Laura Aprati

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Etiopia, 103 milioni di abitanti, il 70% sotto i 25 anni. Un paese alla ricerca del futuro

manifattura hawassa

(con la collaborazione di Marco Bova)
102 milioni di abitanti di cui il 70% sotto i 25 anni. 80 diversi gruppi etnici.
90 lingue diverse.
Una superficie di 1.100.000 kmq, nessuno sbocco a mare, confina con Eritrea,Gibuti, Somalia, Kenia, Sudan e Sud Sudan. È l’Etiopia, paese oggi di fronte a una delle sliding doors della sua storia.
Un paese molto povero, molto arretrato anche nella capitale Addis Abeba dove le baraccopoli crescono a vista d’occhio anche nelle aree centrali della città. Una povertà che si tocca ancora di più con mano attraversando il paese, tra zone desertiche e le poche aree agricole dove la sussistenza è data da ossuto bestiame, da qualche piccola coltivazione, dalle piante di banani. Dove l’unico mezzo di trasporto sono gli asini. Un Paese che è il più esposto di altri al rischio AIDS. Dove sono milioni le vittime di questa terribile malattia e milioni gli orfani malati. Un posto dove anche bere un sorso d’acqua diventa rischioso e dove il 10% dei bambini muore prima dell’anno d’età a causa del contagio.
Un Paese che dopo 27 anni di governo del Fronte democratico rivoluzionario dei popoli etiopi (EPRDF) ad aprile 2018 ha designato Primo Ministro Abiy Ahmed, protestante figlio di un padre musulmano e di una madre cristiano-ortodossa, laureato in filosofia ed ex militare. Parla alcune delle lingue etniche del paese e questo gli permette un’interlocuzione diretta con i vari gruppi. Si presenta con una visione mistica tra pace e amore che richiama quasi Martin Luther King.

Abiy è il volto nuovo dell’Etiopia. L’Italia, l’Unione Europea e grandi player mondiali come Stati Uniti e Cina, scommettono su questo Paese e sulla nuova dirigenza che ha da subito cercato di dare una svolta sia a livello regionale, nazionale che internazionale. Addis Abeba è anche la capitale diplomatica dell’Unione Africana. Vi hanno sede le ambasciate e le organizzazioni di quasi tutto il mondo. Il Primo Ministro ha da subito cercato di farsi riconoscere come leader moderno : un leader continentale oltre che locale. Sul piano regionale da subito, nel suo primo discorso lunedì 2 aprile 2018, ha immediatamente teso la mano contro la nazione che per venti anni ha rappresentato il nemico: l’Eritrea ed ha aperto un canale privilegiato con il suo Presidente, Isaias Afewerki ( con la segreta speranza, secondo alcune fonti, di avere così uno sbocco al mare con il porto di Massaua, in alternativa a Gibuti).Le buone intenzioni, però, non sono state tradotte in risultati pratici tanto che nel mese di maggio gli eritrei hanno nuovamente chiuso le frontiere.
Tanto è forte la sua figura nell’area che Abyi Ahmed è stato inviato,nei giorni scorsi, in Sudan dall’Igad, l’autorità intergovernativa degli Stati del Corno d’Africa, per tentare una mediazione tra la giunta militare al potere dopo l’uscita di scena dell’ex presidente Omar al-Bashir e l’Alleanza per la democrazia e la libertà, cartello che riunisce tutti i gruppi di opposizione. Il compito è arduo perché non è solo una mediazione tra opposizione e militari, ma una questione politica per trovare un punto d’incontro tra le potenze che sostengono l’una e l’altra parte: conciliare Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto che sono dalla parte dei militari, e Qatar, Turchia, Iran che rovescerebbero il regime al potere, certamente non per metterlo in mano ai dimostranti.
Si è liberato del dossier Sud Sudan impantanato da anni : l’Etiopia ha lasciato spazi ad altri attori regionali come Uganda e Sudan dando l’idea di un leader che ha a cuore la stabilità regionale. Ma con il Sudan e l’Egitto soprattutto rimane il nodo della diga Gerd (Great Ethiopian Reinassance Dam), che appena terminata sarà la più grande d’Africa e la settima al mondo, situata a pochi chilometri dal confine col Sudan e sorge sul Nilo Blu, tra i maggiori affluenti del Nilo. L’Egitto ha evidenziato il timore di dipendere dall’Etiopia per l’approvvigionamento di acqua poiché il proprietario unico della diga è l’Etiopia che rivenderà agli altri paesi l’energia prodotta e che sarà,una volta a pieno regime, di 6.000 MegaWatt, una potenza pari a quella dell’intero corno d’Africa! Il 10 giugno del 2018 il presidente egiziano Al Sisi e il primo ministro Abiy Ahmed hanno siglato un accordo di più proficua e stretta collaborazione ma le problematiche rimangono sul tappeto soprattutto quelle sociali: la popolazione locale, per fare posto al grande lago – che sarà riempito in un arco di tempo che va dai 5 ai 15 anni e che potrà fornire circa 7000 tonnellate di pescato l’anno- sarà intanto privata della foresta che è fonte di cibo, piante medicinali e materiali di costruzione. Inoltre, l’attuazione del progetto ha portato a spostare oltre 20000 persone.
La costruzione della diga apre anche lo scenario economico-finanziario internazionale che opera in Etiopia. Il costo complessivo dell’opera è di circa 4,8 miliardi di dollari ed è finanziata in parte da banche cinesi (1,8 miliardi) e dal governo etiope (3 miliardi, il più costoso investimento della storia dell’Etiopia) mentre la realizzazione del progetto è stata affidata alla ditta italiana Salini Impregilo Costruttori.
La Cina ha azzerato gli interessi sul debito etiopico sino al 2018, ha realizzato la ferrovia che dal porto di Gibuti (dove hanno anche stabilito l’unica base militare al di fuori dei propri confini) arriva nella capitale Addis Abeba, fornendo così quello sbocco a mare che manca al Paese. I cinesi sono presenti nelle costruzioni delle grandi arterie e in grandi opere come il termovalorizzatore della capitale, il primo in Africa, che è stato costruito dall’impresa britannica Cambridge Industries e da un consorzio di società cinesi che include la Cambridge Industries Ltd (CIL) e la China National Electric Engineering Co (CNEEC). Un impianto capace di trattare 1400 tonnellate di rifiuti urbani al giorno al fine di produrre 185 GWora di elettricità all’anno. Fermo per alcuni mesi, dopo essere stato inaugurato ad agosto 2018, per “adempimenti contrattuali”,ha ripreso a funzionare all’inizio di maggio 2019.
I cinesi sono così presenti che mentre prima in Etiopia c’erano gli autoctoni e i “ferengi” (i bianchi) oggi a queste due figure si aggiungono i “cina” evidenziando così la loro massiva presenza nel paese, che non è altro che la porta di accesso per il continente africano.
E la Cina è presente nelle piccole manifatture nate in Etiopia perché qui il costo del lavoro è più basso del Bangladesh, dello Sri Lanka e persino del Kenya. Se in Cina un operaio costa 370 euro mese qui costa dieci volte di meno. E con il paese che vuole diventare un hub manifatturiero per l’Africa entro il 2025 si è consolidata la presenza delle aziende straniere del settore come H&M, Tommy Hilfiger, Calvin Klein, Levi’s, Guess”,Calzedonia.
Il governo etiope, per attrarre le aziende del settore ha concesso l’esenzione fiscale sui profitti per i primi 5 anni di attività e sull’importazione di macchinari, beni capitali e componentistica varia. Ma soprattutto le aziende trovano una manodopera – principalmente proveniente dalle aree rurali e senza alcuna formazione nel settore- a poco più di 20 euro al mese. Nella legge etiope non è previsto un salario minimo nel settore privato (per gli impiegati pubblici è di 420 birr al mese, circa 13 euro), i sindacati sono sotto stretto controllo governativo. È impossibile a qualsiasi organizzazione indipendente di monitorare le condizioni di lavoro a meno di non essere finanziata almeno per il 90% da capitali etiopi. A vantaggio dei giganti del tessile che, facendo uscire i loro prodotti dall’Etiopia, possono approfittare anche delle favorevoli condizioni commerciali concesse dagli USA ai produttori sub-sahariani attraverso l’African Growth and Opportunity Act (Agoa).
Molte delle aziende manifatturiere hanno trovato “casa” nel parco industriale di Hawassa, nella Great Rift Valley circa 300 km a Sud di Addis Abeba. 300 ettari, 23 mila occupati con una proiezione di 60 mila nei prossimi anni. Costo del parco 250 milioni di dollari. Qui ci sono insediate 22 compagnie straniere. Dei 23 mila occupati circa 15 mila sono donne, tutte provenienti dalle campagne circostanti. Alle prime luci del giorno si formano le file ai cancelli d’ingresso del parco. Donne e uomini che lavorano per circa 20 euro al giorno,con ritmi forsennati nei momenti clou delle lavorazioni e con periodi di vuoto assoluto. Molte, soprattutto le ragazze, non resistono ai ritmi imposti anche perché molte di loro non hanno alcuna pratica con questo lavoro. Una delle tante giovani impiegata in un grande capannone, dietro una macchina da cucire, dice che nel suo futuro vede “un aumento del salario e una continuità nel lavoro”. Parole subito stroncate dal direttore dell’azienda. Ogni possibile richiesta, anche sotto forma di speranza, viene subito messa a tacere.
L’altro grande parco, “Eastern Industry Zone” costruito 10 anni fa, è a pochi km da Addis Abeba a Duken piccolo paese di campagna, e ospita oggi 20 compagnie, tutte cinesi che, logicamente, sono tra i finanziatori dei parchi.
Intanto l’attivismo internazionale del Primo Ministro Abiy Ahmed continua e proprio in questi giorni la Banca Mondiale ha concesso un finanziamento di 350 milioni di dollari – 280 di credito e 70 di donazione- all’Etiopia per lo sviluppo delle aree pastorali dove vive circa l’11% della popolazione.
La situazione politica ed economica dell’Etiopia filtra anche dalla stampa che ha vissuto anni di difficoltà. Per il Primo Ministro Abiy Ahmed l’informazione ha sicuramente un ruolo rilevante nella società se uno dei primi atti è stato la liberazione di centinaia di prigionieri politici e giornalisti detenuti tanto che,per la prima volta negli ultimi 15 anni, non ce n’è più nessuno in prigione. Un segnale dello stato delle libertà in un paese a cui ha fatto seguito una riforma importante per la libertà dei media. Seguita poi da quella delle leggi sulla società civile e quella per l’istituzione di una nuova Commissione elettorale nazionale, affidata ad una ex leader di un partito di opposizione, più volte incarcerata in passato e oggi incaricata di preparare il sistema per la elezioni del 2020. A febbraio 2019, secondo l’agenzia di stampa Fana, il governo ha amnistiato 45.875 prigionieri politici o di coscienza dopo l’approvazione della legge in materia da parte della camera bassa del parlamento, lo scorso giugno.
Tutti passi importanti per un Paese per troppo tempo stretto prima nelle maglie della dittatura di Menghistu e poi nei 27 anni di governo EPRDF anche se i giornalisti ancora hanno paura a parlare apertamente del loro lavoro, della situazione politica nel loro paese. Non è possibile registrare, in voce e men che mai in video, una loro intervista. Segno che la strada è ancora lunga.
LA PRESENZA ITALIANA
Un capitolo a parte va dedicato agli italiani in Etiopia, presenti nel Paese già dal secolo scorso. Gli eventi dell’occupazione colonialista sono presenti ma non incidono sui rapporti istituzionali tanto che per la prima volta, dalla seconda guerra mondiale è stato firmato un accordo di cooperazione nel settore della difesa ( firmato ad aprile 2019 dalla ministra Trenta e dal suo omologo etiope).
Forte l’azione dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione alla Sviluppo che ha molti progetti che vanno dal microcredito nel settore agricolo e manifatturiero, all’assistenza nei progetti per la sanità, contro le mutilazioni genitali femminili e l’Aids. Un interessante progetto riguarda l’agricoltura, e nello specifico l’allevamento di bestiame da carne, nella regione dell’Afar: piccoli impianti fotovoltaici che permetteranno ai piccoli allevatori di macellare gli animali e di poterli conservare fino alla vendita.
E poi ci sono gli storici costruttori italiani come Vernero e Elmi che hanno in parte partecipato all’espansione edile di Addis Abeba. C’è la Salini Impregilo. Ci sono le aziende del manifatturiero come Calzedonia.
Ma l’Italia non è sola anche gli altri Paesi europei sono presenti con attività di cooperazione e accordi economici come i tedeschi che, secondo fonti istituzionali, hanno già sottoscritto un accordo con il governo etiope per un impianto di assemblaggio della Volkswagen.
Insomma l’Etiopia è di fronte ad una sliding door della sua storia ma è anche un’opportunità per molti Paesi, tra cui l’Italia, per essere presenti in quello che è da tutti considerato il continente del futuro.
(pubblicato su FocusonAfrica.it il 12 giugno 2019)

È italiana l’unica scuola dalla quale “i ragazzi devo essere mandati via a forza”

Un’area felice quella della scuola italiana ad Addis Abeba. Una scuola internazionale frequentata in maggioranza da etiopi. Esempio di integrazione ed inclusione.
Addis Abeba è una capitale con molte facce: quella dei grandi grattacieli, in parte costruiti dai cinesi, dei mega alberghi e dei compound dove vive la gran parte delle delegazioni internazionali che pullulano nella capitale diplomatica dell’Africa. Dall’altra le baraccopoli che nascono sotto i grandi palazzi, in ogni luogo libero, dove si assiepano e vivono, senza acqua luce e men che meno servizi igienici, le migliaia di persone che arrivano dalle campagne, anche le più lontane, in cerca di un lavoro, di una vita migliore.

La scuola italiana
Migliore di quella in una capanna di fango e foglie in cui si vive nei villaggi a 100 km dalla capitale. Migliore perché anche una baracca con il tetto di lamiera dà l’idea di una casa vera e di una vita diversa.
Tra grattacieli e tetti di lamiera, tra i famosi “bajaj” (una sorta di ape taxi) e gli asini da soma girando per Addis Abeba, attraversando la “Piassa” quello che era il quartiere italiano dove ancora si trovano pasticcerie e locali di nostrana memoria, si arriva davanti al cancello che apre le porte alle scuola italiana, una delle tante internazionali della capitale etiope.

Aperta a tutti
Retta 450 euro l’anno contro i circa 28mila dollari della scuola americana. Uno degli 8 istituti statali scolastici italiani nel mondo (ce ne sono solo 2 in Africa), nasce nel 1953/54 come supporto alle maestranze italiane e poi nel tempo si trasforma in un istituto aperto a tutti. La maggior parte degli studenti è etiope, circa il 75%, e attraverso una convenzione la scuola italiana supporta anche i ragazzi che non possono permettersi la retta. Inoltre, come dice la preside Stefania Pasqualoni, sostiene l’ingresso e la frequenza anche a chi è portatore di handicap (come sindrome di down e spettro autistico) che altrimenti sarebbe destinato ad una totale esclusione dalla vita scolastica. Ci sono 29 docenti dall’Italia e 5 etiopi (in gran parte ex studenti della stessa scuola).

La testimonianza della preside
La Preside, arrivata ad Addis Abeba nel 2017, dice che lavorare qui è avvincente. Ha molti progetti: gli spogliatoi, la mensa, rifare gli impianti elettrici, le finestre. La scuola ha anche attività integrative pomeridiane di cui lei è molto fiera e ci dice pure che i ragazzi chiedono di rimanere a scuola il più a lungo possibile. L’edificio scolastico può essere definito “l’unica piazza di Addis Abeba” dove incontrarsi, chiacchierare, giocare. C’è un campo da calcio. Quando suona la campanella “i ragazzi devono essere mandati via a forza”.

In una bolla
I professori arrivano da tutta la penisola e qui, in questa scuola, dove non ci sono muri, si diventa “famiglia” anche con gli assistenti locali che, in un pomeriggio di maggio, festeggiano, con musica e cibo, la fine dell’anno scolastico. O con il professore Sergio Laverda da Vicenza che dice: “Certo l’impatto all’arrivo non è stato facile. Sono arrivato qui con la mia famiglia. Le mie figlie hanno frequentato questa scuola. L’unico rischio è che viviamo in una bolla, quella che ci siamo creati nella scuola. Non è semplice frequentare al di fuori del nostro ambiente. Si va al circolo della Juventus (punto di riferimento per gli italiani della capitale). Ci si ritrova tra di noi. Ma l’Etiopia è un paese da conoscere”. Il professore ha subito una rapina di sera. Nella piazza più famosa, Meskel Square, gruppi di ragazzi di strada spesso derubano i “ferengi” (i bianchi). Basta un telefonino in bella vista. Ma certo la criminalità locale non può essere paragonata a quella di altre capitali africane come Nairobi, Lagos.

Ma gli italiani restano “ferengi”
La scuola è stata costruita da una delle tante imprese nazionali di Etiopia. Perché qui gli italiani sono tanti, rimasti dopo il 1941 e dopo il “derg” di Menghistu. E Carlo Iori è uno di loro, nato qui, cresciuto ad Asmara e poi ritornato. Parla amarico, ha sposato una donna etiope e ha insegnato nella scuola italiana. “I ragazzi che sono usciti dalla scuola hanno tutti trovato un’occupazione soprattutto nell’edilizia”, ci racconta. E parla anche del rapporto tra gli italiani e questo paese che porta una profonda cicatrice il massacro, tra il 19 e il 21 febbraio del 1937, passato alla storia come “Graziani massacre”. Una ferita indelebile tanto che Carlo dice “vorrei che mio padre fosse ancora qui per chiedergli dove era in quelle notti”. Ma il rapporto tra Italia ed Etiopia, nonostante tutto, è sempre rimasto forte forse, come ci dicono, perché l’imperatore Hailesse Lassie ha preferito gli italiani agli inglesi!
Nella Addis Abeba di oggi comunque gli italiani sono “ferengi” come tutti gli altri bianchi diversi solo dai “cina” che sono arrivati numerosi e stanno conquistando pezzo pezzo l’Etiopia e il continente africano.
(pubblicato su Tiscalinews il 20 maggio 2019)

Venezuela nel caos, il grido di aiuto degli italiani: “Mancano acqua, luce e cibo. Situazione al collasso”

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Molti italiani non capiscono la posizione del nostro governo su Guaidò e alcuni pensano che è meglio tornare in Italia, almeno si potranno curare.

Caracas: ospedale universitario, saltano i generatori della luce, muoiono 6 bambini nelle incubatrici. Dal 23 gennaio 26 le vittime. Mercoledì 30 ci sarà un’altra grande manifestazione per le strade della capitale e non solo, che potrebbe essere un’ulteriore passaggio nella crisi venezuelana. Juan Guaidò intanto dichiara “A partire da questo momento iniziamo progressivamente e in maniera ordinata a prendere il controllo degli interessi della nostra Repubblica all’estero”, ma lo potrà fare solo in quei paesi che hanno già riconosciuto il suo ruolo.
Nel paese sud americano vivono circa 200mila italiani, registrati all’AIRE (Anagrafe Italiani all’Estero), ma secondo quanto riferisce Antonella Pinto, Presidente dei Giovani Italo Venezuelani, possiamo parlare di oltre 1 milione di presenze. Molti sono già tornati in Italia negli anni scorsi. Per chi è rimasto questo è un momento durissimo, fatto di un’alternanza di speranze e delusioni. Una battaglia quotidiana per sopravvivere.

Il Presidente della Camera di Commercio Venezuelo-Italiana, Alfredo D’Ambrosio, a Caracas, ci dice “ Stiamo vivendo una partita a scacchi, il governo è circondato, l’opposizione è in una posizione migliore. L’importante è capire che Guaidò non si è autoproclamato Presidente, ha assunto, secondo quanto prevede la costituzione, la Presidenza ad interim perché il 10 gennaio è stato proclamato presidente del Parlamento monocamerale,eletto nel 2015 per il periodo 2016/2021. Il mandato di Maduro, relativo alle ultime elezioni legali del 2013, scadeva il 23 gennaio 2019. E comunque l’assemblea si sta muovendo con cautela cercando una via di uscita: sta offrendo l’amnistia ai militari e funzionari del governo, per esempio la console di Miami- che è la città americana con il più altro numero di venezuelani – ha riconosciuto Guaidò. Stanno aprendo la strada agli aiuti umanitari internazionali che dovranno essere gestititi dalla Caritas. Ultima cosa si vuole favorire l’uscita dei militari cubani presenti sul territorio e sono oltre 20mila. Ma siamo in un momento delicato. Cosa succederà nessuno lo sa. Il governo forse sta cercando di capire chi potrà essere il capro espiatorio ma la gente sente che forse qualcosa sta cambiando”

D’Ambrosio parla anche di una sorta di fobia verso gli italiani, perché il nostro governo non ha una posizione decisa su Guaidò. D’altra parte in Venezuela circolano voci del rapporto tra Chavez e Gian Roberto Casaleggio, considerato un suo pupillo, che potrebbe aver ricevuto fondi tanto che molti accostano la V del Movimento Quinta Repubblica (di Chavez) che sarebbe la stessa V del M5S. Ma D’Ambrosio conferma che non ci sono prove di questi rapporti. Intanto l’economia venezuelana rotola in un’inflazione senza freni. Ieri un dollaro americano era scambiato con 2500 bolivar, oggi ne servono 3500!

A Valencia, la terza città dello stato sud americano, c’è la comunità italiana più popolosa, dopo Caracas, e Antonella Pinto, è una giovane avvocato, che lavora nell’impresa di famiglia che produce scarpe. E’ membro dei Comites (Comitato italiani all’Estero). Ha partecipato alla grande manifestazione della scorsa settimana

“L’Avenida era piena, 10 km di persone, un fiume di gente anche per le strade laterali. Una cosa impressionante. La situazione è complicata perché la maggioranza riconosce Gauidò come presidente ma la minoranza è ancora forte soprattutto tra i militari e ci aspettiamo momenti duri. E’ importante la pressione internazionale. Qui i servizi pubblici non funzionano, oggi abbiamo la luce ma magari fra 1 ora va via e rimaniamo due giorni senza. Non si trova da mangiare e quando lo trovi costa tantissimo. Così non si può andare avanti”

“A Valencia abbiamo un problema di acqua gravissimo. Anche perché l’acqua che usi per lavarti non la puoi bere. C’è chi ha problemi alla pelle, agli occhi. I nostri connazionali vivono come tutti i venezuelani, non trovano il cibo, i servizi non funzionano e soprattutto la salute è colpita. Adesso se devi andare dal medico ci devi pensare bene. Con gli ospedali è peggio, non ci sono i medicinali e quelli che si trovano costano tantissimo. Ammalarsi è un lusso. Molti pensano che è meglio tornare in Italia, almeno si potranno curare. Adesso l’Ambasciata, con un accordo, sta portando i medicinali dall’Italia. C’è una ditta che ha il contratto con il governo italiano e adesso chi è iscritto all’AIRE ( circa 200 mila) può chiedere aiuto, dimostrando di averne bisogno. Ma c’è un problema burocratico perché non sono attivi i vice consolati, in quanto non riconosciuti dall’Assemblea, e quindi tutto deve passare per Caracas e non tutti si possono permettere di arrivare a Caracas. Ma la sensazione, oggi, è che stiamo per uscire da un tunnel anche se Maduro ancora non cede e questo crea angoscia. Intanto nei “barrios”, le periferie povere delle grandi metropoli come Maracaibo e Caracas, le violenze aumentano. Lì vive la parte della popolazione più bisognosa ma sono anche sacche di criminalità e la Guardia Nacional interviene e sono sicura che ci siano molte vittime”.

Tutti aspettano mercoledì, sperando in una spallata definitiva a Maduro e intanto sperano di avere l’acqua, la luce e di trovare del cibo!

(pubblicato su Tiscalinews del 29 gennaio 2019)

Ndileka Mandela e la battaglia dei diritti umani: “Io nipote di un’icona, stuprata dal proprio partner”

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“Io sono infermiera di terapia intensiva. Ma occuparsi di una persona cara, essere allo stesso tempo la sua infermiera e sua nipote, essere forte, accompagnarlo negli ultimi anni di vita è stata una cosa molto difficile. Non sono riuscita, al momento, ad elaborare quello che mi succedeva perché dovevo essere forte”.

Con queste parole Ndileka Mandela, nipote di Nelson, racconta suo nonno che ha conosciuto quando lei aveva già 16 anni. Lui era nel carcere di Robben Island. Un vetro li separava, non si sono neppure potuti abbracciare ma il nonno aveva un regalo per lei: una scatola di cioccolatini.

Ma Ndileka è stata anche con lui negli ultimi anni della malattia sino alla morte e oggi con la Mandela Foundation prosegua la battaglia dei diritti umani seguendo le orme del nonno.

Signora Mandela, a 100 anni dalla nascita di suo nonno e a 5 dalla sua scomparsa la battaglia per i diritti umani è ancora attuale? Si decisamente attuale. Mio nonno ha speso la sua vita per i diritti umani. La sua lezione è che noi dobbiamo guardare ai diritti umani capendo che siamo mondi diversi, culture diverse, persone diverse ma che dobbiamo abbracciare le differenze e capendo, dalle nostre eredità e dal nostro patrimonio, che tutti proveniamo da un’unica razza, quella umana. E fin quando non capiremo che solo la realizzazione dell’unità dei popoli ci permetterà di parlare di diritti umani non potremo ritenere di aver raggiunto l’obiettivo di equità e unità. Oggi più di ieri è importante lottare per questi ideali perchè siamo sempre più divisi.

Perché oggi più di ieri? Perché oggi viviamo in un mondo dove le differenze sociali sono sempre più ampie. Dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Oggi abbiamo una moltitudine,milioni, di persone che vanno a letto senza aver mangiato. E come facciamo a parlare di realizzazione dei diritti e di umanità se la disperazione cresce ogni giorno sempre di più?
Oggi bisogna parlare di diritti umani ancor di più di quanto era in vita più nonno perché siamo lontani dalla loro realizzazione. Bisogna capire come costruire ponti che permettano che le diversità sociali vengano abbattute, che ci sia più equità.

Come è cambiato il Sud Africa dopo Mandela? Il Sud Africa ha certamente più diritti, religiosi, politici. Possiamo muoversi più liberamente. La possibilità di sposarsi tra etnie diverse. C’è più istruzione, nel senso che si è allargata la platea di chi può accedere alle scuole. Ma la strada è ancora lunga rispetto all’utopia di mio nonno. Pensiamo per esempio ai diritti di genere. Pensiamo ai femminicidi che sono ancora altissimi.
Se pensiamo che la nipote di un’icona come Nelson Mandela è stata stuprata, tra le mura domestiche, dal suo partner! Pensiamo a tutte le donne che non hanno la forza e la possibilità di essere aiutate, di andare in terapia. E’ un fenomeno che riguarda le classi agiate e quelle meno. C’è bisogna lavorare molto sulla prevenzione, sull’educazione.

A proposito di educazione suo nonno diceva che “L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo” Esattamente. E lui ne era la dimostrazione: figlio di un pastore andò a scuola, la prima volta, senza scarpe e con i pantaloni del padre. Poi ha potuto proseguire a studiare ed è arrivato ad essere Presidente del Sud Africa. La crescita scoiale passa attraverso l’educazione.

Il mondo ha bisogno di un altro Nelson Mandela? Il mondo ha bisogno non solo di Nelson Mandela, ma anche del Mahatma Gandhi, di giganti che nella loro vita hanno portato la società migliorare anche con il loro esempio.

(pubblicato si Globalist.it del 4 dicembre 2018)

I cecchini di Mosul

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(di Laura Aprati e Marco Bova)
Occhi scuri, sorriso, la voglia di parlare, di avere un contatto con l’esterno. Un pezzo di pane, un po’ di riso in una ciotola. Come letto un giaciglio di gommapiuma e una coperta che con gli oltre 46 gradi all’ombra è decisamente superflua.
Uno stanzone al buio condiviso con i compagni. Uomini che da mesi vivono chiusi nei palazzi di Mosul Ovest e che diventano,ogni giorno, la trincea di una guerra combattuta porta a porta contro il Daesh. D’altra parte i palazzi con i terroristi jiadisti, i nemici. Si spara giorno e notte,a turno ci si mette in postazione. La radio trasmittente gracchia qualche informazione, anche qualche risata.
Pronti a terra, il fucile puntato attraverso il buco nella parete. Fino a qualche giorno fa attraverso il foro si vedeva il minareto della moschea di Al Nuri. Adesso il simbolo del Califfato è raso al suolo ma circa 100 miliziani dello stato islamico sono ancora dentro la medina, la parte più antica della città della piana di Ninive. Molti di loro sono ceceni, qualcuno proviene dalla guerra in Afghanistan. Non hanno nulla da perdere, sono pronti a tutto e questo gli sniper iracheni lo sanno.
Con i jiadisti ancora circa 100mila civili, usati come scudi umani.

http://notizie.tiscali.it/esteri/video/detail/le-strade-di-mosul/cf9d69e1d1728ad77872729515ccb8e1/

Le giornate scorrono lente al buio e al caldo dell’appartamento. Sotto la trincea. I sacchetti di sabbia. Le postazioni delle mitragliatrici. Il soldato osserva immobile uno specchio parabolico che riflette i palazzi vicini. Spia le mosse nel nemico. Quasi senza respirare.
Poco più in là c’è Hamin con la sua arma. Ha finito un turno al buio del quinto piano. È sceso alla luce. Una coperta lo occulta al nemico dall’altra parte il muro del palazzo. Schiacciata e nascosta contro di esso c’è la sua amica, Alia.
Hamin decide di rispondere a qualche domanda.
Perchè sei qui?QMa nouanti anni hai? “Ho 22 anni e quando l’Isis è arrivato noi giovani abbiamo capito che dovevamo combattere. Non c’era altra strada”

Ma non hai paura di morire? “La morte può arrivare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Perché non morire da martire per una giusta causa?”

E chi è questa bambina che è qui con te? “ Lei è Alia mi fa compagnia. E non ha paura anzi mi dice

Una piccola bambina di 5 anni vestita di azzurro, occhi spenti che si illuminano solo quando parla con lui. Lo guarda con adorazione, ne scruta i movimenti, sa quando lui è pronto a sparare ed allora si sposta, si allontana. Per poi tornare puntuale a fianco a lui e al suo elmetto pieno di bossoli. Per lei gli spari, il suono della mitraglia,le bombe che esplodono sono parte della vita, una triste quotidianità. L’innocenza perduta è lei. Non ha paura di morire. Ha già visto tutto della vita. Fame,sete,sangue, dolori, grida passano nel suo sguardo. Impressi per sempre. Non potrà mai dimenticare. Le rimane il suo amico Hamin che spara. Quando Hamin non ha il dito fisso sul grilletto, ed è libero, sorride e le fa una carezza.
(pubblicato su Tiscalinews del 29 giugno 2017)

La normalità del dolore

Giornalismo 2.0, infotainment, giornalismo da talk, giornalismo da blog. Tutti, oggi, hanno la loro infallibile ricetta per tentare di rivitalizzare un mestiere in crisi profonda. Personalmente di ricette nuove non ne ho, conosco quelle antiche, so quali devono essere i ferri del mestiere da usare. Curiosità, voglia di conoscere i fatti direttamente e di non farseli raccontare dagli altri, buoni piedi per lunghe camminate, capacità di osservare luoghi e persone. Una guerra puoi raccontarla facendo il pieno delle notizie “ufficiali” e ricavandone una sintesi, oppure puoi andare nei posti, parlare con uomini, donne e bambini, ascoltare le loro storie di disagi e tragedie, scrutare le loro vite. Ma sopra ogni altra “regola” ce n’è una: il cronista non è mai un protagonista, gli attori del dramma che osserva sono altri. Al giornalista tocca solo documentare. Con coraggio, umiltà e rispetto degli esseri umani. Solo così renderà un buon servizio al lettore. Ecco, noi, Laura Aprati,Marco Bova e il sito Malitalia, questo abbiamo fatto. Raccontare, con scritti, filmati e foto, l’immenso dramma della guerra.(Enrico Fierro)

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Una donna, avvolta nel suo burqa integrale, nero come la notte, cammina nella desolazione del villaggio di Hammam Al Alili, a pochi chilometri da Mosul Ovest.
Il villaggio è stato liberato nell’attacco a Mosul Est e si trova a sud della città. Da qui è partito l’attacco alla parte ovest. Qui ha sede il quartier generale delle truppe irachene che, con il sostegno degli americani, sta sferrando l’attacco conclusivo al Daesh sul fronte di Mosul.
Tutto il villaggio è stato trasformato in una zona militare. Molte case sono state requisite ed adibite a caserme.

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Nelle vicinanze anche uno degli ospedali di Medici Senza Frontiere per i feriti più gravi che dopo la stabilizzazione partiranno per Erbil o altri centri.
A Mosul Est invece l’ospedale americano.
La cittadina che prima della guerra, aveva circa cinquantamila abitanti, oggi ne conta oltre 100mila con i due campi per gli sfollati che arrivano in pullman dalla città assediata. A fianco del primo campo se ne è aggiunto uno nuovo che ospita circa 60mila persone e l’UNHCR (Alto Commissariato per i Rigufiati) sta già approntando nuove tende dove poter ricevere una parte dei 400 mila sfortunati rinchiusi nella medina, la città vecchia, ancora in mano al Daesh.
Si combatte casa per casa dopo che i bombardamenti di marzo hanno provocato centinaia di vittime tra i civili. Una guerriglia cittadina, senza esclusione di colpi. La popolazione vive barricata in casa per evitare i colpi incrociati dei cecchini o di finire nelle mani dei terroristi che li utilizzano come scudi umani. Non c’è acqua ( se non in alcune zone che vengono rifornite dalla Organizzazioni Internazionali), né cibo.

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Una bambina esce timidamente dalla sua casa, le offrono una caramella. Per lei è come un pasto intero.

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Il senso della vita ha dimensioni diverse in questa città spettrale, devastata dai colpi di mortai e cannoni. Il minareto della moschea di Al Nuri si staglia sulle case distrutte. Sulla sua punta ha sventolato per due anni la bandiera nera dell’Isis. Oggi segna la trincea da superare per sconfiggere definitivamente lo stato del terrore.
I pochi civili che escono dalle case cercano qualcosa tra le rovine . I soldati iracheni quando è possibile offrono un po’ di cibo e acqua, ma non basta. Chi è nell’inferno di Mosul ha fame e sete, bisogno di medicine e letti sicuri. Uomini, donne, bambini che da troppo tempo convivono con la paura e la guerra, è quella l’unica “normalità” che conoscono. La loro speranza è di riuscire a raggiungere un campo profughi. E a quella si aggrappano con tutte le forze, le poche che rimangono.

Lo scontro tra i soldati iracheni e i terroristi del Daesh è spietato. Colpo su colpo, uomo su uomo, finestra per finestra. I boia del terrore si dichiarano pronti a tutto per ottenere le “vergini” che promette Maometto, gli iracheni hanno le loro certezze: presto arriverà la vittoria.
E’ anche una guerra psicologica di resistenza tra uomini che parlano la stessa lingua, venerano lo stesso dio. Ma si odiano. In una tranquilla normalità del terrore.

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Vediamo la casa dei cecchini iracheni in uno dei palazzi vicini alla medina. Due stanze. In una si vive con un braciere improvvisato per scaldarsi, materassi e coperte gettati per terra. Questa è la vita. Nell’altra si inquadra il nemico e si spara. Dai buchi nelle pareti potenti cannocchiali sui fucili da sniper puntano il nemico, il cecchino prende la mira. Spara. Uno in meno. Così da giorni. E’ una guerra lenta, a piccoli passi, di trincea.

Intanto dalla città, ogni giorno, escono migliaia di persone. Vengono raccolte su autobus del governo e portati nei campi di Hammam Al Alili. Alcuni si sono sistemati alla bene e meglio fuori dal campo ufficiale. Gli altri vengono portati dentro un recinto, hanno un pezzo di carta con un numero e chiedono a chiunque che fine faranno. I bambini si accoccolano per terra, giocano, nonostante tutto. Una signora è scappata con la figlia e il marito è rimasto a Mosul, un’altra ha perso tutto ma dice “Grazie a Dio sono viva e questo mi basta”.

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Ad oggi dalla città sono uscite circa 250mila persone.
Ma la vera emergenza riguarda la quotidianità. Dal 19 febbraio, l’ospedale di Medici senza Frontiere ha accettato 1400 pazienti. L’80% codici rossi ( ferite che richiedono operazioni chirurgiche urgenti) e gialli ( fratture). I traumi più frequenti sono da armi da fuoco, esplosioni, mortai, schiacciamento (i muri di una casa che ti crollano addosso). Moltissimi i casi di malnutrizione tra i bambini.
Tante le ferite invalidanti, soprattutto tra i bambini, che rappresentano il 20% dei ricoveri mentre il 40% sono donne.
All’interno della città ci sono cliniche mobili che stabilizzano i feriti gravi, ma non possono operare e quindi i pazienti vengono trasportati a 30 minuti dalla città. Qui vengono assistiti i più gravi, quelli che se non soccorsi entro un’ora rischiano la vita. Gli altri vengono distribuiti negli altri ospedali tra Erbil e dintorni.

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Nella città del Kurdistan ha riaperto l’ospedale di Emergency, lasciato agli iracheni dal 2004, e riaperto a febbraio. La situazione era gravissima: infezioni ospedaliere all’80%, poca igiene, personale scarso. A oggi la situazione è nettamente migliorata anche se gli arrivi ogni giorno sono tanti soprattutto per quanto riguarda la fascia d’età sotto i 15 anni. Bambini che hanno perso i genitori mentre fuggivano oppure feriti durante i bombardamenti di marzo. Una ragazza ricorda il momento in cui un uomo del Daesh le ha puntato il fucile contro e le ha sparato. Nei suoi occhi ancora il terrore di quel momento.
C’è anche chi ha cercato di uccidersi, come l’uomo, già invalido dal 1998, che ha cercato di sparasi perché sopraffatto dalla disperazione.

Ma crea ancora più apprensione quello che potrà succedere tra poco nei campi quando le temperature saliranno oltre i 30 gradi sino ad arrivare ai 50 dei mesi estivi. Mancano strutture sanitarie all’interno che possano aiutare i rifugiati nella quotidianità (un parto, una gastroenterite, una cardiopatia, la pressione alta). L’onda dell’emergenza sta facendo dimenticare che oltre i feriti ci sono tante persone che hanno bisogno di assistenza, di cure. E di cibo. Le ONG internazionali fanno i salti mortali per riuscire a distribuire il cibo. Ci sono loro e piccole organizzazioni come FOCSIV che ogni giorno, nei tanti campi che da Mosul arrivano fin verso Kirkuk, distribuiscono i pacchi alimentari: 10kg. a famiglia. Una goccia in un mare di fame e sete.

(pubblicato su www.malitalia.it e www.malitalia.globalist.it)

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