Laura Aprati

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Venezuela nel caos, il grido di aiuto degli italiani: “Mancano acqua, luce e cibo. Situazione al collasso”

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Molti italiani non capiscono la posizione del nostro governo su Guaidò e alcuni pensano che è meglio tornare in Italia, almeno si potranno curare.

Caracas: ospedale universitario, saltano i generatori della luce, muoiono 6 bambini nelle incubatrici. Dal 23 gennaio 26 le vittime. Mercoledì 30 ci sarà un’altra grande manifestazione per le strade della capitale e non solo, che potrebbe essere un’ulteriore passaggio nella crisi venezuelana. Juan Guaidò intanto dichiara “A partire da questo momento iniziamo progressivamente e in maniera ordinata a prendere il controllo degli interessi della nostra Repubblica all’estero”, ma lo potrà fare solo in quei paesi che hanno già riconosciuto il suo ruolo.
Nel paese sud americano vivono circa 200mila italiani, registrati all’AIRE (Anagrafe Italiani all’Estero), ma secondo quanto riferisce Antonella Pinto, Presidente dei Giovani Italo Venezuelani, possiamo parlare di oltre 1 milione di presenze. Molti sono già tornati in Italia negli anni scorsi. Per chi è rimasto questo è un momento durissimo, fatto di un’alternanza di speranze e delusioni. Una battaglia quotidiana per sopravvivere.

Il Presidente della Camera di Commercio Venezuelo-Italiana, Alfredo D’Ambrosio, a Caracas, ci dice “ Stiamo vivendo una partita a scacchi, il governo è circondato, l’opposizione è in una posizione migliore. L’importante è capire che Guaidò non si è autoproclamato Presidente, ha assunto, secondo quanto prevede la costituzione, la Presidenza ad interim perché il 10 gennaio è stato proclamato presidente del Parlamento monocamerale,eletto nel 2015 per il periodo 2016/2021. Il mandato di Maduro, relativo alle ultime elezioni legali del 2013, scadeva il 23 gennaio 2019. E comunque l’assemblea si sta muovendo con cautela cercando una via di uscita: sta offrendo l’amnistia ai militari e funzionari del governo, per esempio la console di Miami- che è la città americana con il più altro numero di venezuelani – ha riconosciuto Guaidò. Stanno aprendo la strada agli aiuti umanitari internazionali che dovranno essere gestititi dalla Caritas. Ultima cosa si vuole favorire l’uscita dei militari cubani presenti sul territorio e sono oltre 20mila. Ma siamo in un momento delicato. Cosa succederà nessuno lo sa. Il governo forse sta cercando di capire chi potrà essere il capro espiatorio ma la gente sente che forse qualcosa sta cambiando”

D’Ambrosio parla anche di una sorta di fobia verso gli italiani, perché il nostro governo non ha una posizione decisa su Guaidò. D’altra parte in Venezuela circolano voci del rapporto tra Chavez e Gian Roberto Casaleggio, considerato un suo pupillo, che potrebbe aver ricevuto fondi tanto che molti accostano la V del Movimento Quinta Repubblica (di Chavez) che sarebbe la stessa V del M5S. Ma D’Ambrosio conferma che non ci sono prove di questi rapporti. Intanto l’economia venezuelana rotola in un’inflazione senza freni. Ieri un dollaro americano era scambiato con 2500 bolivar, oggi ne servono 3500!

A Valencia, la terza città dello stato sud americano, c’è la comunità italiana più popolosa, dopo Caracas, e Antonella Pinto, è una giovane avvocato, che lavora nell’impresa di famiglia che produce scarpe. E’ membro dei Comites (Comitato italiani all’Estero). Ha partecipato alla grande manifestazione della scorsa settimana

“L’Avenida era piena, 10 km di persone, un fiume di gente anche per le strade laterali. Una cosa impressionante. La situazione è complicata perché la maggioranza riconosce Gauidò come presidente ma la minoranza è ancora forte soprattutto tra i militari e ci aspettiamo momenti duri. E’ importante la pressione internazionale. Qui i servizi pubblici non funzionano, oggi abbiamo la luce ma magari fra 1 ora va via e rimaniamo due giorni senza. Non si trova da mangiare e quando lo trovi costa tantissimo. Così non si può andare avanti”

“A Valencia abbiamo un problema di acqua gravissimo. Anche perché l’acqua che usi per lavarti non la puoi bere. C’è chi ha problemi alla pelle, agli occhi. I nostri connazionali vivono come tutti i venezuelani, non trovano il cibo, i servizi non funzionano e soprattutto la salute è colpita. Adesso se devi andare dal medico ci devi pensare bene. Con gli ospedali è peggio, non ci sono i medicinali e quelli che si trovano costano tantissimo. Ammalarsi è un lusso. Molti pensano che è meglio tornare in Italia, almeno si potranno curare. Adesso l’Ambasciata, con un accordo, sta portando i medicinali dall’Italia. C’è una ditta che ha il contratto con il governo italiano e adesso chi è iscritto all’AIRE ( circa 200 mila) può chiedere aiuto, dimostrando di averne bisogno. Ma c’è un problema burocratico perché non sono attivi i vice consolati, in quanto non riconosciuti dall’Assemblea, e quindi tutto deve passare per Caracas e non tutti si possono permettere di arrivare a Caracas. Ma la sensazione, oggi, è che stiamo per uscire da un tunnel anche se Maduro ancora non cede e questo crea angoscia. Intanto nei “barrios”, le periferie povere delle grandi metropoli come Maracaibo e Caracas, le violenze aumentano. Lì vive la parte della popolazione più bisognosa ma sono anche sacche di criminalità e la Guardia Nacional interviene e sono sicura che ci siano molte vittime”.

Tutti aspettano mercoledì, sperando in una spallata definitiva a Maduro e intanto sperano di avere l’acqua, la luce e di trovare del cibo!

(pubblicato su Tiscalinews del 29 gennaio 2019)

Ndileka Mandela e la battaglia dei diritti umani: “Io nipote di un’icona, stuprata dal proprio partner”

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“Io sono infermiera di terapia intensiva. Ma occuparsi di una persona cara, essere allo stesso tempo la sua infermiera e sua nipote, essere forte, accompagnarlo negli ultimi anni di vita è stata una cosa molto difficile. Non sono riuscita, al momento, ad elaborare quello che mi succedeva perché dovevo essere forte”.

Con queste parole Ndileka Mandela, nipote di Nelson, racconta suo nonno che ha conosciuto quando lei aveva già 16 anni. Lui era nel carcere di Robben Island. Un vetro li separava, non si sono neppure potuti abbracciare ma il nonno aveva un regalo per lei: una scatola di cioccolatini.

Ma Ndileka è stata anche con lui negli ultimi anni della malattia sino alla morte e oggi con la Mandela Foundation prosegua la battaglia dei diritti umani seguendo le orme del nonno.

Signora Mandela, a 100 anni dalla nascita di suo nonno e a 5 dalla sua scomparsa la battaglia per i diritti umani è ancora attuale? Si decisamente attuale. Mio nonno ha speso la sua vita per i diritti umani. La sua lezione è che noi dobbiamo guardare ai diritti umani capendo che siamo mondi diversi, culture diverse, persone diverse ma che dobbiamo abbracciare le differenze e capendo, dalle nostre eredità e dal nostro patrimonio, che tutti proveniamo da un’unica razza, quella umana. E fin quando non capiremo che solo la realizzazione dell’unità dei popoli ci permetterà di parlare di diritti umani non potremo ritenere di aver raggiunto l’obiettivo di equità e unità. Oggi più di ieri è importante lottare per questi ideali perchè siamo sempre più divisi.

Perché oggi più di ieri? Perché oggi viviamo in un mondo dove le differenze sociali sono sempre più ampie. Dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Oggi abbiamo una moltitudine,milioni, di persone che vanno a letto senza aver mangiato. E come facciamo a parlare di realizzazione dei diritti e di umanità se la disperazione cresce ogni giorno sempre di più?
Oggi bisogna parlare di diritti umani ancor di più di quanto era in vita più nonno perché siamo lontani dalla loro realizzazione. Bisogna capire come costruire ponti che permettano che le diversità sociali vengano abbattute, che ci sia più equità.

Come è cambiato il Sud Africa dopo Mandela? Il Sud Africa ha certamente più diritti, religiosi, politici. Possiamo muoversi più liberamente. La possibilità di sposarsi tra etnie diverse. C’è più istruzione, nel senso che si è allargata la platea di chi può accedere alle scuole. Ma la strada è ancora lunga rispetto all’utopia di mio nonno. Pensiamo per esempio ai diritti di genere. Pensiamo ai femminicidi che sono ancora altissimi.
Se pensiamo che la nipote di un’icona come Nelson Mandela è stata stuprata, tra le mura domestiche, dal suo partner! Pensiamo a tutte le donne che non hanno la forza e la possibilità di essere aiutate, di andare in terapia. E’ un fenomeno che riguarda le classi agiate e quelle meno. C’è bisogna lavorare molto sulla prevenzione, sull’educazione.

A proposito di educazione suo nonno diceva che “L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo” Esattamente. E lui ne era la dimostrazione: figlio di un pastore andò a scuola, la prima volta, senza scarpe e con i pantaloni del padre. Poi ha potuto proseguire a studiare ed è arrivato ad essere Presidente del Sud Africa. La crescita scoiale passa attraverso l’educazione.

Il mondo ha bisogno di un altro Nelson Mandela? Il mondo ha bisogno non solo di Nelson Mandela, ma anche del Mahatma Gandhi, di giganti che nella loro vita hanno portato la società migliorare anche con il loro esempio.

(pubblicato si Globalist.it del 4 dicembre 2018)

I cecchini di Mosul

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(di Laura Aprati e Marco Bova)
Occhi scuri, sorriso, la voglia di parlare, di avere un contatto con l’esterno. Un pezzo di pane, un po’ di riso in una ciotola. Come letto un giaciglio di gommapiuma e una coperta che con gli oltre 46 gradi all’ombra è decisamente superflua.
Uno stanzone al buio condiviso con i compagni. Uomini che da mesi vivono chiusi nei palazzi di Mosul Ovest e che diventano,ogni giorno, la trincea di una guerra combattuta porta a porta contro il Daesh. D’altra parte i palazzi con i terroristi jiadisti, i nemici. Si spara giorno e notte,a turno ci si mette in postazione. La radio trasmittente gracchia qualche informazione, anche qualche risata.
Pronti a terra, il fucile puntato attraverso il buco nella parete. Fino a qualche giorno fa attraverso il foro si vedeva il minareto della moschea di Al Nuri. Adesso il simbolo del Califfato è raso al suolo ma circa 100 miliziani dello stato islamico sono ancora dentro la medina, la parte più antica della città della piana di Ninive. Molti di loro sono ceceni, qualcuno proviene dalla guerra in Afghanistan. Non hanno nulla da perdere, sono pronti a tutto e questo gli sniper iracheni lo sanno.
Con i jiadisti ancora circa 100mila civili, usati come scudi umani.

http://notizie.tiscali.it/esteri/video/detail/le-strade-di-mosul/cf9d69e1d1728ad77872729515ccb8e1/

Le giornate scorrono lente al buio e al caldo dell’appartamento. Sotto la trincea. I sacchetti di sabbia. Le postazioni delle mitragliatrici. Il soldato osserva immobile uno specchio parabolico che riflette i palazzi vicini. Spia le mosse nel nemico. Quasi senza respirare.
Poco più in là c’è Hamin con la sua arma. Ha finito un turno al buio del quinto piano. È sceso alla luce. Una coperta lo occulta al nemico dall’altra parte il muro del palazzo. Schiacciata e nascosta contro di esso c’è la sua amica, Alia.
Hamin decide di rispondere a qualche domanda.
Perchè sei qui?QMa nouanti anni hai? “Ho 22 anni e quando l’Isis è arrivato noi giovani abbiamo capito che dovevamo combattere. Non c’era altra strada”

Ma non hai paura di morire? “La morte può arrivare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Perché non morire da martire per una giusta causa?”

E chi è questa bambina che è qui con te? “ Lei è Alia mi fa compagnia. E non ha paura anzi mi dice

Una piccola bambina di 5 anni vestita di azzurro, occhi spenti che si illuminano solo quando parla con lui. Lo guarda con adorazione, ne scruta i movimenti, sa quando lui è pronto a sparare ed allora si sposta, si allontana. Per poi tornare puntuale a fianco a lui e al suo elmetto pieno di bossoli. Per lei gli spari, il suono della mitraglia,le bombe che esplodono sono parte della vita, una triste quotidianità. L’innocenza perduta è lei. Non ha paura di morire. Ha già visto tutto della vita. Fame,sete,sangue, dolori, grida passano nel suo sguardo. Impressi per sempre. Non potrà mai dimenticare. Le rimane il suo amico Hamin che spara. Quando Hamin non ha il dito fisso sul grilletto, ed è libero, sorride e le fa una carezza.
(pubblicato su Tiscalinews del 29 giugno 2017)

La normalità del dolore

Giornalismo 2.0, infotainment, giornalismo da talk, giornalismo da blog. Tutti, oggi, hanno la loro infallibile ricetta per tentare di rivitalizzare un mestiere in crisi profonda. Personalmente di ricette nuove non ne ho, conosco quelle antiche, so quali devono essere i ferri del mestiere da usare. Curiosità, voglia di conoscere i fatti direttamente e di non farseli raccontare dagli altri, buoni piedi per lunghe camminate, capacità di osservare luoghi e persone. Una guerra puoi raccontarla facendo il pieno delle notizie “ufficiali” e ricavandone una sintesi, oppure puoi andare nei posti, parlare con uomini, donne e bambini, ascoltare le loro storie di disagi e tragedie, scrutare le loro vite. Ma sopra ogni altra “regola” ce n’è una: il cronista non è mai un protagonista, gli attori del dramma che osserva sono altri. Al giornalista tocca solo documentare. Con coraggio, umiltà e rispetto degli esseri umani. Solo così renderà un buon servizio al lettore. Ecco, noi, Laura Aprati,Marco Bova e il sito Malitalia, questo abbiamo fatto. Raccontare, con scritti, filmati e foto, l’immenso dramma della guerra.(Enrico Fierro)

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Una donna, avvolta nel suo burqa integrale, nero come la notte, cammina nella desolazione del villaggio di Hammam Al Alili, a pochi chilometri da Mosul Ovest.
Il villaggio è stato liberato nell’attacco a Mosul Est e si trova a sud della città. Da qui è partito l’attacco alla parte ovest. Qui ha sede il quartier generale delle truppe irachene che, con il sostegno degli americani, sta sferrando l’attacco conclusivo al Daesh sul fronte di Mosul.
Tutto il villaggio è stato trasformato in una zona militare. Molte case sono state requisite ed adibite a caserme.

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Nelle vicinanze anche uno degli ospedali di Medici Senza Frontiere per i feriti più gravi che dopo la stabilizzazione partiranno per Erbil o altri centri.
A Mosul Est invece l’ospedale americano.
La cittadina che prima della guerra, aveva circa cinquantamila abitanti, oggi ne conta oltre 100mila con i due campi per gli sfollati che arrivano in pullman dalla città assediata. A fianco del primo campo se ne è aggiunto uno nuovo che ospita circa 60mila persone e l’UNHCR (Alto Commissariato per i Rigufiati) sta già approntando nuove tende dove poter ricevere una parte dei 400 mila sfortunati rinchiusi nella medina, la città vecchia, ancora in mano al Daesh.
Si combatte casa per casa dopo che i bombardamenti di marzo hanno provocato centinaia di vittime tra i civili. Una guerriglia cittadina, senza esclusione di colpi. La popolazione vive barricata in casa per evitare i colpi incrociati dei cecchini o di finire nelle mani dei terroristi che li utilizzano come scudi umani. Non c’è acqua ( se non in alcune zone che vengono rifornite dalla Organizzazioni Internazionali), né cibo.

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Una bambina esce timidamente dalla sua casa, le offrono una caramella. Per lei è come un pasto intero.

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Il senso della vita ha dimensioni diverse in questa città spettrale, devastata dai colpi di mortai e cannoni. Il minareto della moschea di Al Nuri si staglia sulle case distrutte. Sulla sua punta ha sventolato per due anni la bandiera nera dell’Isis. Oggi segna la trincea da superare per sconfiggere definitivamente lo stato del terrore.
I pochi civili che escono dalle case cercano qualcosa tra le rovine . I soldati iracheni quando è possibile offrono un po’ di cibo e acqua, ma non basta. Chi è nell’inferno di Mosul ha fame e sete, bisogno di medicine e letti sicuri. Uomini, donne, bambini che da troppo tempo convivono con la paura e la guerra, è quella l’unica “normalità” che conoscono. La loro speranza è di riuscire a raggiungere un campo profughi. E a quella si aggrappano con tutte le forze, le poche che rimangono.

Lo scontro tra i soldati iracheni e i terroristi del Daesh è spietato. Colpo su colpo, uomo su uomo, finestra per finestra. I boia del terrore si dichiarano pronti a tutto per ottenere le “vergini” che promette Maometto, gli iracheni hanno le loro certezze: presto arriverà la vittoria.
E’ anche una guerra psicologica di resistenza tra uomini che parlano la stessa lingua, venerano lo stesso dio. Ma si odiano. In una tranquilla normalità del terrore.

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Vediamo la casa dei cecchini iracheni in uno dei palazzi vicini alla medina. Due stanze. In una si vive con un braciere improvvisato per scaldarsi, materassi e coperte gettati per terra. Questa è la vita. Nell’altra si inquadra il nemico e si spara. Dai buchi nelle pareti potenti cannocchiali sui fucili da sniper puntano il nemico, il cecchino prende la mira. Spara. Uno in meno. Così da giorni. E’ una guerra lenta, a piccoli passi, di trincea.

Intanto dalla città, ogni giorno, escono migliaia di persone. Vengono raccolte su autobus del governo e portati nei campi di Hammam Al Alili. Alcuni si sono sistemati alla bene e meglio fuori dal campo ufficiale. Gli altri vengono portati dentro un recinto, hanno un pezzo di carta con un numero e chiedono a chiunque che fine faranno. I bambini si accoccolano per terra, giocano, nonostante tutto. Una signora è scappata con la figlia e il marito è rimasto a Mosul, un’altra ha perso tutto ma dice “Grazie a Dio sono viva e questo mi basta”.

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Ad oggi dalla città sono uscite circa 250mila persone.
Ma la vera emergenza riguarda la quotidianità. Dal 19 febbraio, l’ospedale di Medici senza Frontiere ha accettato 1400 pazienti. L’80% codici rossi ( ferite che richiedono operazioni chirurgiche urgenti) e gialli ( fratture). I traumi più frequenti sono da armi da fuoco, esplosioni, mortai, schiacciamento (i muri di una casa che ti crollano addosso). Moltissimi i casi di malnutrizione tra i bambini.
Tante le ferite invalidanti, soprattutto tra i bambini, che rappresentano il 20% dei ricoveri mentre il 40% sono donne.
All’interno della città ci sono cliniche mobili che stabilizzano i feriti gravi, ma non possono operare e quindi i pazienti vengono trasportati a 30 minuti dalla città. Qui vengono assistiti i più gravi, quelli che se non soccorsi entro un’ora rischiano la vita. Gli altri vengono distribuiti negli altri ospedali tra Erbil e dintorni.

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Nella città del Kurdistan ha riaperto l’ospedale di Emergency, lasciato agli iracheni dal 2004, e riaperto a febbraio. La situazione era gravissima: infezioni ospedaliere all’80%, poca igiene, personale scarso. A oggi la situazione è nettamente migliorata anche se gli arrivi ogni giorno sono tanti soprattutto per quanto riguarda la fascia d’età sotto i 15 anni. Bambini che hanno perso i genitori mentre fuggivano oppure feriti durante i bombardamenti di marzo. Una ragazza ricorda il momento in cui un uomo del Daesh le ha puntato il fucile contro e le ha sparato. Nei suoi occhi ancora il terrore di quel momento.
C’è anche chi ha cercato di uccidersi, come l’uomo, già invalido dal 1998, che ha cercato di sparasi perché sopraffatto dalla disperazione.

Ma crea ancora più apprensione quello che potrà succedere tra poco nei campi quando le temperature saliranno oltre i 30 gradi sino ad arrivare ai 50 dei mesi estivi. Mancano strutture sanitarie all’interno che possano aiutare i rifugiati nella quotidianità (un parto, una gastroenterite, una cardiopatia, la pressione alta). L’onda dell’emergenza sta facendo dimenticare che oltre i feriti ci sono tante persone che hanno bisogno di assistenza, di cure. E di cibo. Le ONG internazionali fanno i salti mortali per riuscire a distribuire il cibo. Ci sono loro e piccole organizzazioni come FOCSIV che ogni giorno, nei tanti campi che da Mosul arrivano fin verso Kirkuk, distribuiscono i pacchi alimentari: 10kg. a famiglia. Una goccia in un mare di fame e sete.

(pubblicato su www.malitalia.it e www.malitalia.globalist.it)

Benvenuti in Kurdistan 3: pronti ad attaccare Mosul Ovest

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La notizia corre veloce sui siti, almeno quelli che si occupano di politica internazionale. Al Baghdadi, il leader del Daesh, avrebbe lasciato Mosul per riparare forse a Tal Afar o comunque nelle vicinanze del confine iracheno-siriano. La sciando così il “cuore” della battaglia e “scappando” di fronte alla promessa e imminente (alcune fonti ci dicono “questione di giorni”) battaglia per Mosul ovest dove, secondo le stime, abitano ancora 750mila persone. Sarà una battaglia lunga a detta di tutti. Ci vorranno mesi per l’effettiva liberazione.
Intanto il Primo Ministro iracheno, Al Abadi, in un’intervista a France 24, ha dichiarato che Al Baghdadi “è al momento isolato. Noi monitoriamo i suoi movimenti anche se le comunicazioni con i suoi sono quasi nulle”. Non ha voluto però dire dove sia e non ha voluto rilasciare commenti alla notizia che sia a Tal Afar, la città a nord di Mosul, ultima roccaforte , in terreno iracheno, dei takfiri (ndr: secondo la definizione più recente di Robert Baer “ La missione dei takfiri è di ricreare il Califfato in accordo ad un’interpretazione letterale del Corano”). Ma le ultime notizie che giungono dal Kurdistan, da fonti non ufficiali, dicono che è stato bombardato il nascondiglio di Al Baghdadi ma non si spingono a dire dove e a confermare il fatto che lui sia rimasto ferito (notizia trapelata da fonte sciita).
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Quindi sembra tutto pronto per l’ultimo attacco a Mosul Ovest. Una battaglia che dovrà essere combattuta “casa per casa”, come dicono alcuni osservatori sul campo, un combattimento “urbano” puro non senza incognite. Quanta parte della città è con il Daesh? Quali le zone a maggiore presenza terroristica? Si inizierà a capire nelle prossime settimane.

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Intanto i Peshmerga si sono arroccati su quella che loro definiscono “Kurdish defense line”, cioè entro quella linea di confine con l’Iraq che si è molto modificata dal riconoscimento, nel 2008. La guerra al Daesh per i curdi ha significato riappropriarsi di aree curde, ma non sotto il governo della Regione autonoma, e si sono spinti anche un po’ più in là (vedasi la regione di Sinjar abitata in gran parte dalla comunità yazida,martoriata dai terroristi islamici, e che i curdi hanno difeso).
I curdi a questo appunto attendono e non saranno presenti nella battaglia di Mosul ( anche se i Peshmerga vengono addestrati dalle forze della coalizione proprio alla guerriglia urbana) perché, sempre come confermano le fonti locali, “non vogliono sprecare risorse umane e militari in vista della liberazione dal Daesh che aprirà una “trattativa” con il governo iracheno per i “territori contesi” e potrebbe non essere una passeggiata”. Quindi braccia conserte a guardare cosa succede. Forti anche di una distribuzione, nel proprio territorio, di quello che sarà la vera merce di scambio: il petrolio.

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Se si leggono le mappe si nota che sul territorio del Kurdistan c’è il maggior numero di siti di estrazione (di gas e petrolio). Ci sono 3 raffinerie contro le 4 del resto dell’Iraq, il potenziale estrattivo era stimato, nel 2014, in 45 miliardi di barili secondo solo alla Libia, che ne vantava 48.
Un tesoro che interessa molti, oltre ai curdi, da Gazprom a American Mobil, Chevron e alla Total francese che nel 2012 avevano stretto accordi con il KRG (Kurdistan Regional Governament). Inoltre la riserva naturale di gas del Kurdistan potrebbe essere una delle fonti per il progetto della pipeline “Nabucco” che lo farebbe arrivare, passando per la Turchia, sino in Germania.
Si aspetta la fine del Daesh e si preparano gli accordi futuri.
Accordi che dovranno anche tener conto dei due uomini forti del Kurdistan: Barzani che detiene il potere a Nord e Talabani che lo gestisce per il Sud. Due famiglie storiche che da dodici anni si dividono risorse, affari e territorio.
Alla famiglia Barzani per esempio appartiene la compagnia telefonica Korek e a Talabani invece quella denominata Asia.
C’ è in atto uno scontro per la vendita del petrolio: alla Turchia o all’Iran? E adesso tutto diventa delicato anche per la posizione che sta prendendo il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. L’attacco all’Iran, il muslim ban che il primo Ministro iracheno ha commentato così “Nessun paese ha il diritto di umiliarne altri”.

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In tutto questo è sempre più strategica l’area della diga di Mosul, a sud-est di Tal Afar e a 15 kilometri dal fronte. Una sorta di cerniera, inoltre, tra i militari iracheni e quelli curdi, presenti nell’area e per ora alleati nella guerra al comune nemico.
La diga è strategica perché la gestione dell’acqua, come in tutti i paesi e soprattutto quelli in guerra, è determinante per le popolazioni circostanti. E’ strategica perché i terroristi del Daesh potrebbero decidere di farla saltare in aria, come ultima e possibile azione, allagando e portando via Mosul e tutta la valle a sud. Anche se questa è un’ipotesi molto lontana. Sempre fonti e osservatori locali confermano che la possibilità è infondata: per distruggerla servirebbe un armamento nucleare. L’unico problema potrebbe essere un cedimento strutturale ( la diga infatti è costruita su tratti rocciosi con strati di gessi e calcari,che danno luogo a fenomeni di carsismo e vicino a zone sismiche), da molte parti, soprattutto da esperti iracheni,annunciato a breve e che pare scongiurato dai lavori di consolidamento realizzati ad oggi. Ed è strategica perché è un’opera importante nell’economia locale e delle imprese che lavorano alla ristrutturazione.
È strategica per la presenza dei militari italiani, circa 500 bersaglieri della Task Force Praesidium, che, come dice il Generale Francesco Maria Ceravolo, Comandante dell’Italian National Contingent Command Land in Iraq “Sono fondamentali per il supporto al governo iracheno, per la messa in sicurezza della struttura e degli operai che ci lavorano che non sono solo italiani ma anche di altri paesi oltre che locali”.
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Una scacchiera dove si muovono molti protagonisti e dove il Daesh partecipa ma non è detto che abbia il ruolo fondamentale o che non sia un semplice strumento.
Intanto ci sono prove di dialogo tra il Pdk di Barzani e il Puk di Talabani, dopo l’incontro dell’11 gennaio scorso, sia per fare fronte comune al terzo partito, Goran, nato da poco, e forse anche perché sentono vicina la fine del Daesh e bisogna preparare strategie comuni per la definizione dei confini con l’Iraq!

Il Capo della Sicurezza del distretto di Kirkuk ( città curda ma arabizzata con Saddam Hussein), Azad Jabary, ci dice “Appena il Daesh sarà sconfitto potremo applicare la giustizia sociale in Iraq”.
Quale? Ridare il Kurdistan ai curdi?
(pubblicato su malitalia.ie e globalist.it)

In nome di #GiulioRegeni

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Il 3 febbraio 2016 il corpo di Giulio Regeni, 28 anni dottorando dell’Università di Cambridge, è stato ritrovato in un tratto dell’autostrada che da Il Cairo porta ad Alessandria d’Egitto.
Da quel giorno, di sei mesi fa, molte le versioni e depistaggi sulla sua morte: amicizie omosessuali, un incidente, le sue ricerche, la superficialità dell’Università ….
E siamo passati dalla dichiarazione “La morte di Giulio Regeni è un atto isolato”, del ministro degli esteri egiziano Sameh Shourk di sabato 2 aprile, alla “velina” dei servizi egiziani, arrivata all’agenzia Reuters, riportata sul sito oggi, in cui si fa strada il sospetto che a tradire il giovane ricercatore sia stato proprio Mohamed Abdallah, il capo di quel sindacato ambulanti al centro della ricerca di Giulio Regeni al Cairo. Due fonti della sicurezza egiziana, coperte da anonimato come riportato sul sito della Reuters, hanno dichiarato che il capo del sindacato “ha visitato di frequente uno dei quartier generali della sicurezza egiziana e sei mesi prima della morte dell’italiano ha anche incontrato un ufficiale…….Non si sa se fosse proprio un collaboratore, ma era monitorato. Uno del genere ha un mutuo beneficio ad avere un rapporto con la sicurezza.”

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Ma la morte di Giulio Regeni “non è un caso isolato”, come ha ricordato la mamma,Paola, nella conferenza stampa tenuta al Senato lo scorso 29 marzo e non lo è perchè a dirlo sono i dati dell’Egyptian Centere for Economic and Social Rights che parla di 22 mila arresti per terrorismo da luglio 2014 a ottobre 2015, ai quali si aggiungono, i circa 41 mila tra arresti, rinvii a giudizio e sentenze di colpevolezza tra luglio 2013 e maggio 2014. È così che i rari casi di liberazione, come quello dei due giornalisti di al-Jazeera,Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, sono solo una fessura, e non un’apertura, in confronto alle migliaia di oppositori ancora dietro le sbarre del regime. Una detenzione alla quale, spesso, si aggiungono le frequenti violenze e torture da parte delle forze di polizia. Come nel caso, riportato da Amnesty International, di un ragazzino di 14 anni che ha denunciato di essere stato violentato con un bastone di legno dai suoi carcerieri e di essere stato sottoposto a elettroshock ai genitali. Secondo le indagini di un’organizzazione per i diritti umani egiziana citata da Human Rights Watch, sono 465 le persone che hanno dichiarato di aver subito torture o violenze da parte delle autorità tra ottobre 2013 e agosto 2014. Si parla di 47 prigionieri morti mentre erano in custodia nelle prigioni del regime nei primi sei mesi del 2015, mentre altri 209 hanno perso la vita per “negligenze mediche ” da quando Al-Sisi ha preso il potere.
Un giovane attivista egiziano ha rivolto un appello alla mamma di Giulio: “Tenga duro, affinché suo figlio non diventi una semplice statistica, e che non ci siano altri Giulio Regeni a fare da eroi di fronte ad un regime fra i piu barbari e sanguinari che esistono”.
Una mamma che ha potuto riconoscere suo figlio “solo dalla punta del naso” e che sul suo viso ha visto “tutto il male del mondo” e che da sei messi aspetta verità, nel suo composto silenzio insieme al marito e alla sorella di Giulio.
Una madre alla quale non si danno risposte e che da sei mesi si vede proporre ipotesi di vario genere,evidentemente fasulle perché il corpo di Giulio “parla” e ci racconta le torture, i soprusi che ha patito. Perché tutto questo?
In tutto ciò si inserisce anche la nostra politica. Il Governo ha richiamato il nostro ambasciatore in Egitto, il Senato blocca forniture per F16 al Cairo. E c’è la posizione dell’Università di Cambridge. I professori di Giulio, da molte parti, sono stati indicati come superficiali e di non voler collaborare con l’autorità giudiziaria italiana. La risposta dell’università è apparsa sul sito di Cambridge il 20 giugno 2016 : “Comprendiamo la frustrazione dei pubblici ministeri italiani rispetto alle conclusioni alle quali sono finora pervenute le autorità egiziane. L’università ha esercitato pressione sulle autorità egiziane per riuscire a trovare una spiegazione alla morte di Giulio. Abbiamo, inoltre, invitato il governo britannico ad esercitare pressioni e sostenuto gli sforzi del governo italiano per accertare la verità…….. Per essere chiari, le autorità centrali dell’Università non hanno ricevuto alcuna richiesta di aiuto da parte dei pubblici ministeri italiani e rimangono disponibili a rispondere rapidamente a qualsiasi richiesta di collaborazione. Soltanto un professore di Cambridge ha ricevuto una richiesta di informazioni da parte dei procuratori italiani e ha già risposto a tutte le loro domande in due distinte occasioni. Questa morte non è soltanto una tragedia per la famiglia, ma un attacco alla libertà accademica. Giulio era un ricercatore esperto che utilizzava metodi accademici standard per studiare le organizzazioni sindacali presenti in Egitto. …… Dobbiamo opporci a chi cerca di mettere a tacere gli altri. La missione di Cambridge è “offrire un contributo alla società attraverso il perseguimento di istruzione, apprendimento e ricerca”. Rendiamo omaggio a Giulio, che ha incarnato questa missione e i nostri valori. (Professor Leszek Borysiewicz Vice-chancellor, University of Cambridge da http://www.valigiablu.it/regeni-cambridge-procura/
Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it)

In tutto ciò bisogna ricordare che Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, ong che offre consulenza ai legali del ricercatore torturato e ucciso al Cairo, è stato arrestato il 26 aprile scorso e da allora non ha più lasciato le prigioni di Al-Sisi, così come Malek Adly, l’avvocato per i diritti umani che per primo si è occupato del caso di Giulio.
Paola e Claudio Regeni hanno diritto ad una verità che non vada ricercata, fecendo lo slalom, tra depistaggi, posizioni di governi che giocano con la vita delle persone, tra affari ufficiali e non. Che non debba essere cercata facendo scaricabarile e magari arrivando a dire “beh però se l’è cercata”.
Giulio Regeni, e i tanti come lui di cui ci parlano i dati di Human Rights Watch, meritano la verità, quella vera.
(pubblicato su www.malitalia.it e primapaginaweb.it)

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