Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Fino in fondo

Posted on | Notizie dall'Italia | agosto 19, 2010

(di Pietro Grasso da Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori)
Nella vita sembra che uno faccia delle scelte ma è lei stessa che ti porta a farle. Un giorno mi chiamò il Presidente del Tribunale di Palermo per nominarmi giudice a latere del maxiprocesso. Ne parlai a casa con mia moglie e le dissi di scegliere democraticamente “ma se non vado a fare il maxiprocesso abbandono la magistratura, non avrei il coraggio di tornare tra i miei colleghi”. E così nell’autunno dell’85 iniziai ad avere la scorta e da allora la mia vita è cambiata ma bisogna accettare con serenità quanto il destino ti offre. Pensi di essere tu a scegliere ma non è mai così.

“Noi siamo come una casa allagata e togliamo l’acqua con lo straccio, ma mentre noi facciamo tutto questo, c’è qualcuno che ha pensato di chiudere i rubinetti?”. Questo mi ha detto,sconfortato,  un mio sostituto qualche tempo fa. Ma noi dobbiamo continuare perché sono  tante le persone uccise dalla mafia e le riflessioni sul passato devono indurre a migliorare il presente e, poi, per non morire di mafia è  necessario analizzare il fenomeno, parlarne, discuterne. Il silenzio, di oggi, è il  migliore alleato, di domani, della criminalità organizzata e rende i cittadini meno liberi.

E la  lotta alla mafia non può essere fatta solo di repressione  occorrono misure sociali e civili, prima di tutto per il sud.  E soprattutto bisogna incidere, fortemente, nei rapporti tra crimine organizzato e pubbliche amministrazioni. Purtroppo la politica locale, lo testimoniano i consigli comunali sciolti per mafia (182 e alcuni più di una volta), è soggetta a questa infiltrazioni. E quindi bisogna tagliare, spezzare per sempre questi legami.

Tutto questo è difficile, in un momento di crisi di risorse cui sopperiamo con la qualità degli uomini. Ma dobbiamo continuare fino in fondo.

Nino Agostino: una morte ancora misteriosa

Posted on | Il mio diario | agosto 5, 2010

Villagrazia di Carini, un caldo giorno dell’estate del 1989. Il 5 agosto Nino Agostino e sua moglie Ida,al quinto mese di gravidanza, vengono uccisi dinanzi ai propri familiari.

Il padre Vincenzo è un signore garbato, ostinato che non si arrende di fronte al dolore più grande che possa colpire un genitore, sopravvivere al proprio figlio. La sua barba bianca è la testimonianza del suo non volersi arrendere, della sua ostinazione.

Vive solo per scoprire chi  ha ucciso Nino, Ida e la nipotina che stava per arrivare. Un pentito, Oreste Pagano ha raccontato che ad un matrimonio,in Canada, ha sentito raccontare di questo omicidio  da Alfonso Caruana (boss siculo-canadese di Cosa Nostra)” sono stati uccisi perché il poliziotto aveva scoperto i collegamenti tra le cosche ed alcuni componenti della questura. Anche la moglie sapeva e per questo morì”

Questi collegamenti che Nino aveva scoperto forse portavo al collega Guido Paolilli, iscritto nel registro degli indagati in seguito ad una conversazione intercettata con il figlio nella quale parlava delle carte, chiuse nell’armadio di Nino, che lui aveva distrutto?

Questi collegamenti sono legati forse, come le ultime indagini mettono in evidenza, al fallito attentato, all’Addaura, a Giovanni Falcone il 20 giugno 1989?

Certo la morte di Nino e Ida aspetta ancora oggi la verità. La aspettano anche papà Vincenzo e mamma Augusta. La cercano anche per non credere che per lo Stato ci siano morti di serie A e quelli di serie B. La aspettano per non sentirsi traditi proprio da chi dovrebbe proteggerli e dargli giustizia.

Napoli, giornalismo in svendita e senza schiena dritta

Posted on | Notizie dall'Italia | agosto 5, 2010

(di Vincenzo Iurillo)

Della rabbia di Brunella, giornalista vessata e sottopagata del napoletano, abbiamo già riferito. Poi purtroppo il suo caso non è isolato. E bisognerebbe anche chiedersi il perché.

Qualche giorno fa ho incontrato un giornalista napoletano esperto in temi ambientali, Fabrizio Geremicca. Giovane, brillante, in gamba, documentato, dalla penna frizzante e dal pensiero intelligente. In un paese normale non avrebbe difficoltà a ottenere un buon contratto in una testata di livello e a vivere bene del proprio lavoro. A Napoli, mi ha confessato, accumulando diverse collaborazioni riesce a malapena a racimolare una cifra che non sarebbe sufficiente a pagare l’affitto di una casa dignitosa.

Il mercato dell’informazione a Napoli è un disastro. Secondo Fabrizio, una delle principali colpe è nei giornalisti napoletani, responsabili di una forsennata corsa al ribasso delle tariffe professionali. In parole povere, si svendono per ragioni con le quali è difficile dirsi d’accordo. E mi fa un esempio, da lui pubblicato su un blog: “Chiacchierando con un collega che collabora al sito internet del Corriere del Mezzogiorno, un giornalista che ha superato da un pezzo la trentina, ho appreso che scrive e non è pagato. Lavora, cerca notizie, va in giro, le verifica e non percepisce un centesimo. Gli ho chiesto perché lo facesse. Mi ha risposto che così rimane nel giro e poi è meglio scrivere gratis, sperando che qualcosa accada in futuro, che non scrivere affatto. Stiamo parlando del sito internet di uno dei tre principali quotidiani cittadini. Lo stesso giornale remunera gli articoli dei collaboratori con 15 euro a pezzo. Nessun rimborso spese, nessun compenso per le foto. Altrove, mi raccontano, nelle altre redazioni cittadine, la situazione non è migliore. Spesso è addirittura peggiore”. Conclusioni di Fabrizio, che condivido in pieno: “Se queste sono le condizioni di lavoro, se ci sono giornalisti che scrivono gratis, se le remunerazioni dei pezzi compensano appena le spese, la qualità dell’informazione è destinata inesorabilmente a calare a picco. Il precario senza diritti e senza prospettive, se non di subire per anni uno sfruttamento sistematico, nel miraggio di un contratto, difficilmente sarà un professionista dalla schiena dritta, capace di resistere a condizionamenti e pressioni”. In pratica, andrà verso l’autobavaglio. Per il quale non c’è bisogno di fare una legge.

(da Il Fatto Quotidiano 4 agosto 2010)

Gli elettori senza potere

Posted on | Notizie dall'Italia | luglio 29, 2010

(di Michele Ainis – La Stampa 28 luglio 2010)

C’è un fantasma nella nostra scena pubblica: la legge elettorale. La sua riforma non ha mai occupato i desideri della maggioranza di governo, ora non interessa più nemmeno all’opposizione. Perché dovrebbe? È così comodo manovrare un esercito di soldatini di piombo travestiti da parlamentari.

Niente capricci, niente alzate d’ingegno: altrimenti la volta prossima te ne rimani a casa, anche se la tua pagina su Facebook conta un popolo di lettori e di elettori. E poi nell’agenda politica incalzano altre urgenze, altre questioni: la manovra finanziaria, le intercettazioni, il federalismo, l’università. Perché mai dovremmo attardarci sugli alambicchi del maggioritario o del proporzionale?

Eppure c’è un nesso tra i funerali della legalità e il battesimo della nuova classe dirigente. Basta misurare le reazioni dei politici finiti sotto torchio. Verdini: una congiura mediatica. Cosentino: un complotto giudiziario. Brancher, Dell’Utri, Caliendo: idem. E comunque l’essenziale è mantenere la fiducia del Capo, chissenefrega dei giornali. Tanto è lui, soltanto lui, che decide il tuo posto in Parlamento. L’insubordinazione, ecco il delitto più infamante.

Per i disobbedienti s’agita il randello dell’epurazione, oggi dal Pdl contro il finiano Granata, ieri dal Pd verso Riccardo Villari, dal Pdci verso Marco Rizzo, da Idv verso Nicola D’Ascanio, dalla Lega con una lista di proscrizione lunga come l’elenco del telefono. D’altronde Bossi l’ha detto chiaro e tondo, inaugurando nei giorni scorsi la sezione di Travedona Monate: «chi pianta casino è fuori dal partito». Berlusconi usa un linguaggio più tornito, ma anche per lui la «lealtà» costituisce la prima virtù dei suoi parlamentari. Insomma ai padroni del vapore sta a cuore la fedeltà, non certo l’onestà. Le nomine si fanno per appartenenza, non per competenza. Sicché gli incompetenti disonesti sono ormai il grosso della nostra classe dirigente.

Negli Stati Uniti o in Inghilterra non succederebbe. Lì, se un deputato viene sorpreso con le dita nella marmellata, la sua constituency gli sbatte la porta in faccia senza troppi complimenti, e lui poi difficilmente trova un altro collegio elettorale. Lì l’accountability, la responsabilità dell’eletto verso l’elettore, è l’olio che fa girare il motore democratico. Lì la reputazione dei politici è come la verginità: quando l’hai persa è per sempre, non c’è chirurgo plastico che tenga. Noi, in Italia, questa medicina non l’abbiamo mai bevuta. Neanche ai tempi della Dc, un partito che ha pietrificato per 45 anni ogni alternanza di governo. Sarà che abitiamo in un Paese cattolico, dove il confessionale monda ogni peccato. Sarà l’eredità delle corporazioni medievali, un mondo dove il mestiere dei padri spettava di diritto ai figli, senza concorrenza, senza ricambio d’uomini e di idee. Ma certo dal 2005, da quando abbiamo in circolo questa legge elettorale, lo spettacolo è scaduto ulteriormente. Servirebbe l’uninominale, uno contro uno. Servirebbe la possibilità di revocare gli eletti immeritevoli. Invece la politica italiana ha revocato gli elettori.

michele.ainis@uniroma3.it

Tiziano Terzani: giornalismo e potere

Posted on | Notizie dall'Italia | luglio 28, 2010

(Tratto da Malitalia – di Nicola Lillo)

È bello poterlo immaginare seduto con le gambe incrociate, la schiena dritta. La barba lunga e bianca, i capelli legati. I vestiti candidi, che fanno un tutt’uno con l’uomo. Un mantello rosso gli copre le spalle, mentre sorseggia il tè, appena preparato nella sua piccola “gompa” costruita sull’Appennino Tosco-Emiliano. A Orsigna, piccolo paesino in provincia di Pistoia; il suo Himalaya.

Una terra ricca di colori, odori e spiritualità.

Sono sei anni che Tiziano Terzani ha lasciato il suo corpo, come amava dire. Ed è in periodi di crisi come quelli che stiamo vivendo che si sente di più la sua mancanza.

Un giornalista “sui generis”, viaggiatore instancabile. Reporter, fotografo e, alla scoperta del cancro, un uomo diverso, nuovo, capace di far riflettere con poche e semplici parole.

Era questo e tanto altro Tiziano. Impossibile da definire, impossibile da inquadrare. Sempre sorprendete, coinvolgente, emozionante.

Ma, nonostante oggi non ci sia più, a noi giovani, che non abbiamo ancora superato la soglia degli “anta”, aspiranti giornalisti e non, ha lasciato un bagaglio di insegnamenti sconfinato.

Il giornalismo per Terzani era una missione. “Una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo”. Un concetto che, oggi più che mai, deve essere fatto proprio dai giornalisti o da aspiranti tali.

Ma Tiziano non solo di informazione si è occupato. La scoperta del cancro lo ha portato a compiere un percorso inconsueto, inaspettato. Forse considerato un po’ “folle” per noi occidentali, legati ai nostri guadagni, alla nostra casa, a tutto quello che ci circonda: alla materialità. Trascorse mesi sull’Himalaya. Senza alcuno al suo fianco. Alla ricerca di se stesso.

E da questa esperienza è nato un Terzani differente, nuovo, “spirituale”. E tanti sono gli insegnamenti che noi giovani possiamo trarre dalle sue parole.

Dalla forza e dalle difficoltà della vita: “quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta”. Alla serenità e alla pace interiore: “Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia”.

Un pacifista lontano dall’utopia, ma comunque sognatore e fiducioso: “mi piaceva pensare che i problemi dell’umanità potessero essere risolti un giorno da una congiura di poeti: un piccolo gruppo si prepara a prendere le sorti del mondo perché solo dei poeti ormai, solo della gente che lascia il cuore volare, che lascia libera la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano, è capace di pensare diversamente. Ed è questo di cui avremmo bisogno oggi: pensare diversamente”.

È l’insegnamento più grande che ci ha lasciato. “Pensare diversamente”, non conformarsi al consumismo sfrenato di un’economia che tenta di appiattire tutto e tutti. Ed è forse proprio questo il motivo per cui questo grande giornalista è tanto apprezzato dai giovani. Perchè in lui vedono, vediamo, un qualcosa di diverso, lo spronarci a cambiare, noi stessi e gli altri, a cercare un mondo, una vita, migliore.

Hare Tiziano.

Il fresco profumo di libertà

Posted on | Il mio diario | luglio 19, 2010

“Poter ammirare la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Parole di Paolo Borsellino che oggi più che mai sono attuali. La contiguità, la complicità, il compromesso morale sono sotto gli occhi di tutti. Il Paese sembra inebetito, incapace di ribellarsi a questo stato di cose che ogni giorno riempie le pagine dei giornali e che pervade tutto il territorio italiano, basti pensare agli arresti tra Calabria e Lombardia. Anche la “Milano da bere”, il cuore della finanza è “colluso” e “compiacente” con i boss dell’Aspromonte. E anche qui tornano in mente le parole di Paolo Borsellino: “politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si accordano o si fanno la guerra. La sensazione netta e chiara è che si siano accordati e che il patto sia ancora più forte di quelli ( occulti o palesi) dei decenni passati.

Sono passati 18 anni da quel fumo, nero e denso, che si alzava nel cielo di Palermo in un’estate calda con le spalle curvate dal dolore della strage di Capaci. Sono passati 18 anni dal discorso di Paolo Borsellino alla Biblioteca di Marsala il 25 giugno 1992 quando sapeva già che la sua fine era vicina.

Paolo Borsellino usava parole desuete per il mondo di oggi “E’ bello morire per ciò in cui si crede: chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. E questo non è un grido di battaglia o il riconoscersi in una parte politica. E’ il testamento di un uomo onesto, di un magistrato fedele alla legge e alla Costituzione. Un magistrato che ha frapposto la sua integrità morale a quel potere  “colluso e compiacente”  che aveva deciso di scendere a patti con la criminalità organizzata.

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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