Laura Aprati

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Italy: New book exposes ‘devastating’ mafia growth

tratto da AdnKronos International

catturandi_palerm1o--200x150Rome, 26 Jan. (AKI) – Pietro Belziti was 78 years old when he was gunned down in the southern Italian region of Calabria in July last year. He was strolling along a busy street in the town of Piana di Gioia Tauro on a hot summer’s night when he was shot in the back six times by a killer who has never been found.
A new book entitled, ‘MalItalia’ (The Evil Within Italy) says this kind of crime is common in the south of the country where the mafia known as ‘Ndrangheta is becoming more powerful than ever before.

No-one has been found guilty of the crime which was committed in the centre of town in front of everyone. According to the book nobody knew what happened and nobody saw a thing.

But ‘MalItalia’, compiled by Italian journalists Enrico Fierro and Laura Aprati, not only looks at the spread of ‘Ndrangheta but presents a snapshot of the mafia elsewhere in the country, from the Cosa Nostra in the Sicilian city of Trapani to the powerful Camorra in Caserta, outside Naples.

Pitched at young people, ‘Malitalia’ is accompanied by a DVD video and includes accounts of journalists and crime fighters committed to fighting the spread of organised crime.

“The growth of the mafia is devastating,” Aprati told Adnkronos International (AKI) in an interview on Tuesday.

“Economically it has generated enough wealth to cover all of our country’s debts and it could offer unemployment benefits for everyone.

“This economic power determines its role in the social life and businesses of the country and often determines choices about both of them.”

Aprati also spoke about the collusion of the mafia and its penetration of Italian culture.

“It is very subtle,” she said. “So your lawyer or your doctor could be very close to a certain (mafia) clan and you would not know it.

“The mafia is liquid and odourless so it is now inside us more than we think.”

Fierro and Aprati said that in several regions of Italy residents are fighting a war of general indifference.

The book speaks of places and cities, entire areas of major cities, where people live and die as if they were in a war zone.

“There are snipers who shoot, bombs that explode, death squads that carry out sentences executed by secret courts and outside the laws of the state,” the authors said.

One of Italy’s senior anti-mafia prosecutors, Vincenzo Macri, endorsed the book and said it was important to raise awareness about the spread of organised crime from Europe to Australia.

Macri said German police were totally unprepared when six Italians were brutally gunned down in the town of Duisburg in a mafia feud in August 2007.

He said there was a “new emergency” and judicial authorities in Europe and other parts of the world had to recognise the growing clout of organised crime.

Mafia: quando Grigoli cercava avvocati per il cognato di Messina Denaro

di Rino Giacalone

Giuseppe Girgoli racconta che lui con la mafia e con Messina Denaro non c’entra nulla, ma nel corso del processo in corso a Marsala dove il “re” dei supermercati Despar della Sicilia occidentale è accusato di associazione mafiosa, assieme al capo mafia latitante, è emersa la circostanza che lui si dava da fare per trovare “avvocati di grido” nazionale per Filippo Guttadauro, cognato di Messina Denaro e di Pino Clemente un uomo d’onore morto suicida due anni addietro in carcere, si uccise il giorno del compleanno del boss latitante.

La circostanza dell’interessamento di Grigoli è emersa da alcune intercettazioni sulle quali ha deposto un ufficiale della Guardia di Finanza, iil maggiore Rocco Lo Pane, ex comandante della comapgnia di Marsala, che per incarico della Dda di Palermo nel 2007 indagava sulle frodi commesse dal gruppo imprenditoriale di Giuseppe Grigoli. L’interessamento di Grigoli per Clemente e Guattadauro (quest’ultimo condannato in secondo grado per estorsioni commesse nell’area industriale commerciale di Castelvetrano, in carcere da un paio di anni, dopo essere stato identificato come il soggetto indicato numero 121 nei pizzini di Bernardo Provenzano, il personaggio che avrebbe dovuto occuparsi di contatti con la politica per conto di Cosa nostra) mostrerebbe i legami tra lui e l’associazione mafiosa.

Malitalia su Melitoonline.it

Reggio Calabria, 2 dicembre 2009. Laura Aprati e Giuseppe Pignatone, Procuratore Capo della Repubblica di Reggio Calabria. Presentazione del libro Malitalia.

Cascio

di Rino Giacalone

L’imprenditore del cemento in assoluto nella Valle del Belice era cresciuto tanto da riuscire a diversificare i suoi interessi. Dal calcestruzzo e dagli inerti il belicino Rosario Cascio, settantenne, era passato anche ad interessarsi di agricoltura, ortofrutta, olivicoltura, produzione di vino, ma anche di commercio e vendita di petroli e di auto. Tutto secondo gli investigatori all’ombrta della potente mafia del latitante Matteo Messina Denaro dopo che era passato anche attraverso una certa vicinanza con il boss dei boss di Corleone, Totò Riina.

Il maxi sequestro dei beni degli imprenditori belicini Rosario e Vitino Cascio, 76 e 68 anni anni è scattato a seguito del pronunciamento del tribunale delle misure di prevenzione di Agrigento. I due soggetti sono ritenuti socialmente pericolosi per i contatti con le famiglie mafiose della Sicilia Occidentale. Una proposta di sequestro che era stata avanzata dalla Dia e dalla Procura antimafia di Palermo. Oggi siamo dinanzi ad un sequestro ingente che priva le casse di Cosa Nostra di un patrimonio che supera i 550 milioni di euro. Hanno lavorato a lungo gli investigatori della Dia di Trapani in modo particolare, a guardare decine e decine di faldoni, spulciando tra carte societarie di ogni genere e conti bancari, sono stati gli “specialisti” di quel gruppo che all’interno della Dia trapanese ha messo a segno altri colpi, come quando fu individuato il “tesoro” nascosto dell’imprenditore di Castelvetrano Giuseppe Grigoli, il presunto prestanome del super boss latitante Matteo Messina Denaro. Anche Rosario Cascio ha molte cose che lo fanno ritenere vicino alla cosca dei Messina Denaro. spregiudicatezza e arricchimento deriverebbero proprio dall’appartenenza alla “famiglia” del “massanstissima” della mafia del Belice. Gli investigatori della Dia di Trapani che hanno letto migliaia di carte ne sono convinti. I risultati di questa operazione sono stati illustrati a Palermo durante una conferenza stampa cui hanno partecipato investiogatori della Dia e della Guardia di Finanza, anche le fiamme gialle hanno dato un loro apporto. Ma nella lotta alla mafia ancora una volta è il “gruppo” la sinergia tra gli investigatori che vince: le indagini sul patrimonio di Rosario e Vitino Cascio sono state condotte per lungo tempo dal pool apposta creato dentro la Dia di Trapani per dare la caccia ai patrimoni illeciti, a guidarlo il colonnello delle Fiamme Gialle Rosolino Nasca. Una maxi rapporto finito poi sui tavoli del giudici delle misure di prevenzione di Agrigento che infine hanno disposto la confisca
Gli affari di Cascio. Cemento e inerti, un monopolio che gli ha permesso di entrate dentro mille e passa cantieri pubblicie privati della Sicilia Occidentale, “conquistando” commesse pubbliche per svariati miliardi di vecchie lire. Le seu imprese secondo i giudici del tribunale delle misure di prevenzione ma prima ancora secondo i rapporti investigativi antimafia che lo hanno riguardato sono state “armi” a disposizione della mafia, quella “sommersa” che per imporsi non ha più bisogno di sparare, manovra attraverso società imprenditoriali, gestendo casseforti di gran valore per il lroo contenuto in termini di denaro. Il sistema funziona ancora così nel 2010 mentre ci si racconta di arresti e sequestri che avrebebro indebolito Cosa Nostra. La mafia non è battuta e non è finita, grazie a norme che per esempio depenalizzano certi reati o abbassano la soglia di punibilità, la mafia ha potuto rimettere in piedi nuove aziende e nuove società, per coprire i posti vuoti lasciati da quelle confiscate. Il sistema nel sistema che poi esiste consente di portare alla liquidazione e al fallimento le imprese confiscate. Circostanza emersa nel caso dell’impero dell’imprenditore Rosario Cascio. Tra il 1993 ed il 2000 l’imprenditore infatti aveva subito un altro sequestro e una conseguente confisca, durante il periodo dell’amministrazione giudizaria queste società subirono un brusco rallentamento della loro crescita, una netta diminuzione del volume degli affari, questo perchè si era interrotto il filo di collegamento tra le imprese e la mafia: quando nel 2001 Cascio tornò in possesso di queste aziende le cose tornarono subito come erano un tempo, imprese che riacquistarono subito terreno e potere.
I precedenti. Non sono poche le indagini che si sono interessate all’imprenditore Rosario Cascio: il delitto del colonnello Giuseppe Russo (fu prosciolto), quella sui collegamenti con Riina e il cosidetto ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, l’odierno pentito Angelo Siino,, fu coinvolto nell’operazione antimafia Petrov (ma fu assolto), solo nel 2005 fu condannato in via definitva a sei anni di carcere per avere fatto parte di Cosa Nostra dal 1988 al 2004. Appalti, cemento e inerti le attività prevalenti condotte da Cascio all’ombra della mafia. Ci sarebbe stato un castello fatto di imprese compiacenti che avrebbero lavorato fianco a fianco al gruppo imprenditoriale dei fratelli Cascio, così che se non erano loro ad arraffare appalti e commesse potevano farlo altri ma sempre soggetti e imprese a loro disposizione. Pochi secondo le indagini gli imprenditori e gli oepratori economici della Valle del Belice che sono stati in grado a sottrarsi al controllo fatto dai Cascio che poco alla volta è finito con il diventare in grado di pilotare il sistema, creando addirittura un consorzio di imprese, cercando di dare parvenza legale a ogni cosa, con la costituzione del consorzio “Unicav”, dove dentro ovviamente c’erano le imprese a disposizione dell’organizzazione.
Il sequestro. Si tratta di imprese intere o di quote sociali. Calcestruzzi Belice con sede a Montevago (400 mila euro), Calcestruzzi Clemente, Montevago (103 mila euro), ditta Cascio Rosario di Partanna (edilizia), ditta Accardo Maria di Partanna (ortorfutta e olivicola), Calcestruzzi srl di Montevago (46 mila euro), Atlas Cementi di Mazara, Inerti srl di Menfi, ditta di trasporto Trasped, Vibni Cascio srl di Castelvetrano, Efebo car di Castelvetrano (concessionaria d’auto), Castelpetroli di Castelvetrano (impianti distribuzione carburante), Saturnia (agricoltura) di Partanna, Olivo snc di Partanna, terreni e fondi rustici a Manicalunga di Castelvetrano, a Partanna, Menfi, fabbricati a Partanna, Menfi. Nel sequestro sono comoprese anche imbarcazioni e autovetture e conti correnti presso diverse banche.

Storie di mafiosi, eroi e cacciatori

tratto da FfWebMagazine – di Cecilia Moretti

Un reportage sulla malavita organizzata di Sicilia, Calabria e Campania

Un libro corale che raccoglie volti e voci tesi nello sforzo di raccontare un’Italia che non va dimenticata. Le storie di mafiosi, eroi e “cacciatori” che vivono Sicilia, Calabria e Campania di ieri e di oggi, per denunciare una “malitalia” che esiste davvero. I carnefici e le vittime, la gente che scappa e la gente che insegue, i vili e i coraggiosi, i collusi e i collaboratori di giustizia, ma, soprattutto, la gente “normale” che abita quelle terre dove è come stare in guerra, e ogni giorno è una battaglia con il nemico.

Pagine che nascono dalla «voglia di raccontare fatti, uomini, paesi, luoghi incontrati in tanti anni di lavoro» e dal bisogno di denunciare qualcosa che non può passare sotto silenzio.L’imprenditore vittima degli usurai di Caserta che trova il coraggio di collaborare con la giustizia e viene fatto fallire dalle banche.
La vita dedicata alla lotta alla mafia degli uomini della sezione criminalità organizzata della Squadra mobile di Trapani, dove bisogna avere pazienza come in una partita a scacchi e «quando perdi non devi mai voltarti indietro a pensare. Devi guardare avanti». Gli omicidi senza colpevoli nel cuore caldo e profumato di agrumi della Piana di Gioia Tauro. I giovani che abbandonano la loro terra per tentare almeno la scommessa con i loro sogni e scelgono di portare tutta la vita il peso della nostalgia rancorosa per il loro paese dell’ “io non posso”. Le donne della mafia che gestiscono gli affari e tengono le redini delle loro famiglie e dei loro uomini. Il carabiniere ventenne, prima vittima dei Casalesi, trucidato alle tre del pomeriggio di un caldo luglio del 1982 a Marano in provincia di Napoli. I 900mila euro di stipendi, esentasse, pagati ogni mese dalla camorra a killer, spacciatori, sentinelle. La malavita organizzata che, come la palma africana si è spinta a Nord e «piano piano ha risalito la nostra penisola, e oltre, ed è diventata parte di un paesaggio che non ha più i colori e i suoni delle sue origini».Un reportage-documentario che traccia i profili affilati di cosa nostra, ’ndrangheta e camorra, dandone una visione sinottica e delineando i contorni di una mafia che ha cambiato pelle; non è più quella delle coppole e delle lupare, spara sempre meno e fa sempre più affari, ma non è certo meno forte e pericolosa di un tempo. Un viaggio tra le testimonianze (soprattutto di cronisti coordinati da Laura Aprati ed Enrico Fierro) di chi quotidianamente vive immerso in quelle realtà e non ha la pretesa di farsi rivelatore di una verità assoluta e illuminante, ma sente forte il senso di responsabilità di chi ancora crede nelle battaglie di parole e nell’importanza di diffondere la conoscenza dei fatti. Nella lotta per abbattere il muro dell’indifferenza di tanti e nell’impegno individuale di ciascuno che, con le sue forze di singolo, può dare un contributo importante, seppure conscio di operare in una guerra molto più grande di lui, dove niente basta ma tutto fa.

Le stragi, la trattativa, le carte di Riina: tutto passa per Matteo Messina Denaro, il capo mafia pupillo dei corleonesi e amico dei politici

di Rino Giacalone

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Le carte portate via dai mafiosi nel 1993 dalla villa-covo di Palermo dove si nascondeva il capo mafia corleonese Totò Riina? «Sono tra le mani del boss latitante Matteo Messina Denaro!». Lo dice il pentito di Caccamo, Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano.

In quel verbale c’è la spiegazione perchè Trapani è lo zoccolo duro di Cosa Nostra: «Allo stato attuale Trapani e in particolare il paese di Castellammare rappresentano una delle zone più forti della mafia perché punto di riferimento non solo di traffici normali, come droga e armi, ma anche luogo dove si incontrano alcune componenti che girano attorno alla mafia. È un punto di incontro della massoneria, ma anche dei servizi segreti deviati». Secondo Giuffrè fu Leoluca Bagarella ad affidare a Matteo Messina Denaro il più importante «archivio» della mafia siciliana, quello che fu portato in tutta fretta dalla casa covo di Totò Riina: «Messina Denaro era il “gioiello di Riina”, è per questo che lui il depositario del suo archivio». Carte usate in maniera precisa. Giuffrè infatti pone Messina Denaro al centro della «trattativa» con lo Stato, nel 1993, a suon di bombe, ma non solo: «Voleva destabilizzare lo Stato cercando di costringere le istituzioni a scendere a patti». E se la strategia stragista è stata interrotta significa che qualche «porta», di quelle che contano, della politica e delle istituzioni, alla fine si è aperta.
Dalle indagini in corso alla Procura di Caltanissetta poi sul possibile filo che lega la mafia, le stragi e la politica, emerge un verbale del pentito di Alcamo, Peppe Ferro, la conferma del ruolo in questi ambiti «giocato» dalle cosche locali. Secondo il racconto di Ferro, ma in questo caso si tratta di conferme per gli inquirenti, la strategia (fatta di bombe) di Cosa Nostra condotta fino al 1993 si interruppe alla vigilia delle elezioni politiche del 1994. Ferro racconta di essersi rivolto a Bagarella e Messina Denaro, esternò che gli attentati non pagavano, perchè facevano innalzare l’azione punitiva dello Stato, e non raccoglieva più alcun sostegno nella società civile. Messina Denaro dopo gli mandò a dire: «Zu Pe’, sa che cosa penso? a vio sta cosa». Era l’assenso a fermare le stragi. Perchè era cominciata la trattativa con la politica.
E la politica resta al centro del pensiero aggiornato di Messina Denaro che salta fuori da recenti «pizzini» finiti intercettati dagli investigatori che gli danno la «caccia» per mettere fine alla sua latitanza che perdura dal 1993. Anche il super boss belicino, scrivendo dei politici di oggi, parla di quelli di un tempo come Craxi, rimpiangendo i tempi in cui questi imperava tanto da lamentarsi «della fine che gli hanno fatto fare». Mostra poi di pensarla sulla Giustizia come certi politici di oggi: a suo dire è «la magistratura a sovvertire ogni ordine». Sembra proprio di sentire parlare quel qualcuno che attacca l’antimafia preferendo dare dell’eroe a qualche stalliere, mafioso conclamato.

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