Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Donne e libertà: il prezzo è la morte

Domani si celebrano a Milano i funerali di Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia uccisa,la notte tra il 24 e 25 novembre 2009, dall’ex compagno Carlo Cosco, padre di sua figlia Denise. Lea ha pagato con la vita la sua volontà di ribellarsi alla “famiglia”, al concetto di onore,omertà,connivenza che da sempre le era ruotato intorno.
Ma proprio in questi giorni è stata depositata la sentenza relativa al processo per la morte di un’altra giovane donna calabrese che voleva ribellarsi alla sua famiglia. Maria Concetta Cacciola morta il 21 agosto 2011 per aver ingerito acido muriatico. A processo sono andati la madre,Anna Rosalba Lazzaro, il padre Michele ed il fratello Giuseppe.
Già nell’ordinanza di custodia cautelare si leggeva “ Se le pagine del processo che saranno a breve esaminate non fotografassero una realtà brutale e soffocante, si potrebbe credere di leggere l’appassionante scenografia di un film, nella quale una giovane donna di soli 31 anni, madre di tre figli e costretta a vivere una vita che non le appartiene, decide in un anonimo pomeriggio di fine estate di togliersi la vita, ingerendo acido muriatico, nella disperata illusione di poter riacquistare la tanta sognata libertà.”
Una sceneggiatura che ha trovato purtroppo riscontro nei dati del processo che ha portato alla condanna dei familiari di Maria Concetta. Dalla sentenza si legge e si fotografa, in un bianco e nero indelebile, quale è il ruolo della madre. Una madre che a chi, non in fase dibattimentale ma in un colloquio, le fece notare che la figlia,morta, era molto giovane e che aveva avuto il primo figlio a 15 anni, rispose “E che c’è di strano anche io l’ho avuta a 15 anni!”.Come se,visto che era successo a lei perché no alla figlia. Una figlia che prima di morire le scrive e la implora “…..me la prendevo con la persona che volevo più bene.. eri tu e per questo ti affido i miei figli dove non c’è l’ho fatta io so che puoi inc… ma di un’unica cosa ti supplico, non fare l’errore mio… a loro dai una vita migliore di quella che ho avuto io, a 13 anni sposata per avere un po’ di libertà… Dagli quello che non hai dato a me”.
Una madre che viene descritta nelle motivazioni della sentenza così”….come la LAZZARO accompagnasse costantemente Maria Concetta le rare volte in cui quest’ultima usciva di casa curandosi di non lasciarla mai da sola. E tale condotta non può che essere sintomo della consapevolezza con cui l’imputata aveva accettato ed eseguito l’incarico di controllare i movimenti della figlia, che le era stato evidentemente affidato dagli uomini della sua famiglia. La vera e propria adesione della LAZZARO a tale modello comportamentale emerge poi in maniera evidentissima dalle intercettazioni telefoniche e ambientali; prima tra tutte quella del 2 agosto – già citata – in cui Michele CACCIOLA intima alla moglie di seguire la figlia fino al bagno per assicurarsi che non mandasse messaggi (Michele: “Entra con lei dentro che non mandi qualche messaggio” Voce Femminile: “Ah?” Michele: “Che non mandi qualche messaggio”)”.
Gli uomini inseguono l’onore e le donne fanno si che lo mantengano, lo fanno anche “imponendo” la morte alla propria figlia. E a questo partecipano,parenti,amici,avvocati,medici. Tutti pronti a costruire una verità “alternativa” che confuti le parole di Maria Concetta che era diventata un vero problema per la “famiglia”. Il 18 agosto 2011 Maria Concetta (in una intercettazione ambientale)dice alla mamma “Io me ne vado mamma!”Si legge in sentenza “È dunque verosimile che la decisione di eliminarla fosse maturata proprio in quell’ultimo periodo, quando il rischio che scappasse di nuovo aveva reso impellente la necessità di rendere “irrevocabile” la ritrattazione delle sue accuse”…..La sentenza è chiara e netta “…..va osservato come le modalità particolarmente allarmanti della condotta, il dilatatissimo arco temporale in cui la stessa è stata posta in essere e l’intensità del dolo da cui è risultata connotata, non consentono di concedere a nessuno degli imputati le circostanze attenuanti generiche.

E inoltre “Se la causa di morte stricto sensu intesa è innegabilmente quella cristallizzata nel capo di imputazione (più precisamente l’asfissia determinata dall’assunzione di una sostanza altamente tossica a corrosiva), gli esiti dell’istruttoria dibattimentale svolta – a giudizio della Corte – impongono di concludere che la donna non si sia inflitta autonomamente tale atroce morte ma che sia stata, al contrario, assassinata”.

E per la madre, Anna Rosalba Lazzaro la condanna è a due anni ma pur essendo incensurata non le viene concessa la sospensione condizionale della pena “ non essendo favorevole la prognosi in ordine al fatto che ella si asterrà in futuro dal commettere altri reati…”

Alla fine delle 264 pagine della sentenza si legge “Ordina la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica D.D.A. presso il Tribunale di Reggio Calabria per quanto di competenza nei confronti di tutti gli imputati in ordine agli ulteriori reati di cui agli artt.110, 369, 372, 378, c.p., tutti aggravati dall’art.7 del D.L.152 del 13-05-1991 per avere agito con metodo mafioso ed al fine di agevolare l’associazione a delinquere di tipo mafioso denominata ‘ndrangheta, ed in particolare la cosca BELLOCCO-CACCIOLA.”
Un bravo sceneggiatore, o un grande giallista, forse ad un certo punto del libro avrebbe trovato il modo per “redimere” i suoi personaggi. La realtà, in questo caso, è andata oltre e per Maria Concetta i carnefici sono stati i suoi genitori. Ma la fine di questa storia non è ancora stata scritta.

(pubblicato su www.malitalia.it)

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