Laura Aprati

Una vita in viaggio.

6 covi nella Platì sotterranea

Posted on | Il mio diario | giugno 12, 2010

Sono le 3,30 della mattina del 10 giugno, nel silenzio della notte scatta l’operazione congiunta della Dia di Torino, del Reparto Operativo Nucleo Investigativo Carabinieri Torino e del Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Locri. 100 uomini per un’operazione che coinvolge Calabria, Piemonte, Lazio e Lombardia. Tra questi 100 ci sono 15 uomini dello “Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria”. Uomini che prima hanno combattuto i sequestri e poi si sono messi alla caccia dei latitanti di ‘ndrangheta che vivono tra l’Aspromonte e la Locride. Uomini che hanno fatto della ricerca dei bunker  una “missione”. Loro riconoscono i segni di un nascondiglio da un intonaco, dal tipo di cemento usato, da come sono stati usati i mattoni.

E sono stati loro ad entrare nelle case di Trimboli, Marando, Perre e a trovare 6 bunker  tutti nella zona di Platì, una delle città del triangolo d’oro della ‘ndrangheta insieme a San Luca e Africo. Una città che ne nasconde un’altra sotterranea, venuta alla luce già nel 2001 con l’operazione “Marines”.

E  toccando intonaci, guardando muri hanno scoperto in contrada Lacchi, nell’agro di Platì, un bunker di circa 80 metri quadrati ( con una stanza adibita ad essiccatoio di marjiuna) di proprietà di Domenico Trimboli. Oppure quello  appartenente a Pasquale Pangallo  con all’interno  un cunicolo sotterraneo che si poteva percorrere solo carponi e che aveva due vie di fuga, una delle quali nella fogna comunale tramite un altro cunicolo coperto da un blocco di cemento scorrevole su rotaie metalliche.

Ma per nascondere un ingresso è buona anche anche una rastrelliera per i vini . A loro, alla loro conoscenza del territorio non sono sfuggiti nemmeno i bunker murati tanto che ci sono voluti picconi per squarciare il cemento e trovare l’abitazione alternativa del “boss”.

I bunker possiamo dire che sono la loro ossessione , che siano tra gli aranceti o in un città come Platì. Quando ho parlato con loro mi hanno detto “Il mafioso che scappa sa che lo stiamo cercando. E’ un uomo ricco, che ha coperture, che potrebbe scappare all’estero……ma il latitante deve vivere nel suo paese e sa che noi lì lo cercheremo”.

Un lavoro, il loro, lungo faticoso e oscuro in una terra che spesso li considera “infiltrati”, quasi che fossero loro il nemico da battere.

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