Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario, Notizie dall'Italia

Italia crack

Siamo sull’orlo del baratro, forse siamo già come la Grecia. E adesso ci vogliono vendere questa finanziaria, che è solo un papocchio, come l’unico modo per non cadere nel buco della morte.

Cavolate!Il Paese è a pezzi, distrutto con una disoccupazione dilagante e il governo ( ma anche le opposizioni che non si azzardano a presentare una riforma fiscale seria) cerca di tamponare l’emorragia come? Con dei piccoli condoni nascosti nelle pieghe del decreto, con la tacitazione delle recriminazioni di chi ha fregato la Comunità Europea sulle quote latte e adesso non vuole pagare la multa…Forse abbasseranno gli stipendi ai Ministri (ma il buon Rotondi si è già ribellato…!!) e via dicendo. Ma il decreto serve anche a nascondere il processo breve, cioè qualcosa che interessa una sola persona e non il Paese.

Il Ministro Maroni qualche giorno fa ha  chiesto al Ministro Tremonti di avere coraggio! Non ci crede neanche lui se non si batte nemmeno perché chi dipenda da lui possa avere quello che gli spetta. Non ci crede neanche lui se fa richiedere i giubbotti antiproiettile a 9 questure sparse per l’Italia per farli usare al Viminale. Non ci crede perché non si batte per i soldi per la protezione dei pentiti ma anche per quella dei giudici antimafia che a Napoli, per esempio, se fanno lo straordinario tornano a casa con i mezzi perché le loro scorte non vengono pagate!.

Insomma il coraggio sarebbe quello di dire che il Paese sta morendo che bisogna agire in fretta con decisioni rigide ma efficaci. Se si da un obiettivo preciso e non si dà l’idea di fare solo i “cavoli” propri magari la gente ti segue.

Riforma fiscale: e allora chiudiamo completamente facciamo un grande condono ( e non tanti piccoli e utili solo a pochi), stabiliamo tre nuove aliquote e che siano quelle punto e basta. Facciamo pagare le multe a chi deve. Non moltiplichiamo le sedi ministeriali solo per avere più persone da piazzare. Si può fare ( guardare De Magistris che all’ASIA, azienda per la raccolta dei rifiuti a Napoli, ha decapitato il Consiglio di Amministrazione mettendoci solo 3 persone di cui 2 non prendono il gettone di presenza perché assessori!).

Aboliamo gli sprechi nelle strutture pubbliche: perché un collaboratore di un ministro deve andare con la scorta dal parrucchiere?

D’altra parte il buon ministro Tremonti ha creato un tavolo per scoprire dove sono gli sprechi. Bene ottimizziamo questo studio e facciamo tagli ragionati.

O ragionare fa perdere elettori? E quindi il proprio piccolo potere personale?

(pubblicato su www.malitalia.it)

Ventimiglia, la frontiera della ‘ndrangheta

Qualche giorno fa il Sindaco di Ventimiglia si è dimesso, qualche mese fa il comune di Bordighera è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Arresti, sequestri ed un quadro della Riviera dei Fiori che nulla o poco ha a che fare con l’idea di un luogo di pace e di relax, come in tanti depliant turistici.

Qui la ‘ndrangheta c’è e fa grandi affari. C’è da anni, confusa tra mercati dei fiori, alberghi, porti e porticcioli.C’è ed è vestita bene e ben introdotta e con amicizie politiche, forse, anche molto importanti.

Eccolo il Nord, quello che si ostina a dichiarare che il problema è al Sud. Ma le mafie seguono il denaro e sono lì dove si possono fare affari. D’altra parte  Falcone diceva che bisognava seguire il flusso dei soldi per “incastrare “i boss. Ed è anche vero che si fanno affari solo se hai una controparte disposta a farli con te.

Ecco una breve fotografia della Riviera: membri della famiglia Pellegrino di Seminara (RC), accusati – tra le altre cose – di aver esercitato larvate minacce nei confronti di 2 assessori del Comune di Bordighera per indurli a cambiare il loro atteggiamento contrario all’apertura di una sala giochi di loro proprietà. Sempre secondo la tesi di questa Procura – ovviamente ancorata ad acquisizioni probatorie -nell’esercitare queste pressioni i membri della famiglia Pellegrino avrebbero ricordato ai due assessori (e al sindaco) che se erano stati eletti lo dovevano ai voti che loro erano stati in grado di assicurare. E comunque, a prescindere, è  un dato acquisito che i fratelli Pellegrino, operanti con una loro ditta nel settore strategico del movimento terra, hanno già riportato plurime condanne per reati che nulla hanno a che fare con attività imprenditoriali. In particolare: associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, illegale detenzione di armi, favoreggiamento di latitanti condannati per associazione di tipo mafioso (‘Ndrangheta).

Un incremento ,negli ultimi 2 anni, degli incendi ai danni di attività commerciali, soprattutto nel settore dell’intrattenimento-ristorazione (bar, pub, ristoranti, stabilimenti balneari) che – per quello che è stato possibile acquisire – vanno ricondotti a fenomeni estorsivi.

E poi gli arresti di  Ettore Castellana e Annunziato Roldi, accusati di aver tentato di estorcere all’imprenditore Piergiorgio Parodi un “pizzo” di un euro e mezzo per ogni tonnellata di rocce trasportate dalla cava di Carpenosa al costruendo porto turistico di Ventimiglia (l’equivalente di circa 6 – 7000 euro a settimana). Parodi , uno dei più noti imprenditori del ponente ligure (legato per ragioni di affari e di famiglia al noto imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone), mentre si recava con la sua auto presso la cava di Carpenosa è stato vittima di un vero e proprio agguato da parte dei due indagati che hanno sparato contro la sua auto numerosi colpi di fucile per indurlo a fermarsi e ad accogliere le loro pretese. Annunziato Roldi è stato più volte fermato, per controlli, dalle forze dell’ordine mentre era in compagnia di personaggi come  Domenico Carlino e Antonio Palamara,  esponenti del crimine organizzato calabrese.

Il ritrovamento, alla fine dello scorso anno,  di una casa “pulita” di Bordighera (nel senso di abitazione presa in affitto tramite terza persona) e l’arresto di 3 giovani appena giunti da Taurianova (RC) e trovati in possesso di una pistola con matricola cancellata che chiaramente appariva destinata ad essere usata contro qualcuno.

L’ultima  relazione della Commissione parlamentare antimafia dedica alla Liguria circa  28 pagine e delinea le presenze mafiose nella regione soprattutto quelle legate alla ‘ndrangheta: dagli Oppedisano. Gangemi, Belcastro, Zangra. Fotografa la Liguria come lo snodo per il traffico internazionale di stupefacenti  (provenienti da America Latina e Spagna) tra Nord e Sud Italia. Attività legate al traffico illegale di immigrati come l’operazione “Migrantes” della Procura di Palmi (RC).

Una terra che è lo sbocco a mare per circa 15 milioni di persone. Una terra dura, aspra ma ricca. E la sua conformazione geografica ed economica ha attirato ed attira le numerose e variegate realtà criminali. Qui la criminalità di stampo mafioso ha interesse a rendersi “invisibile”, per dedicarsi meglio agli affari. E qui il turn over dei magistrati della DDA e quindi il venir meno di “memorie storiche” non ha certo favorito l’efficacia dell’azione di contrasto.

Si notano inoltre molte affinità con il sistema messo in luce dall’operazione  “Crimine” nel senso che gli stessi assetti malavitosi accertati da quell’indagine con riferimento alla Lombardia appaiono esistenti anche in Liguria, nel rispetto di una nuova strategia della ‘Ndrangheta che prevede l’esistenza di strutture a livello locale dirette a dirimere i contrasti e a dividere gli affari tra le varie famiglie (che per la criminalità calabrese devono intendersi quelle fondate su legami di sangue).

Insomma un Nord non più isola felice ma soprattutto con l’evidenza che il “cancro” delle mafie non alberga solo nelle terre e tra la gente del Sud (quasi a volerlo esorcizzare e relegare solo in una parte) e che non esiste un DNA (come dice anche Lorenzo Diana coordinatore della Rete della Legalità) in grado di rifiutare, a priori, il malaffare. Pecunia non olet e tacita la coscienza.

(pubblicato su www.malitalia.it)

Lorenzo Diana e la Rete della Legalità

Lorenzo Diana, 60 anni, gran parti di questa spesi per la sua terra, la Campania o meglio il casertano. Dal 1994 vive sotto scorta per le minacce ricevute dal clan dei Casalesi. Membro della Commissione Antimafia. Uomo del PCI prima, poi del PD e oggi con l’IDV. Un uomo che ha dedicata la sua vita, e quella della sua famiglia, alla lotta al crimine organizzato. Ai suoi affari, ai suoi mille volti, ai suoi incroci con l’economia e la politica.
Un uomo perbene, di quelli che ti sembrano usciti da un racconto di Eduardo De Filippo. Viso scavato, occhi sempre vigili, i capelli sempre in ordine. Il segno di una dignità mai barattata con il potere.
Ogni volta incontrarlo e parlargli è un piacere . Un piacere ascoltare la sua passione e quella voglia di battersi che nulla è riuscito a sconfiggere neanche le minacce dei casalesi.
Oggi è il coordinatore della rete della legalità. Un patto nazionale antiracket per incentivare gli imprenditori alla denuncia e che pone al centro le tematiche sulla legalità.
Lorenzo Diana la Rete della legalità e il suo successo, perché?
Perché c’è in atto un mutamento, un cambiamento anche alla luce dei movimenti esplosi con i referendum. C’è una maggiore disponibilità nella società e nei territori a darsi dei riferimenti organici per dire di no alle imposizioni, alle violenze estorsive e criminali.. I primi successi sono figli di una maggiore richiesta di libertà . Senza questo non saremmo cresciuti così tanto in pochi mesi. La richiesta di libertà riduce la paura e spinge a muoversi, a organizzarsi. E’ entusiasmante toccare con mano questo nuovo sentimento tra i giovani e in una parte crescente del mondo economico.


La crisi economica quanto incide in questo mutamento?
La domanda di adesioni alla Rete della legalità ma anche la maggiore domanda di libertà sono cresciute anche in funzione della crisi economica. Si sono ridotte gli spazi di tolleranza per i costi aggiuntivi e predatori delle mafie. Se nei tempi delle “vacche grasse” non pesavo molto sopportare il costo del “pizzo” sia diretto che indiretto ( sub appalti, movimento terra, servizi…). Oggi, sotto l’effetto delle ristrettezze economiche il “dazio” criminale è troppo pesante e influisce sull’andamento dell’impresa. Il 2008 segna una svolta epocale nell’economia, nella società e nei comportamenti sociali. Vengono meno le garanzie .
Crisi, banche sistema finanziario. Cosa non ha funzionato?
C’è uno tsunami che sta mutando le caratteristiche del sistema bancario. Questo, in parte, può far crescere il rischio della penetrazione economica delle mafie. La maggiore banca italiana (MAFIA SPA) dispone di un “cash” per acquisizione di esercizi, aziende, attività ( sempre più in crisi). Le banche d’altra parte per non fallire si sono arroccate ed è difficile oggi per un piccolo imprenditore accedere al credito e spesso il circolo vizioso che si crea rischia di “spingere” chi ha bisogno verso chi lo può aiutare e spesso non sono le istituzioni finanziarie legali. Tutto questo in un modello di crescita che si è fermato. Oggi è sempre più chiaro che il modello “crescita e consumi” degli anni 80 è finito. I nuovi assetti sociali, la forte precarizzazione ( anche over 40) sono la spina nel fianco di questo nostro mondo, l’ossessione dei genitori ma anche degli imprenditori.
Mafia spa, un dominio incontrastato?
Il sistema criminale oggi h un peso economico di circa 140/150 miliardi di euro (il 7% del PIL) e spesso ancora si ha ancora la convinzione che le mafie siano figlie del sottosviluppo e dell’arretratezza del Sud Italia. Tutto ciò è stato smentito clamorosamente da operazioni come “Crimine” ( 300 arresti a tra Milano e Reggio Calabria luglio 2010 ndr). Liberare il Paese dalle mafie vuol dire anche modernizzarlo. Ma dobbiamo chiarire bene il capitale mafioso crea un convenienze in tanti pezzi della società ed è pervasivo. Ma sarebbe troppo facile dire che questo è solo frutto di individui al confino in un’area o in un’altra. Non c’è un Nord culturalmente sano e un Sud mafioso. Magistrati hanno per esempio evidenziato una mancanza di collaborazione molto più forte al Nord che la Sud. Non esiste un DNA nordista che garantisce dalla pervasività delle mafie se ci fosse stato perché non è stato sufficiente ad arginare la presenza mafiosa nei territori del Nord?

Torniamo alla Rete della Legalità. Cosa vi prefiggete?
La rete vuole rispondere alla richiesta di sicurezza e libertà di tanti imprenditori stretti nella morsa della crisi e dare sostegno alle vittime dell’usura e del racket. Soprattutto vogliamo dimostrare che si può e conviene denunciare. Oggi su un milione di imprenditori toccati dal fenomeno del pizzo ( diretto e indiretto) le denunce sono solo 1500. Questo significa che l’antiracket è stato marginale e non appariva conveniente. La molla è questa dobbiamo lottare perché sia conveniente denunziare il racket, l’usura. Non possiamo chiuderci dentro una riserva indiana e dobbiamo capire che l “vittima” non è inconsapevole ma nel calcolo imprenditoriale si rende conto che è meno conveniente denunciare e il clan può garantire molti più servizi dello Stato. Ecco la Rete della legalità si prefigge di far uscire dalla riserva indiana chi denuncia. Dobbiamo far si che le tante storie di sopruso, prevaricazione escano allo scoperto: non ci deve essere più una sola voce a parlare ma tante insieme.La Rete, e quindi l’unione, farà la forza di questo movimento che ha già raccolto intorno a sé oltre 60 associazioni che si battono contro l’usura e il racket.

Ultima domanda :quanto conta l’informazione?
L’informazione è sostanziale, determinante. Ma anche qui dobbiamo cambiare il passo. Per questo è importante valorizzare il lavoro di centinaia di cronisti, spesso giovani precari e di piccole testate locali, che ogni giorno denunciano quanto accade nel territorio. Conoscono i carnefici e le vittime. Pagano, perdendo il lavoro e la tranquillità se toccano qualche centro di potere. E nessuno li difende, nessuno li invita in televisione. Con l’avanzata di Roberto Saviano, cui voglio un gran bene e che stimo tantissimo, bisognerà puntare ad avere sui media altre decine, per non dire centinaia, di articoli in più dei tanti piccoli Saviano sparsi in tutta Italia, che farebbero crescere l’intero Paese in termini di informazione e di cultura della legalità. Cito Jean Francois Gayraud, consigliere del Presidente Nicolas Sarkozy, che dice che vinceremo la lotta alla criminalità organizzata quando saremo tutti più correttamente informati.

(pubblicato su www.malitalia.it il 24 giugno 2011)

Trovare un’altra vita

Il  20 giugno è la giornata mondiale del rifugiato, Ieri l’attrice Angelina Jolie ha visitato Lampedusa  che negli ultimi mesi è stato l’emblema del fenomeno immigrazione.

I dati dell’UNHCR ci parlano  di 44 milioni  di persone che hanno vissuto lontano dalla propria casa e questo solo nel 2010. Circa un terzo sono rifugiati, 850 mila sono in cerca di asilo.

Gli immigrati, clandestini e non, i rifugiati, i richiedenti asilo sono oramai un grande popolo in movimento che ci scuote e ci fa fare i conti con la nostra staticità. Con una società che ha pensato di essere arrivata. Di potersi sedere e guardare il mondo che passa. E invece no il mondo non solo passa ma ci trascina, cambiano i nostri riferimenti. Non possiamo più vivere chiusi nel nostro orticello, dobbiamo aprire le porte ad un nuovo modo di vivere, a nuove lingue. L’integrazione è il nostro futuro come lo è stato cent’anni fa per altri paesi, come gli Stati Uniti così come ha ricordato la Jolie ieri.

Ma l’immigrazione è anche un fenomeno economico attorno a cui girano interessi legati ai permessi di soggiorno, al caporalato, agli scafisti, ai “venditori” di esseri umani, al lavoro sottocosto, al crimine organizzato.

Datori di lavoro italiani che fanno richieste di lavoratori stranieri dietro un compenso che varia tra i 4 ai 7mila euro a richiesta. Le persone che arriveranno diventeranno poi clandestine, senza documenti e facilmente sfruttabili  e ricattabili. E così si stravolge anche il mondo del lavoro , si cambiano le regole del gioco non solo per gli extracomunitari ma anche per i nostri lavoratori.

La Caritas, inoltre, contraddice alcuni dati del Ministero dell’Interno. Non è vero che i più arrivano dal mare molti arrivano regolarmente in aereo con visti di soggiorno per turismo o studio e dopo 3 mesi diventano clandestini.

Il fenomeno va guardato in tutta la sua complessità e soprattutto a quanti i clandestini, gli immigrati sono utili?

(pubblicato su www.malitalia.it)

Teatrozeta e la voglia di rinascere

L’Aquila è anche questo: teatro e cultura. Da sempre direi. Da quando oltre 40 anni fa il Teatro Stabile portava in scena Ronconi, Proietti. Quando tutte le grandi compagnie calcavano quelle tavole. Ora il teatro non c’è più, ingoiato nella buia notte del 6 aprile del 2009. Ma la voglia di recitare, di amare la cultura e di farla crescere quella no  non è stata ingoiata.

Manuele Morgese, attore di grande esperienza, ha così voluto fortemente la rinascita di Teatrozeta, che avrà trecento posti a sedere e circa 100 mq di palco. E tutto questo nella periferia che sta diventando città ( al posto di quella antica che non c’è più). A Monticchio a circa 15 chilometri dalla città. In una frazione che una volta era solo per gli operai della zona e per qualche famiglia contadina.

Il progetto è stato finanziato da ARCUS Spa ( società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo),da Banca Etica da aziende private ed è riuscita a far sedere allo stesso tavolo anche istituzioniin alti casi lontane.

E tra la commozione di artisti come Riccardo Raim che ha raccontato di come molti abbiano scoperto la bellezza di L’Aquila solo dopo il terremoto o della vice direttrice del Goethe Institute che ha voluto ricordare quanto siano forti i legami tra la Germania e questa parte di Abruzzo, nell’aria frizzante della montagna aquilana, si inaugura questo frutto dell’amore per il teatro, per la parola e soprattutto per la città e i suoi abitanti.

Vivere a L’Aquila

L a città delle aquile ( fino agli 70 ce ne erano due in gabbia proprio all’ingresso della città), quella che nel suo stemma riporta la frase “Immota manet” sembra proprio “immota” dal 6 aprile del 2009.

Il centro storico, la famosa zona rossa, è inaccessibile (come per i CIE in Basilicata, Sicilia, Campania…e altrove). Nelle altre zone le macerie sono ancora lì. Vedi palazzi puntellati, reti metalliche che isolano, le foto dei morti, fiori a ricordare chi è morto.

Il centro è una ferita aperta dove ancora non inizia la cicatrizzazione e chissà se mai si rimarginerà. Lì Via Sassa dove c’era il Conservatorio e poi il Corso dove si passeggiava la sera e ancora Via Paganica, il Convitto, la sede dell’Università e là dietro c’era la mensa quando io ho iniziato a studiare Medicina….e poi il nostro bar, il Teatro…Quante cose ricordi, amici, i nostri sogni, il lavoro e molti che non vedrò più.

Tra quelli che ci sono vi racconto la storia emblematica di una mia amica, di quelle storiche ,ci conosciamo da oltre 25 anni.

Sola, separata con due figli e un lavoro a contratto presso un Caf per gli agricoltori. Il 6 aprile del 2009 la sua casa crolla. E crolla tutto il suo mondo. Si adatta a vivere in una roulotte. Riprende a lavorare, piano piano. Decide di fare un mutuo e comprare una casetta di legno da sistemare su un terreno del padre un po’ fuori dalla città. Soldi da cacciare ma almeno un tetto decente per i suoi figli. Ci entra la vigilia di Natale. Una festa. Intanto il lavoro, anche se con difficoltà, va avanti. Ma l’economia di L’Aquila e del suo circondario langue, le aziende chiudono. Poche quelle che vengono ad investire. L’agricoltura è allo sbando e  anche il CAF ha i suoi problemi. Lo stipendio di novembre non arriva e neanche la tredicesima. Il Natale 2010 è triste con la consapevolezza del mutuo da pagare e dei figli da crescere.

Da marzo non viene più pagata e la proposta è lo scivolo per l’uscita anticipata ( visto che ha già 31 anni di lavoro alle spalle e le mancano solo 4 per la contribuzione pensionistica). Ventimila euro e via senza lavoro ad un’età in cui non ti prende più nessuno. Si adatterà a fare qualsiasi cosa per sopravvivere. Pronta a rinunciare a tutto, forse anche a se stessa.

Questa è una delle tante storie che L’Aquila vive ogni giorno. Il “miracolo” non esiste e non è mai esistito. Una città sventrata, spezzata. Cittadini dislocati altrove, niente imprenditoria, nessun aiuto e le famiglie iniziano a morire.

(pubblicato anche su www.malitalia.it)

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
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    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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