Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Elena e le tecnologie d’amore

Vanno tanto di moda gli amori via internet, le chat e face book….Ci si dichiara e ci lascia anche con un sms.

Elena lo trova strano ma se ci riflette un po’ anche lei è stata un amore tecnologico.

Elena ha appena cambiato casa  ed è  una scusa per rimettere a posto la sua vita. Carte, documenti, foto. Il suo diario quello che ha iniziato alla fine del 2007 e che raccoglie gli ultimi tre anni della sua vita. Su quelle pagine sono impresse le sue paure, le sue ansie,le sue gioie. I suoi amori e il suo lavoro.

Si ferma a leggere quelle pagine. La sua calligrafia racconta gli stati d’animo. Ma leggendo le torna  in mente tutto e allora prende il suo telefonino, quello che non lascia mai. Un modello di Nokia un po’ datato ma resistente a tutto. E’ uscito intatto anche dal pauroso incidente di due anni prima. Ha una lesione in alto a ricordo. Quel telefonino contiene tutti i messaggi scambiati con il suo amore. Ne traccia l’inizio e la fine.

Quell’inizio così vorticoso segnato da sms come “Ho voglia”. La richiesta di un tacco 12 o di una calza speciale. Quella voglia di giocare inframezzata dalle proprie cose di lavoro e di vita. La sua famiglia, quella di lui, i bambini….Tutto insieme in quegli sms, quotidiani continui. Notte e giorno.

Le telefonate nel pieno della giornata, al lavoro, per dichiarare un desiderio, una voglia, la passione. Tutto negli sms: abbracci, baci, tristezze, gioie. In un attimo riascolta la sua voce quando giocavano per telefono, facevano l’amore per telefono. Ricorda la sua risata da bambino quando una volta gli ha detto “voglio morderti tutto come una mela”!

Che bella voce la sua,fascinosa penetrante. Quella che un giorno d’estate le disse “come sei bella signora”. Quella delle grandi discussioni. La stessa che le ha detto che tra loro non ha funzionato per una questione fisica  dimenticando tutte le volte che vedendola si era eccitato o una vampa di rossore gli aveva  attraversato il volto.

Adesso non la sente più da tempo ma qualche volta quella voce ritorna dentro di lei.

(Terzo racconto breve su Elena)

L’Aquila:le vite continuano

Se chiudo gli occhi rivedo ancora L’Aquila come era, come la voglio ricordare. Rivedo i portici affollati, sento la musica del Conservatorio a Via Sassa, le finestre aperte a primavera. E  la sede della mia Universita’

 Mi sembra ancora di poter aprire qualche portone ed entrare in un patio antico con le finestre che come occhi ti scrutano. Quella citta’ e’ finita il 6 aprile del 2009. E da quella citta’ oggi si alzano le voci di chi e’ rimasto, di chi ha deciso di combattere  e di non lasciarla sola.

Le voci sono quelle delle donne che, come sempre, sono quelle che fanno le scelte piu’ radicali e che sopportano anche i pesi piu’ pesanti.

4 donne che raccontano L’Aquila e la loro vita oggi.

Iniziamo da Natalia Nurzia, dell’omonimo storico bar , quello “a capo piazza” come si dice in aquilano. Parlantina sciolta, sempre pronta a battersi per la sua citta’ ti racconta che due giorni fa si e’ inaugurato a Bazzano un asilo nido donato dalla Fiat. “Proprio bello. Una cosa bella in tanto brutto. Ma la Fiat ha fatto tutto, ha chiesto il terreno e ci sono voluti dodici mesi per scieglierlo e loro in 4 mesi hanno costruito tutto. Non bisogna fare donazioni di soldi ma solo realizzare direttamente come hanno fatto i tedeschi a Onna”.Per Natalia, che produce anche il torrone di cioccolato morbido  “Fratelli Nurzia”, gli ingegneri e gli architetti si sono presi troppi progetti ed e’ per questo che vogliono la proroga dei termini per la presentazione e poi dice Natalia “la lezione non e’ servita, si continua a costruire male!”. Lo dice con amarezza come con amarezza parla della zona rossa della citta’, quella in cui non si puo’ entrare, “ e’ una fogna a cielo aperto,in completo abbandono. A Via San Marciano  ci sono cumuli di spazzatura. Le aziende hanno messo in sicurezza  ma le macerie, i frigoriferi, i letti sono rimasti li’. Un’incuria totale e fra poco ci saranno altri crolli”. Senti il dolore  quando dice “siamo come al 6 aprile del 2009”.

 

E nel nostro percorso incontriamo Alessandra Rossi, presidente dei Giovani Imprenditori Confindustria L’Aquila, lavora nel settore appalti e parla di come tutto sia rallentato in questa citta’,di come la burocrazia  stia stritolando ogni forma di rinascita “E’ necessario mettere ordine alle numerose ordinanze che si sovrappongono e che spesso subiscono interpretazioni diverse da soggetti diversi. Noi imprenditori abbiamo bisogno di poche e certe regole. Dovevamo essere il cantiere piu’ grande d’Europa ed invece siamo fermi! “. E poi dice “cosa deve essere L’Aquila una citta’ turistica?una citta’ della conoscenza? Una citta’ per attrarre investimenti? Nulla di tutto questo perche’ non c’e’ una visione strategica e ci si trincera dietro al fatto che non ci sono le risorse”. Una settimana fa e’ arrivata in citta’ il Direttore Generale della RAI, Lorenza Lei, alla quale e’ stato chiesto di tenere alta l’attenzione della televisione pubblica sul territorio, di aiutare a tenere viva l’attenzione. E speriamo che questo succeda!

Ma L’Aquila ha anche il volto di Donatella, mamma di due ragazzi, separata, precaria e adesso disoccupata. Il CAF dove lavorava, vista la crisi dell’economia locale, ha chiuso e lei e’ rimasta con il mutuo per la casetta di legno che ha comprato per poterci vivere con i figli. E’ rimasta con una quotidianita’ da affrontare con dignita’.La sua casa, a Villa Gioia sotto Via XX Settembre (la strada della Casa dello Studente)  crollata quella notte. Poi ha vissuto in una roulotte e poi il padre le ha dato un piccolo pezzo di terra dove montare il prefabbricato dove adesso ha stipato tutta la sua vita. Intanto il lavoro rallentava, ritardavano gli stipendi fino alla necessità della chiusura. Oggi si ritrova a 54 anni a dover rincominciare. Il lavoro non si trova e l’età è un hadicap ma “ogni lavoro andrebbe bene. Mica me ne posso andare?” dice sorridendo anche se con gli occhi tristi.

 

E parlano anche gli occhi di Marzia Buzzanca, ristoratrice “la pazza di Via Leosini”, come la chiamano tutti, che ha voluto fortemente riaprire la sua attivita’ “ E’ un anno che lavoro ma senza il gas  cittadino uso le bombole ma amo troppo questo lavoro. La vita e’ cambiata dal 6 aprile, anche la nostra psicologia. E dopo che in tutto questo periodo non e’ stato fatto nulla un po’ ci stiamo spegnendo.” Marzia si e’ battuta e gli amici chef di tutta Italia sono corsi da lei per tenere accesa una luce  su questo disastro. E allora ecco arrivare Davide Oldani,che e’ stato il primo e che ne e’ stato anche un po’ il motore, poi Gino Sorbillo, Maurizio Santin e a dicembre Niko Romito e a marzo 2012 Gennaro Esposito. Un calendario fitto di cene “a quattro mani” e attivita’ per continuare a battersi “ Qualche domenica fa qui vicino ho trovato i vigili che con il gatto ( un particolare mezzo tecnico), per una necessita’ estetica, stavano coprendo con dei teli una chiesa. Il mezzo costa 1600 euro al giorno per il noleggio oltre il costo degli straordinari dei vigili (che pero’ ancora non prendono quelli del 2009). Ma quali sono i criteri veri dei lavori che si fanno? Inoltre ieri ho scoperto che ci vuole un nuovo permesso di agibilita’ urbanistica. Ma nessuno mi sa spiegare cosa sia”. Dalle cene di Marzia inizia ad uscire qualcosa di buono: per esempio a Milano si festeggera’ il Natale con il torrone F.lli Nurzia !

 Sono queste donne e tutti gli altri di cui non si racconta che ancora tengono viva L’Aquila e permettono ancora di sperare che qualcosa cambiera’.

 (pubblicato su www.malitalia.it e www.lindro.it)

Se fare giustizia costa

La cricca del G8. Gli appalti per l’Expò 2015 e quelli per i mondiali di nuoto. Ma anche gli appalti del terremoto dell’Irpinia del 1980. Gli appalti della Salerno Reggio Calabria ma anche quelli della piccola statale in Basilicata o nel nord della Lombardia.

Gli appalti per gli inceneritori o anche quelli delle mense scolastiche. Uguale la corruzione, uguali i meccanismi. Qualche volta più rozzi, qualche volta più raffinati.

Tangentopoli è servita per “rodare” la macchina degli appalti, per affinare le tecniche a partire dai bandi per le gare. Si sono studiate le griglie, le normative della comunità europea. E , come sempre in Italia, fatta la legge si  è trovato l’inganno.

E qualche volta l’inganno viene aiutato dalle normative nazionali come quella appena introdotta dell’aumento del tetto relativo alla trattativa privata negli appalti pubblici (ci si propone di passare da 500.000 a 1,5 milioni di euro così come esplicitato nel ddl da approvare in Senato, già approvato alla Camera). Tutto aiutato, forse anche dalla crisi economica  in atto, di decidere le gare basandosi sul criterio del massimo ribasso anche se poi nel bando si parla di offerta tecnica, di struttura aziendale.

Questo  il terreno degli appalti pubblici. Una volta erano i cartelli di imprese che decidevano il ribasso, che era minimo; e si spartivano territori e soldi.

Oggi la pratica richiede anche un po’ di abilità nel costruire l’offerta, nello scrivere una scheda tecnica tanto da far si che la commissione giudicatrice possa dare i punti necessari ed evitare ricorsi e grane di qualsiasi genere.

Ma forse sarà la crisi, forse questo spudorato senso di essere al di sopra di tutto che pervade gran parte della nostra Italia, forse sarà l’arroganza o forse anche un po’ di stupidità per cui si assiste sempre più spesso a qualcosa che se non fosse devastante per la nostra economia e per il lavoro potrebbe anche sembrare la commedia degli equivoci.

Vogliamo raccontarvi la storia di un appalto senza voler esprimere giudizi anche perché  il TAR, dopo aver negato la sospensiva, adesso vuole entrare nel merito.

L’inizio: la Regione Abruzzo indice una gara da 125000,00 euro per “la realizzazione di un nuovo claim, supporto di prodotti grafici e multimediali e proposta di piano mezzi per campagna pubblicitaria”. Attenzione però perchè questa gara, che tutto sommato sembra molto piccola, è  propedeutica ad un impegno, della Regione, per una campagna pubblicitaria tra i 1.300.000,00 e 1.600.00,00 euro. Attenzione perchè questo  è un meccanismo molto diffuso proprio per sottrarsi ad una gara ufficiale ed  un modo perchè chi ha poi vinto la gara dell’importo inferiore possa avere direttamente quella di  importo superiore. I partecipanti alla gara in questione sono 12 .

I criteri di valutazione erano 70 punti per l’offerta tecnica (composta da 40 punti per coerenza della strategia, 20 per il piano mezzi e 10 per la qualificazione e quantificazione del gruppo di lavoro) e 30 per quella economica ( e i punti, in questo caso, sono attribuiti con una formula matematica che privilegia il massimo ribasso).

 Ma cosa accade?

Accade che la prima classificata vince per 10,45 punti sulla seconda ( e con un ribasso del 44%) la quale decide di andare a leggere i verbali della Commissione e qui le cose si complicano perché, per dirla chiaramente, le gare si vincono proprio sui punteggi e se c’è la possibilità, diciamo, di “parlare” con la commissione si sa su quale punto ci si aggiudicherà l’appalto. Questo però richiede che tutto il meccanismo sia perfetto. In questo caso deve essere sfuggito qualcosa ai membri della Commissione poiché  leggendo gli atti si nota come ad un punteggio massimo, per la società che poi ha vinto, corrisponda un giudizio negativo. Ci sono discordanze tra le tavole presentate e le valutazioni  In una tavola si fa esplicito riferimento ad un’altra regione (facendo desumere ch il piano era già stato presentato per altra gara). Forse c’è stata una violazione della par condicio di gara, una violazione dei criteri di interpretazione delle offerte in relazione all’oggetto della gara. Forse.

Ora  è tutto in mano al TAR che deve entrare nel merito. Per fare questo la seconda classificata ha dovuto sborsare 4000 euro,oltre le spese legali ( e questo perché  la manovra finanziaria ha raddoppiato il costo del contributo unificato e pensare che nel 2009 lo stesso contributo era di 500,00 euro!).

Si potrebbe ricorrere anche al Consiglio di Stato senza attendere il TAR ma ci vogliono altri 4000,00 oltre le spese legali e comunque occorrono almeno 2 mesi per avere una sentenza ed  più o meno il tempo che occorrerà al TAR per entrare nel merito.

Nel frattempo la ditta aggiudicatrice potrà firmare il contratto, iniziare i lavori ed essere pronta per il successivo step della gara più corposa.

Conclusione: cosa succederà se chi ha fatto ricorso avesse ragione? Il contratto firmato dall’attuale aggiudicataria sarà valido?

Una riflessione amara: siamo in un momento storico dove la presupponenza della propria forza pensa di poter schiacciare chiunque e anche di rendere la verità un optional. D’altra parte è sempre più difficile battersi per il giusto perché, in ogni settore, la crisi ma anche la paventata soluzione alla crisi, non fa altro che aumentare la diseguaglianza tra le parti e sarà sempre più difficile per una piccola o media impresa partecipare ad una qualsivoglia gara di appalto a meno che non si pieghi agli scambi con i più forti.

Ma soprattutto se continuiamo a far si che le gare siano al massimo ribasso cosa rischiamo? Ad esempio il caso di cui abbiamo parlato  un lavoro di intelletto e chi ha vinto ha espresso un ribasso del 44% il che vorrà dire poca creatività probabilmente. Ma se quel 44% fosse su un appalto di opere pubbliche cosa potrebbe significare?Meno cemento, meno garanzie sul lavoro, meno ferro?

Quindi  sempre più ristretta la possibilità di una libera impresa in un libero mercato.

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

L’immigrazione è un affare

21 settembre 2011,lungo le coste della Calabria, a Bianco, su una bellissima spiaggia, sono arrivati  139  immigrati (di diverse nazionalità  irachena, siriana, turca e afghana) tra cui 19 donne e 40  bambini che hanno raccontato di arrivare dalla Turchia.

Un approdo un po’ fuori dalle rotte classiche dell’immigrazione clandestina che vede l’isola di Lampedusa come centro degli arrivi.

Ma già dallo scorso anno gli investigatori hanno notato che qualcosa sta cambiando nei flussi migratori. Da una parte quella classica che arriva dall’Africa e poi un’altra, gestita managerialmente, quella che arriva da oriente, dalla Turchia ma anche dall’Afghanistan, dal Pakistan.

Un’organizzazione complessa (quasi un multilevel) porta decina di migliaia di uomini da paesi lontani fino nel cuore del’Europa. L’Italia  è spesso solo una tappa di una traversata che magari arriva in Germania, Francia o Scandinavia.

Il costo di questo tour varia tra i 2000 ai 10000 euro (dipende dal luogo di partenza), gli skipper che traghettano questi uomini sono spesso ukraini e le basi di sono in Turchia , nella zona sud quella forse meno conosciuta, tra piccole calette e insenature nascoste.

Si viaggia  su barche a vela, ma anche sui traghetti con camion attrezzati  anche di bagni chimici come scoperto nell’estate del 2010 nel porto di Ravenna!

Le nuove rotte portano verso l’alto Lazio, verso la Romagna, sulla costa jonica della Calabria o verso il Salento. Infatti questa primavera la Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce ha stroncato una grande rete organizzativa ( che arrivava sino al Pakistan) che aveva le sue ramificazioni tra Lecce, Bologna e altre parti d’Italia. 

L’immigrazione  è diventato un business con regole ben precise che vanno dal costo del viaggio,  al suo pagamento quasi sempre con money transfer. I parenti di chi deve partire trasferiscono la somma. Il ricevente dà l’ok e quindi inizia il viaggio..Difficile seguire i soldi perché i punti di ricevimento sono sempre diversi. E con le persone viaggia anche la droga che arriva dalle lontane vallate del Panshir.

Un business di milioni di euro l’anno che vede coinvolti più Paesi,organizzazioni criminali che sono i punti di riferimento locali e  imprenditori che “acquistano” la manodopera .

Perché la manodopera, soprattutto in Italia, viene comperata in barba alla legge Bossi Fini. Come dimostrano le attività investigative, svolte soprattutto in Calabria, ci sono imprenditori che richiedono, ai caporali di zona, immigrati da poter utilizzare, in nero, nelle proprie attività o anche  imprenditori che si prestano a fare richieste ufficiali di lavoratori extra comunitari a fronte di un pagamento, per ogni nominativo, di un minimo di 4000 euro ad un massimo di 7000 per ogni domanda, introitando così somme in nero e soprattutto entrando a far parte del circuito illegale dell’immigrazione e del sommerso. La crisi logicamente acuisce la situazione e il guadagno facile fa valicare il confine della legalità.

La criminalità organizzata,che gestisce in modo totale e radicato il territori, è invece il terminale che aiuta a scegliere i punti di sbarco, conoscendo bene anche la sorveglianza che viene effettuata dalle forze dell’ordine.

In questo modo la criminalità mantiene il dominio della propria area ma riesce anche a rifornirsi di mano d’opera adeguata alle proprie esigenze (che sia traffico di droga,braccia per l’agricoltura o piccola criminalità).

In un’inchiesta della DDA di Reggio Calabria è risultato che alcuni extracomunitari sono stati “utilizzati” per acquistare delle schede telefoniche servite,poi, per le conversazioni con un paese sud americano dove c’era il referente per il traffico di droga. Utenze non rintracciabili e quindi impossibili da intercettare.

Ma il commercio di esseri umani non coinvolge solo l’Italia, logicamente, ed è un fenomeno così ampio che attraversa trasversalmente tutto il mondo e che sta assumendo un valore economicamente impressionante considerando che ci sono aree del mondo che vivono una grande povertà . Un giro d’affari, che secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, supera i 9 miliardi e mezzo di dollari l’anno.

 

(pubblicato su www.malitalia.it e www.lindro.it)

L’Aquila: a processo la Commissione Grandi Rischi

A Campo Imperatore ha già nevicato. Sulla montagna più alta degli Appennini,il Gran Sasso d’Italia, siamo già sotto zero. E L’Aquila,le sue rovine e i suoi abitanti sono proprio lì sotto. Inizia un altro autunno con un processo, quello ai vertici della Commissione grandi rischi. A quei signori che il 31 marzo del 2009 “fornirono alla gente informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica”. L’accusa è di omicidio colposo, lesioni personali colpose e cooperazione nel delitto colposo. Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis, già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione Civile, Enzo Boschi, presidente dell’Ingv, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti,Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto Case, Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova, e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile. E pensare che nel 2007 i ricercatori del CNR (centro Nazionale delle Ricerche) avevano consegnato alla Protezione Civile (quella di Bertolaso il re delle emergenze) uno studio che fissava una probabilita’ del 30%, la piu’ alta in Italia , per un terremoto con magnitudo superiore a 5.3 che sarebbe potuto accadere nella zona de L’Aquila tra il 2008 e il 2012. La Regione Abruzzo aveva commissionato, nel 2006, una ricerca al dipartimento Scienze della Terra dell’Universita’ d’Annunzio di Chieti. Lo studio evidenziava altre due aree dove la pericolosità era maggiore rispetto a quella attribuita a L’Aquila: le zone di Campo Felice-Ovindoli e di Sulmona (che registrò una serie di scosse prima e dopo il terremoto aquilano, con una punta di energia pari a 3.8 di magnitudo).

Tutti  questi dati, nonché le scosse continue da oltre tre mesi, furono messe da parte dalla Commissione Grandi Rischi quel 31 marzo del 2009. Il 6 aprile alle 3.32 un terremoto di magnitudo 5.8 devastò una delle più belle città d’Italia e soprattutto portò via 308 persone.

Ma non è solo la Commissione Grandi Rischi nella lente di ingrandimento della giustizia che ha già  acquisito, nella sede del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, tutta la documentazione riguardante  l’appalto da 13,5 milioni di euro per la fornitura di 7300 dispositivi antisimici (vedi anche inchiesta di Rainews 24 del maggio 2009 di Ezio Cerasi ed acquisita  agli atti della Procura).

Parliamo dei sistemi ‘a pendolo scorrevole’ applicati ad ogni singolo pilastro che consentono l’assorbimento delle scosse sismiche e che fanno parte del famoso progetto CASE (il “miracolo” di cui tanto si è vantato Berlusconi). Si ipotizza che le prove di laboratorio effettuate per la verifica di affidabilità di questi isolatori potrebbero essere incomplete. E questo anche secondo quando dichiarato da Gianmarco Benzoni, uno strutturista italiano che da molti anni è professore alla Università di San Diego in California (lo stato americano che convive con il terremoto e vive nell’attesa del  “Big One”) che  sostiene che “la serie di test deve essere molto più estesa di quelle effettuate all`Eucentre di Pavia perché l`isolatore a pendolo o funziona perfettamente o non funziona affatto”.

Ma questa inchiesta porta alla luce un’altra stranezza: Gian Michele Calvi (imputato quale membro della Commissione Grandi Rischi) è anche Direttore di Eucentre (centro finanziato con 6 milioni di euro da Letizia Moratti) il centro dove si sono svolte le prove sui sistemi “a pendolo scorrevole” ed è sempre Gian Michele Calvi il direttore dei lavori e coordinatore generale del ‘Progetto Case’ e  fra i partners di Eucentre vi sono le due imprese,Fip e Alga, produttrici dei pilastri «a pendolo scorrevole» che sorreggono le new towns aquilane. La giustizia dovrò accertare, attraverso il proprio perito, la esatta tipologia di isolatori che sono stati montati nelle 19 aree del progetto Case, il materiale con il quale sono stati realizzati tali isolatori e se essi sono funzionanti e idonei allo scopo per il quale sono stati messi. E, infine, se essi rispondano alla normativa vigente. Ma soprattutto, forse, perché i controlli sono stati fatti dagli stessi soggetti che hanno promosso o prodotto i 4500 appartamenti per un costo di 13 milioni e mezzo di euro!

L’emergenza all’italiana  è sempre fatta dagli amici degli amici e in questa situazione si capisce bene che c’è chi rideva, la notte del 6 aprile, mentre qualcuno moriva. Di fronte ai soldi non si guarda in faccia nessuno!

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it )

Appalti, il “cuore” del problema

“Tangentopoli  è servita, purtroppo, per migliorare il sistema di corruzione soprattutto negli appalti”. Questa frase, riportata da Nando Dalla Chiesta all’interno di un dibattito su legalità e sviluppo,  la dice lunga su qual sia la situazione oggi nel settore. D’altra parte  su tutti i giornali, in questi giorni, campeggia  il racconto delle vicende che riguardano il presidente Berlusconi ma anche i meccanismi a cui si  è ricorsi per arrivare ad avere appalti, lavori o comunque favori.

Un tempo c’era la segretaria che per fare carriera assecondava le voglie del capo ufficio. Una volta c’erano le case chiuse dove si andava a cercare qualcosa di eccitante e diverso. Oggi tutto questo si è fuso in un sistema di feste, pranzi e cene cambiando anche ruolo e nome a chi le requenta.

Insomma il marketing applicato alla realtà: cosa vuoi? Le donne? E io le metto sul mercato e faccio il prezzo ( un’opera pubblica, una concessione, un vitalizio, un seggio in parlamento).

Ma tornando agli appalti sono sempre stati vitali nell’economia del nostro Paese, dal dopoguerra in poi. Basta ricordare le scene di “Mani sulla città”, film di Francesco Rosi del 1963 e di come veniva gestito lo sviluppo della città.

E dopo sono arrivati i Mario Chiesa, i Craxi, i Gardini , le grandi imprese di opere pubbliche. Nel 1987 si inizia a parlare di “turbativa d’asta”, del cartello che gestiva le gare dell’ANAS e che si divideva i lavori su tutto il territorio nazionale. Tra le imprese di allora qualcuna oggi ha veramente il predominio di alcuni settori di lavori. Allora le riunioni tra imprenditori sembravano quelle dei carbonari, si chiudevano le buste tutti insieme in qualche angolo buio. Poi pian piano non si è  avuta più paura e allora, magari sotto qualche ufficio pubblico, ci si ritrovava, alla luce del sole, per decidere come far andare una gara. Poi arriva Tangentopoli. Mani pulite sembra aver spazzato via il marciume. Ma non  era vero. Il baratto, lo scambio, l’arte di arrangiarsi e fare favori in cambio di qualcosa sembra quasi connaturato al carattere degli italiani.

 Il piccolo imprenditore vuole diventare sempre  più grande e allora si avvicina a quello un po’ più forte di lui, cerca di entrare nel suo giro. Poi capisce che “oliando” un po’ la macchina può avere dell’altro. Inizia così il vortice della corruzione e della collusione. La famosa frase di Franco Evangelisti, deputato DC, “a Frà che te serve?” è diventato il dogma degli appalti, il motivetto che accompagnava lo scambio di favori. E nel tempo di  perfezionato l’ingranaggio. E’ sempre più difficile trovare la prova della corruzione, ma non impossibile e come diceva Giovanni Falcone “follow the money” (segui i soldi)!

La crisi sta intanto stritolando il Paese, il sistema economico, quello creditizio ( con buona pace delle banche che sono state salvate e lo saranno ancora a scapito dei loro clienti). I piccoli sono sempre più piccoli e i grandi sono oramai dei pescecani.  Sono così forti da sentirsi sicuri di poter fare qualsiasi cosa: da manipolare una gara, da potersela costruire a propria immagine e somiglianza ( e questo lo si ritrova anche nei concorsi pubblici). Ma soprattutto sono così forti perché il sistema italiano non dà certezze a chi deve ricorrere alla giustizia. Burocrazia, tempi lunghi ma anche costi così elevati che alla fine rinunci a fare ricorso. Con l’ultima manovra finanziaria un’impresa è  costretta a pagare un contributo unificato per la richiesta di ricorso ad un atto amministrativo, che da luglio ad agosto è passato  da 2.000 euro a 4.000 euro ( solo per  le spese di bolli e carteggi vari). Poi ci sono poi le spese legali. E questo equivale a dire che anche se c’è stata una ingiustificata aggiudicazione (chiamiamola così) se non hai abbastanza soldi da opporti vincerà chi ha imbrogliato.

Quindi se prima, diciamo venti anni fa, comunque il senso di legalità e la voglia di opporsi al malaffare era forte oggi serpeggia lo scoramento per una situazione che sembra senza uscita: solo se hai soldi puoi combattere. E la sensazione che la frase “la legge è uguale per tutti” sia una beffa per chi voglia vivere e praticare la legalità.

 

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
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    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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