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	<title>Laura Aprati</title>
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		<title>Vita da operaio</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 17:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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Guglionesi 23 agosto. Una giornata d’altri tempi. Tempi che sembrano sepolti dal “grande fratello” imperante nella società italiana. Il 23 agosto è l’occasione per vivere un pomeriggio indimenticabile. Una delle fan, tramite facebook, del  libro/documentario “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”, organizza la presentazione nel teatro di questo piccolo paese, vicino a Termoli. Circa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2213" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2213"><img class="alignleft size-full wp-image-2213" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/09/quarto-stato.jpg" alt="" width="243" height="200" /></a></p>
<p><strong>Guglionesi 23 agosto. Una giornata d’altri tempi. Tempi che sembrano sepolti dal “grande fratello” imperante nella società italiana.</strong> Il 23 agosto è l’occasione per vivere un pomeriggio indimenticabile. Una delle fan, tramite facebook, del  libro/documentario “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori”, organizza la presentazione nel teatro di questo piccolo paese, vicino a Termoli. <strong>Circa 3000 abitanti molti dei quali sono</strong> <strong>operai nello stabilimento FIAT.</strong></p>
<p>Decido di accettare l’ospitalità di Lucia e suo marito che mi vengono a prendere in stazione a Termoli e mi portano nella loro casa, una casa della Fiat, perché qui la Fabbrica Italiana Automobili Torino è anche questo. Entro in un piccolo mondo fatto di ordine, cortesia, calore. Tre ragazzi, Antonino Andrea e Pierpaolo, mi aspettano per il pranzo- pollo arrosto peperoni e insalata. Mi sento a casa, come se ci fossi stata sempre lì con loro. Si respira la dignità di una famiglia italiana normale : un solo stipendio, un po’ di campagna da coltivare, il rispetto per i genitori che sono riusciti a dare un tetto ad ognuno dei quattro figli. <strong>Al caffè ci raggiungono Antonino e Maria, i suoceri di Lucia. Lui operaio Fiat in pensione, 33 anni passati nell’azienda molti dei quali come sindacalista prima della FLM e poi FIOM, lei  (chiamata da tutti Nilde Iotti) una battagliera casalinga che ha sempre seguito il marito ed allevato i figli avuti da giovanissima “ a ventuno anni li avevo già tutti e quattro”.</strong></p>
<p>Una coppia d’altri tempi ma che non ha perso il senso della realtà, che ha seguito i cambiamenti della società. Modesta ma fiera. Antonino racconta della visita di Pertini, il Presidente partigiano, e di Gianni Agnelli allo stabilimento di Termoli. L’unica volta che la proprietà si è fatta vedere quaggiù. Lo sciopero di 30 giorni davanti ai cancelli è lontano nel tempo. <strong>Oggi anche qui la FIAT licenzia ma organizzare uno sciopero è più difficile, anche un giorno è un costo troppo grande per chi ha un unico stipendio per “reggere” una famiglia e lo conferma Gianluca il figlio, operaio FIAT “per successione” e sindacalista per lo stesso motivo</strong>. Nonni attenti verso i nipoti che trattano come persone grandi. Si parla di tutto intorno a quella tavola: di politica, scuola, televisione…….con quella normalità che sembra quasi desueta in una società dove gli argomenti più gettonati sono  X Factor e veline.</p>
<p>Due generazioni a confronto ma la stessa dignità. Maria mi chiede se mi può dare del tu perché mi dice “siamo tutti uguali,no?”.</p>
<p>La sera sono tutti presenti al teatro, con i 3 nipoti e Antonino, che non ha dimenticato le abitudini di sindacalista, fa un giro della sala e conta rapidamente i presenti.</p>
<p><strong>La notte dormo nel letto ceduto da uno dei ragazzi. Me ne vado, la mattina dopo, accompagnata dal loro sorriso e da una carezza sul cuore.</strong></p>
<p>(pubblicato su <a href="http://www.malitalia.it">www.malitalia.it</a>)</p>
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		<title>Siculiana “tra le righe” e “un libro tra le mani”</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 17:01:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2179" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2179"><img class="alignleft size-full wp-image-2179" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/08/siculiana11.jpg" alt="" width="364" height="279" /></a>Siculiana aveva colpito Alberto Moravia, rimasto affascinato dai suoi tetti. Ma  per molti è nota per le cronache relative alle infiltrazioni mafiose. Per le “famiglie” che avevano i loro affari all’estero ( soprattutto Canada e Stati Uniti). Due anni di commissariamento e poi a maggio le elezioni e il nuovo Sindaco. Si riparte da una donna,come in altri due comuni siciliani. Maria Giuseppa (Mariella per tutti) Bruno ha voluto subito dare un segnale, con la sua giunta, per un futuro diverso per il piccolo centro dell’agrigentino. Un premio letterario,“Torre dell’orologio”, ed una settimana dedicata alla cultura <strong>&#8220;Siculiana tra le righe&#8230; un libro tra le mani&#8221;, </strong><strong>con una madrina d’eccezione come Simonetta Agnello Hornby. La scrittrice, avvocato dei minori nel Regno Unito, è una discendente della famiglia Angello proprio originaria di Siculiana.</strong><strong> </strong></p>
<p>E così a 700 anni dalla sua fondazione, Siculiana riparte dalla cultura e dalla “parola scritta”.Nel raccontare la “Malitalia” ci piace anche segnalare la sua controparte, “Ma l’Italia”, quella che si batte per una società diversa, che crede che la conoscenza sia un investimento fruttifero con il quale sconfiggere anche il crimine organizzato.</p>
<p>Cerchiamo di capire come e perché Mariella Bruno è diventata  Sindaco e dove vuole arrivare.</p>
<p><strong><em>Lei è una delle 3 donne sindaco elette nell’ultima tornata elettorale. La sua è una scelta o una sfida?</em></strong></p>
<p>Anzitutto è stata una scelta condivisa con un gruppo formato in prevalenza da giovani e strutturata secondo un progetto ben definito. Progetto che ho condiviso con entusiasmo nella consapevolezza che molto si può fare perché questo paese esca  dallo stato di abbandono e appiattimento  in cui  si trovava. La nostra idea mira, da un lato ad una rinascita socio- culturale e, dall&#8217;altro,  allo sfruttamento delle tante risorse naturali presenti nel nostro territorio, che ha una vocazione turistica innata ma poco sviluppata. E&#8217; stata anche una sfida non solo perchè donna in un contesto in cui la politica è stata patrimonio esclusivo degli uomini,  ma anche perchè sono fermamente convinta che un futuro migliore per Siculiana è possibile e la mia Amministrazione ha le carte in regola per potere lavorare bene</p>
<p><a rel="attachment wp-att-2180" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2180"><img class="alignleft size-medium wp-image-2180" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/08/Immagine-019-400x300.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a> <strong><em>Siculiana è stata commissariata per infiltrazioni mafiose. Quanto è difficile amministrare un comune con questo passato? Quali sono, secondo lei, i pericoli maggiori?</em></strong></p>
<p>Siculiana è stata commissariata per mafia ,però il fenomeno non è radicato qui più che altrove.E&#8217; chiaro che esistono dei centri di potere che caratterizzano la realtà siciliana in genere e, per un comune che vuole puntare al turismo quale principale risorsa economica , l&#8217;immagine riveste una notevole importanza ed il passato che ci troviamo a gestire certamente non ci  aiuta. Ma  siamo determinati e convinti  ad imprimere un nuovo corso al paese, evidenziando tutte le positività presenti.Il maggiore pericolo è che questo nostro impegno non venga recepito dai siculianesi, con il rischio che non avvenga il processo di emancipazione culturale necessario affinchè il nostro lavoro possa produrre i risultati che ci attendiamo.</p>
<p><strong><em>Omertà, collusioni, compiacenze. Come dice Don Luigi Ciotti bisogna “togliere l’acqua di cui il pesce si alimenta”. Quanto è cresciuta in Sicilia la consapevolezza della legalità? O siamo solo ad una legalità “sostenibile”?</em></strong></p>
<p>Io credo fermamente che, oggi, i siciliani abbiano una maggiore consapevolezza del concetto di legalità, perchè non posso credere che il sacrificio di grandi uomini sia stato vano. Sono, altresì, consapevole che ancora molto ci sia da fare poichè , ancora oggi, ci sono, purtroppo, fenomeni riconducibili alla mafia che impediscono l&#8217;affermazione completa del concetto di legalità, quale elemento fondante della nostra società. Comunque, io interpreto la mia vittoria  come manifestazione della volontà di cambiare  dei siculianesi e mi fa riflettere sul fatto che , quando un progetto è credibile può imprimere segnali importanti.</p>
<p><strong> </strong><strong><em>Si parla di educazione alla legalità. Della cultura come strumento di crescita. E’ per questo che ad un mese dal suo insediamento ha dato vita a </em></strong><strong><em>&#8220;Siculiana tra le righe&#8230; un libro tra le mani&#8221;? </em></strong><strong><em>E cosa spera di ottenere?</em></strong><strong> </strong></p>
<p>Nessun processo di rinnovamento e sviluppo economico può affermarsi senza il supporto di una valida crescita culturale.L&#8217;idea del concorso letterario è un primo passo in questa direzione.Il fatto che una scrittrice del calibro di Simonetta Agnello Hornby abbia sposato a pieno la nostra idea mi inorgoglisce e mi fa bene sperare che la strada intrapresa sia quella giusta.</p>
<p>Un altro scampolo di Italia diversa da raccontare e conoscere.</p>
<p>(pubblicato su <a href="http://www.malitalia.it">www.malitalia.it</a> il 31 agosto 2010)</p>
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		<title>Libero Grassi</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 03:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2173" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/08/libero-grassi-400x266.jpg" alt="" width="400" height="266" />Per ricordare Libero Grassi e la sua lotta contro il “pizzo” non servono le nostre parole, che suonano spesso vuote o retoriche, bastano le sue:<strong> “Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia</strong>. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. <strong>Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.</strong></p>
<p>Così scriveva il commerciante palermitano in una lettera pubblicata, dal Giornale di Sicilia, il 10 gennaio del 1991. Sette mesi dopo, il 29 agosto alle 7.36, morirà sotto i colpi della mafia. Uno degli esecutori, Marco Favaloro, così descrive l’omicidio “&#8230; Salvino Madonia mi disse allora di trasferirmi sulla sua automobile affiancando quella di Libero Grassi che era posteggiata sotto casa. Da una borsa prese due pistole, una piatta e una a tamburo e Madonia mi raccomandò di tenere il motore acceso e lo sportello anteriore destro aperto per facilitare la fuga. <strong>Quando quell’uomo uscì dal portone dell’edificio dove abitava, Madonia scese dall’automobile con la pistola nascosta in mezzo ad un giornale, gli si avvicinò e sparò tutti i colpi della pistola, quindi rientrò in macchina e fuggimmo”</strong>.</p>
<p>Libero Grassi era un uomo dalla schiena dritta, onesto, che non arretrò mai neanche di fronte alle minacce e che pose all’attenzione dell’opinione pubblica quello che tutti sapevano ma di cui nessuno voleva parlare: il pizzo. Condannò pubblicamente il giudice istruttore di Catania, Luigi Russo, per la sentenza del 4 aprile del 1991 con la quale veniva sancito che “non è reato pagare la protezione ai boss mafiosi”. Il pizzo contro cui si è battuto Libero Grassi era e rimane una base sostanziosa dell’economia mafiosa. Nel tempo anche l’esazione della protezione ha cambiato pelle, adesso “bravi” commercialisti aiutano negozianti, imprese a contabilizzare il tutto come un costo, dimostrando così anche il “buon cuore” dei vari boss che è vero che ti chiedono i soldi ma ti fanno anche la consulenza per poterlo scaricare dalla contabilità!</p>
<p>Certo la morte di Libero Grassi ha mosso le coscienze. Dopo di lui molti sono stati di esempio come Vincenzo Conticello, Rodolfo Guajana. E’ nato Addiopizzo,<strong> ma la battaglia è ancora lunga e oggi, più che mai, si combatte a livello sociale, culturale e non solo repressivo. Non c’è bisogno che il Ministro Maroni, coppola in testa, dica “attenti a me”. Loro non hanno paura di lui!</strong></p>
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		<title>Tempo di pomodori</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 03:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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Quando arrivi in  Molise hai l’impressione di essere in una regione tranquilla, serena, immune dal malaffare. Per molti è ancora parte dell’Abruzzo, così come era prima del 1970. Ma appena ti addentri ti rendi conto che la realtà è un’altra: imprese casertane che hanno in mano il mercato delle costruzioni. Siciliani che cercano rifugio nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2167" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/08/pomodori-ammassati-400x300.jpg" alt="" width="400" height="300" /></p>
<p>Quando arrivi in  Molise hai l’impressione di essere in una regione tranquilla, serena, immune dal malaffare. Per molti è ancora parte dell’Abruzzo, così come era prima del 1970. Ma appena ti addentri ti rendi conto che la realtà è un’altra: imprese casertane che hanno in mano il mercato delle costruzioni. Siciliani che cercano rifugio nelle aree interne sperando di sfuggire agli ergastoli. <strong>E’ una regione cuscinetto, una testa di ponte tra la “Capitanata” foggiana e la provincia di Caserta.</strong> Uno snodo per il traffico di rifiuti provenienti dalla Campania che arriva a Pozzilli, Termoli, Venafro e che vedrebbe coinvolta la ditta Caturano (di cui si trovano tracce anche nell’operazione “RE MIDA” della Procura di Napoli). Una Regione dove in un piccolo centro come <strong>Guglionesi ( circa tremila abitanti) si è dovuto bonificare un sito ( un ex azienda per l’allevamento di lombrichi) riempito di rifiuti tossici. L’operazione è costata alla comunità circa 2 milioni di euro!</strong></p>
<p>Uno snodo per il traffico e la gestione degli immigrati, soprattutto in agricoltura. Uno snodo “fantasma” per braccia da vendere nei campi di pomodori. In quei campi dove due anni fa (il 29 luglio del 2008)  morì, in un canale stradale, <strong>Georghe Radu, clandestino ucciso da un malore e dalla paura dei suoi “colleghi” che  lo trascinarono fuori dal campo e lo lasciarono, solo, in una cunetta a finire la sua vita, come un cane, come un reietto. </strong></p>
<p>Un recente rapporto dice che in Molise  gli immigrati sono circa 7.500 unità (di cui  5.358 compresi tra la città la capoluogo, Campobasso, e il resto della sua provincia). Provengono in gran parte da  Romania, Polonia, Albania, Marocco e Ucraina e il 75% è donna. E questo è il periodo della raccolta del pomodoro e così il Basso Molise e la Capitanata  ( dove si raccolgono oltre 2 milioni di pomodori) accolgono oltre <strong>quindicimila braccianti che in maggioranza lavorano in nero ( con una paga media di circa 2,5 euro l’ora e di cui un terzo va al “caporale”).</strong></p>
<p>E con la stagione della raccolta dell’oro rosso ( come lo chiamano tutti) si presentano problemi vecchi e nuovi. Storie di uomini e donne che arrivano in Italia per trovare una nuova vita. Storie di piccoli agricoltori “strozzati” dalle grandi aziende e dai business della criminalità.</p>
<p><strong>L’accoglienza agli immigrati è in Molise completamente assente</strong> perché non esiste alcuna politica verso di loro mentre in Puglia sono stati costruiti 4 alberghi diffusi e installati 20 cisterne per l’acqua oltre ai bagni chimici. Il punto è che il costo per notte, negli alberghi, è di 8 euro (circa la metà del guadagno di un giorno!)</p>
<p><strong>La vendita del prodotto che per la maggior parte va ad aziende campane</strong><br />
E in questa stagione 2010 la crisi si fa sentire forte e chiara. «La colpa è degli industriali che lasciano marcire il prodotto nei campi». Secondo la Cia «dietro c’è un cartello di imprese di trasformazione, industriali e grossisti che impone le stesse condizioni capestro a tutto il Mezzogiorno. La colpa è degli industriali che lasciano marcire il prodotto nei campi». «I contratti non vengono onorati – aggiunge il vice sindaco di Guglionsesi, Lucarelli – le nostre aziende si appoggiano a industrie campane che stipulano degli accordi ma poi non li rispettano. Come? Ad esempio mandano meno TIR di quelli che ne dovrebbero giungere per trasportare il prodotto. Oppure arrivano con giorni di ritardo, e si sa che il pomodoro dopo la raccolta si deteriora in fretta. In questo modo valutano il prodotto meno di quanto vale. Per farla breve, se nel contratto c’è scritto che ti devono 5, ti danno due. E per gli agricoltori c’è anche il problema delle quote di pomodoro da raggiungere, minimo 750 quintali per ettaro, senza i quali non hanno diritto ai contributi europei».</p>
<p><strong>E poi c’è il fenomeno dei falsi braccianti</strong>. Con 15 euro si può diventare braccianti e ottenere l’indennità di disoccupazione agricola. Un meccanismo sperimentato per esempio già a Rosarno ( e che in qualche modo è parte della famosa rivolta del gennaio scorso). Un imprenditore fa lavorare in nero degli extracomunitari e i contributi vengono “venduti” ai falsi braccianti, che potranno poi ricevere l’indennità. Una truffa bella e buona che permette anche di drogare il mercato del lavoro regolare, dove il lavoratore “vero” è costretto a pagarsi da solo i contributi per l’indennità di disoccupazione agricola. Cosa rispondere, infatti, ad un datore di lavoro che dice: ”tu vuoi lavorare da me? Dato che posso avere manodopera a 20 euro ti pago fino a 30 euro e i contributi te li versi tu”?</p>
<p>A tutto ciò si aggiunge che questa sarà l’ultima estate con i sussidi dell’Ue: 1000 euro a ettaro al produttore. E così il lavoro nero, la sopraffazione di chi ha bisogno di lavorare (regolare o irregolare che sia) sarà sempre più forte e “<strong>il piede dei giganti schiaccerà il cuore</strong>” degli ultimi, di chi è senza difesa, stretti tra la morsa della camorra e di imprenditori senza scrupoli.</p>
<p>(pubblicato il 28 agosto 2010 su <a href="http://www.malitalia.it">www.malitalia.it</a> e <a href="http://www.strozzatecitutti.info">www.strozzatecitutti.info</a>)</p>
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		<title>Grazie di esistere</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 11:22:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Siclia]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Massimo Gramellini )
La spiaggia di Mazzaforno, vicino a Cefalù, è una spiaggia come poche, nel senso che la natura si è particolarmente impegnata nel farla bella, ma è una spiaggia come tante: fra lattine, cartoni e materassini abbandonati, ogni mattina d’estate assomiglia a una discarica. Una di quelle spiagge in cui i bagnanti arrivano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2163" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2163"><img class="alignleft size-full wp-image-2163" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/08/images.jpg" alt="" width="270" height="187" /></a>(di Massimo Gramellini )</p>
<p><strong>La spiaggia di Mazzaforno, vicino a Cefalù, è una spiaggia come poche, nel senso che la natura si è particolarmente impegnata nel farla bella, ma è una spiaggia come tante: fra lattine, cartoni e materassini abbandonati, ogni mattina d’estate assomiglia a una discarica</strong>. Una di quelle spiagge in cui i bagnanti arrivano, guardano, si adeguano. Nel peggiore dei casi gettano qualcosa sulla sabbia anche loro. Nel migliore borbottano: contro gli spazzini che non spazzano, i poliziotti che non puniscono, i politici che se ne infischiano. E i tempi &#8211; oh, i tempi! &#8211; che non sono mai quelli di una volta. Succede così pure a Mazzaforno. Soltanto che lì c’è la signora Grazia. Che non si adegua e non borbotta. Ma ogni mattina d’estate china la schiena e, munita di guanti e sacchi neri, incomincia a raccogliere le tracce della maleducazione altrui.<br />
Perché lo fa? Abita poco lontano e la spiaggia di Mazzaforno è l’angolo di terra che le è stato affidato. Certo gli spazzini, certo i poliziotti, certo i politici: per non parlare dei tempi. Però a lei le colpe del mondo non sembrano una buona ragione per limitarsi a denunciarle senza fare niente. Lei fa. Quel poco che può, che poi è tanto, è tutto, perché chi pulisce davanti a casa propria, dice il proverbio, è come se pulisse il mondo intero. <strong>Grazie di esistere, Grazia. E grazie a Elisabetta e Giovanni, i lettori che mi hanno raccontato questa piccola, infinita storia di un’Italia che si rifiuta di deprimersi ed è ancora capace di reagire.</strong></p>
<p><em>Pubblicato su La Stampa del 26 agosto 2010</em><em> </em></p>
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		<title>In viaggio con “Malitalia”</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 21:32:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“E’ la prima volta che possiamo parlare liberamente di questa cosa, della ‘ndrangheta”. Così con poche e semplici parole alcuni ragazzi di un liceo della Calabria delle Serre inizia un colloquio fitto e serrato. Fatto di domande, di curiosità, di accuse ma anche di “confessioni”. Il proprio vicino di casa,“che è un boss ne sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a rel="attachment wp-att-2157" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2157"><img class="alignleft size-full wp-image-2157" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/08/viaggio.jpg" alt="" width="260" height="194" /></a>“E’ la prima volta che possiamo parlare liberamente di questa cosa, della ‘ndrangheta”.</em></strong> Così con poche e semplici parole alcuni ragazzi di un liceo della Calabria delle Serre inizia un colloquio fitto e serrato. Fatto di domande, di curiosità, di accuse ma anche di “confessioni”. Il proprio vicino di casa,“che è un boss ne sono sicuro”, e la sua statua di Padre Pio fatta perché tutti si fermino e si facciano il segno della croce. Il figlio del boss, compagno di studi, con cui dividere l’abituale rito del passeggio pomeridiano. Con una ragazza che angosciata dice <strong><em>“ ma io cosa posso fare? Non voglio passeggiare con lui….ma non ho il coraggio di fare niente. Rimango qui come se nulla fosse”.</em></strong> L’atto di accusa più forte è per i loro genitori “A casa se chiedo a mio padre di spiegarmi lui dice che non c’è niente da spiegare”. Si sentono esclusi. Loro vorrebbero ribellarsi ma sono frenati dalle loro stesse famiglie oramai abituate a “convivere” con i boss, i capibastone.</p>
<p>Una realtà, la loro, che parla già attraverso i luoghi, le case, le strade. Un costruttore una volta  disse “ quando arrivi in un territorio guarda le case, come sono costruite, cosa hanno intorno. Sono la fotografia economica e sociale della gente che lo vive”. Basta entrare in alcuni paesi calabresi e vedere gli scheletri delle case, l’abusivismo dilagante, i teli di plastica alle finestre. Sono l’istantanea di una regione ferita nel suo profondo, nella dignità e nel fisico. <strong><em>Anche la difficoltà nei collegamenti sembra quasi volerla isolare, escludere.</em></strong></p>
<p>Una situazione che non è solo calabrese anche se in questa regione “senti” la difficoltà anche solo a  parlare di ‘ndrangheta. Una paura fisica. Una paura atavica. Una paura fatta a immagine della propria vita.</p>
<p>Ma anche i ragazzi siciliani, soprattutto quelli della parte occidentale quella della mafia “dura e pura”, hanno sempre timore a parlare, ad esporsi. Ad un convegno all’Università d Trapani su “donne e mafia” solo qualche studente, nessuna domanda. Un silenzio irreale e poi qualcuno ti sussurra che chi  non ha partecipato lo ha fatto  “perché è di una famiglia mafiosa” <strong><em>e il silenzio sembra quasi una forma di rispetto nei confronti del boss locale.</em></strong></p>
<p>Ma anche Ostia, sul litorale romano, ha le sue paure, le sue reticenze che cadono quando soprattutto i ragazzi “sentono” che non li tradirai e così si aprono e ti fanno conoscere la presenza mafiosa sul litorale laziale. Le macchine bruciate. I genitori che non sanno che fare, come proteggere i figli e poi magari rinunciano alla piccola impresa, costata fatica e sacrifici, per non rischiare qualcosa di peggio.</p>
<p>E le stesse paure e timori si trovano a Monselice, in provincia di Padova, dove ti ascoltano, ti scrutano e poi piano piano il fiume in piena del racconto, delle storie  anche di chi è dovuto fuggire dal Sud e con le nostre parole si sente riportato all’inferno.</p>
<p><strong><em>Un filo conduttore  unisce il viaggio di Malitalia da Casal di Principe, a Reggio Calabria, a Trapani, a Castglione della Pescaia,</em></strong> spiaggia Toscana frequentata da chi si sente “fuori” dal crimine. E come è bello vedere la terrazza sul mare riempirsi di giovani e anziani. Ed è bello vedere spuntare dietro la siepe le teste di chi vuole ascoltare magari senza farsi vedere…..<strong><em>Perchè il filo conduttore è la voglia di conoscere, di capire cosa sta succedendo. </em></strong>Perché tutti sanno che le mafie hanno cambiato pelle e si trovano tra noi nella vita di tutti i giorni: sono commercialisti,medici, ingegneri, bancari…..</p>
<p>Ma oltre la conoscenza l’altro filo rosso che unisce l’Italia del Friuli a quella della Sicilia è, con una frase di Corrado Alvaro, <strong><em>“l’inutilità di essere onesti</em></strong>”. Drammatica, profonda sensazione che governa il pubblico che ascolta le storie di Malitalia, che ci ha accompagnato a Termoli. Terracina, Alcamo o Forlì. Una sensazione tanto forte che spesso viene gridata, le facce si alterano per la commozione. E’ come vedere la loro anima accartocciarsi, spegnersi. Loro, le tante persone che abbiamo incontrato, vogliono ascoltare ed essere ascoltate. Sentirsi parte di un progetto. Non sentirsi soli a combattere il mulino dell’illegalità e della collusione. Non vogliono sentirsi diversi o “fessi” perché scelgono la via dell’onestà.</p>
<p><strong><em>Vogliono poter parlare e non essere solo partecipi di una serata in cui qualcun altro è l’attore.</em></strong></p>
<p>Ogni incontro ti regala una storia: amara o dolce non ha importanza. E’ un pezzo di quella Italia che non si arrende, che lotta anche contro le evidenze e che piano piano sta prendendo coraggio, forse quello della disperazione, ma sempre coraggio è.</p>
<p>E così uno scrittore, con un passato da bancario, racconta quando, direttore di una filiale di una cittadina ligure, viene portato a Napoli, nella casa di un boss, per un consiglio finanziario. Un segreto seppellito dentro di sé per quasi 20 anni. O il papà di un nostro collaboratore che vive adesso a Terracina, ma che viene dalla zona del casertano e che ha vissuto sulla sua pelle l’estorsione, l’intimidazione, la prevaricazione. Un mondo che aveva voluto dimenticare e che suo figlio ha riportato a galla. Ma adesso si sente dalla parte dei buoni, non si sente più solo.</p>
<p>O la storia di una giovane attrice richiamata nella sua terra, dopo l’omicidio di Francesco Fortugno  a Locri, per preparare uno spettacolo da portare a Duisburg. Le trema la voce quando dice <strong><em>“ sono rimasta senza parole quando, in Germania, siamo stati ospitati in un albergo degli Strangio Pelle, quelli della faida, e la sera della prima erano lì tra le autorità a battere le mani”.</em></strong></p>
<p>Un racconto che ha aspettato tre anni prima di uscire fuori. Lo ha raccontato la sera del 15 agosto proprio in terra di Calabria. Per dire che si può parlare. <strong><em>Che la parola, come diceva Ennio Flaiano, “convince, la parola placa”.</em></strong></p>
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		<title>Fino in fondo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 11:04:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Pietro Grasso da Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori)
Nella vita sembra che uno faccia delle scelte ma è lei stessa che ti porta a farle. Un giorno mi chiamò il Presidente del Tribunale di Palermo per nominarmi giudice a latere del maxiprocesso. Ne parlai a casa con mia moglie e le dissi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2151" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/08/grasso.jpg" alt="" width="284" height="177" />(di Pietro Grasso da <a href="http://www.malitalia.it" target="_blank">Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori</a>)<br />
<strong>Nella vita sembra che uno faccia delle scelte ma è lei stessa che ti porta a farle</strong>. Un giorno mi chiamò il Presidente del Tribunale di Palermo per nominarmi giudice a latere del maxiprocesso. Ne parlai a casa con mia moglie e le dissi di scegliere democraticamente <em>“ma se non vado a fare il maxiprocesso abbandono la magistratura, non avrei il coraggio di tornare tra i miei colleghi”</em>. E così nell’autunno dell’85 iniziai ad avere la scorta e da allora la mia vita è cambiata ma bisogna accettare con serenità quanto il destino ti offre. Pensi di essere tu a scegliere ma non è mai così.</p>
<p><em><strong> “Noi siamo come una casa allagata e togliamo l’acqua con lo straccio, ma mentre noi facciamo tutto questo, c’è qualcuno che ha pensato di chiudere i rubinetti?”.</strong></em> Questo mi ha detto,sconfortato,  un mio sostituto qualche tempo fa. Ma noi dobbiamo continuare perché sono  tante le persone uccise dalla mafia e le riflessioni sul passato devono indurre a migliorare il presente e, poi, per non morire di mafia è  necessario analizzare il fenomeno, parlarne, discuterne. Il silenzio, di oggi, è il  migliore alleato, di domani, della criminalità organizzata e rende i cittadini meno liberi.</p>
<p>E la  lotta alla mafia non può essere fatta solo di repressione  occorrono misure sociali e civili, prima di tutto per il sud.  E soprattutto bisogna incidere, fortemente, nei rapporti tra crimine organizzato e pubbliche amministrazioni. Purtroppo la politica locale, lo testimoniano i consigli comunali sciolti per mafia (182 e alcuni più di una volta), è soggetta a questa infiltrazioni. E quindi bisogna tagliare, spezzare per sempre questi legami.</p>
<p><strong>Tutto questo è difficile, in un momento di crisi di risorse cui sopperiamo con la qualità degli uomini. Ma dobbiamo continuare fino in fondo</strong>.</p>
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		<title>Nino Agostino: una morte ancora misteriosa</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 06:54:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il mio diario]]></category>
		<category><![CDATA[Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Nino Agostino]]></category>

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		<description><![CDATA[Villagrazia di Carini, un caldo giorno dell’estate del 1989. Il 5 agosto Nino Agostino e sua moglie Ida,al quinto mese di gravidanza, vengono uccisi dinanzi ai propri familiari.
Il padre Vincenzo è un signore garbato, ostinato che non si arrende di fronte al dolore più grande che possa colpire un genitore, sopravvivere al proprio figlio. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-2145" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2145"><img class="alignleft size-medium wp-image-2145" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/08/nino-agostino-152x300.jpg" alt="" width="152" height="300" /></a>Villagrazia di Carini, un caldo giorno dell’estate del 1989. Il 5 agosto Nino Agostino e sua moglie Ida,al quinto mese di gravidanza, vengono uccisi dinanzi ai propri familiari</strong><strong>.</strong></p>
<p>Il padre Vincenzo è un signore garbato, ostinato che non si arrende di fronte al dolore più grande che possa colpire un genitore, sopravvivere al proprio figlio. La sua barba bianca è la testimonianza del suo non volersi arrendere, della sua ostinazione.</p>
<p>Vive solo per scoprire chi  ha ucciso Nino, Ida e la nipotina che stava per arrivare. Un pentito, Oreste Pagano ha raccontato che ad un matrimonio,in Canada, ha sentito raccontare di questo omicidio  da Alfonso Caruana (boss siculo-canadese di Cosa Nostra)” sono stati uccisi perché il poliziotto aveva scoperto i collegamenti tra le cosche ed alcuni componenti della questura. Anche la moglie sapeva e per questo morì”</p>
<p>Questi collegamenti che Nino aveva scoperto forse portavo al collega Guido Paolilli, iscritto nel registro degli indagati in seguito ad una conversazione intercettata con il figlio nella quale parlava delle carte, chiuse nell’armadio di Nino, che lui aveva distrutto?<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Questi collegamenti sono legati forse, come le ultime indagini mettono in evidenza, al fallito attentato, all’Addaura, a Giovanni Falcone il 20 giugno 1989?</strong></p>
<p><strong> </strong>Certo la morte di Nino e Ida aspetta ancora oggi la verità. La aspettano anche papà Vincenzo e mamma Augusta. <strong>La cercano anche per non credere che per lo Stato ci siano morti di serie A e quelli di serie B. La aspettano per non sentirsi traditi proprio da chi dovrebbe proteggerli e dargli giustizia.</strong></p>
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		<title>Napoli, giornalismo in svendita e senza schiena dritta</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 06:52:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Vincenzo Iurillo)
Della rabbia di Brunella, giornalista vessata e sottopagata del napoletano, abbiamo già riferito. Poi purtroppo il suo caso non è isolato. E bisognerebbe anche chiedersi il perché.
Qualche giorno fa ho incontrato un giornalista napoletano esperto in temi ambientali, Fabrizio Geremicca. Giovane, brillante, in gamba, documentato, dalla penna frizzante e dal pensiero intelligente. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2139" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2139"><img class="alignleft size-full wp-image-2139" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/08/giornalisti.jpg" alt="" width="271" height="186" /></a>(di Vincenzo Iurillo)</p>
<p><strong>Della rabbia di </strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/10/sfruttati-e-sottopagati-non-ce-solo-il-bavaglio/38341/"><strong>Brunella</strong></a><strong>, giornalista vessata e sottopagata del napoletano, abbiamo già riferito</strong>. Poi purtroppo il suo caso non è isolato. E bisognerebbe anche chiedersi il perché.</p>
<p>Qualche giorno fa ho incontrato un giornalista napoletano esperto in temi ambientali, Fabrizio Geremicca. Giovane, brillante, in gamba, documentato, dalla penna frizzante e dal pensiero intelligente. In un paese normale non avrebbe difficoltà a ottenere un buon contratto in una testata di livello e a vivere bene del proprio lavoro. A Napoli, mi ha confessato, accumulando diverse collaborazioni riesce a malapena a racimolare una cifra che non sarebbe sufficiente a pagare l’affitto di una casa dignitosa.</p>
<p><strong>Il mercato dell’informazione a Napoli è un disastro. Secondo Fabrizio, una delle principali colpe è nei giornalisti napoletani, responsabili di una forsennata corsa al ribasso delle tariffe professionali. In parole povere, si svendono per ragioni con le quali è difficile dirsi d’accordo</strong>. E mi fa un esempio, da lui pubblicato su un blog: “Chiacchierando con un collega che collabora al sito internet del Corriere del Mezzogiorno, un giornalista che ha superato da un pezzo la trentina, ho appreso che scrive e non è pagato. Lavora, cerca notizie, va in giro, le verifica e non percepisce un centesimo. Gli ho chiesto perché lo facesse. Mi ha risposto che così rimane nel giro e poi è meglio scrivere gratis, sperando che qualcosa accada in futuro, che non scrivere affatto. Stiamo parlando del sito internet di uno dei tre principali quotidiani cittadini. Lo stesso giornale remunera gli articoli dei collaboratori con 15 euro a pezzo. Nessun rimborso spese, nessun compenso per le foto. Altrove, mi raccontano, nelle altre redazioni cittadine, la situazione non è migliore. Spesso è addirittura peggiore”. Conclusioni di Fabrizio, che condivido in pieno: “Se queste sono le condizioni di lavoro, se ci sono giornalisti che scrivono gratis, se le remunerazioni dei pezzi compensano appena le spese, la qualità dell’informazione è destinata inesorabilmente a calare a picco. <strong>Il precario senza diritti e senza prospettive, se non di subire per anni uno sfruttamento sistematico, nel miraggio di un contratto, difficilmente sarà un professionista dalla schiena dritta, capace di resistere a condizionamenti e pressioni”. In pratica, andrà verso l’autobavaglio. Per il quale non c’è bisogno di fare una legge.</strong></p>
<p><em>(da Il Fatto Quotidiano 4 agosto 2010)</em></p>
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		<title>Gli elettori senza potere</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 08:56:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Granata]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Michele Ainis &#8211; La Stampa 28 luglio 2010)
C’è un fantasma nella nostra scena pubblica: la legge elettorale. La sua riforma non ha mai occupato i desideri della maggioranza di governo, ora non interessa più nemmeno all’opposizione. Perché dovrebbe? È così comodo manovrare un esercito di soldatini di piombo travestiti da parlamentari.
Niente capricci, niente alzate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2130" title="totò" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/07/totò.jpg" alt="" width="258" height="195" />(di Michele Ainis &#8211; La Stampa 28 luglio 2010)</p>
<p><strong>C’è un fantasma nella nostra scena pubblica: la legge elettorale</strong>. La sua riforma non ha mai occupato i desideri della maggioranza di governo, ora non interessa più nemmeno all’opposizione. Perché dovrebbe? È così comodo manovrare un esercito di soldatini di piombo travestiti da parlamentari.</p>
<p>Niente capricci, niente alzate d’ingegno: altrimenti la volta prossima te ne rimani a casa, anche se la tua pagina su Facebook conta un popolo di lettori e di elettori. E poi nell’agenda politica incalzano altre urgenze, altre questioni: la manovra finanziaria, le intercettazioni, il federalismo, l’università. Perché mai dovremmo attardarci sugli alambicchi del maggioritario o del proporzionale?</p>
<p><strong>Eppure c’è un nesso tra i funerali della legalità e il battesimo della nuova classe dirigente. Basta misurare le reazioni dei politici finiti sotto torchio. Verdini: una congiura mediatica. Cosentino: un complotto giudiziario. Brancher, Dell’Utri, Caliendo: idem. E comunque l’essenziale è mantenere la fiducia del Capo, chissenefrega dei giornali. Tanto è lui, soltanto lui, che decide il tuo posto in Parlamento. L’insubordinazione, ecco il delitto più infamante.</strong></p>
<p>Per i disobbedienti s’agita il randello dell’epurazione, oggi dal Pdl contro il finiano Granata, ieri dal Pd verso Riccardo Villari, dal Pdci verso Marco Rizzo, da Idv verso Nicola D’Ascanio, dalla Lega con una lista di proscrizione lunga come l’elenco del telefono. D’altronde Bossi l’ha detto chiaro e tondo, inaugurando nei giorni scorsi la sezione di Travedona Monate: «chi pianta casino è fuori dal partito». Berlusconi usa un linguaggio più tornito, ma anche per lui la «lealtà» costituisce la prima virtù dei suoi parlamentari. Insomma ai padroni del vapore sta a cuore la fedeltà, non certo l’onestà. <strong>Le nomine si fanno per appartenenza, non per competenza. Sicché gli incompetenti disonesti sono ormai il grosso della nostra classe dirigente.<br />
</strong></p>
<p>Negli Stati Uniti o in Inghilterra non succederebbe. Lì, se un deputato viene sorpreso con le dita nella marmellata, la sua constituency gli sbatte la porta in faccia senza troppi complimenti, e lui poi difficilmente trova un altro collegio elettorale. Lì l’accountability, la responsabilità dell’eletto verso l’elettore, è l’olio che fa girare il motore democratico. Lì la reputazione dei politici è come la verginità: quando l’hai persa è per sempre, non c’è chirurgo plastico che tenga. Noi, in Italia, questa medicina non l’abbiamo mai bevuta. Neanche ai tempi della Dc, un partito che ha pietrificato per 45 anni ogni alternanza di governo. Sarà che abitiamo in un Paese cattolico, dove il confessionale monda ogni peccato. Sarà l’eredità delle corporazioni medievali, un mondo dove il mestiere dei padri spettava di diritto ai figli, senza concorrenza, senza ricambio d’uomini e di idee. Ma certo dal 2005, da quando abbiamo in circolo questa legge elettorale, lo spettacolo è scaduto ulteriormente. Servirebbe l’uninominale, uno contro uno. Servirebbe la possibilità di revocare gli eletti immeritevoli. Invece la politica italiana ha revocato gli elettori.</p>
<p><a href="mailto:michele.ainis@uniroma3.it">michele.ainis@uniroma3.it</a></p>
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		<title>Tiziano Terzani: giornalismo e potere</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 07:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>
		<category><![CDATA[Terzani]]></category>

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		<description><![CDATA[(Tratto da Malitalia &#8211; di Nicola Lillo)
È bello poterlo immaginare seduto con le gambe incrociate, la schiena dritta. La barba lunga e bianca, i capelli legati. I vestiti candidi, che fanno un tutt&#8217;uno con l&#8217;uomo. Un mantello rosso gli copre le spalle, mentre sorseggia il tè, appena preparato nella sua piccola “gompa” costruita sull&#8217;Appennino Tosco-Emiliano. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2120" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/07/terzani.jpg" alt="" width="276" height="182" /><strong>(Tratto da <a title="Malitalia. Tiziano Terzani" href="http://www.malitalia.it/2010/07/tiziano-terzani-giornalismo-e-potere/" target="_blank">Malitalia</a> &#8211; di Nicola Lillo)</strong></p>
<p><strong>È bello poterlo immaginare seduto con le gambe incrociate, la schiena dritta. La barba lunga e bianca, i capelli legati</strong>. I vestiti candidi, che fanno un tutt&#8217;uno con l&#8217;uomo. Un mantello rosso gli copre le spalle, mentre sorseggia il tè, appena preparato nella sua piccola “gompa” costruita sull&#8217;Appennino Tosco-Emiliano. A Orsigna, piccolo paesino in provincia di Pistoia; il suo Himalaya.</p>
<p>Una terra ricca di colori, odori e spiritualità.</p>
<p>Sono sei anni che Tiziano Terzani ha lasciato il suo corpo, come amava dire. Ed è in periodi di crisi come quelli che stiamo vivendo che si sente di più la sua mancanza.</p>
<p><strong>Un giornalista “sui generis”, viaggiatore instancabile. Reporter, fotografo e, alla scoperta del cancro, un uomo diverso, nuovo, capace di far riflettere con poche e semplici parole.</strong></p>
<p>Era questo e tanto altro Tiziano. Impossibile da definire, impossibile da inquadrare. Sempre sorprendete, coinvolgente, emozionante.</p>
<p>Ma, nonostante oggi non ci sia più, a noi giovani, che non abbiamo ancora superato la soglia degli “anta”, aspiranti giornalisti e non, ha lasciato un bagaglio di insegnamenti sconfinato.</p>
<p><strong>Il giornalismo per Terzani era una missione. “Una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé!</strong> Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all&#8217;idea di essere vicini al Potere, di dare del &#8220;tu&#8221; al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo”. Un concetto che, oggi più che mai, deve essere fatto proprio dai giornalisti o da aspiranti tali.</p>
<p>Ma Tiziano non solo di informazione si è occupato. La scoperta del cancro lo ha portato a compiere un percorso inconsueto, inaspettato. Forse considerato un po&#8217; “folle” per noi occidentali, legati ai nostri guadagni, alla nostra casa, a tutto quello che ci circonda: alla materialità. Trascorse mesi sull&#8217;Himalaya. Senza alcuno al suo fianco. Alla ricerca di se stesso.</p>
<p>E da questa esperienza è nato un Terzani differente, nuovo, “spirituale”. E tanti sono gli insegnamenti che noi giovani possiamo trarre dalle sue parole.</p>
<p><strong>Dalla forza e dalle difficoltà della vita: “quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c&#8217;è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all&#8217;erta”. Alla serenità e alla pace interiore: “Guarda un filo d&#8217;erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia”.</strong></p>
<p>Un pacifista lontano dall&#8217;utopia, ma comunque sognatore e fiducioso: “mi piaceva pensare che i problemi dell&#8217;umanità potessero essere risolti un giorno da una congiura di poeti: un piccolo gruppo si prepara a prendere le sorti del mondo perché solo dei poeti ormai, solo della gente che lascia il cuore volare, che lascia libera la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano, è capace di pensare diversamente. Ed è questo di cui avremmo bisogno oggi: pensare diversamente”.</p>
<p>È l&#8217;insegnamento più grande che ci ha lasciato. “Pensare diversamente”, non conformarsi al consumismo sfrenato di un&#8217;economia che tenta di appiattire tutto e tutti. Ed è forse proprio questo il motivo per cui questo grande giornalista è tanto apprezzato dai giovani. Perchè in lui vedono, vediamo, un qualcosa di diverso, lo spronarci a cambiare, noi stessi e gli altri, a cercare un mondo, una vita, migliore.</p>
<p>Hare Tiziano.</p>
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		<title>Il fresco profumo di libertà</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 08:13:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il mio diario]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category>

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		<description><![CDATA[ “Poter ammirare la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.
Parole di Paolo Borsellino che oggi più che mai sono attuali. La contiguità, la complicità, il compromesso morale sono sotto gli occhi di tutti. Il Paese sembra inebetito, incapace di ribellarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2111" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/07/borsellino_solo_PRIMO-PIANO-400x154.jpg" alt="" width="400" height="154" /> <em><strong>“Poter ammirare la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.</strong></em></p>
<p>Parole di Paolo Borsellino che oggi più che mai sono attuali. La contiguità, la complicità, il compromesso morale sono sotto gli occhi di tutti. Il Paese sembra inebetito, incapace di ribellarsi a questo stato di cose che ogni giorno riempie le pagine dei giornali e che pervade tutto il territorio italiano, basti pensare agli arresti tra Calabria e Lombardia. Anche la “Milano da bere”, il cuore della finanza è “colluso” e “compiacente” con i boss dell’Aspromonte. E anche qui tornano in mente le parole di Paolo Borsellino: <strong><em>“politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si accordano o si fanno la guerra</em>”</strong>. La sensazione netta e chiara è che si siano accordati e che il patto sia ancora più forte di quelli ( occulti o palesi) dei decenni passati.</p>
<p>Sono passati 18 anni da quel fumo, nero e denso, che si alzava nel cielo di Palermo in un’estate calda con le spalle curvate dal dolore della strage di Capaci. Sono passati 18 anni dal discorso di Paolo Borsellino alla Biblioteca di Marsala il 25 giugno 1992 quando sapeva già che la sua fine era vicina.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-2112" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2112"><img class="alignleft size-medium wp-image-2112" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/07/strage-borsellino-400x269.jpg" alt="" width="400" height="269" /></a></p>
<p>Paolo Borsellino usava parole desuete per il mondo di oggi <em><strong>“E’ bello morire per ciò in cui si crede: chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.</strong> </em>E questo non è un grido di battaglia o il riconoscersi in una parte politica. E’ il testamento di un uomo onesto, di un magistrato fedele alla legge e alla Costituzione. <strong>Un magistrato che ha frapposto la sua integrità morale a quel potere  “colluso e compiacente”  che aveva deciso di scendere a patti con la criminalità organizzata.</strong></p>
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		<title>Una legge contro la libertà</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 05:20:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il mio diario]]></category>

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La libertà è la base di uno stato democratico. Lo diceva Aristotele, filosofo greco del 382 a.C. ( cioè praticamente circa 3000 anni fa). Eppure questo concetto, espresso in un periodo storico che ha visto dittatori, re e despoti, sembra oggi perdersi grazie ad una legge liberticida che vuole mettere in ginocchio la giustizia, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2105" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2105"><img class="alignleft size-full wp-image-2105" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/07/libertà.jpg" alt="" width="135" height="93" /></a></p>
<p><strong>La libertà è la base di uno stato democratico. Lo diceva Aristotele, filosofo greco del 382 a.C. ( cioè praticamente circa 3000 anni fa). Eppure questo concetto, espresso in un periodo storico che ha visto dittatori, re e despoti, sembra oggi perdersi grazie ad una legge liberticida che vuole mettere in ginocchio la giustizia, le forze dell’ordine, l’informazione. Tutto in nome di un concetto di privacy da tutelare</strong>. Ma dietro la parola privacy cosa si nasconde: gli affari, le  cricche di tutti i generi e i tipi, i mafiosi? Una privacy che si deve rispettare, parola dell’On.le Daniela Santanchè, anche quando un mafioso parla con un suo familiare ( perché il mafioso quando parla con un suo familiare  mica lo fa per passargli ordini o informazioni, lo fa per scambiarsi  effusioni o per parlare del caldo dell’estate!). Ora una legge sulla privacy c’è già e tutela sufficientemente la “casta” di chi può (pagare un bravo avvocato per esempio). <strong>Un caso fra tutti: le foto di Berlusconi nella villa in Sardegna in mano al fotografo Zappadu. Il fido e obbediente Ghedini subito le blocca tramite il Garante. Provate voi a fare una cosa del genere: l’ufficio vi risponderà che dovete sporgere querela alle autorità competenti e quando ci sarà la sentenza si deciderà cosa fare…….Non c’era proprio bisogno di un’altra legge. L’obiettivo di oggi è chiaro: annullare l’informazione ( non solo con il bavaglio ma soprattutto con le multe) e piegare la giustizia alle necessità personali o della cricca di appartenenza.</strong></p>
<p>La giustizia si occupa di mafie, di corruzione, di appalti, di sanità. Del bene pubblico insomma e le intercettazioni sono oggi uno strumento basilare. All’inizio si è detto le togliamo perché costano troppo ma poi di fronte all’evidenza che costa di più un pedinamento ( e non consideriamo che le società di telefonia si fanno pagare il costo della telefonata anche dallo Stato oltre che dal cliente cosa che non succede in nessun altro Paese Europeo!) siamo passati al fatto che ledono la privacy degli imputati, che siamo tutti intercettati e che le indagini, soprattutto quelle complesse di mafia o di corruzione si possono tornare a fare con i pedinamenti. Ora per esempio come denuncia l’ANFP (Associazione Nazionale Funzionari di Polizia) il turn over nelle forze dell’ordine è “stagnate” e quindi nelle zone ad alta densità criminale spesso i poliziotti sono gli stessi da anni ( e quindi ben conosciuti alla cittadinanza, buona e cattiva). Come è ipotizzabile che una persona riconoscibile per ruolo e funzioni possa pedinare il criminale della propria zona? Sarebbe scoperto dopo 5 minuti! E d’altra parte il Ministero dell’Interno non ha in programma né nuove assunzioni né nuovi concorsi ( l’ultimo è stato bandito nel 1999). Ma non parliamo solo di reati di mafia pensiamo allo scandalo della Clinica Santa Rita a Milano ( protesi innestate a pazienti che non ne avevano bisogno, interventi chirurgici non necessari….), una truffa sanitaria in grande stile. Pensiamo a Parmalat…..Ora però d’improvviso e in disprezzo ad ogni richiamo alla ragionevolezza bisogna approvare questa legge.</p>
<p>Una legge che impone agli editori di entrare in redazione per controllare cosa si scrive ed evitare multe salatissime. Tutto questo forse si può riscontrare in Cina, un paese che sta uscendo adesso dai rigidi vincoli di un sistema politico totalizzante. In America un giornalista può pubblicare intercettazioni, notizie di fonti anonime ( ricordiamo tutti “Gola profonda” che con le sue dichiarazioni aprì la strada alle dimissioni di Nixon). Certo però la privacy negli Stati Uniti la troviamo tutelata durante il processo. Esattamente il contrario di quanto avviene in Italia. Sarebbe utile fare un viaggio nei tribunali ed assistere, la mattina, alle udienze e così ascoltare, di fronte ad un pubblico eterogeneo, la dichiarazione e l’interrogatorio di una donna violentata, il racconto di una prostituta truffata da un rivenditore di telefonia o la causa per recupero credito di un signore che ha vergogna dei propri debiti. Perché questo sì e poi non possiamo sapere che Bertolaso è d’accordo con un gruppo d “amici” ai quali concede lavori per milioni di euro? Milioni che diventano miliardi perché gli imprenditori utilizzano materiale scadente o ne dimezzano la quantità o perché invece di bonificare un’area gettano in fondo al mare i rifiuti tossici (vedi Maddalena). <strong>La censura che si vuole adottare contro informazione e giustizia è peggio dell’olio di ricino del famoso ventennio anche perché vuole piegare gli spiriti con la fame. Come diceva Luigi Einaudi “ la libertà economica è la base della libertà politica” e in questo paese in piena crisi ( e dove la ripresa è molto lontana) la libertà economica è un sogno e rischia di offuscare la libertà politica.</strong></p>
<p><strong>Molte le voci autorevoli, di giuristi e storici, che chiedono la disobbedienza civile e forse questa rimane l’unica vera arma per battere l’esercito del potere.</strong></p>
<p><strong>(pubblicato su Calabria Ora il 5 luglio 2010)</strong></p>
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		<title>Ustica 30 anni per  la verità</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 08:35:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il mio diario]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[bombe]]></category>
		<category><![CDATA[Gheddafi]]></category>

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“Caro diario sono felice, oggi è il 26 giugno 1980 e sono stata promossa. EVVIVA!!!!! (ho tredici anni) Mamma e Papà sono molto orgogliosi di me, mi hanno promesso da mesi che il loro regalo per la promozione sarà portarmi con loro in Sicilia. EVVIVA!!&#8230;.. Caro diario oggi 26 giugno 1980 c&#8217;è stato un cambiamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2101" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2101"><img class="alignleft size-medium wp-image-2101" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/06/DSC_3570USTICA15-400x266.jpg" alt="" width="400" height="266" /></a></p>
<p>“<strong>Caro diario sono felice, oggi è il 26 giugno 1980 e sono stata promossa. EVVIVA!!!!! (ho tredici anni) Mamma e Papà sono molto orgogliosi di me, mi hanno promesso da mesi che il loro regalo per la promozione sarà portarmi con loro in Sicilia. EVVIVA!!&#8230;.. Caro diario oggi 26 giugno 1980 c&#8217;è stato un cambiamento nel programma. La mamma ha detto che siccome non ha trovato posto in aereo, partono solo loro due con la speranza di poter trovare due biglietti, promettendomi un nuovo regalo al ritorno UFFA!!! Non è giusto!&#8230;.. Caro diario oggi 28 giugno 1980 non crederai a quello che ti dirò ora: la Mamma e il Papà non hanno ancora telefonato per dire che sono arrivati. Qui sono tutti agitati. Non credo a quello che sento, dicono che l&#8217;aereo è scomparso!! NO! Non è possibile, non può succedere niente di brutto ai miei genitori…..” ( dal diaro di Linda Lachina)</strong></p>
<p><strong>27 giugno 1980</strong></p>
<p>Il rollio dei motori… fuori il cielo è ormai quasi completamente scuro. Si vola a 10.000 metri, sotto l’appennino tosco emiliano. Il DC 9 Itavia sta volando da Bologna a Palermo. Improvvisamente si scorge qualcosa dietro l’aereo. Una sagoma scura, affusolata, velocissima. Sembra un ingaggio che si specchia sul Tirreno. Un ingaggio cercato per mettersi sulla coda dell’aereo, per nascondersi da parte di chi stava sfuggendo ad un inseguimento. Poi succede qualcosa. E’ un attimo. E tutto finisce. <strong>E’ il 27 giugno del 1980 sono le 20.59’45’’. Il buio e la morte per 81 persone ed una verita’ che si perde in fondo al mare</strong>…</p>
<p>In quel cielo, quella notte, chi c’era? I Francesi alla caccia di Gheddafi, come ha detto recentemente l’ex Presidente Cossiga? Il DC9 Itavia aveva addosso, veramente, il “fiato” di un altro aereo ? e dietro altri aerei alla sua caccia ?</p>
<p>Chi ha colpito il DC9 Itavia? Chi sa come veramente e’ andata? E perche’ oltre al dolore e alla disperazione delle famiglie”il caso di Ustica” continua a vivere soltanto di colpevoli e desolanti silenzi?</p>
<p><strong>30 anni di domande e mancate risposte che qualcuno vuole liquidare “semplicemente” con la tesi di una bomba per coprire quello che tutti crediamo vero: una battaglia sopra il cielo d’Italia in cui sarebbero implicati i francesi ( che finalmente hanno deciso di collaborare) e la Libia e il suo Presidente Gheddafi ( il nuovo grande amico di Berlusconi).</strong></p>
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		<title>Estela e Diego, due sogni da concretizzare</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 15:11:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Maradona]]></category>
		<category><![CDATA[Plaza de Mayo]]></category>

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(di Andrea Meccia da Agoravox)
Diego Armando Maradona ha ospitato nel ritiro della nazionale argentina in Sudafrica Estela De Carlotto, Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Piazza di Maggio), associazione argentina in difesa dei diritti umani candidata al premio Nobel per la pace. Nel 1978, durante i mondiali di calcio svoltisi in Argentina, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2085" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/06/clip_image001.jpg" alt="" width="232" height="256" /></p>
<p>(di Andrea Meccia da Agoravox)</p>
<p>Diego Armando Maradona ha ospitato nel ritiro della nazionale argentina in Sudafrica Estela De Carlotto, Presidente delle <em>Abuelas de Plaza de Mayo </em>(Nonne di Piazza di Maggio), associazione argentina in difesa dei diritti umani candidata al premio Nobel per la pace. Nel 1978, durante i mondiali di calcio svoltisi in Argentina, Maradona era una promessa del calcio nazionale, ma il tecnico Menotti lo lasciò a casa. In quei mesi Estela de Carlotto cercava disperatamente verità e giustizia per sua figlia Laura, sequestrata dai militari argentini nel novembre del 1977, quando era incinta di tre mesi. In Argentina si era instaurata da due anni una feroce dittatura che eliminava gli oppositori politici con il metodo della sparizione. Durante quel mondiale, strumento di propaganda nelle mani del regime, fra il calcio e i diritti umani si giocò una macabra partita. L’incontro e l’abbraccio fra Diego e Estela potrebbe aiutare a fare luce su quel periodo ancora troppo buio?</p>
<p>Nel giugno del 1978 Estela era una insegnante bella ed elegante, sposata con Guido Carlotto, un industriale chimico di origine italiana. Sua figlia Laura aveva 23 anni, studiava Storia all’Università de La Plata, militava nella “Gioventù Universitaria Peronista” e in quei giorni avrebbe dovuto mettere al mondo un bambino. Ma <strong>dal novembre del 1977, di Laura non si avevano più notizie. Era scomparsa nel nulla come altre migliaia di militanti politici</strong>. In Argentina c’era una dittatura, celata sotto il nome di “Processo di riorganizzazione nazionale”. Il 24 marzo del 1976 il generale dell’esercito argentino <strong>Jorge Rafaél Videla</strong>, l’ammiraglio della marina <strong>Emilio Eduardo Massera</strong> (iscritto alla Loggia P2) e il brigadiere dell’aeronautica <strong>Orlando Ramón Agosti</strong> avevano assunto il potere con un colpo di Stato. Nel giugno del 1978, in Argentina sarebbero arrivate centinaia di giornalisti da tutto il mondo. Per Estela e le altre mamme in cerca dei loro figli desaparecidos, c’era la possibilità di far sentire al mondo intero un grido lacerante di dolore e di disperazione.</p>
<p>Nel giugno del 1978 Diego Armando Maradona aveva quasi 18 anni, capelli folti, classe ed energia da vendere. Lo chiamavano <em>Pelusa</em>. Era già un piccolo dio del calcio, giocava nell’Argentinos Juniors ed era nel giro della nazionale maggiore. Di questa massa di capelli ricci in Argentina si parlava già da tempo. Qualche anno prima una troupe televisiva andò a scovarlo dove viveva con la sua numerosa famiglia, a Villa Fiorito, a Sud di Buenos Aires. Lo fecero palleggiare davanti a una telecamera e misero un microfono davanti a quelle labbra carnose e ben designate. «Il mio primo sogno è giocare un mondiale, il secondo è vincerlo», affermò senza troppe esitazioni quel bambino che con il pallone scriveva poesie d’amore. E l’occasione di realizzare quel sogno si stava presentando pochi mesi prima di compiere 18 anni.</p>
<p>Il 1° giugno infatti, nello Stadio Monumental di Buenos Aires, il Presidente Videla inaugurò «sotto il segno della pace» l’Undicesimo Campionato Mondiale di Calcio. <strong>La manifestazione sportiva fu una macchina propagandistica incredibile nelle mani del regime</strong>. Non ci sarebbe stata occasione migliore per diffondere nel mondo, l’immagine di un Paese in cui non venivano violati i diritti umani e non venivano commesse violenze. Mentre il giornalista José Maria Muñoz, <em>el Gordo</em>, esclamava: «Noi argentini siamo giusti e umani», donne con un fazzoletto bianco sulla testa cercavano di attirare su di sé le attenzioni della stampa straniera. «Per favore voi siete la nostra ultima speranza», dicevano agli inviati stranieri che assistevano alla loro marcia nella Plaza de Mayo, davanti la Casa Rosada, la sede del governo.</p>
<p>L’Argentina si presentò con una squadra forte e ben assortita e arrivò in finale non senza destare sospetti, soprattutto dopo aver liquidato nella seconda fase il Perù per 6 reti a 0. Il 25 giugno, sempre nel Monumental, un orgoglioso e soddisfatto Videla consegnava nella mani del capitano Daniel Alberto Passarella, roccioso difensore dallo sguardo duro e con il vizio del gol, la Coppa del Mondo. <strong>L’Argentina era per la prima volta campione</strong>. Aveva battuto per 3 reti a 1 la fortissima Olanda, l’<em>Arancia Meccanica</em> che praticava il calcio totale. Il comunista Luis Menotti, detto <em>el Flaco</em>, aveva guidato la <em>selección albiceleste</em> alla vittoria, lasciando a casa il talento di Villa Fiorito, ritenuto troppo giovane e inesperto per affrontare un mondiale.</p>
<p><strong>A meno di un chilometro dallo stadio del River Plate, la dittatura torturava e ammazzava i dissidenti politici</strong>. Sulla lunga e larga Avenida del Libertador, nel quartiere di Nuñez, sorgeva il regno di Emilio Massera, la ESMA (la Scuola di Meccanica della Marina), divenuto uno dei luoghi simbolo della tortura e della repressione. Le grida di gioia del popolo che esaltavano Kempes e compagni, seppellivano le grida di dolore dei detenuti politici.</p>
<p>Il 26 giugno, Laura Carlotto diede alla luce un bambino in un ospedale militare di Buenos Aires, dopo oltre sette mesi di prigionia. Fu madre solo per qualche ora. Il bambino le fu portato via immediatamente e due mesi più tardi fu uccisa dai militari dell’esercito. <strong>Estela da quel giorno è nonna, ma fino ad oggi non ha mai potuto accarezzare suo nipote</strong>. Quel bambino oggi ha 32 anni, non conosce i suoi veri familiari e non conosce la sua terribile storia.</p>
<p><strong>Pelusa tentò di riprendersi la sua rivincita nel mondiale del 1982, ma gli andò male. Tutt’altra musica nel 1986</strong>, quando guidò l’Argentina al secondo successo mondiale, nei Campionati del Mondo del Messico. Con i suoi incredibili gol all’Inghilterra (uno segnato con la mano, l’altro dribblando mezza squadra), restituì orgoglio a un popolo ferito dopo la guerra contro gli inglesi per il possesso delle Isole Malvinas, diventando uno degli uomini più famosi al mondo.</p>
<p>Nel giugno del 2010, 32 anni dopo il “mondiale della vergogna”, Estela De Carlotto, sempre bella ed elegante, è la Presidente delle <em>Abuelas de Plaza de Mayo</em> (<em>Nonne di Piazza di Maggio</em>), l’<strong>associazione che infaticabilmente va alla ricerca dei bambini nati durante la prigionia delle loro madri</strong>. Diego sta per compiere mezzo secolo, ha ancora capelli folti, una barba ingrigita qui e là, porta un orologio per polso e lo accompagna tanta voglia di stupire il mondo. Il calciatore (ex) e l’attivista per i diritti umani lottano ancora per cose diverse ma lo spirito dei mondi che rappresentano oggi non è più così lontano. Almeno in Argentina. Diego e Estela vogliono entrare definitivamente nella storia. </p>
<p><strong>Maradona </strong>siede sulla panchina della <em>selección</em> in questi mondiali sudafricani e <strong>vuole baciare la Coppa del Mondo anche da allenatore</strong>. Estela vuole condurre le <em>Abuelas</em> a Stoccolma, per aggiudicarsi il Nobel per la Pace. I due si sono incontrati e si sono abbracciati davanti ai fotografi nel ritiro sudafricano della nazionale argentina. «Tutti noi argentini vogliamo sapere la verità», le ha detto Diego anche a nome della squadra. «Nel ’78, piangevamo ad ogni gol. Questo mondiale invece ci riempie di speranza», ha risposto Estela. Il calcio in Argentina ha giocato una macabra partita contro i diritti umani nel 1978. La foto che immortala questo abbraccio potrebbe chiuderla? Il mondiale può e deve fare da cassa di risonanza a quest’immagine destinata a fare storia. Comunque vadano le cose.</p>
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		<title>6 covi nella Platì sotterranea</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 05:55:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il mio diario]]></category>
		<category><![CDATA['ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Africo]]></category>
		<category><![CDATA[Cacciatori di Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Platì]]></category>
		<category><![CDATA[San Luca]]></category>

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Sono le 3,30 della mattina del 10 giugno, nel silenzio della notte scatta l’operazione congiunta della Dia di Torino, del Reparto Operativo Nucleo Investigativo Carabinieri Torino e del Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Locri. 100 uomini per un’operazione che coinvolge Calabria, Piemonte, Lazio e Lombardia. Tra questi 100 ci sono 15 uomini dello “Squadrone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2079" href="http://www.lauraaprati.com/?attachment_id=2079"><img class="alignleft size-medium wp-image-2079" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/06/P6100029-400x300.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p>Sono le 3,30 della mattina del 10 giugno, nel silenzio della notte scatta l’operazione congiunta della Dia di Torino, del Reparto Operativo Nucleo Investigativo Carabinieri Torino e del Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Locri. 100 uomini per un’operazione che coinvolge Calabria, Piemonte, Lazio e Lombardia. <strong>Tra questi 100 ci sono 15 uomini dello “Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria”. Uomini che prima hanno combattuto i sequestri e poi si sono messi alla caccia dei latitanti di ‘ndrangheta che vivono tra l’Aspromonte e la Locride. Uomini che hanno fatto della ricerca dei bunker  una “missione”. Loro riconoscono i segni di un nascondiglio da un intonaco, dal tipo di cemento usato, da come sono stati usati i mattoni.</strong></p>
<p>E sono stati loro ad entrare nelle case di Trimboli, Marando, Perre e a trovare 6 bunker  tutti nella zona di Platì, una delle città del triangolo d’oro della ‘ndrangheta insieme a San Luca e Africo. Una città che ne nasconde un’altra sotterranea, venuta alla luce già nel 2001 con l’operazione “Marines”.</p>
<p>E  toccando intonaci, guardando muri hanno scoperto in contrada Lacchi, nell’agro di Platì, un bunker di circa 80 metri quadrati ( con una stanza adibita ad essiccatoio di marjiuna) di proprietà di Domenico Trimboli. <strong>Oppure quello  appartenente a Pasquale Pangallo  con all’interno  un cunicolo sotterraneo che si poteva percorrere solo carponi e che aveva due vie di fuga, una delle quali nella fogna comunale tramite un altro cunicolo coperto da un blocco di cemento scorrevole su rotaie metalliche.</strong></p>
<p>Ma per nascondere un ingresso è buona anche anche una rastrelliera per i vini . A loro, alla loro conoscenza del territorio non sono sfuggiti nemmeno i bunker murati tanto che ci sono voluti picconi per squarciare il cemento e trovare l’abitazione alternativa del “boss”.</p>
<p><strong>I bunker possiamo dire che sono la loro ossessione , che siano tra gli aranceti o in un città come Platì. Quando ho parlato con loro mi hanno detto “<em>Il mafioso che scappa sa che lo stiamo cercando. E’ un uomo ricco, che ha coperture, che potrebbe scappare all’estero……ma il latitante deve vivere nel suo paese e sa che noi lì lo cercheremo”.</em></strong></p>
<p><strong>Un lavoro, il loro, lungo faticoso e oscuro in una terra che spesso li considera “infiltrati”, quasi che fossero loro il nemico da battere.</strong></p>
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		<title>Una penna contro la mafia</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 08:08:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il mio diario]]></category>

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		<description><![CDATA[
Verità. Libertà. Giustizia. 
Per questi ideali vive e lotta Giuseppe Fava, scrittore, drammaturgo e giornalista che, affascinato, guarda con l’incanto e l’ingenuità di un ragazzo Catania, la città all’ombra dell’Etna. Quella città dagli angoli barocchi e dal “cuore” malato di un inguaribile cancro, la mafia. Un uomo, un giornalista che si fa carico di raccontare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2001" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/06/pippo-fava-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></p>
<p><strong>Verità. Libertà. Giustizia. </strong></p>
<p>Per questi ideali vive e lotta Giuseppe Fava, scrittore, drammaturgo e giornalista che, affascinato, guarda con l’incanto e l’ingenuità di un ragazzo Catania, la città all’ombra dell’Etna. Quella città dagli angoli barocchi e dal “cuore” malato di un inguaribile cancro, la mafia. Un uomo, un giornalista che si fa carico di raccontare la corruzione, la violenza e la criminalità. Un giornalista che grida, a voce alta, anche la verità di quei giorni in  cui, sia a Palermo che a Catania, gli omicidi si confondono con la quotidianità.</p>
<p><strong>Tacere, l’unico verbo che Giuseppe Fava non contempla nel suo vocabolario</strong>, e in nome della verità fonda “I Siciliani” dove, i suoi editoriali, segnano, nero su bianco, la realtà corrotta della Sicilia e della mafia catanese, guidata dai loschi affari di Nitto Santapaola, il boss che nel settembre dell’82 condanna a morte il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e che pronuncia lo stesso verdetto anche per lui.</p>
<p><strong>Il 5 gennaio 1984 alle 22, 5 colpi di una calibro 7,65, in una Catania sonnolenta e silenziosa, mettono fine alla vita di un uomo. Ma non alle sue idee. </strong></p>
<p>Diceva Giuseppe Fava: “<em>amico mio, chissà quante volte tu hai dato il voto a un uomo politico corrotto, ignorante e stupido, solo perché una volta al potere ti poteva garantire una raccomandazione, la promozione a un concorso, l’assunzione di un tuo parente, una licenza edilizia di sgarro. Cosi’ facendo tu e milioni di altri cittadini italiani avete riempito i parlamenti e le assemblee regionali e comunali degli uomini peggiori, spiritualmente più laidi, più disponibili alla truffa civile, più dannosi alla società. Di tutto quello che accade oggi in questa nazione, la prima e maggiore colpa è tua…..”</em></p>
<p>Esce in questi giorni un fumetto che ne racconta la storia, la personalità e la sensibilità.</p>
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		<title>Un libro (di sinistra) demolisce Gomorra</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 19:21:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Asar Rosa]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
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(di Marco Demarco &#8211; Corriere del Mezzogiorno)
NAPOLI — «Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, buoni e cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi». Si comincia così, con una velenosa citazione di Karl Kraus, e si capisce subito dove si va a parare. Il Berlusconi che teme gli effetti negativi di Gomorra e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1984" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/05/saviano-roberto.jpg" alt="" width="93" height="132" /></p>
<p>(di <strong>Marco Demarco &#8211; Corriere del Mezzogiorno)</strong></p>
<p>NAPOLI — «Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, buoni e cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi». Si comincia così, con una velenosa citazione di Karl Kraus, e si capisce subito dove si va a parare. Il Berlusconi che teme gli effetti negativi di Gomorra e l’Emilio Fede che pensa di Saviano quel che Bersani dice della Gelmini al confronto sono dilettanti allo sbaraglio.</p>
<p><strong>La stroncatura più impietosa che mai sia stata scritta del libro che ha fatto gridare al miracolo editoriale porta la firma di Alessandro Dal Lago</strong>, studioso dei processi culturali, sociologo che più di sinistra non si può. Suo un pamphlet dal titolo inequivocabile: Eroi di carta. E come se non bastasse, la casa editrice è quella del «manifesto». Dunque, questa volta c’è poco da sospettare. L’attacco diretto all’icona della letteratura impegnata non genera né dall’emotività politica, né dal narcisismo professionale. Questa volta la censura è ideologica, totale, argutamente motivata. E viene da sinistra; da quella sinistra colta e elitaria che ha preferito Bertold Brecht a Eugène Sue, Adorno a Andy Warhol; da quella sinistra che un tempo odiava tutto ciò che era nazional-popolare e ora mal digerisce tutto ciò che è nazional-mediatico.</p>
<p><strong>Il caso c’è tutto. E difficilmente la potenza distruttiva di Dal Lago passerà inosservata. Tra gli intellettuali di sinistra, prima, solo Alberto Asor Rosa </strong>aveva avuto l’ardire di escludere Saviano dalla sua Storia europea della letteratura italiana, pur avendo invece inserito Niccolò Ammanniti e perfino Giorgio Faletti. Ma con Eroi di carta si fa molto di più. Dal Lago infrange il tabù, entra nel merito di Gomorra, smonta e rimonta l’opera di culto, coglie ogni forzatura stilistica, denuncia la colpevole confusione tra l’io narrante, l’io autore e l’io reale; sottolinea con la matita rossa ogni sbavatura formale, ogni citazione nascosta; e allarga le braccia davanti alle contraddizioni e alle illogicità. E talvolta esagera per il gusto di sorprendere. Come quando segnala quella erezione «pendula» di cui si parla nel romanzo, quasi un ossimoro fisico. O quando mette la lente di ingrandimento su un boss di Secondigliano descritto, in una stessa scena, una volta con eleganti scarpette da ginnastica, un’altra con minacciosi stivaletti. Dal punto di vista letterario, ideologico, e addirittura morale, poco si salva. Saviano viene fatto a pezzi, addirittura irriso, come quando, a proposito della lotta ai clan, Dal Lago gli rovescia addosso i versi di Leopardi: «…L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io».</p>
<p><strong>Ma quel che più conta, il mito di cui tanto si parla non solo è un «eroe di carta», non solo è un «cattivo scrittore», ma viene descritto come un banale populista</strong>, un semplificatore ipermoralista, un doppiogiochista con vocazione ecumenica. Perché si arriva a tanto? Perché «l’inclusione di Saviano nel martirologio fa si che chiunque non si allinei sia considerato di fatto un alleato dei camorristi». Del Lago non ci sta e travolge chiunque a sinistra abbia esaltato Gomorra, da Wu Ming a Nichi Vendola. Saviano identifica i casalesi con il Male, ma Dal Lago ha studiato Hannah Arendt e sa quanto sia inutile il concetto di male radicale. Nel descrivere la mostruosità dei camorristi, che prima uccidono e poi si scolano una birra, Saviano apparentemente svolge il discorso sulla banalità del male. In realtà, si argomenta, è l&#8217;opposto: «Non sono loro ad essere come noi, gente qualsiasi, ma noi come loro; insomma, siamo tutti mostri, almeno in potenza». Da qui l&#8217;altra accusa, quella di impoliticità. Se il male è assoluto, la responsabilità non può essere politica. E neanche dello Stato. Saviano non elogia forse il ministro Maroni? Ai lettori non resta, allora, che riscattarsi dal disimpegno leggendo Gomorra; che redimersi credendo nell’Eroe, cioè nello stesso Saviano, unico, mitico, insostituibile alfiere del Bene. Una sorta di Leonida, quello delle Termopili, non a caso magnificato in una recensione del film 300, tratto dal fumetto di Frank Miller. Ma basta con tutta questa retorica «anestetizzante e distraente» sull’eroismo, sbotta Dal Lago. E aggiunge: non ci sono bastati i Borrelli e i Di Pietro?</p>
<p><strong>Infine, il punto centrale, forse quello più delicato: l’ossessione della camorra che porterebbe Saviano in un vicolo cieco.</strong> «Le mafie— scrive Dal Lago— hanno un enorme potere. Spadroneggiano nei loro territori, fanno affari con le aziende e le banche, si ramificano nel resto del paese, si espandono all’estero. E in qualche misura influenzano il potere politico. Ma non sono il potere. Quand’anche le mafie fossero ridotte all&#8217;impotenza, il bel paese continuerebbe ad essere governato da altri poteri, meno sanguinari e pestiferi e non di meno decisivi». La differenza con Emilio Fede è qui più che altrove. Per quest’ultimo, Saviano «rompe» perché oscura il lavoro di Berlusconi, unico vero eroe. Per Dal Lago, invece, perché lo critica con troppa prudenza e troppi distinguo. E perché oscura tutti gli altri che cercano di penetrare la complessità del mondo.</p>
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		<title>Vivere con la mafia</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 09:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
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La Germania e l’Italia in guerra. Una guerra che le foto di Alberto Giuliani immortalano nelle scene di omicidi, fucili, arresti&#8230; Vittime e carnefici in questo paese dilaniato dal crimine. [Sfoglia e ascolta Malacarne]
Immagini forti che accompagnano gli scritti di  giornalisti, magistrati, politici e scrittori da sempre impegnati nella lotta alla mafia, come Roberto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1990" src="http://www.lauraaprati.com/wp-content/uploads/2010/06/malacarne.png" alt="" width="244" height="244" /></p>
<p>La Germania e l’Italia in guerra. Una guerra che le foto di Alberto Giuliani immortalano nelle scene di omicidi, fucili, arresti&#8230; Vittime e carnefici in questo paese dilaniato dal crimine. [<a title="Malacarne Audio" href="http://www.earbooks.net/en/titles.html#earbook(9783940004888-22)" target="_blank">Sfoglia e ascolta Malacarne</a>]</p>
<p><strong>Immagini forti che accompagnano gli scritti di  giornalisti, magistrati, politici e scrittori da sempre impegnati nella lotta alla mafia, come Roberto Saviano, Nicola Gratteri, Rita Borsellino, Francesco La Licata, Antonio Nicaso</strong>. Tutto questo accompagnato da 2 cd musicali che raccontano quanto sia bello e quanto onore si abbia ad essere mafioso. L’editore, tedesco, nella nota di presentazione dice <strong>&#8220;I 2 cd di musica tradizionale, dal Sud dell’Italia, aiutano a capire il retroterra culturale dell’area e danno un contributo significativo al libro&#8221;.</strong></p>
<p>Forse bisognerebbe spiegare all’editore che quei canti non sono il retroterra culturale del nostro Sud. Se avesse voluto fare quello bastava prendere dei pezzi di Rosa Balestrieri o le canzoni scritte da Totò o ancora Eduardo De Filippo. Si genera, in questo modo, una confusione generale con cui tutti gli italiani che vivono al Sud sono stati identificati in quelle canzoni.</p>
<p>Gli scrittori, politici, magistrati, giornalisti che hanno partecipato si sono dissociati dall’editore dichiarando di non essere a conoscenza della distribuzione con i 2 cd.<br />
<strong>Rimane il fatto che in Germania, per la modica somma di 30 euro, circola un libro che identifica il retroterra culturale del nostro Sud con canti di &#8216;ndrangheta e camorra!</strong></p>
<p><a title="Malacarne Audio" href="http://www.earbooks.net/en/titles.html#earbook(9783940004888-22)" target="_blank"><strong>Puoi ascoltare l&#8217;audio dei cd e sfogliare il libro Malacarne sul sito dell&#8217;editore.</strong></a></p>
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		<title>Laura Aprati our hero&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 18:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Aprati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il mio diario]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[laura aprati]]></category>
		<category><![CDATA[marketing]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco un’idea di marketing web veramente originale, intelligente, ironica e molto divertente.</p>
<p>Mandate il video, abbiate pazienza e fatelo caricare completamente. Ne rimarrete sorpresi!</p>
<p><object width="500" height="290"><param name="movie" value="http://en.tackfilm.se/loader.swf?shareID=1275900364774RA49&#038;folder=12759"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://en.tackfilm.se/loader.swf?shareID=1275900364774RA49&#038;folder=12759" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="500" height="290"></embed></object></p>
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