Plate, la dittatura torturava e ammazzava i dissidenti politici. Sulla lunga e larga Avenida del Libertador, nel quartiere di Nuñez, sorgeva il regno di Emilio Massera, la ESMA (la Scuola di Meccanica della Marina), divenuto uno dei luoghi simbolo della tortura e della repressione. Le grida di gioia del popolo che esaltavano Kempes e compagni, seppellivano le grida di dolore dei detenuti politici.

Il 26 giugno, Laura Carlotto diede alla luce un bambino in un ospedale militare di Buenos Aires, dopo oltre sette mesi di prigionia. Fu madre solo per qualche ora. Il bambino le fu portato via immediatamente e due mesi più tardi fu uccisa dai militari dell’esercito. Estela da quel giorno è nonna, ma fino ad oggi non ha mai potuto accarezzare suo nipote. Quel bambino oggi ha 32 anni, non conosce i suoi veri familiari e non conosce la sua terribile storia.

Pelusa tentò di riprendersi la sua rivincita nel mondiale del 1982, ma gli andò male. Tutt’altra musica nel 1986, quando guidò l’Argentina al secondo successo mondiale, nei Campionati del Mondo del Messico. Con i suoi incredibili gol all’Inghilterra (uno segnato con la mano, l’altro dribblando mezza squadra), restituì orgoglio a un popolo ferito dopo la guerra contro gli inglesi per il possesso delle Isole Malvinas, diventando uno degli uomini più famosi al mondo.

Nel giugno del 2010, 32 anni dopo il “mondiale della vergogna”, Estela De Carlotto, sempre bella ed elegante, è la Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Piazza di Maggio), l’associazione che infaticabilmente va alla ricerca dei bambini nati durante la prigionia delle loro madri. Diego sta per compiere mezzo secolo, ha ancora capelli folti, una barba ingrigita qui e là, porta un orologio per polso e lo accompagna tanta voglia di stupire il mondo. Il calciatore (ex) e l’attivista per i diritti umani lottano ancora per cose diverse ma lo spirito dei mondi che rappresentano oggi non è più così lontano. Almeno in Argentina. Diego e Estela vogliono entrare definitivamente nella storia.

Maradona siede sulla panchina della selección in questi mondiali sudafricani e vuole baciare la Coppa del Mondo anche da allenatore. Estela vuole condurre le Abuelas a Stoccolma, per aggiudicarsi il Nobel per la Pace. I due si sono incontrati e si sono abbracciati davanti ai fotografi nel ritiro sudafricano della nazionale argentina. «Tutti noi argentini vogliamo sapere la verità», le ha detto Diego anche a nome della squadra. «Nel ’78, piangevamo ad ogni gol. Questo mondiale invece ci riempie di speranza», ha risposto Estela. Il calcio in Argentina ha giocato una macabra partita contro i diritti umani nel 1978. La foto che immortala questo abbraccio potrebbe chiuderla? Il mondiale può e deve fare da cassa di risonanza a quest’immagine destinata a fare storia. Comunque vadano le cose.

6 covi nella Platì sotterranea

Sono le 3,30 della mattina del 10 giugno, nel silenzio della notte scatta l’operazione congiunta della Dia di Torino, del Reparto Operativo Nucleo Investigativo Carabinieri Torino e del Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Locri. 100 uomini per un’operazione che coinvolge Calabria, Piemonte, Lazio e Lombardia. Tra questi 100 ci sono 15 uomini dello “Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria”. Uomini che prima hanno combattuto i sequestri e poi si sono messi alla caccia dei latitanti di ‘ndrangheta che vivono tra l’Aspromonte e la Locride. Uomini che hanno fatto della ricerca dei bunker  una “missione”. Loro riconoscono i segni di un nascondiglio da un intonaco, dal tipo di cemento usato, da come sono stati usati i mattoni.

E sono stati loro ad entrare nelle case di Trimboli, Marando, Perre e a trovare 6 bunker  tutti nella zona di Platì, una delle città del triangolo d’oro della ‘ndrangheta insieme a San Luca e Africo. Una città che ne nasconde un’altra sotterranea, venuta alla luce già nel 2001 con l’operazione “Marines”.

E  toccando intonaci, guardando muri hanno scoperto in contrada Lacchi, nell’agro di Platì, un bunker di circa 80 metri quadrati ( con una stanza adibita ad essiccatoio di marjiuna) di proprietà di Domenico Trimboli. Oppure quello  appartenente a Pasquale Pangallo  con all’interno  un cunicolo sotterraneo che si poteva percorrere solo carponi e che aveva due vie di fuga, una delle quali nella fogna comunale tramite un altro cunicolo coperto da un blocco di cemento scorrevole su rotaie metalliche.

Ma per nascondere un ingresso è buona anche anche una rastrelliera per i vini . A loro, alla loro conoscenza del territorio non sono sfuggiti nemmeno i bunker murati tanto che ci sono voluti picconi per squarciare il cemento e trovare l’abitazione alternativa del “boss”.

I bunker possiamo dire che sono la loro ossessione , che siano tra gli aranceti o in un città come Platì. Quando ho parlato con loro mi hanno detto “Il mafioso che scappa sa che lo stiamo cercando. E’ un uomo ricco, che ha coperture, che potrebbe scappare all’estero……ma il latitante deve vivere nel suo paese e sa che noi lì lo cercheremo”.

Un lavoro, il loro, lungo faticoso e oscuro in una terra che spesso li considera “infiltrati”, quasi che fossero loro il nemico da battere.

Una penna contro la mafia

Verità. Libertà. Giustizia.

Per questi ideali vive e lotta Giuseppe Fava, scrittore, drammaturgo e giornalista che, affascinato, guarda con l’incanto e l’ingenuità di un ragazzo Catania, la città all’ombra dell’Etna. Quella città dagli angoli barocchi e dal “cuore” malato di un inguaribile cancro, la mafia. Un uomo, un giornalista che si fa carico di raccontare la corruzione, la violenza e la criminalità. Un giornalista che grida, a voce alta, anche la verità di quei giorni in  cui, sia a Palermo che a Catania, gli omicidi si confondono con la quotidianità.

Tacere, l’unico verbo che Giuseppe Fava non contempla nel suo vocabolario, e in nome della verità fonda “I Siciliani” dove, i suoi editoriali, segnano, nero su bianco, la realtà corrotta della Sicilia e della mafia catanese, guidata dai loschi affari di Nitto Santapaola, il boss che nel settembre dell’82 condanna a morte il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e che pronuncia lo stesso verdetto anche per lui.

Il 5 gennaio 1984 alle 22, 5 colpi di una calibro 7,65, in una Catania sonnolenta e silenziosa, mettono fine alla vita di un uomo. Ma non alle sue idee.

Diceva Giuseppe Fava: “amico mio, chissà quante volte tu hai dato il voto a un uomo politico corrotto, ignorante e stupido, solo perché una volta al potere ti poteva garantire una raccomandazione, la promozione a un concorso, l’assunzione di un tuo parente, una licenza edilizia di sgarro. Cosi’ facendo tu e milioni di altri cittadini italiani avete riempito i parlamenti e le assemblee regionali e comunali degli uomini peggiori, spiritualmente più laidi, più disponibili alla truffa civile, più dannosi alla società. Di tutto quello che accade oggi in questa nazione, la prima e maggiore colpa è tua…..”

Esce in questi giorni un fumetto che ne racconta la storia, la personalità e la sensibilità.

Un libro (di sinistra) demolisce Gomorra

(di Marco Demarco – Corriere del Mezzogiorno)

NAPOLI — «Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, buoni e cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi». Si comincia così, con una velenosa citazione di Karl Kraus, e si capisce subito dove si va a parare. Il Berlusconi che teme gli effetti negativi di Gomorra e l’Emilio Fede che pensa di Saviano quel che Bersani dice della Gelmini al confronto sono dilettanti allo sbaraglio.

La stroncatura più impietosa che mai sia stata scritta del libro che ha fatto gridare al miracolo editoriale porta la firma di Alessandro Dal Lago, studioso dei processi culturali, sociologo che più di sinistra non si può. Suo un pamphlet dal titolo inequivocabile: Eroi di carta. E come se non bastasse, la casa editrice è quella del «manifesto». Dunque, questa volta c’è poco da sospettare. L’attacco diretto all’icona della letteratura impegnata non genera né dall’emotività politica, né dal narcisismo professionale. Questa volta la censura è ideologica, totale, argutamente motivata. E viene da sinistra; da quella sinistra colta e elitaria che ha preferito Bertold Brecht a Eugène Sue, Adorno a Andy Warhol; da quella sinistra che un tempo odiava tutto ciò che era nazional-popolare e ora mal digerisce tutto ciò che è nazional-mediatico.

Il caso c’è tutto. E difficilmente la potenza distruttiva di Dal Lago passerà inosservata. Tra gli intellettuali di sinistra, prima, solo Alberto Asor Rosa aveva avuto l’ardire di escludere Saviano dalla sua Storia europea della letteratura italiana, pur avendo invece inserito Niccolò Ammanniti e perfino Giorgio Faletti. Ma con Eroi di carta si fa molto di più. Dal Lago infrange il tabù, entra nel merito di Gomorra, smonta e rimonta l’opera di culto, coglie ogni forzatura stilistica, denuncia la colpevole confusione tra l’io narrante, l’io autore e l’io reale; sottolinea con la matita rossa ogni sbavatura formale, ogni citazione nascosta; e allarga le braccia davanti alle contraddizioni e alle illogicità. E talvolta esagera per il gusto di sorprendere. Come quando segnala quella erezione «pendula» di cui si parla nel romanzo, quasi un ossimoro fisico. O quando mette la lente di ingrandimento su un boss di Secondigliano descritto, in una stessa scena, una volta con eleganti scarpette da ginnastica, un’altra con minacciosi stivaletti. Dal punto di vista letterario, ideologico, e addirittura morale, poco si salva. Saviano viene fatto a pezzi, addirittura irriso, come quando, a proposito della lotta ai clan, Dal Lago gli rovescia addosso i versi di Leopardi: «…L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io».

Ma quel che più conta, il mito di cui tanto si parla non solo è un «eroe di carta», non solo è un «cattivo scrittore», ma viene descritto come un banale populista, un semplificatore ipermoralista, un doppiogiochista con vocazione ecumenica. Perché si arriva a tanto? Perché «l’inclusione di Saviano nel martirologio fa si che chiunque non si allinei sia considerato di fatto un alleato dei camorristi». Del Lago non ci sta e travolge chiunque a sinistra abbia esaltato Gomorra, da Wu Ming a Nichi Vendola. Saviano identifica i casalesi con il Male, ma Dal Lago ha studiato Hannah Arendt e sa quanto sia inutile il concetto di male radicale. Nel descrivere la mostruosità dei camorristi, che prima uccidono e poi si scolano una birra, Saviano apparentemente svolge il discorso sulla banalità del male. In realtà, si argomenta, è l’opposto: «Non sono loro ad essere come noi, gente qualsiasi, ma noi come loro; insomma, siamo tutti mostri, almeno in potenza». Da qui l’altra accusa, quella di impoliticità. Se il male è assoluto, la responsabilità non può essere politica. E neanche dello Stato. Saviano non elogia forse il ministro Maroni? Ai lettori non resta, allora, che riscattarsi dal disimpegno leggendo Gomorra; che redimersi credendo nell’Eroe, cioè nello stesso Saviano, unico, mitico, insostituibile alfiere del Bene. Una sorta di Leonida, quello delle Termopili, non a caso magnificato in una recensione del film 300, tratto dal fumetto di Frank Miller. Ma basta con tutta questa retorica «anestetizzante e distraente» sull’eroismo, sbotta Dal Lago. E aggiunge: non ci sono bastati i Borrelli e i Di Pietro?

Infine, il punto centrale, forse quello più delicato: l’ossessione della camorra che porterebbe Saviano in un vicolo cieco. «Le mafie— scrive Dal Lago— hanno un enorme potere. Spadroneggiano nei loro territori, fanno affari con le aziende e le banche, si ramificano nel resto del paese, si espandono all’estero. E in qualche misura influenzano il potere politico. Ma non sono il potere. Quand’anche le mafie fossero ridotte all’impotenza, il bel paese continuerebbe ad essere governato da altri poteri, meno sanguinari e pestiferi e non di meno decisivi». La differenza con Emilio Fede è qui più che altrove. Per quest’ultimo, Saviano «rompe» perché oscura il lavoro di Berlusconi, unico vero eroe. Per Dal Lago, invece, perché lo critica con troppa prudenza e troppi distinguo. E perché oscura tutti gli altri che cercano di penetrare la complessità del mondo.

Vivere con la mafia

La Germania e l’Italia in guerra. Una guerra che le foto di Alberto Giuliani immortalano nelle scene di omicidi, fucili, arresti… Vittime e carnefici in questo paese dilaniato dal crimine. [Sfoglia e ascolta Malacarne]

Immagini forti che accompagnano gli scritti di giornalisti, magistrati, politici e scrittori da sempre impegnati nella lotta alla mafia, come Roberto Saviano, Nicola Gratteri, Rita Borsellino, Francesco La Licata, Antonio Nicaso. Tutto questo accompagnato da 2 cd musicali che raccontano quanto sia bello e quanto onore si abbia ad essere mafioso. L’editore, tedesco, nella nota di presentazione dice “I 2 cd di musica tradizionale, dal Sud dell’Italia, aiutano a capire il retroterra culturale dell’area e danno un contributo significativo al libro”.

Forse bisognerebbe spiegare all’editore che quei canti non sono il retroterra culturale del nostro Sud. Se avesse voluto fare quello bastava prendere dei pezzi di Rosa Balestrieri o le canzoni scritte da Totò o ancora Eduardo De Filippo. Si genera, in questo modo, una confusione generale con cui tutti gli italiani che vivono al Sud sono stati identificati in quelle canzoni.

Gli scrittori, politici, magistrati, giornalisti che hanno partecipato si sono dissociati dall’editore dichiarando di non essere a conoscenza della distribuzione con i 2 cd.
Rimane il fatto che in Germania, per la modica somma di 30 euro, circola un libro che identifica il retroterra culturale del nostro Sud con canti di ‘ndrangheta e camorra!

Puoi ascoltare l’audio dei cd e sfogliare il libro Malacarne sul sito dell’editore.

keep looking »
  • Chi sono


    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

  • In compagnia

    rovereto rimaandI Peshmerga IMG_3527 IMG_3516 IMG_3510 IMG_3508 DSCN8265 DSCN8262 DSCN8243
  • In viaggio

    06 (1) 32 (1) 46 4_0 8 11 12 17 18 19
  • A tavola

    Falafel-mahshi fichi IMG-20150413-WA0010 1 2 3 4 5 7 KF2-2206
  • Ultime immagini inserite

    pizzadello scarto lipari1 IMG-20150413-WA0010 IMG-20150413-WA0001 fichi Falafel-mahshi bakhtiari-kebab rovereto rimaandI Peshmerga
  • -->