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Le opposizioni in Siria. Cosa sta accadendo
(di Antonella Appiano)
Le “correnti” dell’Opposizione in Siria. La Conferenza di Dialogo Nazionale e la Conferenza di Istambul.
Le “correnti” dell’Opposizione organizzata sono tre. Due in Patria e una all’estero.
In patria c’è quella dei dissidenti siriani, composta da circa 200 intellettuali indipendenti, che da marzo, si sono dichiarati disposti a tenere aperto il dialogo con la leadershep di Damasco. Circa 200 personalità e intellettuali fra cui il cristiano Michel Kilo, l’alauita Lu’ay Husayn e l’alauita Aref Dalilah. Gli ultimi due, nell’aprile scorso, avevano incontrato Butayna Sha’ban, la Consigliera Presidenziale, in merito alla “Conferenza di Dialogo Nazionale” promossa dal governo, una novità da parte della leadership al potere, che, prima di oggi, non ha mai riconosciuto alcuna forma di dissenso. Durante la conferenza, che si è tenuta regolarmente a Damasco, dal 10 al 13 luglio, il governo ha ribadito l’impegno a intraprendere riforme politiche. Sono stati invitati esponenti dell’opposizione e della società civile, intellettuali, artisiti e religiosi. Ma Michel Kilo, Fayez Sara, Lu’ay Husayn e Aref Dalilah non hanno partecipato dichiarando che “le condizione necessarie per un vero dialogo sono la fine della repressione violenta e la liberazione di tutti i prigionieri politici”.
“Il gruppo di Aref Dalilah” ha proposto al governo una soluzione politica in otto punti. La prima richiesta è appunto la fine delle violenze. E anche una conferenza nazionale in cui siano invitati rappresentati di tutti i gruppi, anche chi organizza le proteste della strada. Questa corrente vuole convincere le autorità di Damasco ad accettare i punti del documento programmatico. E, nello stesso tempo, convincere chi manifesta che, se la leadership accetterà, si aprirà una fase nuova. Il gruppo sottolinea anche il pericolo di un cambiamento parziale, di un “regime change” come è avvenuto in Egitto, dove tuttora non si sono ancora svolte libere elezioni..
La seconda corrente in patria è quella dei“Comitati siriani di Coordinamento locale“, Lccs, una specie di piattaforma che, da maggio, ha riunito gli organizzatori delle manifestazioni anti-regime nel Paese. Anche questo“gruppo” ha proposto un programma politico. In sintesi, chiede, attraverso una transizione pacifica, la fine del mandato presidenziale di Bashar Al- Assad e un cambiamento totale del sistema politico. Secondo un organizzatore della capitale è necessario che le autorità “accettino la richiesta altrimenti il Paese rischia lo scoppio di una guerra civile”. Chi dovrebbe guidare la transizione?
Nel manifesto dei Comitati di coordinamento locale si legge che il compito spetterebbe “ a un comitato composto da rappresentanti civili e militari”, per un per periodo non più lungo di 6 mesi.
Infine c’è l’opposizione all’estero. Molti dei loro esponenti hanno partecipato alla conferenza di Antalya, in Turchia, che si è tenuta dal 31 maggio al 2 giugno. Fra i promotori, i firmatari dell’”Iniziativa nazionale per il cambiamento”. Un gruppo di cira 150 dissidenti siriani- creato da Radwan Zyaada, un 35enne, che vive negli Stati Uniti da 4 anni, ricercatore alla George Washington University- che esclude ogni possibile trattativa con Bashar-al Assad e ne chiede le dimissioni.
Gli oppositori siriani all’estero, circa 300, si sono riuniti di nuovo, sabato 16 luglio in una ”Conferenza di Salvezza Nazionale” ad Istambul , per redigere una road map e creare una “Struttura di coordinamento permanente dell’opposizione”.La conferenza è stata promossa da personalità indipendenti e partiti politici, fra cui, l’avvocato e dissidente storico Haithem Al Maleh. La Turchia – che ospita anche esponenti dei Fratelli Musulmani in esilio- è stata quindi di nuovo sede di un incontro dell’opposizione siriana.
Il cambiamento dell’ atteggiamento del Presidente Erdogan e del suo partito Akp (un partito islamico moderato considerato un modello per una larga fascia dei sunniti siriani e per gli Stati Uniti) nei confronti di Bashar-al-Assad, dopo gli ottimi rapporti degli ultimi anni, secondo alcuni osservatori, è il segnale di una politica espansiva neo-ottomanana del governo di Ankara nell’area del Medio Oriente.
Estela e Diego, due sogni da concretizzare

(di Andrea Meccia da Agoravox)
Diego Armando Maradona ha ospitato nel ritiro della nazionale argentina in Sudafrica Estela De Carlotto, Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Piazza di Maggio), associazione argentina in difesa dei diritti umani candidata al premio Nobel per la pace. Nel 1978, durante i mondiali di calcio svoltisi in Argentina, Maradona era una promessa del calcio nazionale, ma il tecnico Menotti lo lasciò a casa. In quei mesi Estela de Carlotto cercava disperatamente verità e giustizia per sua figlia Laura, sequestrata dai militari argentini nel novembre del 1977, quando era incinta di tre mesi. In Argentina si era instaurata da due anni una feroce dittatura che eliminava gli oppositori politici con il metodo della sparizione. Durante quel mondiale, strumento di propaganda nelle mani del regime, fra il calcio e i diritti umani si giocò una macabra partita. L’incontro e l’abbraccio fra Diego e Estela potrebbe aiutare a fare luce su quel periodo ancora troppo buio?
Nel giugno del 1978 Estela era una insegnante bella ed elegante, sposata con Guido Carlotto, un industriale chimico di origine italiana. Sua figlia Laura aveva 23 anni, studiava Storia all’Università de La Plata, militava nella “Gioventù Universitaria Peronista” e in quei giorni avrebbe dovuto mettere al mondo un bambino. Ma dal novembre del 1977, di Laura non si avevano più notizie. Era scomparsa nel nulla come altre migliaia di militanti politici. In Argentina c’era una dittatura, celata sotto il nome di “Processo di riorganizzazione nazionale”. Il 24 marzo del 1976 il generale dell’esercito argentino Jorge Rafaél Videla, l’ammiraglio della marina Emilio Eduardo Massera (iscritto alla Loggia P2) e il brigadiere dell’aeronautica Orlando Ramón Agosti avevano assunto il potere con un colpo di Stato. Nel giugno del 1978, in Argentina sarebbero arrivate centinaia di giornalisti da tutto il mondo. Per Estela e le altre mamme in cerca dei loro figli desaparecidos, c’era la possibilità di far sentire al mondo intero un grido lacerante di dolore e di disperazione.
Nel giugno del 1978 Diego Armando Maradona aveva quasi 18 anni, capelli folti, classe ed energia da vendere. Lo chiamavano Pelusa. Era già un piccolo dio del calcio, giocava nell’Argentinos Juniors ed era nel giro della nazionale maggiore. Di questa massa di capelli ricci in Argentina si parlava già da tempo. Qualche anno prima una troupe televisiva andò a scovarlo dove viveva con la sua numerosa famiglia, a Villa Fiorito, a Sud di Buenos Aires. Lo fecero palleggiare davanti a una telecamera e misero un microfono davanti a quelle labbra carnose e ben designate. «Il mio primo sogno è giocare un mondiale, il secondo è vincerlo», affermò senza troppe esitazioni quel bambino che con il pallone scriveva poesie d’amore. E l’occasione di realizzare quel sogno si stava presentando pochi mesi prima di compiere 18 anni.
Il 1° giugno infatti, nello Stadio Monumental di Buenos Aires, il Presidente Videla inaugurò «sotto il segno della pace» l’Undicesimo Campionato Mondiale di Calcio. La manifestazione sportiva fu una macchina propagandistica incredibile nelle mani del regime. Non ci sarebbe stata occasione migliore per diffondere nel mondo, l’immagine di un Paese in cui non venivano violati i diritti umani e non venivano commesse violenze. Mentre il giornalista José Maria Muñoz, el Gordo, esclamava: «Noi argentini siamo giusti e umani», donne con un fazzoletto bianco sulla testa cercavano di attirare su di sé le attenzioni della stampa straniera. «Per favore voi siete la nostra ultima speranza», dicevano agli inviati stranieri che assistevano alla loro marcia nella Plaza de Mayo, davanti la Casa Rosada, la sede del governo.
L’Argentina si presentò con una squadra forte e ben assortita e arrivò in finale non senza destare sospetti, soprattutto dopo aver liquidato nella seconda fase il Perù per 6 reti a 0. Il 25 giugno, sempre nel Monumental, un orgoglioso e soddisfatto Videla consegnava nella mani del capitano Daniel Alberto Passarella, roccioso difensore dallo sguardo duro e con il vizio del gol, la Coppa del Mondo. L’Argentina era per la prima volta campione. Aveva battuto per 3 reti a 1 la fortissima Olanda, l’Arancia Meccanica che praticava il calcio totale. Il comunista Luis Menotti, detto el Flaco, aveva guidato la selección albiceleste alla vittoria, lasciando a casa il talento di Villa Fiorito, ritenuto troppo giovane e inesperto per affrontare un mondiale.
A meno di un chilometro dallo stadio del River Plate, la dittatura torturava e ammazzava i dissidenti politici. Sulla lunga e larga Avenida del Libertador, nel quartiere di Nuñez, sorgeva il regno di Emilio Massera, la ESMA (la Scuola di Meccanica della Marina), divenuto uno dei luoghi simbolo della tortura e della repressione. Le grida di gioia del popolo che esaltavano Kempes e compagni, seppellivano le grida di dolore dei detenuti politici.
Il 26 giugno, Laura Carlotto diede alla luce un bambino in un ospedale militare di Buenos Aires, dopo oltre sette mesi di prigionia. Fu madre solo per qualche ora. Il bambino le fu portato via immediatamente e due mesi più tardi fu uccisa dai militari dell’esercito. Estela da quel giorno è nonna, ma fino ad oggi non ha mai potuto accarezzare suo nipote. Quel bambino oggi ha 32 anni, non conosce i suoi veri familiari e non conosce la sua terribile storia.
Pelusa tentò di riprendersi la sua rivincita nel mondiale del 1982, ma gli andò male. Tutt’altra musica nel 1986, quando guidò l’Argentina al secondo successo mondiale, nei Campionati del Mondo del Messico. Con i suoi incredibili gol all’Inghilterra (uno segnato con la mano, l’altro dribblando mezza squadra), restituì orgoglio a un popolo ferito dopo la guerra contro gli inglesi per il possesso delle Isole Malvinas, diventando uno degli uomini più famosi al mondo.
Nel giugno del 2010, 32 anni dopo il “mondiale della vergogna”, Estela De Carlotto, sempre bella ed elegante, è la Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Piazza di Maggio), l’associazione che infaticabilmente va alla ricerca dei bambini nati durante la prigionia delle loro madri. Diego sta per compiere mezzo secolo, ha ancora capelli folti, una barba ingrigita qui e là, porta un orologio per polso e lo accompagna tanta voglia di stupire il mondo. Il calciatore (ex) e l’attivista per i diritti umani lottano ancora per cose diverse ma lo spirito dei mondi che rappresentano oggi non è più così lontano. Almeno in Argentina. Diego e Estela vogliono entrare definitivamente nella storia.
Maradona siede sulla panchina della selección in questi mondiali sudafricani e vuole baciare la Coppa del Mondo anche da allenatore. Estela vuole condurre le Abuelas a Stoccolma, per aggiudicarsi il Nobel per la Pace. I due si sono incontrati e si sono abbracciati davanti ai fotografi nel ritiro sudafricano della nazionale argentina. «Tutti noi argentini vogliamo sapere la verità», le ha detto Diego anche a nome della squadra. «Nel ’78, piangevamo ad ogni gol. Questo mondiale invece ci riempie di speranza», ha risposto Estela. Il calcio in Argentina ha giocato una macabra partita contro i diritti umani nel 1978. La foto che immortala questo abbraccio potrebbe chiuderla? Il mondiale può e deve fare da cassa di risonanza a quest’immagine destinata a fare storia. Comunque vadano le cose.
Italy: New book exposes ‘devastating’ mafia growth
tratto da AdnKronos International
Rome, 26 Jan. (AKI) – Pietro Belziti was 78 years old when he was gunned down in the southern Italian region of Calabria in July last year. He was strolling along a busy street in the town of Piana di Gioia Tauro on a hot summer’s night when he was shot in the back six times by a killer who has never been found.
A new book entitled, ‘MalItalia’ (The Evil Within Italy) says this kind of crime is common in the south of the country where the mafia known as ‘Ndrangheta is becoming more powerful than ever before.
No-one has been found guilty of the crime which was committed in the centre of town in front of everyone. According to the book nobody knew what happened and nobody saw a thing.
But ‘MalItalia’, compiled by Italian journalists Enrico Fierro and Laura Aprati, not only looks at the spread of ‘Ndrangheta but presents a snapshot of the mafia elsewhere in the country, from the Cosa Nostra in the Sicilian city of Trapani to the powerful Camorra in Caserta, outside Naples.
Pitched at young people, ‘Malitalia’ is accompanied by a DVD video and includes accounts of journalists and crime fighters committed to fighting the spread of organised crime.
“The growth of the mafia is devastating,” Aprati told Adnkronos International (AKI) in an interview on Tuesday.
“Economically it has generated enough wealth to cover all of our country’s debts and it could offer unemployment benefits for everyone.
“This economic power determines its role in the social life and businesses of the country and often determines choices about both of them.”
Aprati also spoke about the collusion of the mafia and its penetration of Italian culture.
“It is very subtle,” she said. “So your lawyer or your doctor could be very close to a certain (mafia) clan and you would not know it.
“The mafia is liquid and odourless so it is now inside us more than we think.”
Fierro and Aprati said that in several regions of Italy residents are fighting a war of general indifference.
The book speaks of places and cities, entire areas of major cities, where people live and die as if they were in a war zone.
“There are snipers who shoot, bombs that explode, death squads that carry out sentences executed by secret courts and outside the laws of the state,” the authors said.
One of Italy’s senior anti-mafia prosecutors, Vincenzo Macri, endorsed the book and said it was important to raise awareness about the spread of organised crime from Europe to Australia.
Macri said German police were totally unprepared when six Italians were brutally gunned down in the town of Duisburg in a mafia feud in August 2007.
He said there was a “new emergency” and judicial authorities in Europe and other parts of the world had to recognise the growing clout of organised crime.
Noi perdiamo la guerra contro la Mafia
tratto da Dazebo - di Delphine Saubaber e Anne Le Nir (traduzione di Andrea G. Cammarata)

Storie di mafiosi, eroi e cacciatori
Perché questo libro e questo documentario, Malitalia?
Laura Aprati, Enrico Fierro: Per la necessità di raccontare e di fare conoscere la storia di uomini e donne che ogni giorno vivono con il peso sulle spalle della mafia. Poliziotti, carabinieri, imprenditori, e giovani cercano di testimoniare che si può vivere senza il crimine organizzato combattendolo quotidianamente, con una scelta di vita che spesso ne cambia l’esistenza…
Le loro voci vengono spesso omesse dai giornali. Le loro storie appartengono a regioni e a individui che vengono considerati troppo distanti dagli interessi dei lettori e dei telespettatori. I personaggi che appaiono nel nostro libro e nel nostro documentario, esclusa Dacia Maraini grande scrittrice italiana e Don Luigi Ciotti un prete che ha dedicato la sua vita a combattere il crimine organizzato, non compaiono mai in televisione, considerato che loro stessi protendono a una certa riservatezza.
Come siete arrivati a lavorare su un tema così delicato qual è quello della mafia?
L.A. Ho cominciato a occuparmi di mafia, e ad appassionarmene, la prima volta che sono andata in Sicilia, nell’estate del 1989. Sono arrivata ad Alcamo, uno degli incroci della mafia, per incontrare degli amici che mi hanno introdotto in questo mondo spiegandomi come funzionava il mercato del lavoro, dell’acqua…Studiare e capire gli individui legati alla mafia significa comprendere e capire meglio la storia del nostro paese poiché, dal dopo guerra ad oggi, i boss e la malavita hanno cambiato l’immagine del paese.
E.F. Ho incontrato da giovane per la prima volta la camorra, in un villaggio della Campania a Quindici. Ho capito che bisognava fare qualcosa…Avuta la chance di poter diventare giornalista ho trovato normale e giusto dedicarmi al Sud Italia e alla criminalità organizzata: Cosa nostra, la Camorra, la ‘Ndrangheta. Con semplicità ho raccontato nei miei libri e in centinaia di articoli la violenza, la corruzione politica e le storie di uomini e donne che stanno lottando per una società più giusta fuori da Roma. Ho girato un documentario “La Santa, viaggio nell’ ‘Ndrangheta sconosciuta”, che ha vinto nel 2008 il Globo d’Oro della stampa estera. L’ho fatto con la speranza di compiere un’opera utile.
Diciassette anni dopo l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino, che cosa è cambiato nella lotta alla mafia? Cosa dice la società civile? Voi scrivete questa frase terribile: ” Stiamo perdendo la guerra contro la mafia” Perché?
L.A. : La coscienza civile è molto forte ma è altrettanto vero che, da quando le mafie si sono trasformate, la guerra è diventata ancor più difficile . La mafia come quella del Padrino, quella dei gangsters, dei gruppi armati non esiste più.
La criminalità organizzata al giorno d’oggi si mostra con il volto degli avvocati, dei commercialisti, dei medici, dei professori. I legami fra mafia e società civile sono dunque molto serrati.
E.F. : Stiamo perdendo la guerra contro la mafia perché il governo italiano vuole combattere la criminalità organizzata solo sul piano militare. Se si arresta un killer o un boss ci sono grandi soddisfazioni…Ma nessuno perviene mai alle collusioni politiche ed economiche delle mafie. Quando un uomo politico o istituzioni ufficiali vengono sfiorati dalle inchieste giudiziali, cominciano le noie: i giudici diventano cattivi e comunisti, le inchieste sarebbero frutto di manovre politicizzate e i politici stessi passano per essere delle vittime… Sul piano economico è uguale. E’ il terzo il livello, quello di cui parlava il giudice Falcone, nessuno ci vuole mettere mano, magari perché appartiene alla politica…Se è così allora la mafia ha già vinto.
Voi dite che le Mafie sono divenute “endemiche” e “incurabili”….
L.A.: Endemiche perché esse sono radicate nel territorio. Le mafie si sono trasformate e inserite nell’economia quotidiana e non solamente al Sud, ma anche nel Nord e in Europa ( Germania, Olanda, Spagna…)
E.F.: Incurabili, è probabile, se inteso come concetto attribuito ad una persona che non le vuole combattere.
Parlate molto di ” Borghesia mafiosa”…Cosa significa?
L.A. : Questo modo di dire indica il legame che sussiste fra società civile e crimine organizzato. Nel nostro documentario un pentito spiega che gli imprenditori inizialmente si associano alla mafia e poi a Confindustria. Questa è un’evidenza perché spesso Confindustria rappresenta tutta l’economia di un luogo…I mafiosi non sono più solamente dei killer ma dei professionisti che gestiscono appalti pubblici, o magari funzionari nelle stesse imprese pubbliche, insegnati, medici….
E.F. : Nel Sud la borghesia si è indebolita e ha perso il suo tradizionale ascendente sulla società, la sua posizione di leader dell’opinione…Oggi quel che conta è il denaro, il business. Business che può essere posseduto solo attraverso l’economia criminale. Le recenti statistiche parlano di cifre esorbitanti, gli affari della mafia producono un fatturato di 130 miliardi d’ euro e ricavi da 70 a 80 miliardi. Questa ricchezza ribalta gli equilibri sociali e determina domini esclusivi inauditi nella società, considerato che il 27% della popolazione attiva in Calabria e il 10% in Campania e in Sicilia è impiegato in attività, legali ed illegali, che appartengono alle mafie. In chiaro, si tratta del 10″% della popolazione meridionale.
Avete incontrato numerosi esponenti dell’ anti-mafia, giudici, forze dell’ordine…Vite umane al servizio dello stato, a volte sino alla morte…..Che impressione ne avete ricavato? E’ una vocazione per loro?
L.A. : Sono spesso dei ” corpi estranei” in queste regioni dove il crimine organizzato controlla il territorio. Hanno certamente una vocazione forte. Vivono il loro lavoro con una fede quasi religiosa. Per esempio, il capo della squadra mobile di Trapani che dà la caccia da 17 anni a Matteo Messina Denaro – boss di cosa nostra – vive da cinque anni sotto scorta, ed è obbligato a dormire, per ragioni di sicurezza, in un alloggio della prefettura. Un altro de suoi ragazzi, per diventare poliziotto e poi entrare nella squadra che indaga sui latitanti, ha lasciato l’ università e un lavoro sicuro nello studio commerciale del padre, tutto ciò per seguire la sua fede. Un carabiniere calabrese che viveva nel Piemonte, ha deciso di trasferirsi per entrare nel corpo speciale ” I cacciatori della Calabria”, per lui ne è seguito un isolamento, i vecchi amici non lo volevano più vedere e i paesani se ne tenevano alla larga da lui e dalla sua famiglia, la famiglia ” del carabiniere”, quel ragazzo veniva considerato un “nemico”. Queste persone ci hanno raccontato la loro vita, i loro sogni, la rinunce, ma mai una parola di rimorso sulle loro scelte.
E.F. In Italia e soprattutto al Sud, il senso dello Stato è da ritenersi un fattore sovversivo…
Raccontate la storia allucinante di questo paese della Campania, Quindici, che è vissuto per 40 anni sotto la dittatura di 2 famiglie della Camorra. Cosa fa lo Stato?
L.A. e E.F. : A Quindici, lo Stato era rappresentato da qualche carabiniere che, pur vivendo sotto assedio, ha cercato di fare ostacolo ai clans. Lo Stato di diritto era invece incarnato da una farmacista, Olga Santiello, che insieme a dei giovani intellettuali comunisti ha dato vita ad una lista civica di opposizione alla Camorra. Lo Stato è apparso anche sotto forma di un magistrato, che tuttora vive sotto scorta per aver indagato su quei clans….
Suscitate un preoccupante risvolto in Calabria da parte della ‘Ndrangheta, secondo voi, lì il controllo mafioso è peggio che nella Sicilia degli anni ‘80 e ‘90?
L.A. : Diciamo che oggi i ruoli sono invertiti: fino a 20 anni fa, i mafiosi cercavano di avvicinarsi alle sfere della politica. Adesso si rimettono alla borghesia mafiosa per cercare consenso e voti. Nel nostro documentario, il magistrato Alberto Cisterna spiega che – dal 2005 – in seguito all’ uccisione di Francesco Fortugno, vice presidente della consiglio regionale della Calabria, i politici sanno che confrontandosi con i boss possono rischiare la morte. Le regole del gioco sono cambiate. Secondo Dacia Maraini, questo rapporto così stretto fra i due mondi proviene anche da una cecità dei politici, che hanno pensato di servirsi della criminalità organizzata senza doverne pagare il prezzo. Hanno creduto di potersene liberare facilmente. Che è sbagliato…
E.F:. : La ‘Ndrangheta oggi è l’ organizzazione mafiosa italiana più forte, ricca e potente al livello nazionale e internazionale. A differenza di Cosa Nostra non ha perso tutto il suo sangue nella lotta contro lo Stato. Ha trattato con la politica e le istituzioni, ha stabilito accordi e oggi non ha niente da domandare ai partiti, poiché i boss sono in grado d’imporre i loro propri candidati – figli, nipoti, terze e quarte generazioni mafiose.
Ormai, dopo il massacro di Duisburg, in Germania, che ha visto morire sei giovani italiani la notte del 15 agosto 2007, non si può più dire che l’Europa non sia toccata dal fenomeno…
L.A: e DE.F: : Paesi come la Germania, l’Olanda o la Spagna sono indubbiamente basi operative, come anche L’Australia e il Canada. In Francia, ci sono certamente degli appoggi e c’è anche il caso specifico di Bernardo Provenzano che si faceva curare a Marsiglia. Le ramificazione sono ovunque…La Svizzera è la banca dei tesori finanziari della ‘Ndrangheta. Molti paesi hanno sottovalutato il fenomeno.
Fintantoché arriva denaro che crea possibilità d’investimento nessuno dice nulla. Se il livello d’allerta sale, spesso è solo perché ci sono stati fatti eclatanti. Così fu in Germania, dopo le uccisioni di Duisburg.
I mezzi giuridici sono all’altezza della lotta alla mafia?
L.A. : Il problema è spesso lo scarto fra la legge e la sua applicazione. In oltre il codice penale non è stato adattato ai cambiamenti della mafia. Le leggi concernono più che altro alla parte “militare” della mafia, ma non sono mai state aggiornate per i delitti di ” borghesia mafiosa” . Le estorsioni prevedono pene massimo fino a 5 anni e in qualche caso si rischia solo un’ ammenda. Gli strumenti di procedura mancano e manca anche una seria volontà di applicare la legge. Soprattutto per colpire la nuova mafia.
E.F: Sotto i diversi governi Berlusconi, gli attacchi alla magistratura sono stati frequenti. Attacchi ideologici, poi politici e legislativi. Numerose leggi sono state svuotate della loro sostanza. Le procure delle zone più sensibili sono state devitalizzate.I magistrati attaccati fino a tal punto da essere trattati come pazzi o comunisti. In fine, gli organi d’inchiesta giudiziale sono stati privati di mezzi finanziari e risorse umane.
Segni di speranza, malgrado tutto…?
L.A. Il nostro libro fotografa la realtà del nostro paese e dell’Europa, ma il titolo porta anche a una riflessione su degli elementi incoraggianti: Don Luigi Ciotti e la sua associazione antimafia Libera, che gestisce diversi beni confiscati alla Mafia e dà lavoro a diversi giovani del Sud, i giovani della “Gurfata” di Locri, in Calabria, che lavorano come giullari per liberarsi dal giogo delle famiglie mafiose e pagarsi un’istruzione che li renderà più liberi. C’è anche un allevatore che ci ha incontrato, che denuncia i suoi estorsori con il rischio di portare la sua attività al fallimento. Antonio Britella a Trapani, boss mafioso, che ha deciso di collaborare con la giustizia senza lasciare la sua città e senza scorta, poiché ” La gente di trapani deve capire che si può vivere senza la Mafia”…La speranza sono ” i cacciatori” che continuano a rinunciare ad una vita normale per fare sì che la legge sia la normalità e non un’eccezione.
E.F.: Il Sud d’Italia è il Paradiso e l’inferno. E’ popolato di vili, di complici e di carnefici, ma anche di eroi come non ne troviamo in alcuna parte del mondo. Ci sono magistrati che hanno donato la loro vita, poliziotti, carabinieri, ma anche semplici cittadini, lavoratori, intellettuali. Esattamente, delle persone che hanno scelto di restare dalla parte dell’onestà. La speranza di un futuro migliore, sono loro.
Nous perdons la guerre contre la mafia
tratto da L’Express.fr – di Delphine Saubaber, Anne Le Nir
Pour la première fois dans son histoire criminelle, la ‘Ndrangheta, la mafia calabraise, s’est attaquée début janvier à un tribunal de cette région du sud de l’Italie. C’est une véritable guerre qui s’y joue, chaque jour, tout comme en Sicile ou en Campanie, expliquent deux journalistes italiens interviewés par LEXPRESS.fr.
Dans la nuit du 2 au 3 janvier, le tribunal de Reggio, en Calabre (sud de l’Italie), a été touché par un attentat. Cet avertissement, qui n’a pas fait de victimes, est pris très au sérieux par les autorités italiennes: la dynamite visait le parquet le plus important d’Italie. Le plus sensible, aussi, celui qui est aux prises avec la mafia devenue le plus puissante en Europe: la ‘Ndrangheta calabraise. Pour la première fois dans son histoire criminelle, elle s’attaquait à des locaux de la justice…
En 2009, 49 criminels de la ‘Ndrangheta, dont 11 mafieux figurant sur la liste des 30 criminels les plus dangereux de l’Italie, ont été arrêtés, des biens d’une valeur d’environ 800 millions d’euros de l’organisation ont été saisis… Ce qui n’a pas plu aux boss…
Voilà de quoi rehausser, de manière brûlante, l’actualité d’un livre et d’un documentaire qui viennent de sortir en Italie, Malitalia: histoires de mafieux, de héros et de chasseurs (Ed. Rubbettino). Les journalistes Laura Aprati et Enrico Fierro nous racontent l’impitoyable guerre qui se joue, chaque jour, en Calabre, en Sicile, en Campanie, dans l’indifférence. La vie blindée de ces hommes qui vouent leur vie, au sens strict du terme, à la chasse aux fugitifs. Et les mutations souterraines d’une mafia en col blanc, qui frappe parfois au coeur d’une Europe encore circonspecte… Interview.
Pourquoi ce livre et ce documentaire, Malitalia?
Laura Aprati et Enrico Fierro: Pour la nécessité de raconter, de faire connaître des histoires d’hommes et de femmes qui, chaque jour, vivent avec le poids de la mafia sur les épaules. Policiers, carabiniers, entrepreneurs, jeunes qui en Sicile, en Calabre et en Campanie, cherchent à témoigner que l’on peut vivre sans le crime organisé, en le combattant au quotidien, par un choix de vie qui change bien souvent toute une existence…
Leurs voix ne sont pas relayées dans les journaux. Leurs histoires touchent des régions et des individus considérés comme trop éloignées du lecteur ou du téléspectateur moyen. Celles qui figurent dans le livre et dans notre documentaire, à part Dacia Maraini, la plus grande femme écrivain italienne aujourd’hui, et Don Luigi Ciotti, un prêtre qui a dédié sa vie à combattre le crime organisé, n’apparaissent pas à la télé. D’autant que nos personnages ont tendance à fuir les projecteurs.
Comment en êtes-vous arrivés, tous les deux, à travailler sur un thème aussi délicat que la mafia?
L. A.: J’ai commencé à m’occuper de la mafia, et à me passionner, la première fois que je suis allée en Sicile, en 1989. Cet été-là, je suis arrivée à Alcamo, un des carrefours de la Mafia, pour y rencontrer des amis qui m’ont introduite dans ce monde, m’expliquant comment fonctionnait le marché du travail, de l’eau… Après, à la télévision, j’ai été amenée à évoquer des histoires et des individus liés à la mafia. Les étudier et les comprendre veut dire aussi pénétrer au plus profond de notre pays car les mafias, de l’après-guerre à aujourd’hui, ont changé à l’image du pays en général.
E. F.: J’ai rencontré, étant jeune, la Camorra pour la première fois dans un village de la Campanie, Quindici, et j’ai compris, alors, qu’il fallait faire quelque chose… Ayant eu la chance de pouvoir devenir journaliste, j’ai trouvé normal et juste de me dédier au Sud de l’Italie et à ses plaies criminelles: Cosa Nostra, la Camorra et la ‘Ndrangheta. Avec simplicité, j’ai raconté dans des centaines d’articles, des livres, la violence, la corruption politique, des histoires d’hommes et de femmes luttant pour une société plus juste au-delà de Rome. J’ai tourné un documentaire La Santa, voyage dans la ‘Ndrangheta inconnue, qui a remporté le Globe d’Or de la presse étrangère, en 2008, avec l’espoir d’avoir fait oeuvre utile.
Dix-sept ans après l’assassinat des juges Falcone et Borsellino, qu’est ce qui a changé dans la lutte anti-mafia? Qu’en dit la société civile? Vous écrivez cette phrase, terrible: “Nous sommes en train de perdre la guerre…” Pourquoi?
L. A.: La conscience civile est plus forte mais il est aussi vrai que la guerre est devenue très dure car les mafias se sont transformées. La mafia des films comme Le Parrain, avec les fusillades, les groupes armés, les gangsters, cela n’existe plus. La criminalité aujourd’hui offre le visage propre des avocats, des experts-comptables, des médecins, des professeurs.. Les liens tissés entre la société civile et la mafia sont donc serrés… En Calabre et ailleurs, des femmes, filles et soeurs de mafieux sont institutrices et professeurs; elles enseignent, “éduquent” beaucoup de jeunes sur leur lieu d’origine. C’est un exemple parmi d’autres.
E. F.: Nous sommes en train de perdre la guerre car le pouvoir italien estime qu’il vaut mieux combattre les mafias sur un plan militaire. Quand on arrête un tueur ou un boss de niveau moyen, on est tous d’accord et on fait de grandes manifestations… mais personne ne touche à la collusion économique et politique des mafias.
Quand un homme politique ou des institutions de officielles sont effleurés par des enquêtes, les ennuis commencent: les juges deviennent “mauvais” et “communistes”, l’enquête est le fruit de manoeuvres politiciennes, le politique passe pour une victime… Dans le champ économique, c’est pareil. Le troisième niveau, celui dont parlait le juge Falcone, personne ne veut y toucher, peut-être parce qu’il est déjà inscrit dans la société et la politique italienne. Si c’est ça, la mafia, alors elle a gagné.
Vous dites que les mafias sont devenues “endémiques” et “incurables”…
L. A.: Endémiques car elles sont enracinées dans le territoire: elles se sont transformées et insérées dans l’économie quotidienne et pas seulement dans le Sud, mais aussi dans le Nord et en Europe (Allemagne, Holllande, Espagne…)
E. F.: Incurables, peut-être, au sens d’une maladie que personne ne veut combattre.
Vous parlez beaucoup de “bourgeoisie mafieuse”… Qu’est ce que cela signifie?
L. A.: Ce terme indique le lien qui peut exister entre la société civile et le crime organisé. Dans le documentaire, un repenti explique ainsi que les entrepreneurs s’associent d’abord à la mafia et après à la Confindustria [l'organisation patronale, équivalente du Medef en France]. On touche là à l’évidence au noyau dur, parce qu’elle représente souvent toute l’économie d’un lieu… Les mafieux ne sont plus seulement des tueurs mais des professionnels qui gèrent les appels d’offres publics, qui sont fonctionnaires dans des entreprises publiques, enseignants, médecins…
E. F.: Dans le Sud, la bourgeoisie s’est affaiblie, perdant sa traditionnelle emprise sur la société, sa position de leader d’opinion… Aujourd’hui, ce qui compte c’est l’argent, le business. Qui peuvent être seulement possédés par l’économie criminelle. Les statistiques récentes parlent d’un chiffre d’affaires des mafias italiennes de 130 milliards d’euros et d’un bénéfice de quelque 70 à 80 milliards. Cette richesse-là peut bouleverser les équilibres sociaux, déterminer des formes de commandement totalement inédites dans la société, surtout s’il est exact que plus de 27% de la population active en Calabre, 12% en Campanie et 10% en Sicile est employée dans les activités, légales et illégales, de la mafia. En clair, il s’agit de 10% de la population méridionale.
Vous avez rencontré de nombreux combattants anti-mafia, juges, policiers… Des vies au service de l’Etat, parfois jusqu’à la mort… Quelles impressions en gardez-vous? Est-ce une vocation, pour eux?
L. A.: Ils sont souvent des “corps étrangers” dans ces régions où le crime organisé contrôle le territoire. Ils ont une vocation forte. On les a souvent comparés à des religieux car leur rapport au travail est comparable à la foi. Il y a, par exemple, ce chef de la Squadra mobile de Trapani, en Sicile, qui depuis dix-sept ans chasse le dernier chef de Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro: il vit sous escorte depuis 5 ans, se voit obligé de dormir, pour raisons de sécurité, dans un logement de la préfecture de Police. Il y a le chef de son équipe de capture des fugitifs qui, pour devenir flic, a quitté l’université, la sécurité d’une étude commerciale avec son père, pour suivre “sa foi”. Il y a ce carabinier calabrais aussi: alors qu’il vit dans le Piémont, il décide de retourner sur sa terre pour entrer dans le corps spécial des “Chasseurs de Calabre”; à son propre isolement – ses anciens amis ne veulent plus le voir-, d’ajoute celui de sa famille, tenue à distance des autres citoyens car c’est la famille “du carabinier”, donc de l’ennemi. Ils nous ont raconté leur vie, leurs rêves, renonciations. Mais ils n’ont jamais une parole de remords sur leur choix.
E. F.: En Italie et surtout dans le Sud, le sens de l’Etat est un facteur subversif…
Vous racontez l’histoire hallucinante des habitants de ce village de Campanie, Quindici, qui a vécu durant quarante ans sous la dictature de deux familles de la Camorra. Que fait l’Etat…?
L. A. et E. F.: A Quindici, l’Etat était représenté par ces quelque carabiniers qui, en vivant pratiquement assiégés, ont essayé de faire obstacle aux clans. L’Etat de droit était aussi incarné par cette pharmacienne, Olga Santaniello, qui s’est jointe à de jeunes intellectuels communistes pour réunir une liste démocratique d’opposition à la Camorra. Il apparaissait sous les traits d’une femme magistrate, enfin, qui vit toujours sous escorte avec ses enfants pour avoir enquêté sur ces clans…
Vous dépeignez une collusion préoccupante avec la politique, comme en Calabre, où, selon vous, le contrôle mafieux est pire que dans la Sicile des années 1980-90?
L. A.: Disons qu’aujourd’hui, les rôles sont inversés: jusqu’à il y a vingt ans, les mafieux cherchaient à se rapprocher des sphères politiques. Maintenant, elle s’en remet à la bourgeoisie mafieuse pour chercher le consensus et les votes. Dans le documentaire, le magistrat Alberto Cisterna explique comment, aujourd’hui, en Calabre, les politiques, après la mort de Francesco Fortugno [vice-président du Conseil régional de Calabre assassiné en 2005] savent qu’en se confrontant aux boss, ils peuvent mourir.
Les règles du jeu ont changé. Selon Dacia Maraini, ce rapport si étroit entre les deux mondes provient aussi du manque de vision des politiques, qui ont pensé pouvoir se servir de la criminalité organisée sans devoir en payer le prix. Ils ont cru pouvoir s’en libérer facilement. Ce qui est faux…
E. F.: La ‘Ndrangheta aujourd’hui est l’organisation mafieuse italienne la plus forte, riche et puissante au niveau national et mondial. A la différence de Cosa Nostra, elle n’a pas perdu tout son sang dans une lutte absurde contre l’Etat. Elle a traité avec la politique et les institutions, établi des accords, et aujourd’hui elle n’a plus besoin d’aller le chapeau à la main voir les partis car les boss sont en mesure d’imposer leurs propres candidats — fils, neveux, les troisième et quatrième générations mafieuses.
Désormais, après le massacre de Duisburg, en Allemagne, qui a vu mourir six jeunes Italiens dans la nuit du 15 août 2007, on ne peut plus dire que l’Europe n’est pas touchée…
L. A. et E. F.: Des pays comme l’Allemagne, les Pays-Bas ou l’Espagne sont indubitablement des bases opérationnelles, tout comme l’Australie et le Canada. En France, il y a certainement des appuis pour les hommes en transit ou, comme on l’a vu pour Bernardo Provenzano [ex-chef de Cosa Nostra allé se faire soigner à Marseille], des soins médicaux spécifiques. Les ramifications sont partout… La Suisse est la banque de nombreux trésors financiers de la ‘Ndrangheta. Et beaucoup de pays ont sous-évalué le phénomène.
Tant qu’arrive de l’argent frais qui permet d’investir, personne ne dit rien. Si le niveau d’alerte monte parfois, c’est seulement parce qu’il se produit soudain un fait éclatant. Ce fut le cas en Allemagne, après la tuerie de Duisburg.
Les outils juridiques sont-ils à la hauteur de la lutte anti-mafia?
L. A.: Le problème est souvent l’écart entre la loi et son application. Par ailleurs, le code de procédure pénale n’a pas été adapté aux changements des mafias. Les lois concernent plus la partie “armée” des mafias mais elles n’ont pas toujours été mises à jour pour couvrir les délits de la “bourgeoisie mafieuse”. La concurrence illicite ou les escroqueries entraînent un maximum de 5 ans de prison et, dans quelques cas, on risque seulement une amende. Les instruments procéduraux manquent. Une sérieuse volonté d’appliquer les lois aussi. Surtout pour frapper la nouvelle mafia.
E. F.: Sous les différents gouvernements Berlusconi, les attaques contre la magistrature ont été fréquentes. Attaque idéologique, puis politique et législative. De nombreuses lois et décrets ont été vidés de leur substance. Les parquets des zones les plus exposées sont dévitalisés. Les magistrats, attaqués, au point d’être traités de fous ou de communistes. Les organes d’enquête, enfin, ont été privés de moyens financiers et humains.
Des signes d’espoir, malgré tout…?
L. A.: Notre livre photographie la réalité de notre pays et de l’Europe mais le titre se veut aussi une réflexion sur les éléments encourageants: Don Luigi Ciotti et son association antimafia Libera, qui gère beaucoup de biens confisqués à la mafia et donne du travail a beaucoup de jeunes du Sud, les jeunes de la “Gurfata” de Locri en Calabre qui travaillent comme jongleurs pour ne plus être sous le joug des familles mafieuses et pouvoir se payer une instruction qui les rendra plus libres.
Il y a aussi cet éleveur que nous avons rencontré, qui dénonce ses extorqueurs au risque de mener son activité à la faillite; Antonio Birrittella a Trapani, chef mafieux qui a décidé de collaborer avec la justice sans quitter sa ville et sans escorte, car “les gens de Trapani doivent comprendre qu’on peut vivre sans la mafia”… L’espoir, ce sont aussi “les chasseurs” qui continuent de renoncer à une vie normale pour que la loi soit la normalité et non l’exception.
E. F.: Le Sud de l’Italie est le paradis et l’enfer. Peuplé de lâches, de complices et de bourreaux, mais aussi de héros comme on n’en trouve dans aucune autre région du monde. Des magistrats y ont donné leur vie, ainsi que des policiers, des carabiniers, mais aussi de simples citoyens, travailleurs, intellectuels. Autant de gens qui ont choisi de rester du côté de l’honnêteté. L’espoir d’un futur meilleur, c’est eux.
Walt Whitman Thinks You Need New Jeans
di Seth Stevenson – tratto da Slate.com
A stirring new ad campaign from Levi’s.
The Spot: A neon sign that says “America” is half-submerged in floodwater. A scratchy voice recording plays in the background—a man reciting a poem. In a series of intercut, black-and-white scenes, we see fireworks, children playing in run-down neighborhoods, an embattled business executive surrounded by an angry mob, and young people frolicking in blue jeans. “Go Forth,” reads a banner two people hold aloft as they run. A Levi’s logo pops up on the screen.
The previous Levi’s ad campaign was titled “Live Unbuttoned.” It featured smiling, attractive people dancing around to jumpy pop music. Watching those ads now, it seems clear they were conceived before the fall 2008 financial plunge. They already feel irrelevant—an attempt to capture a zeitgeist that’s evaporated.
In December 2008, Levi’s ditched its old ad agency and signed on with Wieden + Kennedy (the talented ad makers responsible for creating many of Nike’s epic, stirring, one-minute anthems). The spots that W+K came up with—this new campaign is labeled “Go Forth”—have been running since the summer in movie theaters and, increasingly, on television. From the moment we see that “America” sign half-sunk in inky water, we know we’re watching something new. The campaign inhabits a different universe from the one depicted in “Live Unbuttoned.”
For one thing, it’s a universe in which the ever-present soundtrack is Walt Whitman poetry. This spot uses a wax cylinder recording believed to be audio of Whitman himself reading from his poem “America.” The second spot in the campaign employs a recording of an actor reading Whitman’s “Pioneers! O Pioneers!”
Whitman is an involuntary spokes-celebrity here, and perhaps you deem this ad a desecration of all he stood for. I can’t say I blame you. But were you forced to choose a clothing line for our favorite barbaric yawper to rep, you might choose this one. Levi’s is the rare American brand that was actually around when Whitman was alive. And there’s logic to this match between a quintessentially American poet and a quintessentially American product. Whitman’s verse allows Levi’s to evoke not only its proud history but a forward-looking present—the pioneering, American mindset that Whitman captured and that Levi’s hopes to embody.
(And I’d always wondered what it would look like if stylish music videos were set to classic poetry. Now I know. I eagerly anticipate the MTV poem-video awards. “Yo, Walt, I’m really happy for you—I’ma let you finish, but Philip Larkin had one of the best poem-videos of all time!”)
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