Laura Aprati

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Il V° rapporto “Sentieri”: la verità su inquinamento e malattie in Italia

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Lo studio dell’Istituto Superiore di Sanità ha monitorato 45 siti (ndr. 319 comuni per un totale di 5.900.000 abitanti) ed ha rilevato un eccesso globale di morti dovuto a cause oncologiche.
“Veritas” è uno studio pilota, eseguito su 95 pazienti oncologici, residenti nei comuni della Terra dei Fuochi, tra Napoli e Caserta. Attraverso test tossicologici, finalizzati a rilevare la quantità di metalli pesanti presenti nel sangue, ha il fine di contribuire a creare evidenze scientifiche che aiutino a dimostrare la correlazione tra esposizione a contaminanti e insorgenza di patologie tumorali e di evidenziare l’importanza di strumenti di citizen science in campo ambientale e sanitario. Il progetto ha come partner scientifico lo Sbarro Institute di Philadelphia, diretto dal Prof. Antonio Giordano ed è stato realizzato grazie alla collaborazione del Dipartimento di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli presso il quale i pazienti hanno potuto realizzare le analisi tossicologiche.Lo studio è in corso di pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Cellular Physiology.

Rischi per la salute umana
Gli agenti tossici ambientali, a cui tutti anche involontariamente siamo esposti rappresentano un rischio non trascurabile per la salute umana e sono di primaria importanza a livello globale. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato gli agenti chimici e fisici sulla base della loro potenzialità carcinogica, identificando numerose sostanze “certamente carcinogiche” per gli umani come diossina, benzene, furani, polluzione organica, metalli pesanti che sono in grado di innescare specifici e complessi percorsi cellulari modificando la struttura genetica e epigenetica delle cellule. “In Italia, nella Regione Campania, la situazione ambientale è critica e io ho accettato di coordinare questo progetto “Veritas” che è mirato ad uno screening sanguigno per la ricerca di metalli pesanti carginogenici in un gruppo ristretto di pazienti oncologici.

Bonifica in Italia
“Quello che abbiamo riscontrato – continua Antonio Giordano- è che le malattie più rappresentative sono quelle malattie croniche cardiovascolari e i tumori. Entrambe sono correlate anche a stili di vita errati. Ma per quanto riguarda i tumori l’ incidenza è più elevata in queste aree (Napoli-Caserta) se paragonata a quelloa della regione Campania in toto. Sono stati anche sottoposti a screening dei bambini che avevano per lo più tumori ematologici o cerebrali che sono tipici tumori infantili. Abbiamo dosato 4 metalli pesanti perché già classificati dallo IARC come carcinogeni. Metalli pesanti e diossine possono essere rilasciati nell ambiente a causa dell incenerimento di rifiuti solidi, rifiuti ospedalieri. Bisogna fare biomonitoraggio sulla popolazione a rischio e fare le bonifiche delle aree a rischio”. La parola bonifica in Italia richiama subito alla mente i SIN (Siti Inquinati Nazionali) che sono 58 e per 41 la bonifica è a carico del Ministero dell’Ambiente mentre per 17ricade sulle Regioni. Sono stati stanziati fin ad ora circa 3.148.685.458 euro ma le bonifiche procedono a rilento.

Le aree dei Sin
Sono circa 6 milioni gli italiani che vivono nelle aree dei Sin: Livorno, Taranto, Manfredonia, Falconara, Augusta , Gela. I siti sono anche nelle città come a Brescia dove a poche centinaia di metri dal centro storico, c’è l’industria chimica Caffaro (dal 1985 di proprietà della SNIA-BPD, poi divenuta SNIA S.p.A.) operativa dal 1906. L’industria inizialmente produceva soda caustica a partire dagli anni trenta, si dedicò prevalentemente a produrre composti organici del cloro, in particolare i PCB (policlorobifenili) dal 1938 al 1984, produzione di cui aveva l’esclusiva per l’Italia, su licenza Monsanto. Nel 2001, dopo la pubblicazione di una ricerca sulla storia della Caffaro, è emerso il grave inquinamento prodotto dall’industria nella porzione della città (circa 7 milioni di m2 in cui risiedono circa 25.000 abitanti). Come Terni, una delle città più inquinate del Centro Italia, dove numerose università, anche europee ( Trinity College di Dublino), studiano l’area e le sostanze che vi vengono riversate. “Nell’area della città di Terni vengono emesse ogni anno in atmosfera 1 – 1.5 tonnellate di sostanze cancerogene come cromo esavalente, nichel, diossine. Sarà legale, fatto nel rispetto delle regole, ma non è giusto”. Così si esprime il dottor Carlo Romagnoli, dell’Isde – Associazione medici per l’ambiente.

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La valle de Sacco
In aree come la Valle de Sacco, tra la zona a sud di Roma e la provincia di Frosinone, dove ci sono 157mila metri cubi di terra e rifiuti contaminati causati da decenni di inquinamento industriale, di discariche abusive (e non) e di lentezze burocratiche, sversamenti illegali nel fiume e rifiuti interrati. Fabbriche chiuse, proprietari dileguati o sotto inchiesta. Il fiume Sacco, affluente del Liri, ha fatto parlare di sé negli ultimi mesi per la schiuma bianca che ne ha invaso il letto: secondo le analisi dell’Arpa, è causata da vernice, detergenti, emulsionanti. O ancora Massa Carrara dove il 17 luglio 1988 ci sono state due esplosioni all’interno dell’impianto “Formulati Liquidi” della Farmoplant di Massa. La popolazione subisce irritazioni alle vie respiratorie, bruciori agli occhi, nausea, vomito, diarrea, allergie e varie manifestazioni alle vie aeree, al sistema neurologico e circolatorio anche nel periodo seguente l’esplosione. La Farmoplant aveva rilevato le attività dello stabilimento Montedison che produceva fertilizzanti azotati, chiuso nel 1972 per obsolescenza degli impianti, e riaperto nel 1976 l’impianto Farmoplant per la produzione, tra gli altri, di Rogor (dimethoate), Mancozeb, Trifluralin, Cidial, Atrazina, Parathion (alcuni di questi pesticidi saranno vietati negli anni ’90 per la loro tossicità sull’ambiente e sulle persone).

La storia
E per tutte la storia di Alessandra 44 anni, ha sempre vissuto nelle vicinanze della Farmoplant (respirando anche la nube tossica che si scatenò dopo l’esplosione del 1988). Lei ha perso sua figlia di 10 anni a cui viene diagnosticato, nell’ospedale Meyer di Firenze, un tumore al cervello rarissimo (glioblastoma multiforme, molto aggressivo). La bambina è stata sottoposta a ogni possibile terapia ma è morta nel novembre del 2013.Quando al Meyer di Firenze, per una sperimentazione, hanno analizzato il tumore hanno detto ai genitori (sottoposti anch’essi ad accertamenti)che la natura del tumore non era di tipo genetico ma dipendeva dall’inquinamento.
(pubblicato su Tiscalinews il 17 dicembre 2019)

La disabilità tra il “durante noi” e il “dopo di noi”: consigli per migliorare la legge 112

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“Uccidere il proprio figlio con disabilità è per me un atto di coraggio non di follia, un atto disperato per restituire normalità ad una vita terrena che quotidianamente ci violenta”.
“E’ un mostro, se lo tenga a casa”, sono state le parole di un sacerdote ad una mamma di un giovane con una grave disabilità: non cammina, non parla, ha crisi epilettiche e psicotiche. Lui è Mario ed ha trent’anni. Lei è Elena Improta, 57 anni, e tutti i giorni si impegna per dare una vita dignitosa al figlio: passeggiate, attività laboratoriali. Insieme ad altre mamme porta avanti battaglie a livello istituzionale e associativo. Raccontano le loro storie, il loro dolore. Hanno una chat comune dove condividono la quotidianità. L’idea del durante e dopo di loro è un tunnel che sembra non portare verso la luce. Ha fondato “Oltre lo sguardo”, impegnata sul territorio del II Municipio di Roma per sviluppare modelli di intervento integrati a favore delle famiglie fragili presenti sul territorio e promuove progetti di autonomia a Roma in cohousing e week end e soggiorni in Maremma (le location sono messe a disposizione dall’Associazione e dai familiari a titolo gratuito).
Elena capisce subito che durante il parto qualcosa non è andato bene e racconta che “la clinica non mi fece il cesareo e cercò di oscurare i problemi. Le consulenze successive hanno dimostrato che quella di Mario non è una patologia di tipo genetico, ma la conseguenza di un trauma subito al momento del parto, una sorta di ischemia intrauterina. Dopo qualche giorno dalla nascita, cominciarono le prime crisi epilettiche, segnale di questa lesione aperta, che solo con il tempo e la riabilitazione si sarebbe cicatrizzata, lasciando Mario come è oggi”.

Il caso di Elena
La Cassazione ha dato ragione a Elena: c’è stata la “mala gestio” del parto ma lei dopo 30 anni non ha vuto nessun risarcimento. E dopo il caso di Torino – la mamma che ha ucciso a martellate la figlia disabile – è sconvolta e preoccupata e dice “Non esiste il dopo di noi se nel durante noi non riusciamo a fare in modo che i servizi sociali accolgano in un percorso di sostegno e aiuto tutto il nucleo familiare! In particolare le donne, mamme, sorelle che a vita si caricano il ‘peso’ emozionale e fisico della cura”.

Elena ha un compagno con cui condivide questo percorso, sempre affiancati da psichiatri e psicoterapeuti. Loro non fanno una vita normale. Non escono da circa tre anni. Anche per andare a mangiare una pizza c’è bisogno di due badanti. Non rientrano nella legge 112 del “dopo di noi” che si rivolge alle persone con disabilità che però sono autonomi. I soldi stanziati non coprono il bisogno. Elena ha subito 4 interventi per formazioni tumorali, è portatrice sana di sclerosi “non abbiamo diritto a una vita sociale, al lavoro, a stare male, a curarci!”.

Chi si occupa di familiari non autosufficienti
In Italia, secondo uno studio dell’Università Cattolica di Milano e Jointly, ci sono 8 milioni di persone che si occupano di familiari non autosufficienti e la maggior parte lo fa in parallelo al proprio lavoro principale su un campione di 30.000 lavoratori di aziende italiane medio grandi, ha rilevato che 1 dipendente su 3 si fa carico della cura di un familiare anziano o non autosufficiente e nel 77% dei casi il lavoro di cura lo occupa spesso o quotidianamente diventando praticamente un secondo lavoro.

Il 25% deve gestire, contemporaneamente al familiare non autosufficiente, anche figli piccoli o adolescenti. Tutto ciò produce:
– uscita anticipata dal mondo del lavoro: nel 15% della famiglia si valuta l’uscita di uno dei due familiari per far fronte ai carichi di cura (Censis)
– rischio di burnout legato a maggiore stress, preoccupazione e fatica emotiva.

Oggi il disegno di legge sui caregiver prevede 700 euro ma niente pensione per la persona che assiste. Il termine si riferisce a tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile. I caregiver (dall’inglese, coloro che si occupano di persone non autosufficienti) dei pazienti con demenza sono la grande maggioranza ma ultimamente stanno aumentando le assistenze a diversamente abili non autosufficienti.Le percentuali ci dicono che sono in genere donne (74%), di cui il 31% di età inferiore a 45 anni, il 38% di età compresa tra 46 e 60, il 18% tra 61 e 70 e ben il 13% oltre i 70.

L’esempio di Svezia e Danimarca
Mentre noi ancora parliamo di un disegno di legge in Svezia, come in Danimarca, esiste un sistema di assistenza continuativa a lungo termine fornito e finanziato dallo Stato. La Svezia ha addirittura sviluppato un sistema per individuare i caregiver e per valutare i loro bisogni.

Vi è un sostegno ai caregiver anche psicologico; inoltre vengono offerti formazione e momenti di sollievo e viene incoraggiata la comunicazione tra il personale socio-sanitario e i caregiver, allo scopo di creare delle istituzioni “carer-friendly”. Ci sono anche programmi di linee d’aiuto, offerti dal terzo settore e dal settore pubblico, con l’obiettivo di una sempre maggiore integrazione. Dobbiamo ricordare che la prima disabilità riconosciuta, dopo la seconda guerra mondiale, è stata quella legata a ragazzi down. Gli altri tipi di disabilità venivano trattati come patologie psichiatriche e i portatori di tali patologie erano considerati come “pietre di scarto.”

Sono quasi quarant’anni che l’inserimento scolastico è un dato di fatto nell’ordinamento giuridico e scolastico italiano, ma la legge 517/1977 è stata una tappa del lungo percorso di questa realtà. Nel 2016 nasce la legge del “dopo di noi” sulla spinta di alcune associazioni dopo gli eventi drammatici del 2014 : in due famiglie dell’associzione UFHa (Unione Famiglie Handicappati) i genitori si sono uccisi dopo aver ucciso i loro figli. Ma la legge è parziale, un punto di partenza che non soddisfa il mondo della disabilità. Sono stati stanziati soldi senza avere un censimento reale sul bisogno.

E anche sulla legge Elena Improta ha le idee molto chiare: “Dobbiamo far valere il principio che la persona disabile non è malata e normalmente non necessita di interventi sanitari, ma di percorsi riabilitativi, ricreativi e di socializzazione: non si può pensare di tenere in istituto persone adulte con disabilità, laddove non ci siano tracheotomie, peg e altre forti esigenze medico-sanitarie. Anche se perfino molti che vivono questa condizione di gravità scelgono di restare a casa propria. Non abbiamo ancora capito che non è la disabilità in sé a rendere infelice o sola una persona. Abbiamo la legge sul ‘dopo di noi’, che parla chiaramente di deistituzionalizzaizone, cohousing, abitazioni a moduli, fondazioni che attivano percorsi riabilitativi, dove per riabilitazione non si intende solo la parte sanitaria, ma piuttosto la possibilità che si offre alla persona di sperimentarsi. Noi non vogliamo i nostri figli in istituto, nel futuro che li attende, ma in moduli abitativi, condomini sociali, strutture di cohousing, in cui siano liberi di uscire (come non accade in istituto) e sperimentarsi in altre forme di quotidianità, che li faccia sentire degni di essere chiamate persone”.

(pubblicato su Tiscalinews il 10 dicembre 2019)

Libano, i religiosi si schierano con i manifestanti per chiedere l’attenzione della comunità internazionale

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Il patriarca maronita Bishara Rai ha riunito il consiglio dei patriarchi cattolici e ortodossi e ha invitato il presidente della Repubblica, il maronita Michel Aoun, ad “assumere le necessarie decisioni riguardo alle richieste della gente”.
“Il popolo ha ragione a manifestare per esprimere il proprio dissenso sulle scelte politiche che negano anche i diritti minimi. Basta con le promesse, e’ tempo di fatti concreti”. Queste le parole di Padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano a cui fanno da eco quelle del patriarca maronita Bishara Rai che ha riunito il consiglio dei patriarchi cattolici e ortodossi e ha invitato il presidente della Repubblica, il maronita Michel Aoun, ad “assumere le necessarie decisioni riguardo alle richieste della gente”. I patriarchi hanno denunciato “la deviazione e la corruzione” del sistema politico.
L’esercito è intervenuto a Beirut, Sidone, Tiro ma le strade e le piazze sono comunque piene di gente. A Roueisset, periferia della capitale libanese, le Suore del Buon Pastore hanno un dispensario che ogni anno offre cure e medicine gratuite a oltre 21mila persone. È uno di quei luoghi dove è più facile capire cosa sta succedendo in Libano.
Suor Antoinette parla “ dell’economia che è ai minimi, il 40% dei giovani non ha lavoro, forse anche di più di questa percentuale. La gente vuole un nuovo governo più onesto e trasparente”. Ma la lotta di questi giorni è anche per la dignità delle persone come racconta Rima Karaki, giornalista conduttrice televisiva.

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Rima qual è il tuo punto di vista sull’attuale situazione in Libano?
Prima di tutto questa è la rivoluzione della “dignità” e della “integrità”, prima ancora che delle richieste economiche. Noi viviamo sotto il potere di “una banda di ladri”, una mafia, mascherata sotto un altro nome o titolo sporco come l’originale “protettori di sette”. Ci hanno diviso per rubare meglio,e questo è andato avanti per molti anni. I politicanti in Libano sono come i “ladri”, “re del crimine di ogni sorta”: affari sospetti, rapina del paese drenando risorse per arricchire se stessi,ruberie con il risultato di un inimmaginabile disoccupazione,povertà, repressione e chissà cosa altro può accadere!
La corruzione non è molto diversa da un oppressore che occupa il tuo paese ma a differenza di questo è più feroce…Tutte e due lo distruggono ma mentre l’identità dell’oppressore è chiara, la corruzione è la traditrice della nazione e merita la prigione! I politici libanesi non hanno avuto pietà di noi, hanno preso tutto in nome della “protezione della setta”. Hanno piantato il seme dell’odio tra le persone nella stessa nazione, suddividendone le risorse e la ricchezza e riducendo in frantumi i nostri diritti. Hanno condannato i nostri bambini e gettato nella disperazione la nostra gioventù. Sono l’espressione peggiore della corruzione! Noi li odiamo tutti e ci devono ridare ciò che ci hanno tolto. Questa è una rivoluzione per la dignità!

Rima perché il popolo è sceso in piazza ora?
Perché loro non potevano ridere ancora del popolo, perché la gente è consapevole dei propri interessi e di quelli della loro patria, perché hanno pagato un prezzo esorbitante per la propria sussistenza, perché hanno sacrificato la loro vita per andare dietro questi criminali. La pazienza è finita e non abbiamo più nulla da perdere. Il Libano non può vivere nell’ombra del settarismo che è l’arma della sopravvivenza dei ladri al potere.

Rima quali sono le prospettive della protesta?
C’è la grande speranza che si posso arrivare ad una revisione della legge e della costituzione e abbiamo fede di costruire una “vera “ nazione! Una patria. Le parole di Rima Karaki non sono molto diverse da quelle di Padre Paul Karam “Il Governo ha il dovere e la responsabilita’ ultima di operare riforme e cambiamenti per dare risposte concrete al popolo”

Ma Padre Karam si rivolge anche alla gente “ il popolo, a sua volta, deve essere fedele alla sua storia e non lasciarsi andare in atteggiamenti violenti, facilmente strumentalizzabili”. E lancia un appello alla comunità internazionale richiamandola ad un sostegno deciso del Libano soprattutto nell’accoglienza dei rifugiati siriani (1,5 milioni) e “non restare a osservarlo mentre brucia”.
(pubblicato su Tiscalinews del 24 ottobre 2019)

Greta a Roma: “Cambiamo il sistema non il clima”. Migliaia di giovani al Friday for Future in piazza del Popolo

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Ragazzi, adulti, striscioni colorati hanno man mano preso possesso di Piazza del Popolo per arrivare a 25mila presenze. 2 ore di interventi prima dell’atteso discorso di Greta.
Una folla di giovani, ma non solo, ha riempito Piazza del Popolo nel giorno del #fridaysforthefuture che ha visto la presenza della giovane Greta Thunberg. Ragazzi, adulti, striscioni colorati hanno man mano preso possesso di Piazza del Popolo per arrivare a 25mila presenze. 2 ore di interventi prima dell’atteso discorso di Greta che è arrivata, intorno alle 12, insieme ad alcuni ragazzi del comitato romano della giornata romana, scendendo dal Pincio.
Sul palco sono salite da Alice, 9 anni, la più giovane attivista, a Miriam da Milano che parla con voce rotta dell’emozione e della signora che le raccontava come era la Pianura padana prima del cemento e della siccità. Poi c’è il giovane Stanislao da Terni, ragazzo delle medie, che parla della regione più verde d’Italia, delle acciaierie che hanno riempito i polmoni di tanta gente, degli errori che in nome dello sviluppo e di una crescita hanno portato questa regione a diventare l’emblema di un fallimento.
E poi Marilisa da Padova e Gianmarco da Napoli “Abbiamo 12 anni per non far bruciare la terra. La mia brucia già da 20 anni” e Marta da Palermo. Non vogliono essere strumentalizzati i ragazzi, non vogliono essere usati da nessuna forza politica dicono tutti “noi siamo la generazione che più ha vissuto il cambiamento climatico sulla sua pelle e siamo anche l’unica e l’ultima che può battersi per fermarlo”.
Tutti insistono nel chiedere un cambiamento nel sistema di sviluppo: bisogna pensare più alla nostra “casa” che ai nostri guadagni. Un’idea e un obiettivo precisi: continuare a scioperare ogni venerdì per farsi sentire, perché la politica non faccia orecchie da mercante e che faccia finta di ascoltare ma che poi vada avanti per la sua strada.

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Ragazzi dalle medie all’Università, preparati, attenti come Federica, universitaria laureanda in Scienze biologiche che, dal palco invita tutti a riflettere sui termini che usiamo ogni giorno come meteo e clima, spesso confusi tra loro ma che indicano 2 cose ben distinte. Lo fa con sicurezza, con il piglio di chi sa di cosa parla. E’ lei una delle ragazze che è scesa con Greta dal Pincio. Non vuole perdere il suo futuro “Perché studiare se non per un futuro per il quale batterci?”.

E poi sul palco anche un “adulto” un grande: Antonello Pasini climatologo del CNR che prendendo la parola dice “Io sono della generazione che vi deve delle scuse. Abbiamo usato la natura come un deposito. Abbiamo pensato che acqua e aria non reagissero alle nostre azioni. Dobbiamo tutti considerare che i cambiamenti climatici impattano gli ecosistemi ma anche la vita quotidiana di migliaia di persone. Pensiamo al fenomeno delle migrazioni che non è solo legato alle guerre. 9 migranti su 10 vengono dal zona del Sahel, in Africa,dove il cambiamento climatico si è concretizzato con una grande desertificazione e quindi mancanza di cibo, acqua e si fugge per questo. Abbiamo bisogno di un patto tra giovani e scienziati per questa battaglia.”

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E poi arriva Greta la giovane attivista svedese simbolo, oramai, della battaglia sui cambiamenti climatici: “ L’unica cosa di cui abbiamo veramente bisogno è il futuro. Molti di noi lo capiranno quando sarà troppo tardi. Siamo a un bivio per l’umanità. È ora che dobbiamo scegliere il sentiero da prendere. Siamo qui ora per scegliere e per invitare gli altri a seguire il nostro esempio. “Sarà una battaglia lunga, dice, che non si risolverà in pochi mesi e i giovani di tutto il mondo sono pronti a combatterla e a non fermarsi o farsi fermare”.

(Pubblicato su Tiscalinews 19 aprile 2019)

3.32 del 6 aprile 2009: la data maledetta che cambiò l’Aquila per sempre. Dieci anni di storie e di dolore

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L’Aquila stanotte alle 3,32 si è fermata per ricordare le 309 vittime del terremoto di 10 anni fa. I rintocchi della campana in Piazza Duomo, il silenzio come quella notte hanno riportato tutti indietro a quelle ore terribili che chi è sopravvissuto non dimenticherà mai. Saranno sempre parte della loro vita.

Il dolore e la rabbia della zia dello studente
Quella notte, come dice Antonietta Centofanti del “Comitato vittime della casa delle studente” e zia di Davide giovane studente di ingegneria morto quella notte, “capimmo che quello che ci era stato detto era tutto falso”. Le rassicurazioni, le parole di scienziati e istituzioni si sbriciolarono alle 3,32 come le tante case del centro storico. Come si possono dimenticare i 55 giovani studenti universitari che hanno perso la vita in quelle ore? Per loro rimangono le pietre della casa dello studente a imperituro ricordo di quel sacrificio. Giovani “scintillanti di sogni” che aspettavano solo di realizzarli.
E poi Fabrizia, Claudia, Alessandra, Nurije, Stefano……sono tutti elencati nella piccola cappella delle Anime Sante, la chiesa che con la sua cupola crollata, è stata il simbolo di quella notte.

Lo strazio dei sopravvissuti
E per chi è sopravvissuto c’è il vuoto di una presenza, di una voce come dice Vincenzo Vittorini, medico chirurgo, che quella notte ha perso moglie e figlia. Lui e il figlio Federico sono sopravvissuti e oggi si battono perché la “memoria permetta che tragedie come L’Aquila, Viareggio, Genova non succedano più”. Perché non se ne parli dopo aver perso vite umane ma che si faccia prevenzione e si costruisca in sicurezza.

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Una città cantiere
La città è tutta un cantiere. Dopo anni di fermo la ricostruzione è partita. Molti i palazzi ricostruiti, ancora tanti quelli fermi a quella notte. La Chiesta sventrata di San Massimo o quella di Santa Maria Paganica, le case tra il Comune e il Convitto, la scuola De Amicis e tanto ancora.
Alcune attività sono tornate in centro, con molte difficoltà e come dice Roberto Grillo, fotografo, adesso “devono tornare gli abitanti in centro perché la città riviva veramente”.
Toccante il racconto di quei giorni di Francesca Manzi “quando abbiamo riaperto il negozio la gente entrava e non ci dava i soliti auguri ma ci diceva GRAZIE!”.
Ma a fianco di chi riapre, di chi vuole far ripartire la città farla tornare alla sua vita, culturale commerciale, farle ritrovare la sua identità di quinto centro storico d’Italia, c’è chi lascia dopo 10 anni di battaglie per rimanere. 10 anni sono tanti per tornare ad una vita, diciamo, normale. Sono pesanti da portare dentro.

Aria di speranza e stanchezza
E girando per la città, tra i palazzi tornati al loro splendore, e ponteggi metallici che parlano di ciò che non è ancora stato fatto, si respira un’aria di speranze ma anche di stanchezza che rischia di oscurare tutto ciò che si è fatto.
E a 10 anni dal sisma, si prova a far ripartire il cratere aquilano dallo sviluppo turistico dei comuni e dalle sue vocazioni antiche. Sono 56 i Comuni sono attualmente coinvolti nella realizzazione di 8 Progetti integrati che riguardano il turismo religioso, enogastronomico,storico, naturalistico. Ci sono circa 33 milioni di euro a disposizione gestiti dalla Struttura di Missione della Presidenza del Consiglio con il supporto di Formez PA.
Ma prima ancora di questo va ricostruita la fiducia dei cittadini, quella persa alle 3,32 di dieci anni fa.
(pubblicato su Tiscalinews del 6 aprile 2019)

Cosa si nasconde dietro lo scandalo multopoli al Comune di Roma: le carte

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Un’amministrazione che ogni giorno ha uno dei suoi uffici indagato per corruzione, ha problemi nella gestione delle risorse umane e nella gestione della cosa pubblica.
In una recente intervista Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, parlando di anticorruzione e amministrazioni pubbliche, ha detto: “la rotazione è uno strumento indispensabile per impedire che si formino pericolose incrostazioni di potere. Inoltre può iniettare forze fresche ed entusiasmo nella macchina amministrativa, perché svolgere la stessa mansione troppo a lungo può diventare demotivante. Mettiamo che in un Ufficio cruciale, come quello che si occupa di licenze edilizie, c’è sempre la stessa persona da vent’anni: per carità, magari è integerrima, ma non sarebbe comunque più salutare un avvicendamento periodico per non correre rischi? Non sarebbe meglio evitare di creare la figura del “detentore unico” di certe competenze? “

Ecco partiamo da qui: la creazione del “detentore unico”. Prendiamo ad esempio ciò che sta accadendo all’interno dell’amministrazione romana, come esempio di un malessere, diciamo così, che attraversa la pubblica amministrazione.

Il 28 gennaio scorso scatta un’operazione della Procura di Roma che vede 197 indagati per un giro di multe cancellate. Il periodo preso in considerazione dalla Procura, ed esaminato dagli uomini della Guardia di Finanza del nucleo di polizia economico finanziaria di Roma, va dal 2012 al 2014.

Non si parla di corruzione ma di una gestione con molte anomalie, denunciate da una dipendente comunale ( le cui traversie per essersi opposta ad un sistema di silenzi merita un capitolo a parte).

Dal 2008 al 2014, secondo quanto emerso dagli accertamenti, sono state circa 14mila le posizioni cancellate per un totale di circa 16 milioni di euro. Nel procedimento circa 15 milioni non sono inseriti perché prescritti ma ora si proseguirà con gli accertamenti presso la Corte dei Conti, per la quale vige un diverso regime di prescrizione.

Un danno per l’Amministrazione a cui si aggiunge l’ultimo caso del 14 febbraio per le multe illegittime che tendenzialmente arrecherebbero un aggravio, al Comune, per due milioni di euro. Cinque i dipendenti indagati.

Quello che salta a gli occhi, e cha fa riferimento al “detentore unico” di cui parla Cantone, è che nelle due indagini ritroviamo alcuni nomi ricorrenti. Uno fra tutti quello di Pasquale Libero Pelusi, che nell’indagine “multopoli 2”, è accusato con Patrizia Del Vecchio di aver causato un danno erariale di 700 mila euro per il Comune di Roma.

I protagonisti della vicenda
La figura di Pelusi è la protagonista della vicenda che ha visto coinvolta la dipendente comunale, Emma Coli, dalla cui denuncia è partita l’indagine cha ha portato ai 197 indagati per le multe cancellate.

Pelusi, che arriva al comune di Roma per mobilità nel 2002 dal comune di Pomezia, rimane per 10 anni, dal 2005 al 2015, a gestire un’attività strategica per il Comune, cioè la riscossione dei proventi della contravvenzioni. Assegnato al Dipartimento allora denominato Politiche delle Entrate, ricopre gli incarichi, nel tempo, di dirigente della Unione Operativa Contravvenzioni, di direttore della Direzione per la Gestione dei Procedimenti connessi alle Sanzioni Amministrative e da ultimo di Direttore del Dipartimento Risorse Economiche, passando dalla fascia stipendiale dei dirigenti più bassa a quella più alta.

Il potere di Pelusi
Nel ricorso per mobbing, presentato dalla Coli, assegnata alla Unione operativa diretta da Pelusi nel 2011, emerge quanto la posizione dominante del dirigente comunale abbia preso corpo e si sia consolidata nel tempo. In questa posizione, di fronte alle ripetute prese di posizione della dipendente che scriveva “l’organizzazione sembrava studiata per rendere difficile la esazione della contravvenzione, con il rischio che, per una qualsiasi ragione che inceppasse il funzionamento della macchina burocratica, si andasse a cadere nella prescrizione quinquennale” che evidenziavano quanto gli ingranaggi comunali celassero meccanismi non trasparenti nella gestione amministrativa, le rendeva la vita impossibile con richiami e spostamenti di ufficio.

Basta un clic per annullare le multe
Nel 2015, Emma Coli invia una relazione all’allora Segretario Generale del Comune, Serafina Buarnè che con l’Assessore Alfonso Sabella, che dichiara “basta un clic per annullare le multe”, promuove un’azione che porterà la Procura di Roma ad un’inchiesta con cinque dirigenti comunali che rispondono di falso, abuso d’ufficio e truffa. Centinaia di migliaia le infrazioni al divieto di ingresso nella Ztl. Possiamo definire questo l’esempio di un sistema che “gestisce” l’Amministrazione? E che facendosi “braccio” della politica ne può amplificare l’azione ma qualora la stessa lo osteggiasse può deciderne la fine?
Un concetto di familismo amorale, concetto di Edward Banfield spesso utilizzato per definire i sistemi mafiosi, che è basato su omertà, connivenza e rapporti familiari stretti che se si innescano sul posto di lavoro possono essere esplosivi.

I rapporti parentali
Facciamo un esempio: nel caso di “multopoli 2” per le multe illegittime, la dirigente Patrizia Del Vecchio è anche moglie di Gianmario Nardi ora direttore del Dipartimento Mobilità e traffico.
E questo non è un caso isolato! La fitta rete di rapporti parentali della macchina del Campidoglio, circa 24.000 dipendenti, potrebbe toccare quasi il 20% del totale creando così una fitta rete familistica pronta a rispondere a qualsiasi situazione interna o esterna (ndr: i piani triennali anticorruzione prevedono che nelle dichiarazioni sui potenziali conflitti di interesse dei dirigenti e funzionari impiegati nelle aree a rischio siano espressamente indicate le relazioni parentali e di affinità nonché la collocazione lavorativa dei parenti e degli affini e obbligano le amministrazioni a mettere in campo le azioni necessarie per impedire l’istaurarsi di conflitti di interesse).

Un quadro che ritroviamo in molte amministrazioni locali e non solo del sud. Ma questo familismo amorale, che per Banfield era delle società arretrate, non rischia di essere la vera zavorra per il cambiamento di una società? Fa così paura questa radicata interna che nessuno ha il coraggio di incidere con per esempio l’applicazione della rotazione dei dirigenti e chi lo fa paga in prima persona?
(pubblicato su Tiscalinews il 16 febbraio 2019)

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