Laura Aprati

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Cosa si nasconde dietro lo scandalo multopoli al Comune di Roma: le carte

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Un’amministrazione che ogni giorno ha uno dei suoi uffici indagato per corruzione, ha problemi nella gestione delle risorse umane e nella gestione della cosa pubblica.
In una recente intervista Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, parlando di anticorruzione e amministrazioni pubbliche, ha detto: “la rotazione è uno strumento indispensabile per impedire che si formino pericolose incrostazioni di potere. Inoltre può iniettare forze fresche ed entusiasmo nella macchina amministrativa, perché svolgere la stessa mansione troppo a lungo può diventare demotivante. Mettiamo che in un Ufficio cruciale, come quello che si occupa di licenze edilizie, c’è sempre la stessa persona da vent’anni: per carità, magari è integerrima, ma non sarebbe comunque più salutare un avvicendamento periodico per non correre rischi? Non sarebbe meglio evitare di creare la figura del “detentore unico” di certe competenze? “

Ecco partiamo da qui: la creazione del “detentore unico”. Prendiamo ad esempio ciò che sta accadendo all’interno dell’amministrazione romana, come esempio di un malessere, diciamo così, che attraversa la pubblica amministrazione.

Il 28 gennaio scorso scatta un’operazione della Procura di Roma che vede 197 indagati per un giro di multe cancellate. Il periodo preso in considerazione dalla Procura, ed esaminato dagli uomini della Guardia di Finanza del nucleo di polizia economico finanziaria di Roma, va dal 2012 al 2014.

Non si parla di corruzione ma di una gestione con molte anomalie, denunciate da una dipendente comunale ( le cui traversie per essersi opposta ad un sistema di silenzi merita un capitolo a parte).

Dal 2008 al 2014, secondo quanto emerso dagli accertamenti, sono state circa 14mila le posizioni cancellate per un totale di circa 16 milioni di euro. Nel procedimento circa 15 milioni non sono inseriti perché prescritti ma ora si proseguirà con gli accertamenti presso la Corte dei Conti, per la quale vige un diverso regime di prescrizione.

Un danno per l’Amministrazione a cui si aggiunge l’ultimo caso del 14 febbraio per le multe illegittime che tendenzialmente arrecherebbero un aggravio, al Comune, per due milioni di euro. Cinque i dipendenti indagati.

Quello che salta a gli occhi, e cha fa riferimento al “detentore unico” di cui parla Cantone, è che nelle due indagini ritroviamo alcuni nomi ricorrenti. Uno fra tutti quello di Pasquale Libero Pelusi, che nell’indagine “multopoli 2”, è accusato con Patrizia Del Vecchio di aver causato un danno erariale di 700 mila euro per il Comune di Roma.

I protagonisti della vicenda
La figura di Pelusi è la protagonista della vicenda che ha visto coinvolta la dipendente comunale, Emma Coli, dalla cui denuncia è partita l’indagine cha ha portato ai 197 indagati per le multe cancellate.

Pelusi, che arriva al comune di Roma per mobilità nel 2002 dal comune di Pomezia, rimane per 10 anni, dal 2005 al 2015, a gestire un’attività strategica per il Comune, cioè la riscossione dei proventi della contravvenzioni. Assegnato al Dipartimento allora denominato Politiche delle Entrate, ricopre gli incarichi, nel tempo, di dirigente della Unione Operativa Contravvenzioni, di direttore della Direzione per la Gestione dei Procedimenti connessi alle Sanzioni Amministrative e da ultimo di Direttore del Dipartimento Risorse Economiche, passando dalla fascia stipendiale dei dirigenti più bassa a quella più alta.

Il potere di Pelusi
Nel ricorso per mobbing, presentato dalla Coli, assegnata alla Unione operativa diretta da Pelusi nel 2011, emerge quanto la posizione dominante del dirigente comunale abbia preso corpo e si sia consolidata nel tempo. In questa posizione, di fronte alle ripetute prese di posizione della dipendente che scriveva “l’organizzazione sembrava studiata per rendere difficile la esazione della contravvenzione, con il rischio che, per una qualsiasi ragione che inceppasse il funzionamento della macchina burocratica, si andasse a cadere nella prescrizione quinquennale” che evidenziavano quanto gli ingranaggi comunali celassero meccanismi non trasparenti nella gestione amministrativa, le rendeva la vita impossibile con richiami e spostamenti di ufficio.

Basta un clic per annullare le multe
Nel 2015, Emma Coli invia una relazione all’allora Segretario Generale del Comune, Serafina Buarnè che con l’Assessore Alfonso Sabella, che dichiara “basta un clic per annullare le multe”, promuove un’azione che porterà la Procura di Roma ad un’inchiesta con cinque dirigenti comunali che rispondono di falso, abuso d’ufficio e truffa. Centinaia di migliaia le infrazioni al divieto di ingresso nella Ztl. Possiamo definire questo l’esempio di un sistema che “gestisce” l’Amministrazione? E che facendosi “braccio” della politica ne può amplificare l’azione ma qualora la stessa lo osteggiasse può deciderne la fine?
Un concetto di familismo amorale, concetto di Edward Banfield spesso utilizzato per definire i sistemi mafiosi, che è basato su omertà, connivenza e rapporti familiari stretti che se si innescano sul posto di lavoro possono essere esplosivi.

I rapporti parentali
Facciamo un esempio: nel caso di “multopoli 2” per le multe illegittime, la dirigente Patrizia Del Vecchio è anche moglie di Gianmario Nardi ora direttore del Dipartimento Mobilità e traffico.
E questo non è un caso isolato! La fitta rete di rapporti parentali della macchina del Campidoglio, circa 24.000 dipendenti, potrebbe toccare quasi il 20% del totale creando così una fitta rete familistica pronta a rispondere a qualsiasi situazione interna o esterna (ndr: i piani triennali anticorruzione prevedono che nelle dichiarazioni sui potenziali conflitti di interesse dei dirigenti e funzionari impiegati nelle aree a rischio siano espressamente indicate le relazioni parentali e di affinità nonché la collocazione lavorativa dei parenti e degli affini e obbligano le amministrazioni a mettere in campo le azioni necessarie per impedire l’istaurarsi di conflitti di interesse).

Un quadro che ritroviamo in molte amministrazioni locali e non solo del sud. Ma questo familismo amorale, che per Banfield era delle società arretrate, non rischia di essere la vera zavorra per il cambiamento di una società? Fa così paura questa radicata interna che nessuno ha il coraggio di incidere con per esempio l’applicazione della rotazione dei dirigenti e chi lo fa paga in prima persona?
(pubblicato su Tiscalinews il 16 febbraio 2019)

Roma (s)travolta da una montagna di rifiuti

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Il rifiuto della Giunta Raggi di approvare il bilancio della partecipata AMA, che ha in carico il servizio di raccolta rifiuti della città, potrebbe innescare un effetto domino nella gestione della Capitale d’Italia.

Wolfgang Goethe scriveva che “a Roma si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo tali, che superano l’una e l’altro, la nostra immaginazione”. Sfacelo quello che potrebbe abbattersi su AMA, dopo la decisione della giunta capitolina di non approvare il bilancio della partecipata. Ma cosa sta succedendo? E come si è arrivati a questo? Proviamo a mettere insieme alcuni punti del doloroso rapporto tra l’Amministrazione e l’azienda della raccolta rifiuti.

Ama vanta 18 milioni di crediti nei confronti del Comune di Roma per servizi cimiteriali, svolti dal 2013 al 2016. Ma Roma Capitale, nel 2018, si rifiuta di riconoscere il credito perché ritiene che l’attività svolta sia stata carente e non sia stata adeguatamente documentata.

Il Dipartimento Ambiente Direzione Rifiuti, Inquinamenti e Risanamenti (ndr: diretto da agosto 2015 a maggio 2018 da un ex vigile poi divenuto dirigente del Comune di Roma, Pasquale Libero Pelusi, indagato dalla Procura di Roma per “multopoli” insieme ad altre 196 persone), nel periodo 2013-2017 non avrebbe, però, fatto nessun rilievo circa l’espletamento dei servizi cimiteriali da parte di Ama. Anzi, secondo alcune fonti, esiste una determina, del dipartimento Ambiente del novembre 2017, con cui si accerta e regolarizzano quei 18 milioni come maggiore incasso da parte dell’azienda Ama, rispetto al tetto dei 10 milioni previsto, per queste opere dal contratto che all’epoca era attivo.

In tutto questo si inserisce la delibera 259 del 31 dicembre 2018 con cui la Giunta capitolina prolunga il contratto di servizio della partecipata sino al 31 marzo 2019 e nella relativa relazione sullo stato delle aziende, di cui il comune è socio, si parla di una razionalizzazione del servizio entro il 31 maggio 2021.

Tenendo conto di questi fatti si ci chiede: se Roma Capitale riconoscesse il credito di Ama, si troverebbe un debito fuori bilancio che dovrebbe essere sottoposto al vaglio della Corte dei Conti? E tutte le eventuali responsabilità di tipo economico-contabili su chi ricadrebbero? A pensare male si fa peccato, come diceva Giulio Andreotti, ma spesso ci si indovina e forse Roma capitale non inviando il suo rappresentante nel CdA di Ama ne impedisce di fatto l’approvazione del bilancio evitando in tal modo che il suo debito sia “formalizzato” e probabilmente “salvando” il suo bilancio 2017.

Intanto un primo risultato c’è stato: le dimissioni dell’Assessore Pinuccia Montanari che dichiara “Ritengo di fatto del tutto ingiustificata la bocciatura del bilancio che getta un’azienda che dà lavoro a oltre 11.000 romani in una situazione di precarietà che prelude a procedure fallimentari”. Non solo gli operai sono in una situazione di precarietà ma tutta la città che da mesi vive una situazione di emergenza con cumuli di rifiuti in strada ed una raccolta differenziata ferma a circa il 40% e con il sistema del porta a porta che non funziona! Alle dimissioni dell’Assessore si aggiunge la criticità economica per AMA che dopo la bocciatura del bilancio 2017 dovrà affrontare il problema banche, che vantano importanti crediti e che potrebbero anche chiudere i rubinetti lasciando l’azienda in una profonda crisi di liquidità.

Cosa farà il Comune? Si apriranno per Ama le porte del concordato come per ATAC? E i cittadini romani cosa faranno? O per loro vale la frase di Ennio Flaiano “Roma ha questo di buono, che non giudica, assolve”?
(pubblicato su Tiscalinews 9 febbraio 2019)

“Sono stato un bracciante infiltrato, ecco cosa succede. Il caporalato? Colpa della Bossi-Fini”.

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“In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito.” Con queste parole, Ignazio Silone, descriveva la condizione dei contadini nell’agro del Fucino negli anni 30. Gli stessi anni della bonifica dell’Agro Pontino e per cui arrivarono dal Veneto e dal Friuli tante famiglie che poi hanno reso questa zona produttiva e fertile. Tanto fertile che a Fondi, in provincia di Latina, c’è il 4 mercato ortofrutticolo d’Europa. Ma non solo anche la zootecnia e il settore florovivaistico hanno qui una delle loro massime espressioni. E come il Fucino anche l’agro pontino è terra di braccianti.

E giovedì un’operazione di polizia , sul caporalato, ha portato all’arresto di 6 persone, tra cui un sindacalista di Latina e un ispettore del lavoro, con 50 indagati tra imprenditori agricoli, commercialisti, per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro della manodopera straniera, oltre a estorsione, autoriciclaggio, corruzione e i reati tributari. Uno squarcio su un fenomeno che fino ad ora ha visto colpiti soprattutto i caporali il “mondo di mezzo” tra imprenditori e braccianti. Ieri sono finiti in manette “i colletti bianchi”, persone con ruoli rispettabili nella società, a cui magari ci rivolgeva per un consiglio, pensando così di essere tutelati.

L’Agro Pontino, come dice il sociologo Marco Omizzolo, ricercatore Eurispes e responsabile scientifico della coop. In Migrazione, è storicamente luogo di bracciantato solo che negli ultimi 30 anni siamo passati da manodopera italiana a quella indiana sikh (ad oggi sono 30 mila, ossia la seconda comunità d’Italia) sino ad arrivare ai richiedenti asilo africani, oggi i più fragili della filiera lavorativa.

Il quadro cambia bruscamente il 18 aprile 2016 quando con uno sciopero storico, il primo in Italia di questa natura, 4000 lavoratori scendono, grazie ancora alla coop. In Migrazione e alla Flai Cgil, in piazza a Latina incrociano le braccia ribellandosi ai caporali e ai “padroni”. Da allora gli indiani vengono considerati ribelli, perché si sono organizzati, si sono rivolti alle associazioni. Hanno avuto il coraggio di dire no.

Omizzolo, quali erano le condizioni di vita che hanno portato a questa epocale rivolta?
La storia emblematica è quella di Balbir Singh, vissuto per 6 anni in una vecchia roulotte, posizionata all’interno del terreno del suo “padrone”, senza acqua luce e gas, dove pioveva dentro, con i documenti sequestrati, mangiava gli avanzi che trovava, si lavava con l’acqua delle mucche e veniva pagato solo 150 euro al mese. Dopo la rivolta del 2016 si rivolge a In Migrazione, che parla con i carabinieri che letteralmente lo salvano dalla condizione di schiavitù in cui era ridotto, si costituisce parte civile nel processo contro il suo titolare e gli viene concesso il permesso di soggiorno per meriti di giustizia. Balbir, in questo modo, ha dato un segnale molto forte anche a noi italiani: è la dimostrazione che il loro contributo è fondamentale anche nel contrasto all’illegalità e alle varie fore di ingiustizia sociale del paese che li ospita.

Omizzolo, lei ha fatto un’esperienza personale unica. Si è infiltrato tra i braccianti indiani
Si sono stato un bracciante infiltrato tra i sikh pontini, sono stato anche in Punjab e ho capito bene il rapporto che si stabilisce tra il trafficante di esseri umani indiano e il padrone italiano. Quando io ho iniziato c’erano braccianti che venivano pagati 0,50 centesimi l’ora. Oggi qualcosa è cambiato ma non molto. La paga lorda è di 9 euro ma alla fine al lavoratore vanno solo 3,50. E il contratto di lavoro non può, purtroppo, essere considerato solo e sempre un passo avanti per il lavoratore. È un’arma di ricatto perché se il padrone non te lo rinnova tu perdi il permesso di soggiorno, diventi clandestino, è un danno per la tua famiglia e se sei vittima di tratta non puoi pagare il tuo debito e la tua famiglia in Punjab deve pagare per te e rischia pressioni o intimidazioni. Questo a causa di una legge, la Bossi-Fini, che ancora prevede il reato di clandestinità.

Ma i “padroni” cosa dicono?
Ho cercato di intervistare anche i padroni. Loro hanno due tipi di risposta. La prima: noi abbiamo fatto questa vita, quando siamo arrivati qui per la bonifica, ora lo devono fare anche loro. Definiscono la vita quindi come una punizione. La seconda: se vengono qui allora nei loro paesi stanno peggio quindi non si possono lamentare del tipo di vita che fanno. Si autoassolvono.

L’agropontino è anche terra di mafie
Nel nostro territorio sono presenti tutti dalla ‘ndrangheta alla camorra, dai Casalesi a Cosa Nostra e alla Sacra Corona Unita, alle mafie straniere. Parliamo di un aggregato che può essere denominata “la quinta mafia”. Abbiamo sentenze, passate in giudicato, che ci parlano degli intrecci tra le famiglie Riina,Tripodo e Schiavone che gestivano la logistica dell’ortofrutta che usciva dal mercato di Fondi. Ma dobbiamo dire che non tutte le agromafie sono mafiose in senso stretto ma ci sono imprenditori che, pur non appartenendo al crimine organizzato, applicano lo stesso metodo con la scusa che “ non puoi non sfruttare se vuoi rimanere nel mercato.” Ma ci sono imprenditori che dimostrano come invece si può mettere insieme legalità, trasparenza e libero mercato. E sono loro che vanno sostenuti e ringraziati.

Omizzolo, l’importanza dell’operazione di Latina?
Sicuramente avere messo in luce le collusioni che coinvolgono sindacati, ispettori, imprenditori, liberi professionisti. Quelli che io definisco “il mondo di sopra del caporalato”, gli insospettabili che coprono la nuova “schiavitù”. Altro punto il fatto che siano stati sequestrati i beni di queste persone e aziende, per ben 4 milioni di euro, che fa capire che i loro patrimoni possono essere attaccati e questo è per loro un segnale che non hanno più immunità. Ricordo che secondo l’ultimo studio Eurispes il business delle agromafie in Italia arriva a contare circa 21,6 miliardi di euro l’anno. E ancora, e di grande importanza, l’aver messo in luce il rapporto tra l’accoglienza, la peggiore, e il mondo del caporalato, dove persone già fragili, perché lontani dalle loro case, sono ancora più facilmente “sfruttabili” perché in attesa di un documento che potrebbe anche non arrivare mai.
(pubblicato su Tiscalinews del 18 gennaio 2019)

Cantone: “La gente mi chiede: arrestateli tutti. Ma per sconfiggere la corruzione la cura è un’altra”

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Raffaele Cantone, da quattro anni alla Autorità nazionale anticorruzione, nel suo ultimo libro “Corruzione e Anticorruzione- 10 lezioni” scrive: “Molte persone hanno capito che la corruzione è davvero un problema grave per il nostro Paese; però, molti di coloro che mi si avvicinano accompagnano all’incitamento, alle congratulazioni, agli auguri, alle manifestazioni di vicinanza una sorta di invito, assolutamente in buona fede, ‘Arrestateli tutti’. Nei primi tempi a qualcuno ho provato a spiegare che non possiamo arrestare nessuno perché non è questo il nostro compito. Mi rendo però conto che dietro questa frase, in apparenza semplicistica, che qualcuno potrebbe considerare persino populista e giustizialista, vi è una forte e sincera richiesta di giustizia, forse persino di rivalsa sociale, nei confronti di chi si è arricchito sfruttando una posizione pubblica che avrebbe dovuto, invece, essere utilizzata nell’interesse di tutti”.

Che cosa si intende con “anticorruzione”?

L’anticorruzione è l’insieme degli strumenti che lo Stato mette in campo per arginare la corruzione. C’è la repressione, affidata alla magistratura, che si basa sulle misure penali e agisce a valle, ovvero quando un reato si è già consumato. E c’è la prevenzione, la cui competenza è demandata all’Anac, che invece opera a monte attraverso una serie di “accorgimenti” e misure organizzative all’interno della Pubblica amministrazione, con l’obiettivo di evitare che si verifichino illeciti. Quindi, per semplificare, potremmo dire che è a suo modo una “scommessa”.

Perché una scommessa?

Come prima cosa perché la prevenzione della corruzione, di cui si occupa l’Anac, nasce con la legge Severino del 2012 quindi è molto recente. Inoltre perché capovolge l’idea tradizionale di contrasto alla corruzione alla quale siamo sempre stati abituati:quando si è verificato un reato e interviene la repressione, le amministrazioni sono oggetto dell’intervento del giudice penale. Semplificando: “hai rubato, quindi ti arrestano”. Tangentopoli ha dimostrato però che le manette non bastano per sradicare mali antichi. Nella prevenzione, quindi, è l’amministrazione stessa ad adoperarsi per scongiurare il rischio di episodi illeciti. Ovvero: “faccio in modo che non si rubi, così non serve arrestare nessuno”.

Il vantaggio qual è?

Ricorda quella pubblicità? “Prevenire è meglio che curare”. Il vantaggio è infatti duplice: non si deve scoprire nessun reato (e da magistrato posso assicurare che non è per nulla facile!) e soprattutto non si crea nessun danno alla collettività. Infatti ammesso che un corrotto venga condannato, ed è tutto da dimostrare che ci si riesca, il danno ormai è fatto comunque: puoi anche far marcire in galera il responsabile e farti restituire i soldi che ha intascato illecitamente, ma il viadotto costruito col calcestruzzo depotenziato resta lì.

Quali sono i problemi principali nella prevenzione? E dove funziona meglio?
Per legge tutte le amministrazioni devono dotarsi di un Piano anticorruzione, da aggiornare annualmente, prevedendo una analisi del rischio di corruzione che c’è in ogni settore e i rimediorganizzativi predisposti per evitare che ciò accada. Purtroppo, però, queste misure non sono sempre comprese in tutta la loro utilità e talvolta vengono viste solo come un adempimento o un aggravio burocratico. Più in generale, il grande problema è quello di una macchina amministrativa che fa fatica ad adeguarsi, quindi la prevenzione della corruzione funziona meglio nelle amministrazioni più rodate, tendenzialmente di più al Nord, e in alcuni ministeri. Funziona meno bene in quelle realtà dove ci sono problemi maggiori, come quelle amministrazioni locali del Sud in cui, senza generalizzare, ci sono problemi di criminalità organizzata e una classe burocratica non sempre all’altezza.

Tra i metodi per contrastare la corruzione c’è la rotazione dei dirigenti. Che trova però molte resistenze…

La rotazione è uno strumento indispensabile per impedire che si formino pericolose incrostazioni di potere. Inoltre può iniettare forze fresche ed entusiasmo nella macchina amministrativa, perché svolgere la stessa mansione troppo a lungo può diventare demotivante. Mettiamo che in un Ufficio cruciale, come quello che si occupa di licenze edilizie, c’è sempre la stessa persona da vent’anni: per carità, magari è integerrima, ma non sarebbe comunque più salutare un avvicendamento periodico per non correre rischi? Non sarebbe meglio evitare di creare la figura del “detentore unico” di certe competenze? Nell’impresa privata questi meccanismi esistono da sempre, mica se qualcuno si rompe una gamba e non va al lavoro per sei mesi, si blocca il settore!

Che consiglio darebbe a un’amministrazione che deve effettuare la rotazione?

Credo sia una questione di metodo che si può risolvere col buonsenso. Fare una rotazione “selvaggia”, avvicendando tutti nello stesso momento è un suicidio. Ma se la si fa gradualmente, prevedendo un apposito periodo di affiancamento, è possibile creare le condizioni migliori per il passaggio di consegne.

Passando all’aspetto penale, qual è la “terra di mezzo” che partecipa alla corruzione?

Rispetto al passato la corruzione ha cambiato veste. Ai tempi di Tangentopoli interessava soprattutto la politica. Oggi, non essendoci più grandi organizzazioni come i partiti a regolare la vita pubblica, la corruzione interessa soprattutto la burocrazia, che ha in mano i veri poteri decisori. Naturalmente questo non vuol dire che nella politica non ci sia più corruzione, ma numerose inchieste hanno mostrato che chi corrompe per avere un provvedimento di favore ha più interesse a prezzolare un dirigente piuttosto che un assessore. Questo meccanismo, inserito in una struttura priva di anticorpi, ha reso pezzi dell’amministrazione pubblica aggredibili dai sistemi corruttivi: ecco perché lavorare sulla prevenzione diventa ancora più importante.

Esiste una cultura dell’anticorruzione?

Di sicuro manca la “cultura del danno”. La corruzione sembra toccare pochissimo il cittadino comune, nella convinzione che non cambi granché se qualcuno prende una tangente per assegnare dei lavori pubblici a una ditta anziché a un’altra. Invece dovremmo partire dalla centralità del bene pubblico, ovvero dalla considerazione che se qualcuno ruba risorse dello Stato, sta derubando tutti.

E negli uffici pubblici?

Purtroppo non sempre la Pubblica amministrazione è consapevole dell’importanza delle attività anticorruzione. Di conseguenza certe norme sono poco comprese nella loro utilità e non vengono gestite con la dovuta attenzione. Come dicevo prima, se la redazione del Piano anticorruzione viene vissuta soltanto come una iattura, anziché come un’opportunità per lavorare in un ambiente più sano e meglio organizzato, è ovvio che il risultato sarà consequenziale. Il vero problema è che abbiamo un’amministrazione invecchiata,colpita pesantemente dalla spending review e dal blocco del turn over. Non fare concorsi vuol dire rinunciare all’iniezione di forze fresche, motivate e dalle adeguate competenze digitali.

Pubblica amministrazione sempre più vecchia e scarsa cultura dell’anticorruzione: i due aspetti sono legati?

Certo. C’è un tema generale di mancata modernizzazione dell’amministrazione su cui si è innestata la richiesta di ulteriori adempimenti da parte del legislatore, come nel caso della legislazione anticorruzione. Rispetto a questa situazione, la reazione di una parte della Pa è stata quella di chiudersi a riccio e dire: “Ma che altro volete? Questo non serve a niente, è una perdita di tempo”. Con questo intendo dire che si è fatto poco o nulla, in termini di investimenti, per modernizzare seriamente gli uffici pubblici e valorizzare le energie migliori.

È una situazione irreversibile?

Nient’affatto, bisogna però introdurre criteri meritocratici senza dare per scontato che il posto sia garantito a vita a prescindere dall’impegno. È una questione di equità, soprattutto in un momento storico in cui, nel settore privato, a chi cerca un’occupazione vengono sempre più spesso poste condizioni assai disagevoli. Nessuno pretende un arretramento in tema di diritti, ma il lavoro nel pubblico impiego non può neppure essere il luogo dove si viene pagati per scaldare le sedie. Ribadisco: a mio avviso ci vorrebbe il coraggio di investire in una forte iniezione di gioventù ed entusiasmo all’interno dell’amministrazione.

(pubblicato su Tiscalinews.it del 5 dicembre 2018)

Viaggio nella San Lorenzo di Desirèe. Il quartiere di Roma travolto dalla morte, dal degrado e dalle pulsioni dei cittadini

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Il cielo è plumbeo, le nuvole nere, spazzate dal vento, attraversano il quartiere di San Lorenzo. L’aria è cupa nel quartiere che ha visto la morte di una ragazza di sedici anni, Desirèe. Una vicenda che ha gli stessi colori e sfumature del cielo di oggi. Il nero della morte che nelle parole della Gip Maria Paola Tomaselli che, dopo l’interrogatorio di convalidadei tre fermati, prendono la forma di un vero inferno: Desirée è “stata ridotta a un mero oggetto di soddisfazione sessuale con un avvicendamento che appare configurare un vero e proprio turno da parte dei suoi aguzzini”.
Il grigio di un quartiere come San Lorenzo dove convivono più anime. Quella dei “Giustizieri di San Lorenzo”che si potrebbero definire una ronda. “Volete chiamarle ronde? Fate pure, ma noi siamo soltanto dei cittadini del quartiere”. A dirlo è una donna sulla cinquantina, ai margini del presidio che ha radunato un centinaio di abitanti della zona in via dei Lucani, la sera di giovedì scorso, il luogo in cui è stata uccisa DesirèeMariottini. “Desirèe è viva e noi vogliamo Giustizia” e ancora “stanno ammazzando tutte le ragazzine…Non ne possiamo più di questa illegalità diffusa ed è vero – continua la donna – alcuni di noi hanno segnalato degli episodi di violenza alle forze dell’ordine. Quelli che hanno manifestato contro Salvini erano persone di altri quartieri, studenti fuori sede, gente che vive laSan Lorenzo notturna. Noi siamo gli abitanti e quando Salvini è arrivato lo abbiamo applaudito perchè sembra essere l’unico che dice le stesse cose che noi pensiamo. Vedrete molte interviste senza volto, non vogliamo fare i nostri nomi per non essere chiamati fascisti o razzisti”.

Quella della sezione ANPI Roma che, attraverso il suo Presidente Fabrizio De Sanctis, durante la manifestazione di sabato, dichiara : “Abbiamo preso questa piazza, assieme al movimento femminista e alle associazioni del quartiere di San Lorenzo, perché non tolleriamo più strumentalizzazioni di chi reagisce ai delitti, come quello della giovane Desirèe, solo quando l’aggressore è straniero. Esprimiamo solidarietà alla famiglia della giovane ma non accettiamo le strumentalizzazioni dei movimenti di destra, di cui auspichiamo lo scioglimento, e neanche della politica”.

Una dualità, quella di queste posizioni, che forse non riesce a descrivere appieno il quartiere di San Lorenzo. Un quartiere dove è nata la “Casa dei bambini” di Maria Montessori , modello per tutto il mondo, ed èconsiderata la roccaforte operaia, l’orgoglio “della lotta di classe”. Sede della “ Nuova Scuola romana”, protagonista dell’arte contemporanea italiana, che ha la sua sede nell’ex pastificio Cerere.

Insomma un coacervo di identità, lingue, culture e residenza di molti studenti della vicina Università La Sapienza. Un luogo dove quasi tutti mondi trovano un loro spazio. Ma questi spazi hanno preso a collidere tra di loro e come dice lo psicoterapeuta Tito Baldini, in una lettera aperta a Repubblica: “San Lorenzo muore, perché il diritto è subordinato alla violenza. Non avere più il diritto di dormire perché quello di fare rumore in strada deve vincere. I nostri figli, sono stati “violentati” nella mente da chi, come chi ci amministra da generazioni, non si oppone, con una politica che limiti per educare, e proponga valide alterative alla cultura dello sballo”.

La cultura dello sballo, gli edifici abbandonati, lo spaccio, una movida senza orari. Il quartiere si sente abbandonato e la morte di Desirèe ha acceso i riflettori su un mondo apparentemente perfetto, ma dove le anime degli abitanti sono agitate da sentimenti diversi: quelli della coesistenza di mondi diversi e la necessità di sentire rispettata la propria libertà di vivere nel rispetto delle regole civili. La trasgressione, oltre ogni limite, può essere accettata? Ma c’è anche un’altra domanda: per quando tempo, in molti-cittadini e istituzioni- hanno voltato la testa su quello che stava covando il quartiere, e oggi che esplosa la “bomba” sono in prima fila a chiedere “giustizia,verità” ben sapendo di essere colpevoli del “silenzio assenso” di questi ultimi anni, o forse decenni?

“Stiamo giocando una partita a scacchi con Messina Denaro. Ecco dove può nascondersi”

email feltre - foto - GENOVA SANFILIPPO DIRIGENTE SQUADRA MOBILE  F.TO ALESSANDRO MACCARINI (Agenzia: MACCARINI)  (NomeArchivio: SANFIv75.JPG)

email feltre – foto – GENOVA SANFILIPPO DIRIGENTE SQUADRA MOBILE F.TO ALESSANDRO MACCARINI (Agenzia: MACCARINI) (NomeArchivio: SANFIv75.JPG)

Dialogo esclusivo con il questore di Trapani, Claudio Sanfilippo noto per essere un cacciatore di latitanti. “È la sua intelligenza contro la nostra. La sua strategia contro la nostra. Usa la tecnologia per sfuggirci. Trapani città di massoni? La massoneria non è sinonimo di criminalità, non generalizziamo. Ma siamo attenti alle zone grigie”

Di Laura Aprati e Marco Bova

Due latitanti arrestati in una sola settimana e il ritrovamento di un arsenale di mafia sotterrato nelle campagne trapanesi. Vito Marino, erede di una famiglia di mafia condannato per la Strage Cottarelli di Brescia e Vito Bigione, narcotrafficante di calibro internazionale e detentore di molti segreti. I risultati sono di un team di “sbirri” della Polizia di Trapani che da luglio è guidata da Claudio Sanfilippo, questore e cacciatore di latitanti. Qui c’è la mafia di Matteo Messina Denaro ma anche qui “nessun latitante può essere sicuro di non essere preso”, dice Sanfilippo. Lui di latitanti se ne intende. Racconta di essere stato alla Catturandi della Squadra Mobile di Palermo dal 1990 fino al novembre del 2001. Era lì nel 1992, l’anno delle stragi, ed era di servizio il 23 maggio di quell’anno “ero il funzionario di turno. Credo di essere stato uno dei primi a intervenire sul posto e mi sono trovato a riscrivere la Catturandi di allora facendola diventare la Catturandi che è adesso.”

Chi sono i latitanti arrestati dalla Catturandi negli anni novanta ?
Da Giovanni Brusca a Pietro Aglieri, da Francesco Tagliavia a Francesco Onorato, killer dell’onorevole Lima, a Salvatore Grigoli, omicida di don Pino Puglisi. Sono tantissimi i latitanti presi in quel periodo. Tutti di grandissimo spessore criminale. Ogni cattura ha avuto le sue fasi, ogni cattura ha avuto dei momenti particolari. In quel periodo palermitano mi sono occupato anche della cattura di Matteo Messina Denaro e quindi, ho battuto il territorio del trapanese, soprattutto di notte, ma sono storie che non posso raccontare.

Una delle catture più importanti a cui ha partecipato è stata quella di Giovanni Brusca. Arrestato il 20 maggio 1996, all’epoca la sua foto finì sulla prima pagina del Time. Quale fu il momento in cui capì che potevate arrestarlo?
Pensi che eravamo nel 1996, l’anno in cui siamo passati dai telefoni Etax al Gsm. Quest’evoluzione ci aveva messo in difficoltà. I Gsm erano appena entrati in commercio e per noi erano impossibili da intercettare. Né localizzarli. Con gli Etax ci riuscivamo attraverso una banale triangolazione dei dati, con i Gsm eravamo spiazzati. Fummo dei pioneri nell’intercettazione di questi telefoni. Brusca accendeva il telefono alle 21, faceva una o due telefonate, e lo spegneva per riaccenderlo il giorno dopo alla stessa ora. Riuscivamo ad ascoltarlo ma la localizzazione era troppo vasta. Sapevamo che era nell’agrigentino ma non il luogo preciso. Apparentemente non c’erano soluzioni tecniche e la Telecom non sapeva aiutarci. Da qui parte l’inventiva dello sbirro, e io non mi dimentico mai di esserlo, che cerca soluzioni, mista a un pò di fortuna. Contattai un amico che era ingegnere elettronico e aveva lavorato per le centrali telefoniche. Chiesi cosa potevamo fare e mi consigliò di lavorare sul Timing Advance, un dato che ci da la distanza in metri del cellulare rispetto alla cella a cui è agganciato. La Telecom tergiversava ma con l’ausilio dell’autorità giudiziaria siamo riusciti a farci dare questo dato e dopo diversi incroci siamo arrivati alla cattura di Brusca. Per catturare un latitante devi entrare nella sua vita.

La tecnologia ora come venti anni fa è determinante nella ricerca del latitante?
La tecnologia è andata davvero molto avanti con grandi passi da gigante. Ci sono delle cose che noi non riusciamo tecnicamente a intercettare. Tuttora ci sono tantissimi limiti tecnologici . Ci ritroviamo sempre a quel momento del 1996, seppur con casistiche diverse. Oggi il gsm lo intercettiamo, lo localizziamo. Però se si utilizzano i programmi di messaggistica istantanea non dico che non si intercettano ma abbiamo alcune difficoltà. Così si crea un buco nell’attività di indagine che deve essere colmato diversamente rendendoci la vita più complicata e allungando i tempi.

Lei spesso dice che la cattura di un latitante è una partita a scacchi. Anche per Messina Denaro è così?
Si è vero, la sua intelligenza contro la nostra. La sua strategia contro la nostra. Tanti anni fa stavo lavorando alla cattura di un latitante e incontrai Francesco Marino Mannoia, già collaboratore di giustizia. Parlando il discorso cadde su Pietro Aglieri, all’epoca latitante, e mi disse “ dottore non lo prenderete mai perchè ha un intelligenza sopraffina”. Quando finimmo, questa frase mi restò in testa. Tornando a Palermo riuniì gli uomini della Catturandi dicendo che dovevamo iniziare subito a lavorare su Aglieri. La convinzione di Marino Mannoia era diffusa e non era possibile che un latitante fosse considerato imprendibile perchè più intelligente, più scaltro o più furbo. Ovviamente dopo riuscimmo ad arrestarlo. Oggi porto questo discorso su Messina Denaro. E’ estremamente intelligente, preparato, non ignorante. Sfrutta a suo vantaggio la tecnologia che ha a disposizione . Conosce bene i buchi in cui può inserirsi e che per noi sono difficili da individuare. Ma non per questo lo reputo più intelligente di me e dei nostri uomini che lavorano alla sua cattura “h24”. Se si lavora con calma, senza fretta, cadrà anche lui. Non so dove si trova ma so certamente che lo prenderemo. Lo so perchè il nostro impegno è massimo. Da parte mia non posso che mettere a disposizione il mio know how. Cosa che faccio quotidianamente. C’è un Servizio centrale, c’è una Squadra Mobile, c’è una Catturandi. Sono loro i dominus della caccia al latitante.

Si è molto parlato delle coperture, degli appoggi “dall’alto” ricevuti da Matteo Messina Denaro, ormai latitante da 25 anni. Lei che ne pensa?
Non credo assolutamente che Messina Denaro possa godere di protezioni così come si scrive. Voglio non crederci. Non mi pare che in tutti questi anni di attività investigativa ci siano stati dei ritorni in tal senso. Se ci fosse stata qualche anomalia in venti anni sarebbe venuta fuori. E non mi pare che sia venuta fuori. Si parla di Servizi segreti deviati, istituzioni che remano in senso inverso: non ci credo assolutamente. Non credo che Messina Denaro goda di favori da parte di chicchessia dalle Istituzioni statali e sono abbastanza certo di quello che sto dicendo. E’ un latitante difficile ma ce la faremo. E’ un latitante diverso dagli altri. Non si riesce a percepire sul territorio una sua presenza costante. Anche dalla politica, non ho mai avuto nella mia carriera la sensazione di avere un bastone fra le ruote nella richiesta di fare talune cose. Ho sempre avuto strada libera nelle mie indagini e penso sia così anche per gli altri. Poi la storia ci insegna che magari un domani scopri l’esistenza di un gruppo di persone deviate, come accadde con la Loggia P2 o la Loggia Scontrino a Trapani, persone infedeli. Quando lo scopriremo procederemo di conseguenza ma allo stato attuale non abbiamo nessun segnale del genere.

Questore, Trapani è considerata una città massone. Durante la perquisizione della Loggia Scontrino furono trovati anche nomi di uomini della Questura
Non penso di essere in un luogo masson-free. In questa provincia la massoneria è molto forte però attenzione: massoneria uguale criminali? Questa equazione non mi convince. Sarebbe come dire extracomunitario uguale criminale. La storia della massoneria non è quella di un accozzaglia di criminali. Se poi vogliamo inserire delle regole per cui se lavoro nel pubblico devo dichiarare la mia appartenenza, mi sembra ragionevole. Di certo essere massone non vuol dire delinquente. Altro discorso sono le logge segrete che vogliono scantonare le regole di ingaggio creando circuiti illeciti. Il softpower della massoneria può, però, essere molto pericoloso. Probabilmente ci sono delle zone grigie, le più pericolose. Chi percorre questa zona a volte riesce a tirarsi fuori dalle maglie della legge. E’ una cosa inevitabile.

E anche Messina Denaro batte questa zona?
Potrebbe batterla però noi le antenne le abbiamo accese. È chiaro che se la zona grigia non si manifesta con attività perseguibile come reati o perseguibili con azioni amministrative cosa si può fare? Essere attenti e colpire gli atteggiamenti che scantonano verso la zona “nera”. Bisogna identificare forme normative che qualifichino certe “pressioni” come zone nere. Per esempio la mancata segnalazione di alcune movimentazioni bancarie adesso ha solo sanzioni amministrative se fosse connotato come reato,avrebbe rilievo penale. Bisogna catalogare bene le attività che spesso definiamo border line.

Restano pochi sono i collaboratori di giustizia nel trapanese e ancora meno nella cerchia di Messina Denaro. Paura del latitante?
Sicuramente l’intelligenza di Messina Denaro ha limitato le collaborazioni. Lui conosce bene questi meccanismi. E’ un palermitano, ha passato gran parte della sua latitanza a Brancaccio con i Graviano. Sa che non si deve appoggiare ai vincoli criminali e lo sa bene ed è questo uno dei motivi per cui la cattura di questo latitante è difficile.

Questore, si è molto parlato della Calabria come luogo della latitanza di Matteo Messina Denaro
In Calabria, in passato, ci sono state tracce del suo passaggio ma anche di Riina e Provenzano. Ipotesi percorsa anche perché in Calabria ci si sentiva sicuri data la struttura familiare della ‘ndrangheta. Magari ci si affiancava ad un ‘ndrina della locride, faccio un esempio.

Quali sono i legami tra vecchia e nuova mafia?
A Trapani di vecchia mafia c’è ne poca. Trapani è una provincia in cui la mafia è un gradino superiore a quella palermitana. Qui vedo più una mafia da colletti mafia, quindi un’evoluzione del mafioso coppola e lupara, e la mafia non è più un’attività che si svolge nella provincia palermitana. Ha espanso le sue attività. ha sconfinato fuori dalla Sicilia si è accasata dove c’è potere e denaro, in Italia, in Europa nel mondo. La nuova mafia è in cravatta parla (3) tre lingue correttamente.
E’ cambiato anche il loro modo di approvvigionarsi economicamente: l’inserimento negli appalti pubblici per esempio. Questa è una delle tante trasformazioni della mafia. Da quando è nata nelle campagna, poi la guerra, la ricostruzione di Palermo-il sacco edilizio- ed era la mafia dei palermitani. Poi qualcuno pensa a reinvestirli nella droga- e questa fu la linea dei corleonesi. Fatto questo passaggio si sono ritrovati con fiumi di denaro. E qui cambiano ancora pelle e si buttano negli appalti. Angelo Siino, il “ministro degli esteri”, si sedeva ai tavolini e prendeva il 2° 3% degli appalti ed erano soldi senza rischi. In quel periodo “Cosa Nostra” cede il pacchetto stupefacenti ai calabresi e si tira fuori dal mercato. E cambiano ancora pelle e si buttano nei mercati, trasformando società paramafiose in società ripulite a tutti gli effetti.

Questore cosa pensa della scarcerazione di 59 mafiosi ? Il presidente della Commissione regionale Antimafia, Claudio Fava, si è detto preoccupato.
La scarcerazione di 59 boss è un problema. Un vecchio boss che torna sul suo territorio tornerà a fare quello che faceva ma il territorio e le regole sono cambiate. La vecchia mafia non ha più spazi. Il vecchio mafioso che pensa di tornare e di trovare un territorio fermo al 1977 o al 1980 sbaglia ha pochissimi spazi di manovra. E’ cambiata anche la gente. Negli anni 70/80 c’era il terrore del mafioso oggi c’è meno paura.
Negli anni scorsi la Questura ha eseguito diversi sequestri di beni. Adesso, alla luce degli effetti di quella stagione, cosa pensa dell’iter che va dai sigilli alla confisca dei beni dei mafiosi?
L’aggressione ai patrimoni è fondamentale. Se 10 anni fa questi patrimoni esistevano in capo al mafioso di turno e quindi le azioni erano più produttive perché realmente intestati a lui o facili prestanomi, oggi l’attività si è ridotta perchè nessuno di loro si intesterà nulla. L’azione di 10 anni fa è stata fondamentale ma il trend non può essere sempre lo stesso. Sostituirsi all’imprenditore mafioso è un’operazione molto delicata : lo Stato può gestire l’impresa nello stesso modo? L’aggressione incondizionata è sbagliata. Quella dei Niceta a Palermo è stata una grande sconfitta, a distanza di anni dobbiamo loro 50 milioni di euro! Io sono stato sempre dell’idea che se colpisco un bene non dovrà mai tornare in mano al mafioso. Lo prendo e lo faccio gestire ad un imprenditore che fa lo stesso tipo di lavoro e non ad un commissario.

Questore, in questi giorni nel processo al Senatore D’Alì. Si è riparlato delle pressioni esercitate per trasferire l’allora Capo della Mobile Giuseppe Linares
Non posso escludere condizionamenti e se questa cosa dovesse essere confermata il senatore D’Alì ne dovrà rispondere. Quante volte anche fuori dai nostri ambiti si è detto “promoveatur ut amoveatur!”. Il tentativo ci può sempre stare ma se l’organizzazione in cui la persona è incardinata resiste, il senatore D’Alì o il signor X , che hanno provato, ne dovranno rispondere.

Questore, il gruppo di lavoro per la cattura del latitante ha all’interno il Capo dello SCO, Alessandro Giuliano, il Questore di Palermo, Renato Cortese, e lei
Si , una linea rossa tra SCO, Palermo e Trapani. Siamo 3 colleghi con grandi esperienza in ambito di polizia giudiziaria, che l’hanno fatta su questo territorio. Io e Renato Cortese siamo stati insieme alla “Catturandi” di Palermo portando risultanti importanti. Abbiamo la stessa volontà di andare avanti. Abbiamo un’autorità giudiziaria di grande spessore e valore.
Questo è un momento molto positivo, con un personale assolutamente di valore.

(pubblicato su Tiscalinews.it del 21 ottobre 2018)

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