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Andreotti: “Il divo” per i mafiosi era un “gran cornuto”
Pagine di vecchi verbali che si rileggono. Accompagnano una sentenza diventata definitiva, quella del maxi processo alla mafia trapanese. Il processo scaturito dall’operazione “Omega” dei carabinieri deella metà degli anni ‘90. In quei faldoni c’è la storia della mafia trapanese raccontata da alcuni collaboratori di giustizia, l’ultimo, quelle decisivo, Antonio Patti, uno che l’uomo d’onore lo faceva per davvero, nel senso che mostrava un senso dell’onorata società tanto radicato dentro se stesso che quella sua morale, di morte e violenza, finiva col prendere contorni che stordivano chi lo ascoltava, come se quella fosse stata una morale giusta, perchè si muoveva dentro parametri che erano rispettati in maniera tanto sentita quasi da farli considerare come cardini di uno Stato, di una entità ben precisa. La mafia di Antonio Patti era quella che uccideva perchè era giusto che fosse così, e la vittima era quella che sbagliava e andava punita. E’ quella mafia che gli altri da fuori vedevano, e che a ogni morto ammazzato, con la fedina penale sporca, reagivano dicendo, “bono ficiro, un delinquente in meno di mezzo, s’ammazzano tra iddi”, “bene hanno fatto, un altro delinquente di meno, si ammazzano tra loro”. Era, e forse è ancora, una società che non si rende conto che quegli omicidi erano anche altro, non erano faide, o maniera di far pulizia tra le bande criminali, ma il modo per dire che c’era chi comandava, che non c’era bisogno di giudici e forze dell’ordine, che non era necessario attendere tre gradi di giudizio per decidere una colpevolezza, e che le condanne a morte non erano state del tutto bandite dal nostro Paese, e quando una condanna a morte è decisa, può passare tempo ma viene eseguita.
Antonio Patti, marsalese, pentendosi, ha raccontato questo mondo parallelo che finisce con il fare apparire parallelo il nostro mondo, quello dei valori della democrazia repubblicana e della libertà. Antonio Patti raccontò della mafia che incontrava la politica e che con la politica non usava mezzi termini. Patti un giorno durante una delle deposizioni al maxi processo Omega parlò di Andreotti. Dei baci? No, niente affatto, ma della sua “cornutaggine”. Proprio così.
Di soprannomi il senatore a vita Giulio Andreotti nel corso della sua lunga carriera ne ha ricevuti parecchi, ma quello che di lui ha detto Antonio Patti è certo il meno onorevole di tutti. «Andreotti? È un gran cornuto». L’affermazione riferita da Patti non è sua ma di un altro boss, uno potente, il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina. Pronunciata durante un summit di mafia tenutosi nel ’92 a Mazara del Vallo, dopo l’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima, il boss dei boss che secondo Balduccio Di Maggio avrebbe incontrato Riina a casa degli esattori Salvo a Palermo, con tanto di bacio. Circostanza considerata infondata dai giudici che hanno procesato Andreotti. «Fu Matteo Messina Denaro (il capo mafia del Belice latitante dal 1993, numero uno di Copsa Nostra siciliana adesso) a sollecitare Totò Riina ¬- ha riferito Patti – su cosa pensava di Andreotti. E lui rispose dicendo che Andreotti era un cornuto». Ironie a parte, la riunione mazarese avvenne, come si diceva, pochi giorni dopo l’uccisione a Palermo del leader andreottiano Salvo Lima: con le sue parole Riina avrebbe potuto anche sancire che dentro Cosa Nostra era mutato il comune sentire nei riguardi del senatore a vita. E che era ora di lanciare la sfida allo Stato. Le stragi erano allora questione di settimane. Il filo del tritolo mafioso di Capaci, via D’Amelio, partiva proprio dalla provincia di Trapani e nel 93 si allungò fino a colpire Roma, MIlano e Firenze. Dietro quel “cornuto” lanciato ad Andreotti dunque la decisione probabile presa da Cosa Nostra di cambiare anche referenti.
Borsellino 17 anni dopo la strage, il ricordo di un ex pm: Alessandra Camassa, “è ora di sapere chi ha voluto le stragi”
È questa una intervista al giudice Alessandra Camassa che va scritta cominciando dalla fine. Con una premessa. Lei è un giudice, giovane giudice, che ha svolto la carriera tra Trapani e Marsala, è stata uno dei magistrati della Procura marsalese quando c’era Paolo Borsellino a guidarla.
È perciò uno dei punti di riferimento di quella esperienza, ma non solo. Per questa ragione spesso il giudice Camassa viene interpellata dai giornalisti, per rinforzare il ricordo, perchè possa consegnare una testimonianza, mai inutile, di quel periodo. Un pezzetto di storia da raccontare, la sua oggi quale è? «Storia di lavoro, vissuta con impegno, con la voglia di crescere. Ma rispetto a quegli anni mi rendo conto che mi mancano alcune cose». Si spieghi, cosa vuole dire? «Non ho quell’entusiasmo talvolta infantile che ci mostrava Paolo, io ho oggi l’età che Borsellino aveva quando io ero pm con lui, ecco mi rendo conto che mi manca quella sua tensione. Ho consapevolezza triste delle cose che oggi ci succedono intorno, e forse questo mi rende differente dal procuratore Borsellino, certe volte me vengono meno gli ideali da lui appresi, quello di crederci nel lavoro che si fa, nonostante tutto». Colpe ce ne sono? E di chi? «Sento ma potrei dire sentiamo i colpi che arrivano dal clima sociale, risentiamo del discredito provocato dalle stesse istituzioni, ci dispiace che in giro ci sia troppo perdita di valori». Ma che era anche un po’ il clima di quegli anni. «Si è vero, ma forse si riusciva a reggere di più, oggi si scivola sempre di più verso il basso, per noi magistrati e giudici è più difficile lavorare, ogni volta che accio una sforzo di volontà per ricaricare le pile, mi scontro con una realtà dove non ci crede più nessuno a certi punti di riferimento».
Sente il fatto che la gente ha poca fiducia nella giustizia. «Dico subito, noi giudici raccogliamo sfiducia per colpe anche nostre, per un buon 30 per cento». Ma bisogna uscirne, in che modo? «Sottraendoci al giudizio sociale, così non si fa bene il nostro lavoro. Ne siamo troppo succubi, ed è sbagliato. Dimostrare di essere bravi, che è quello che questo clima ci potrebbe portare a fare, è rischioso, bisogna semmai fare il proprio dovere, devi essere bravo per il lavoro di responsabilità, lavorare per il consenso nel nostro mestiere è fuori luogo.
C’è sempre una parte cui le nostre decisioni non piacciono». Un esempio di questo tipico stato delle cose quale può essere? «Quello che si dice in giro che la mafia è sconfitta per esempio, ai tempi di Paolo c’era chi diceva che non esisteva. Un modo per dare dell’inutilità al nostro lavoro per non dire altro. Oggi c’è chi criminalizza più noi, per una indagine, per una sentenza, che non i veri criminali». Esiste ancora la terzietà del giudice? «Si rischia di perderla per colpa della politica, quando anche poi noi ci mettiamo del nostro, perché anche noi siamo caduti nel gioco della politica» Con Borsellino dicevate che nessun problema è insormontabile, è ancora così? «Si è capito dal tono delle cose già dette, non mi sento di essere ottimista, sono preoccupata che non vedo ideali attorno a me e nei giovani che certe volte è come se fossero preoccupati di esprimersi, c’è un sistema che soffoca».
Parliamo di Borsellino, lui diceva di voi che “superiorem non recognoscet”, voi dicevate di no, lui era un vero capo, ce ne sono stati altri per lei? «Trovare un altro capo così è difficile ma debbo dire che a me è successo, con Andrea Genna, con Vincenzo Pantaleo, (giudici presidenti di sezione a Marsala e Trapani ndr) mi hanno fatto credere sempre nella giustizia, nel senso del dovere».
La procura di Borsellino fu la Procura dei giudici ragazzini. Oggi dicono che i giudici ragazzini sono da tenere lontani dagli uffici inquirenti. «Borsellino aveva l’anima paternalista e con i giovani magistrati lavorava benissimo. I giudici ragazzini dicevamo, ecco sostengo che le norme di oggi sono completamente incomprensibili. Molti parlano di volere tenere conto delle esperienze di Borsellino e Falcone e poi non fanno altro che gettare alle ortiche quelle loro indicazioni. Impedire ai giudici di prima nomina a venire a lavorare in procura significa fermare l’azione penale, che è tutto il contrario di quello che di questi tempi molti dicono. Bastava normare diversamente, obbligare per un periodo i capi della Procura a firmare gli atti degli uditori per sancire quelle garanzie invocate. Hanno messo in crisi l’azione penale».
La giustizia in Sicilia continua ad avere un significato diverso dal resto d’Italia? «Penso proprio di si, nel meridione i magistrati conoscono una attività che non si riconosce esserci nel nord». La lotta alla mafia dopo Borsellino. «Indubbi sono stati i successi, ci sono state diverse svolte, ci sono stati a disposizione strumenti tecnici che Paolo non ebbe il tempo di conoscere, forse manca quel poco d’anima che lui ci metteva. Ora li vogliono togliere, mi sembra un paradosso».
Parliamo della legge sulla sicurezza? «La riforma delle intercettazioni sostanzialmente paralizzerà le cose. Come sarà possibile in terra di Sicilia fare la distinzioni tra criminalità organizzata e quella comune, come si farà a dire che un morto ucciso per terra è stato ammazzato o meno dalla mafia, non lo porterà mai mica scritto, sui reati non c’è scritto se c’entra o meno la mafia, poi quando si parla di evidenti indizi di colpevolezza, a quel punto le intercettazioni non servono se ci sono le prove. È come dire ad un medico che cura i tumori a non usare più i sofisticati accertamenti di cui oggi si può disporre e usare l’esame endoscopico. Allo stesso modo ai magistrati, agli investigatori chiediamo di usare le lenti d’ingradimento per cercare gli indizi e nient’altro degli strumenti tecnici avanzati che sono stati usati per fare le indagini. C’è
l’ansia da “indagine pura”, ma forse è la volontà a non far fare le indagini. Non credo che sia questa la sicurezza invocata dai cittadini»
Se dico voglia di normalità come risponde? «Per me la normalità è la “mediocritas” dei latini, il senso della misura, mi sta bene, se normalità è invece l’adeguarsi ai desideri dei più, non mi sta bene».
Inaugurazione mostra “Qui è altrove”
Caldo in un pomeriggio di metà luglio. L’aria è tersa nel borgo di Castelbasso. Il centro si anima alle 19 quando apre la mostra “qui è altrove” curata da Francesco Poli e Francesa Referza. Giovani provenienti da Albania, Germania, Serbia, Svizzera ed Italia hanno dimostrato che proprio il qui è il nostro altrove e il curatore, Francesco Poli, ha evidenziato come a Castelbasso questa mostra e quella di Burri dimostrino come “il borgo viva con l’arte e l’arte viva grazie al borgo”, in un incrocio di visioni diverse ed incrociate della realtà. Nulla è qui paludato né convenzionale ma “ c’è una rottura con il conformismo e le banalità che ci schiacciano”. E il Presidente della Fondazione “Malvina Menegaz per le arti e la cultura” sente forte l’impegno della rivitalizzazione di questo borgo tanto che anche in un post terremoto, difficile e faticoso, ha deciso di mantenere fede al suo progetto e non si è tirato indietro.
Abruzzo, passa anche dalla cultura la rinascita post terremoto
da Corriere.it
L’Abruzzo è stato investito, nella notte tra il 5 e 6 aprile scorsi, da un terremoto devastante. Persone, cose, oggetti sono andati perduti. Ma gli abruzzesi si sono affidati alla loro dignità e a tutta la forza di cui sono capaci per accettare e contrastare la natura avversa. Nessuno ha voluto abbandonare il proprio paese e proprio per questo la Fondazione «Malvina Menegaz per le Arti e le Culture» ed il suo Presidente Osvaldo Menegaz, hanno deciso che anche questo anno Castelbasso (Teramo) doveva fare sentire la sua voce ed accendere i riflettori sulla cultura, come veicolo di rinascita e per porre l’attenzione su di un patrimonio storico che non può e non deve morire.
LA MOSTRA – La Fondazione, che da questo anno organizza la manifestazione «Castelbasso progetto Cultura», ospiterà, quindi, nelle sale della sua sede a Palazzo Clemente, completamente restaurato e dotato dei dispositivi più aggiornati per una attività espositiva di alto livello, una importante mostra dedicata al Maestro Alberto Burri, curata da Francesco Poli. È una esposizione che sicuramente richiamerà, come nel caso della precedente dedicata a de Chirico, un grande pubblico, ed è la prima di opere del maestro in Abruzzo e dunque, anche per questo, un avvenimento culturale particolarmente significativo per la Regione soprattutto nel momento in cui il sisma ha fiaccato lo spirito e l’animo degli abitanti dell’intero territorio.
LE OPERE – In quattro grandi sale saranno presentate oltre venti grandi opere delle fasi più importanti della ricerca dell’artista umbro, dai famosi «Sacchi» alle «Combustioni», legni e plastiche, dai «Cretti» fino ai «Cellotex». A partire dal 18 luglio si potrà visitare, a Palazzo De Sanctis, anche la mostra «qui è altrove», a cura di Francesco Poli e Francesca Referza e realizzata in collaborazione con l’ «Associazione Amici per Castelbasso», con installazioni di opere di 21 artisti, italiani e stranieri, la cui ricerca spazia dal video alla fotografia. A questa mostra, che ha lo scopo di registrare e mettere a confronto alcuni aspetti delle più recenti ricerche contemporanee del panorama italiano, ma non solo, sono stati selezionati e invitati artisti già riconosciuti tra i più interessanti dell’attuale scenario, accanto ad altri più giovani, sia anagraficamente che come esperienza. Sono presenti: Francesco Arena, Gianni Caravaggio, David Casini, Loris Cecchini, Michele D’Agostino, Silvia Giambrone, Daniel Glaser & Magdalena Kunz, Angela Glajcar, Loredana Longo, Armando Lulaj, Marzia Migliora, Jacopo Miliani, Andrea Nacciarriti, Paolo Piscitelli, Arcangelo Sassolino, Eugenio Tibaldi, Nikola Uzunovski, Nico Vascellari, Eltjon Valle, Jelena Vasiljev, Italo Zuffi. La mostra è il primo evento, di una nuova programmazione, di arte contemporanea giovane che, a partire dal 2009 e fino al 2012, sarà ospitata dalla sede di Palazzo De Sanctis, già utilizzata per mostre personali e collettive di artisti del Novecento. La manifestazione si svolge sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in collaborazione con la Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico per l’Abruzzo. Sostengono l’iniziativa la Regione Abruzzo, la Provincia di Teramo,il Comune di Castellalto, la Comunità Montana Zona “N”, il Consorzio dei Comuni del B.I.M., la Camera di Commercio di Teramo.
Il video dell’inaugurazione della mostra su Burri
Alberto Burri: grandi opere in mostra a Castelbasso from ilQuotidiano.TV on Vimeo.
G8: nient’altro che parole
In Africa c’è un miliardo di persone affamate e il G8 dà loro da mangiare nient’altro che parole. Stanno falsificando i libri contabili: 15 miliardi di dollari possono sembrare tanti ma è come incartare lo stesso regalo per donarlo una seconda volta.
Farida Bena, Oxfam-Ucodep, 9 luglio
Fonte: L’Unità, 10 luglio 2009

