Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Una piccola raccolta dei miei contenuti: audio, interviste, letture, interventi.

Una bandiera,una storia

Gli alleati arrivano da Cassino a Collelongo,paesino dell’Abruzzo interno, il 13 giugno del 1944. Sono neozelandesi,polacchi e inglesi. Dall’8 settembre del 1943 il paese era occupato dai tedeschi.Una liberazione! E come fare a ringraziare chi li aveva liberati? Gli abitanti di Collelongo decidono di regalare al capitano Ian Mc Lennan qualcosa di molto caro, che rappresenta la realtà contadina agricola del territorio ma che parla anche di fratellanza, di condivisione, di assistenza. Una bandiera ricamata da una ragazza di 10 anni.La bandiera della Fratellanza Agricola, nata per dare sostegno agli agricoltori che perdevano una bestia da lavoro, che subivano un danno. Una società di mutuo soccorso.
Il capitano Mc Lennan ha esposto la bandiera per 52 anni nel suo giardino in Nuova Zelanda avendone estrema cura e poi l’ha fatta tornare a Collelongo avendo in cambio un’altra bandiera italiana da poter tenere davanti casa. Un gesto d’amore e di rispetto verso quelle persone che lo avevano accolto in un lontano giugno del 1944.
Dal 25 aprile 2014 la bandiera della Fratellanza Agricola è esposta,in una bacheca, nell’atrio del Municipio del paese abruzzese.

La terra dei fuochi e le sue vittime

Oggi si sono svolti i funerali solenni in onore di Roberto Mancini, poliziotto. Li ha officiati Don Maurizio Patriciello che, insieme a uomini e donne di Caivano, è giunto a Roma per rendere omaggio ad un uomo, un servitore dello Stato, che per anni ha lavorato in Campania, in quella che tutti oggi chiamiamo “la terra dei fuochi”. Era arrivato tra loro nel 1994, quando i riflettori erano spenti e solo pochi parlavano e scrivevano di ciò che succedeva. Lavora all’anticamorra e sege inchieste sui casalesi e le ecomafie. Pedinamenti,intercettazioni e nel 1996 deposita alla DDA di Napoli un’informativa. Al centro dell’indagine i rapporti che l’avvocato Cipriano Chianese (il broker dei rifiuti arrestato nuovamente il 10 dicembre scorso per estorsione con l’aggravante mafiosa e coinvolto nel processo per avvelenamento delle falde e disastro ambientale) intratteneva con alcuni dei nomi più importanti della camorra, fra questi Bidognetti. L’avvocato, “il signore delle ecomafie” è un professionista insospettabile che, per conto dei Casalesi, gestiva il rapporto con le aziende e organizzava il trasporto e lo sversamento dei rifiuti nelle discariche.
Roberto Mancini ne parla nel 1996. La sua informativa rimane sepolta per anni. Il PM della DDA di Napoli,Alessandro Milita, la mette agli atti e riparte da lì e dalla testimonianza di Mancini per il processo per disastro ambientale.

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Ma nel frattempo, nel 2002, al poliziotto viene diagnosticato un linfoma non Hodgkin e viene anche certificato che è “per causa di servizio”. Un indennizzo di 5000 euro che come dice Monika,la moglie di Roberto,” ci hanno fatto comodo almeno ci siamo comprati la macchina per andare a Perugia per le cure”. Un’elemosina. Monika è una donna forte che, pur nel suo dolore, ha la forza di ricordare anche chi, come Roberto, ha combattuto il tumore. Come Teresa di Pompei.E di chiedere a tutti di non abbassare la guardia, di lottare per la Terra dei fuochi e per gli altri siti avvelenati. Chiede di non mollare come non ha mai mollato suo marito.
E le sue parole si scontrano con la cruda realtà raccontata da Antonio Giordano,oncologo e ricercatore, che studia da anni, anche con fondi del governo americano ciò che accade nella sua terra e che dice :”Ogni giorno in Campania si producono oltre ventimila tonnellate di rifiuti speciali e tossici di cui nessuno parla. Non meno del 30%, circa 5000 tonnellate, sono prodotti in evasione,cioè in nero,e quindi smaltiti illegalmente”.

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Giordano è anche molto critico con la politica e sul ruolo che ha avuto negli ultimi venti anni nella gestione dei rifiuti, nella ricerca della verità e delle connivenze.
Il medico aggiunge “Oggi non c’è politico,medico o giornalista che non riconosca il problema dei rifiuti tossici. Non è stato sempre così. Quarant’anni fa mio padre veniva isolato da uomini delle Istituzioni e da quegli esponenti della classe medica che facevano della politica un punto di riferimento e di partenza per le loro carriere. Lo stesso è accaduto a me stesso quando ho cominciato ad indagare sulla questione ambientale. Allora mi fu detto che era meglio non scoperchiare quel “vaso di Pandora” perché non avrei cambiato un sistema radicato, ma al contrario avrei creato un forte allarme sociale nella cittadinanza. Oggi quegli stessi colleghi
denunciano con decisione. Nessuna sorpresa. Alcuni dei negazionisti di ieri sono sostenitori della causa ambientale di oggi. Si tratta della natura umana, e forse di parecchi fondi che la Comunità Europea – proprio perché si è scoperchiato quel vaso di Pandora – potrebbe stanziare. La realtà è che difficilmente si lotta in prima persona per un questione giusta,ma si è sempre pronti a seguire la corrente quando quella questione che si è scelto di non vedere per scelta o per indifferenza diventa”hot”o”trendy”.Proprio come sta accadendo con la triste vicenda dei rifiuti tossici.”
E pone anche un ulteriore problema: chi gestirà le bonifiche? Chi ha inquinato?
(pubblicato su www.malitalia.it)

Terra dei fuochi,laboratorio di cancerogenesi

La Terra dei fuochi è parte del sito inquinato più vasto denominato Litorale domitio flegreo e Agro aversano. Quest’ultimo fu uno dei primi 15 SIN inseriti nel programma nazionale di bonifica nel 1998,con la legge 462/98, perimetrato poi con il DM del 10/01/2000, ampliato con il DM 8/3/2001 e poi con il successivo del 31/01/2006. Un anno fa, in modo del tutto incomprensibile, è stato trasformato in SIR, sito di interesse regionale, con un decreto del Ministero dell’ambiente che lo ha declassificato con il benestare della Regione Campania.
L’area è di circa 1800 kmq., copre 77 comuni, di cui 28 in provincia di Napoli e 49 in quella di Caserta. Questa era la “Campania felix” dei romani. Oggi è la terra di mamme come Tina e Marzia che hanno visto morire Antonio e Dalia e tanti altri bambini come loro. E’ la terra dei casalesi, del pentito Schiavone, oramai quasi più star televisiva che semplice pentito. La terra dei fuochi racconta anche il fallimento e le complicità dello Stato e della politica in un affare,quello dei rifiuti, che ha macinato soldi a palate.

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Antonio Giordano,oncologo tra i più stimati al mondo, Direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research di Philadelphia, e profondo conoscitore di ciò che accade in Campania,ha annunciato la prossima conclusione di un grande studio sui meccanismi d’azione delle sostanze tossiche protagoniste dell’inquinamento ambientale e lo sviluppo dei tumori. La sua tesi è drastica: “La Campania negli ultimi 30 anni è stata trasformata in un laboratorio di cancerogenesi a cielo aperto”.
Proviamo, con lui, a capire cosa sta succedendo.

Professore, come è variata l’incidenza dei tumori nelle aree della Terra dei fuochi?
Il trend dei tumori in questa zona nell’arco temporale 1997/ 2009 ci consente di osservare, negli uomini un incremento percentuale di tumori della prostata, testicolo, colon retto e prostata. Fra le donne, invece, sono in aumento i tumori alla tiroide e alla mammella. Soprattutto, in quest’ultimo caso vorrei sottolineare che abbiamo osservato la comparsa della malattia in eta’ di pre-screening, cioe’ al di sotto dei 45 anni. E’ importante che le popolazioni di queste zone si sottopongano, periodicamente, a controlli di prevenzione primaria.

Quali sono le sostanze che interagiscono con l’organismo umano?
Gli agenti cancerogeni, cioe’ in grado di causare tumori o favorirne l’insorgenza o la propagazione sono classificati dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ che ne valuta il rischio.
Nell’elenco sono senz’altro presenti alcune sostanze ritrovate nei rifiuti tossici della terra dei fuochi come cadmio, benzene, benzopirene, amianto crocidolite, e nichel.

Nei prossimi dieci anni avremo un aumento delle malattie e della mortalità?
E’ difficile fare delle previsioni perche’ sono molteplici i fattori in gioco. Certo e’ che molto potrebbe essere fatto in termini di prevenzione e di bonifica.
Consideriamo, per esempio, l’amianto le cui fibre resistenti e piccolissime vengono facilmente inalate.Inalare o l’ingerire di una singola fibbra di amianto puo’ causare un tumore chiamato mesotelioma, un tumore molto aggressivo che colpisce il mesotelio un tessuto che riveste la parete interna del torace, dell’addome e lo spazio intono al cuore.
La latenza di questa malattia oscilla dai 20 ai 40 anni dall’evento causale alla sua comparsa.
In considerazione di tanto, i casi che attualmente si stanno constatando sono il risultato dell’esposizione a questa sostanza della persona negli anni 80-90, quando politici, imprenditori non mostravano alcuna sensibilita’ verso chi denunciava scientificamente i pericoli derivanti dall’amianto.
Capisce bene che se i medici dell’epoca non fossero rimasti inascoltati si sarebbero evitate molte morti proprio come accade oggi a 40 anni di distanza dalle prime denunce.

Perché i bambini sono i più colpiti?
Il cancro nei bambini e’ molto differente da quello degli adulti per tipo, per crescita e per prognosi. I meccanismi che determinano la formazione dei tumori nei bambini sono per lo piu’ le alterazioni geniche non controllabili in tessuti ed organi in crescita, i meccanismi causa della formazione dei tumori negli adulti, invece, sono generalmente, maggiormente influenzati da fattori ambientali.
Nei bambini il tipo di tumore più frequente è la leucemia, seguito dai tumori del sistema nervoso centrale, dai linfomi, dal neuroblastoma, dai sarcomi dei tessuti molli ed infine dai tumori ossei. Molti di questi tumori infantili sono guaribili perche’, generalmente, i bambini rispondono meglio alle terapie grazie anche agli sviluppi della ricerca.
Una bonifica dei terreni quanto aiuterebbe?
Le bonifiche avrebbero potuto aiutare moltissimo e potrebbero aiutare. Tuttavia, molti sono stati i soldi pubblici inutilmente sprecati e mi auguro che si trovi un modo per liberare le assegnazioni delle bonifiche dalla asfissiante burocrazie. Soprattutto, mi auguro, che si crei un meccanismo virtuoso in grado di bloccare le infiltrazioni camorristiche nelle aziende che si aggiudicano gli appalti per bonificare.

Cosa fare,adesso, per prevenire altre morti?
Bisogna informare la popolazione e sottoporla a campagne di screening periodici. Bisogna iniziare un opera di serie bonifiche, investendo nella cultura dei giovani.
Spesso vado nelle scuole per informare i giovani e mi accorgo che sono desiderosi di sapere, di conoscere e di evitare i pericoli derivanti da un ambiente inquinato. Solo investendo sulle giovani generazioni potremo costruire la speranza per un domani migliore.
(pubblicato su www.malitalia.it)

Un uomo in cammino

Questa storia inizia da lontano. Dal 1970 e dalla fine della guerra del Vietnam e dai barconi pieni di profughi in fuga da una guerra ingiusta,lunga,atroce. In quel frangente Padre Arrupe,allora Superiore della Compagnia di Gesù, i Gesuiti, capì che bisogna occuparsi di loro. Nacque così il Jesuit Refugee Service che ha come obiettivo accompagnare, servire e difendere i diritti dei rifugiati e degli sfollati, tutti coloro che sono allontanati dalle proprie case a causa di conflitti, tragedie umanitarie o violazioni dei diritti umani.”Rifugiati de facto” includendovi molte categorie di persone in situazioni simili. Ma lo spirito è quello dei fratelli gesuiti negli ultimi 460 anni. Uomini in cammino, pronti a cambiare residenza, occupazione, approccio.
E un uomo in cammino è Padre Giovanni Ladiana. Uomo semplice che fino a 26 anni ha lavorato come muratore, ha scaricato cassette, ha fatto il bracciante. Un uomo che la vita l’ha conosciuta “Quando hai fame qualsiasi lavoro va bene purchè fatto bene”. Un uomo recalcitrante alla pubblicità (altri si getterebbero a pesce). Di se stesso dice “SchienaRottaMaRitta”.E’ uomo di parole dirette,chiare. E dopo aver servito a Catania, in uno dei 70 centri dei Gesuiti per i rifugiati (altri sono a Roma,Vicenza,Padova,Palermo,Trento) nel 2004 è arrivato a Reggio Calabria dove il centro è gestito dalla Comunità “Vita Cristiana” che si occupa di migranti dal 1994. In questo centro ogni martedì e venerdì c’è un ambulatorio medico dove arrivano extracomunitari legali e clandestini. E arrivano senza paure. Padre Giovanni ci dice “Tutti sanno e tutti chiudono un occhio. D’altra parte siamo di fronte agli uffici della Procura”. E chiudono un occhio perché la loro attività è anche un’attività di prevenzione sanitaria,e non solo, nei confronti anche della città.

“Qui arrivano persone che scappano da situazioni difficili, abituati a fare una vita grama,miserabile. Hanno bisogno di riscatto”. E Padre Giovanni,la Comunità come gli altri centri per i rifugiati, offrono questa possibilità di riscatto. Con delle regole precise. Lui si impegna ,in prima persona, per i migranti. Fa tre colloqui e poi quando trova il lavoro fa da garante ma chiede un impegno ai migranti, la disponibilità a lavorare. Per 3 mesi li aiuta,”ma senza mai dare dei soldi”, con alimenti, vestiti. Alla fine dei tre mesi si tirano le somme. Se però il migrante ha perso il lavoro, non si è impegnato non potrà più bussare alla porta di Don Giovanni. Il suo motto è “Quando hai di fronte ad una persone che soffre rispondi alla sofferenza che vedi o rispondi alla tua paura”. E questa frase è alla base anche delle sue battaglie contro la ‘ndrangheta e il crimine. E questa è un’altra storia che ha bisogno di un altro racconto. Perché mentre scrivo queste poche righe su di lui è in strada a fare volantinaggio per l’assemblea che si terrà a Reggio Calabria con Libera il 24 gennaio.Un uomo in cammino,sempre.
(pubblicato su malitalia.it)

Antimafia da riflessione

Giovanni Impastato, intervistato da Paolo Di Giannantonio del TG1, parlando dell’utilizzo “improprio” delle parole di Peppino sulla bellezza ha anche detto “nell’ultimo periodo sull’antimafia si specula, c’è gente che ci si è arricchita, che ci ha fatto carriera”.
In effetti nell’ultimo periodo, complici gli arresti di personaggi come Rosy Canale e Caterina Girasole,pur nella loro diversità, vale la pena fermarsi a fare una riflessione. E vale la pena farla perché oramai la mafia è diventata un fenomeno di marketing puro. Un vero e proprio prodotto consumistico. Fioriscono i film,fiction con al centro il crimine organizzato, partendo dal concetto che il silenzio uccide più della mafia stessa.
Ci si esalta sulla raffigurazione grottesca o comunque ironica che si da la fenomeno. Sicuramente prendere in giro il boss e renderlo più simile a noi, con le stesse nostre difficoltà a capire come funziona un telecomando è un modo per “esorcizzare” la mafia. L’unica cosa è che il telecomando “vero” ha fatto esplodere 500 kg. di tritolo.
E’ anche vero che negli Stati Uniti un film come “Terapia e pallottole” con Robert De Niro ha ridicolizzato i boss italo americani e la serie “Sopranos” ha dato una visione della vita quotidiana di una famiglia appartenente alla malavita organizzata. Non tralasciando mai di inserire la parte più violenta del fenomeno per non far dimenticare di cosa si parla.
D’altra parte con il concetto di ironizzare e di svilire le mafie si sono prodotti gadget sulle famiglie mafiose, magliette con “I love mafia”, accendini con i volti dei componenti della boss della Magliana. E si vendono tour turistici per far conoscere i luoghi dove si nascondevano i latitanti e il giro culmina con il cibo del boss.
E , in questi giorni, si riscopre, come fosse una novità o che per un periodo non fosse successo, che i boss gli affari li fanno seduti intorno ad un tavolo mentre mangiano prelibatezze. Perpetuando nell’immaginario la figura del boss alla Al Capone mentre la mafia vera si è trasformata in legale ed è entrata nei gangli più vitali della nostra società.
E mentre leggiamo tutto questo, guardiamo il boss seduto in salotto, la sostanza vera del fenomeno si perde in tanti rivoli e il confine tra ciò che è bene o male si perde.
Grazie anche a chi scrive di preti che girano con la macchina con il lampeggiante gridando allo scandalo e non sa che quella macchina non è dello Stato ma è privata e il lampeggiante è “il sostitutivo” di una scorta!
E chi scrive deve decidere da che parte stare perché sia un film che uno spot sono un’operazione commerciale o sono un’operazione culturale. E se una frase non può essere usata da una società consumistica forse lo stesso vale per un film. E se c’è distinzione qualcuno me la spiega? E non ditemi che il film è educativo e lo spot no….o vale il nome di chi ha firmato l’uno o l’altro?
(pubblicato su www.malitalia.it)

Dire no nella terra di Matteo Messina Denaro

Nel quartiere Badia a Castelvetrano, provincia di Trapani, sorge la casa del latitante Matteo Messina Denaro. Una casa in cui vive la madre Lorenza e in cui fino a qualche mese fa hanno vissuto la compagna e la figlia del boss. Aprire un’attività in questo luogo, anzi proprio in questa zona può essere una scommessa con il destino, che prima o poi verrà a bussare alla tua porta.
E un giorno, per la precisione l’11 aprile del 2012, qualcuno bussa alla porta di Elena Ferraro amministratrice della casa di cura Hermes. L’attività, come racconta Elena, nasce nel 2005 e per anni non ha avuto richieste, intimidazioni. Tutto tranquillo.
Elena non è di Castelvetrano viene da Montevago paesino di 3000 anime in provincia di Agrigento. Lei è laureata in filosofia ma la clinica Hermes è stata un modo per non lasciare la sua terra.
La tranquillità della vita di Elena e della clinica si interrompe con la visita di Mario Messina Denaro,cugino del boss. Un attimo la presentazione “Buongiorno è lei la responsabile? Sono Messina Denaro”. E’ l’inizio di una trattativa, chiamiamola così, per “estorcere” soldi alla clinica sotto forma di una sovrafatturazione e di un accordo con un’altra clinica compiacente,la IGEA di Partinico, e probabilmente con un’altra che ha sede a Ravenna (come si evince delle intercettazioni riportate nell’ordinanza di custodia cautelare che hanno portato all’arresto di 30 persone lo scorso 13 dicembre nell’ambito dell’operazione Eden).
“Mario Messina Denaro viene arrestato per il delitto di cui agli arti. 56, 629 c.p. commi le 7 DL. 152/91 convertito nella legge 12 luglio 1991 n. 203,per avere, avvalendosi delle condizioni di cui all ‘art. 416 bL c.p. e al fine di agevolare / ‘attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, mediante minaccia nei confronti di FERRARO Elena (e consistita nel prospettarle la necessità dell ‘associazione mafiosa di costituire riserve di denaro da destinare al sostentamento dei familiari dei detenuti in carcere), posto in essere atti idonei e diretti in modo non equivoco a costringere la predetta, quale presidente del consiglio di amministrazione della Hermes srl di Castelvetrano, a emettere o fare emettere fatture di importo superiore alle prestazioni sanitarie svolte dalla società e a consegnargli le somme di denaro equivalenti alla differenza tra l’importo fatturato e quello effettivamente
dovuto, alfine di procurare a se stesso e ad altri ignoti appartenenti all ‘associazione mafiosa denominata Cosa nostra un ingiusto profitto con altrui danno. Evento verificatosi per cause indipendenti dalla sua volontà.In Castelvetrano tra l’l11 aprile 2012 e il 14giugno 2012.………..”

Elena Ferraro è impaurita dopo la visita (dagli atti si evidenzia inoltre che uno dei dipendenti conosceva bene il cugino del boss). Gli viene proposto un accordo per cui la clinica Hermes fa una serie di esami ai pazienti che vengono lì convogliati, non li fa pagare e manda invece la fattura alla clinica IGEA logicamente con un sovrapprezzo. Il Messina Denaro alle domande della Ferraro su cosa fare di questi soldi gli risponde “li mette da parte” e alla domanda “lei chi è un mediatore?” lui risponde “…Il CAPO di tutto sono …”. Così come le spiega che “ama dare soldi”(dobbiamo dare i soldi) per poi spiegarle che servono per le famiglie di chi è in carcere.
Lei oppone il fatto che “come faccio a fatturare in più…..” , la risposta è netta “questo è un problema suo. Ci pensi”.
(dagli atti dell’ordinanza
ELENA. io metto sessanta euro … quindi che succede che io incasso sessanta euro … quindi giusto?
MAR/O: certo
ELENA: la Hermes incassa sessanta euro
MARIO: esattamente
ELENA. perfetto e poi che faccio con questi soldi io?
MARIO: in più?
ELENA. questi soldi in più
MARIO: li mette da parte … )

Elena piange, si mette le mani nei capelli. Sono giorni difficili. E’ spaventata, ha anche tanta rabbia dentro. Parla con i soci. Parla con loro del fatto che bisogna denunciare, non si può tacere. Si attivano per un contatto con la Questura di Trapani. La decisione è presa. Anche in casa di Matteo Messina Denaro si può parlare.
I suoi vicini non se lo aspettavano anche se gli attesti di solidarietà sono tanti. Ma anche molte amicizie sono sparite dalla sera alla mattina. E anche su solidarizza Elena si pone una domanda “quanti lo pensano realmente?”.
Un “gesto” storico è stato definito il suo. Lei non la pensa così. Sa che non è semplice in un luogo così permeato dalla presenza del latitante ma, dice “ io sono sta educata alla legalità”. Sa che è difficile cambiare la mentalità in luogo dove si va dal capo mafia a chiedere aiuto anche per la macchina rubata. Ma si può dire di no. E’ preoccupata ma si sente tutelata dice “Lo Stato c’è e dobbiamo dire che non si è soli. Il 90% ancora ha paura o sfrutta la mano mafiosa per crescere”. Ma si può dire di no. Lo ripete tante volte mentre ringrazia le associazioni antiracket che le sono state vicine. Si può dire di no a 38 anni. Si può dire di no anche se donna. Lo si può fare nel cuore di Castelvetrano, nelle vicinanze della casa del boss.

(pubblicato su www.malitalia.it)

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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