Notizie dall'Italia
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Il Film di Erik Gandini sarà presentato il 3 settembre alla mostra di Venezia, nelle sezioni autonome “La settimana internazionale della critica” e “Le giornate degli autori”.
Alcamo, due carabinieri uccisi e dietro gli scenari della strategia della tensione in salsa mafiosa
di Rino Giacalone
Quattro carabinieri indagati e antiche ingiallite pagine che vengono rilette da qualche mese, armadi polverosi che si riaprono, offrono tutti scenari inquietanti gli stessi che da decenni accompagnano tanti gialli che fanno parte della storia delle vicende trapanesi, dove mafia, massoneria, servizi deviati hanno qui sempre trovato utili punti di convergenza.
C’entrano le armi, le connessioni tra apparati dello Stato e organizzazioni malavitose e mafiose, strategie diverse che hanno attraversato il nostro Paese, e forse superando gli stessi confini nazionali. La provincia di Trapani è da sempre «terreno fertile» per connivenze, per traffici non leciti ma fatti sotto occhi che al momento gusto avrebbero fatto finta di non vedere. Il territorio di Alcamo poi ha avuto sempre una sua specificità. La si scopre ancora oggi questa specificità, mentre si parla di indagini sui mandanti occulti delle stragi del ’92, si scopre che era in mano ad alcamesi, e a potenti mafiosi di Castellammare, un cellulare clonato usato da chi in quel luglio del 1992 si stava occupando di come potere uccidere il giudice Paolo Borsellino.
In quell’estate pochi giorni prima della strage di via D’Amelio, i mafiosi trapanesi, Matteo Messina Denaro in testa, si ricordarono di un «alcamese» che non era stato ai «patti», che non aveva saputo evitare una guerra di mafia, ad Alcamo, dove avevano sparato tutti ma proprio tutti i pezzi da 90 di Cosa Nostra trapanese e palermitana, ma Vincenzo Milazzo, capo cosca della zona, era diventato scomodo per non avere saputo tenere a banda una banda di emergenti, e fu ucciso con la sua compagna, Antonella Bonomo. Anni dopo si seppe che i due avevano contatti con uomini dei servizi segreti, potevano sapere qualcosa o potevano riferire qualcosa di pericoloso che si stava preparando.
I quattro carabinieri indagati di cui si parla adesso con queste vicende non c’entrano nulla. Sono sotto inchiesta per altro e lo resteranno per poco perchè la Procura di Trapani ha chiesto per loro l’archiviazione, per prescrizione dei reati. Alcamo invece c’entra e continua ad entrarci. Non foss’altro perchè la Procura di Trapani ha deciso, notizia conosciuta oramai da qualche tempo, di riaprire le indagini su chi il 27 gennaio del 1976 uccise i due carabinieri che prestavano servizio presso la casermetta di Alcamo Marina, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo.
La rivelazione di un ex brigadiere dell’arma hanno fatto accertare che i «balordi» arrestati per quel duplice omicidio non erano i veri colpevoli. Non si sa chi fu, ma loro, Vesco, Gulotta, Santangelo e suo cugino Ferrantelli, Mandalà, non erano stati. Sotto accusa è finito un gruppo di carabinieri, la «squadra» che lavorava con un carabiniere importante, finito anni dopo ucciso in modo vile dalla mafia, a Ficuzza, nel palermitano, il colonnello Giuseppe Russo: indagati per le violenze fatte patire a quei allora giovani, sono Elio Di Bona, Giovanni Provenzano, Giuseppe Scibilia, Fiorino Pignatella. Vesco e compagni furono presi e portati in un caserma di campagna, in località Sirignano, tra Alcamo e Camporeale, con acqua e sale, torture, furono fatti confessare quei delitti. Una indagine che però non era perfetta se ci sono voluti una serie interminabili di processi per arrivare però alle condanne. Ingiuste secondo i particolari che emergono raccontati da quell’ex brigadiere.
I carabinieri indagati hanno deciso di non rispondere alle domande dei magistrati della Procura di Trapani, dalla loro parte il fatto che non andranno incontro a conseguenze alcune, i reati nei loro confronti sono prescritti per cui usciranno presto dalle indagini. Difficile che alla loro coscienza invece potranno decidere ancora di non rispondere. Sapevano quello che stavano facendo e forse per il peso, forse per altro, alcuni di loro hanno per tempo raccontato ai loro familiari quello che accadde in quell’inverno del 1976.
Chi si sta occupando nuovamente di queste indagini ha appreso la circostanza ascoltando delle intercettazioni scattate all’indomani della riapertura delle indagini sull’eccidio della casermetta di Alcamo Marina e sulle violenze patite da chi con quel duplice efferato delitto pare non c’entri nulla. I familiari di un maresciallo, Giovanni Provenzano, uno di quei sottufficiali dei quali si fidava tanto il colonnello Russo, sono stati sentiti parlare di quella storia, la moglie ed i figli di Provenzano hanno svelato, parlando tra loro, che loro sapevano, “papà ci raccontò tutto” sono stati sentiti dire i figli Michele e Rossana, e la loro madre, Lina, ad un certo punto spiega quasi a giustificare quell’azione, che c’erano stati quei carabinieri ammazzati e i loro colleghi avevano tanta rabbia in corpo “e per farli parlare allora hanno usato…..”
E se l’indagine sui carabinieri che con le violenze, agli ordini del loro comandante, come ha raccontato quell’ex brigadiere che fece parte di quel gruppo messo su in tutta fretta appena scoperto l’orrendo delitto dei due militari ad Alcamo Marina, ascoltato apposta dai magistrati, dopo che questi ad un blog affidò il suo sfogo, si appresta ad essere archiviata come ha chiesto la Procura di Trapani, ce ne è un’altra indagine che ha ripreso a camminare, quella sull’omicidio dei due carabinieri di Alcamo Marina che i pm trapanesi vogliono tentare di risolvere, e poi capire quale sia stato lo scenario. E’ in questo ambito che si rileggono carte ingiallite e si riaprono antichi armadi. Quel 27 gennaio del 1976 fu una pattuglia di scorta all’allora leader Msi Almirante a scoprire quei carabinieri ammazzati nella casermetta. Non ci sarebbe stato ragione di fermarsi, eppure lo fecero. Ed è da lì che le indagini sono ripartite. E sembra che il filo di questa matassa, sbrogliandosi, sia finito con l’entrare dentro altre vicende, strane, di armi e connessioni, in quei periodi in cui, per dirla come c’è scritto in qualche sentenza, con la quale in provincia di Trapani sono stati condannati mafiosi e loro complici, non sempre Stato e antistato stavano su opposte barricate.
L’Economia Digitale può fare uscire l’Europa dalla crisi, secondo la Commissione Europea
L’Economia Digitale può far rialzare l’Europa dalla crisi, dice il rapporto della Commissione comunitaria del 4 agosto 2009. Il Rapporto sulla Competitività Digitale pubblicato oggi mostra che il settore del digitale ha realizzato forti progressi dal 2005: infatti il 56% degli Europei ora usa regolarmente Internet, l’80% di loro grazie ad una connessione ad alta velocità (confrontato al misero 33% del 2004), rendendo l’Europa il leader mondiale in Internet a banda larga.
Europa è il primo, vero continente “mobile” del mondo, in primo luogo per il numero di abbonati, più numerosi dei cittadini stessi (con un tasso di crescita del 119%).
L’Europa può ancora ulteriormente avanzare, in quanto le nuove generazioni europee di ” sapienti digitali” (digital savvy) possono diventare un driver di mercato molto forte per lo sviluppo e l’innovazione. La crescita di potenziale dell’economia digitale è essenziale per l’Europa, anche per un recupero sostenibile dalla crisi economica mondiale.
Oggi la Commissione ha chiesto al pubblico che strategia futura l’UE dovrebbe adottare per far sì che l’economia digitale possa essere gestita a piena velocità.
Di seguito la presentazione ufficiale della Commissione Europea dei dati sulla crescita della Competitività Digitale:

Alberto Burri. Equilibrio, struttura, ritmo, luce
“Castelbasso Progetto Cultura”, manifestazione ormai riconosciuta tra le più importanti iniziative culturali italiane, si fa di nuovo portatrice di un nuovo evento culturale fatto di arte.
La Fondazione “Malvina Menegaz per le Arti e le Culture”, che da questo anno organizza la manifestazione, ospiterà nelle sale della sua sede a Palazzo Clemente, completamente restaurato e dotato dei dispositivi più aggiornati per una attività espositiva di alto livello, una importante mostra dedicata al Maestro Alberto Burri.
E’ una esposizione che sicuramente richiamerà, come nel caso della precedente dedicata a de Chirico, un grande pubblico, ed è la prima di opere del maestro in Abruzzo e dunque, anche per questo, un avvenimento culturale particolarmente significativo per la Regione soprattutto nel momento in cui un evento come il terremoto ha fiaccato lo spirito e l’animo degli abitanti dell’intero territorio.
In quattro grandi sale saranno presentate oltre venti grandi opere delle fasi più importanti della ricerca dell’artista umbro, dai famosi “Sacchi” alle “Combustioni”, legni e plastiche, dai “Cretti” fino ai “Cellotex”.
Video “L’informale di Burri a CastelBasso” da L’Espresso
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Nel cuore della Sicilia tra gli artigiani del gelato
di Mary Taylor Simeti
I siciliani adorano il gelato, a tal punto che in estate lo consumano perfino a colazione. Una brioscia riempita con un’abbondante porzione di gelato al caffè o alla nocciola e ricoperta da un ghirigori di panna montata fa partire con il piede giusto un siciliano che deve affrontare la sua giornata.
Per chi la preferisce, esiste una versione più leggera, costituita da una brioscia e da un bicchiere di granita – di caffè, di limone o, nella Sicilia orientale, di mandorla – servito a parte. Come il nome lascia intuire, la brioscia è – tanto nel nome quanto nella sostanza – la reinterpretazione siciliana della brioche francese, e si dice sia stata creata dal pasticcere svizzero Caviezel che aprì a Catania una pasticceria all’inizio del XIX secolo. Molto simile esteriormente a un panino americano per l’hamburger, una buona brioscia deve essere morbida, vagamente dolce e in grado di assorbire ciò che al suo interno si scioglie gradualmente, senza mai diventare gommosa. I bambini siciliani sin da piccoli acquisiscono la tecnica più opportuna a consumarne rapidamente una – prima che tutto il gelato all’interno si sciolga – con un’abile sequenza di schiacciamenti, morsi e leccatine.
Gli stranieri, che nel XVIII e XIX secolo raggiungevano, nel loro Grand Tour in Italia, la Sicilia, restavano meravigliati dalla passione con la quale gli abitanti dell’isola si procuravano la scorta di neve e consumavano i gelati prodotti con essa. Talmente grande era ed è la loro passione – e, potremmo aggiungere, a tal punto delizioso il gelato siciliano – che i siciliani sono convinti di esserne proprio gli inventori, di essere i custodi di un segreto culinario portato fin qui – secondo una leggenda locale – dagli invasori arabi dell’VIII secolo, abituati a utilizzare la neve per raffreddare i loro sarbat, sciroppi di frutta diluiti in acqua.
Lo ammetto: mi hanno convinto. Quando avevo iniziato a scrivere la storia delle specialità siciliane, casualmente avevo scritto che «il passaggio dal sarbat e acqua, raffreddato in un contenitore di ghiaccio, alla granita sarebbe avvenuto nel volgere di poco». Jeffrey Steingarten, esperto americano di cultura culinaria, mi ha esortato ad approfondire la questione e mi ha spedito, imbarazzandomi, il libro di Elizabeth David che si intitola Harvest of the Cold Months per approfondire il tema dell’effetto endotermico. È infatti possibile raffreddare un liquido aggiungendogli ghiaccio o neve, ma lo si può gelare soltanto grazie all’effetto endotermico, ovvero circondando il ghiaccio di sale e portandone la temperatura sotto lo zero centigrado. Gli arabi dell’VIII secolo erano già a conoscenza di questo principio – in realtà, lo avevano appreso dai cinesi – ma per secoli rimase confinato nell’ambito della scienza e della medicina, tutt’al più un trucco di cui far sfoggio. Soltanto nel XVI secolo trovò una sua applicazione pratica in cucina.
La prima descrizione di cui si sia a conoscenza si trova nella poesia Il candiero, scritta da un gentiluomo di Firenze del XVII secolo: in effetti, la sua pare una sorta di ricetta in versi e si conclude affermando che questo gelato, insaporito con gelsomino e limone, fu inventato per spegnere l’arsura del «Signor di Carbonagno» (sic). Oltretutto, secondo il poeta, il candiero di cui parla era fatto da «il Siciliano». Di conseguenza, i siciliani non sono nel torto. Peccato – scrive però Elizabeth David – che non se ne sappia molto di più; non sappiamo, per esempio, «chi fosse il Siciliano che produceva il candiero e chi fosse il suo padrone, il Signor Carbognano». In realtà, lo sappiamo e potremmo saperne di più. Con ogni probabilità il padrone era Giulio Cesare Colonna di Sciarra, principe di Carbognano (1636-1681), i cui registri di casa custoditi agli Archivi Barberini della libreria del Vaticano potrebbero rivelare a qualche ricercatore esperto e qualificato il segreto del Siciliano.
Abbiano inventato il gelato o no, in ogni caso i siciliani sanno perfettamente come prepararne di ottimo: il gelato artigianale è fatto e venduto nei bar, nei caffè e nelle gelaterie di tutta l’isola e la sua qualità è in genere molto elevata, benché molto dipenda dalle materie prime e degli impasti utilizzati. Esistono poi mastri gelatieri che si preparano da soli la maggior parte degli ingredienti, utilizzando prodotti locali quali i famosi pistacchi e le deliziose mandorle siciliane, più altri frutti per insaporire i loro prodotti. Nella Sicilia orientale gode di fama di miglior gelataio Corrado Assenza del Caffè Sicilia di Noto, che da tempo ha raggiunto la celebrità internazionale grazie alle sue paste, le sue confetture, il suo cioccolato, e che si sta allontanando adesso dalla strada tradizionale dei gelati-dessert dal sapore dolce per avventurarsi nel campo dei gelati dai sapori di gran moda, studiati appositamente per accompagnarsi a piatti di pesce o di carne, oppure per fungere da piacevoli e rinfrescanti intervalli tra una portata e l’altra.
Sebbene a Palermo vi sia una profusione di locali e gelaterie nei quali assaporare dell’ottimo gelato, ho scelto di recarmi a Cerda, una piccola cittadina situata a una settantina di chilometri a est del capoluogo, dove Antonio Cappadonia si è conquistato l’ambita reputazione di migliore gelatiere della Sicilia occidentale. È per puro caso che egli è approdato a questo mestiere: era uno studente di giurisprudenza, infatti, quando suo padre decise di investire i risparmi di tutta una vita nell’acquisto di una bar nella piazza principale della cittadina, promettendogli che avrebbe avuto un futuro molto più sicuro di quello che una laurea in giurisprudenza avrebbe potuto garantirgli. Artigiano del gelato autodidatta, Cappadonia ha conosciuto i grandi nomi del gelato italiano nelle fiere commerciali, ha seguito vari corsi, ha sviluppato poco alla volta una passione profonda che alla fine lo ha portato a vendere solo ed esclusivamente gelato.
Uomo davvero piacevole e modesto, Cappadonia ha risposto con infinita pazienza alle mie domande, spiegandomi la differenza tra il gelato francese (moltissima panna), quello italiano (pieno di uova e latte) e quello siciliano (latte e un emulsificante/addensante). Nei secoli passati i siciliani per addensare il loro gelato utilizzavano il poco costoso amido di mais, ma per Cappadonia, come pure per Corrado Assenza, l’emulsificante migliore in assoluto, quello in grado di conferire una consistenza molto cremosa al composto, è la farina ottenuta dalle carrube, prodotto naturale al cento per cento, che ha una capacità straordinariamente elevata di assorbire acqua, così da evitare la formazione di cristalli di ghiaccio e di garantire una consistenza quasi vellutata.
Gli alberi di carrube crescono in tutto il Mediterraneo e si stanno moltiplicando in Sicilia, soprattutto nella provincia di Ragusa dove opera Assenza. Il potere addolcente del baccello della carruba e il potere addensante del suo seme sono noti sin dall’antichità e pare che già gli egiziani le mangiassero e utilizzassero una pasta ottenuta tritandone i semi per incollare le fasce delle mummie.
Intervistare Cappadonia è stata un’esperienza squisita: tra una domanda e l’altra ho avuto l’opportunità di assaggiare il suo gelato alla nocciola (ottenuto dalle migliori nocciole d’Italia, quelle delle Langhe, in Piemonte), il suo sorbetto al limone (ottenuto da limoni coltivati in loco), il suo sorbetto di Cantalupo (il melone di Licata), come pure gelati al pistacchio (i rossi di Bronte che arrivano dalle pendici dell’Etna) e alla mandorla (provenienti dalla Val di Noto). Cappadonia si è ripromesso di conoscere da dove provenga e da chi sia prodotto ogni ingrediente, e va particolarmente fiero di un gelato di sua invenzione, quello alla manna, il succo raccolto dagli alberi di frassino che crescono nelle vicine montagne delle Madonie.
Purtroppo, al momento dell’intervista non si era nella stagione giusta per assaggiare la creazione per la quale egli va più famoso, ovvero il sorbetto di carciofo, creato in omaggio alla pianta più importante delle campagne attorno a Cerda, che produce con carciofi centrifugati, zucchero e succo di limone. Cappadonia lo definisce un «gelato da meditazione», qualcosa da sorbire seduti, immersi nei propri pensieri. Non vedo l’ora, la primavera prossima, di meditarci un po’ su.
da “Il Sole 24 Ore” del 2.08.09
