Laura Aprati

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Cantone: “La gente mi chiede: arrestateli tutti. Ma per sconfiggere la corruzione la cura è un’altra”

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Raffaele Cantone, da quattro anni alla Autorità nazionale anticorruzione, nel suo ultimo libro “Corruzione e Anticorruzione- 10 lezioni” scrive: “Molte persone hanno capito che la corruzione è davvero un problema grave per il nostro Paese; però, molti di coloro che mi si avvicinano accompagnano all’incitamento, alle congratulazioni, agli auguri, alle manifestazioni di vicinanza una sorta di invito, assolutamente in buona fede, ‘Arrestateli tutti’. Nei primi tempi a qualcuno ho provato a spiegare che non possiamo arrestare nessuno perché non è questo il nostro compito. Mi rendo però conto che dietro questa frase, in apparenza semplicistica, che qualcuno potrebbe considerare persino populista e giustizialista, vi è una forte e sincera richiesta di giustizia, forse persino di rivalsa sociale, nei confronti di chi si è arricchito sfruttando una posizione pubblica che avrebbe dovuto, invece, essere utilizzata nell’interesse di tutti”.

Che cosa si intende con “anticorruzione”?

L’anticorruzione è l’insieme degli strumenti che lo Stato mette in campo per arginare la corruzione. C’è la repressione, affidata alla magistratura, che si basa sulle misure penali e agisce a valle, ovvero quando un reato si è già consumato. E c’è la prevenzione, la cui competenza è demandata all’Anac, che invece opera a monte attraverso una serie di “accorgimenti” e misure organizzative all’interno della Pubblica amministrazione, con l’obiettivo di evitare che si verifichino illeciti. Quindi, per semplificare, potremmo dire che è a suo modo una “scommessa”.

Perché una scommessa?

Come prima cosa perché la prevenzione della corruzione, di cui si occupa l’Anac, nasce con la legge Severino del 2012 quindi è molto recente. Inoltre perché capovolge l’idea tradizionale di contrasto alla corruzione alla quale siamo sempre stati abituati:quando si è verificato un reato e interviene la repressione, le amministrazioni sono oggetto dell’intervento del giudice penale. Semplificando: “hai rubato, quindi ti arrestano”. Tangentopoli ha dimostrato però che le manette non bastano per sradicare mali antichi. Nella prevenzione, quindi, è l’amministrazione stessa ad adoperarsi per scongiurare il rischio di episodi illeciti. Ovvero: “faccio in modo che non si rubi, così non serve arrestare nessuno”.

Il vantaggio qual è?

Ricorda quella pubblicità? “Prevenire è meglio che curare”. Il vantaggio è infatti duplice: non si deve scoprire nessun reato (e da magistrato posso assicurare che non è per nulla facile!) e soprattutto non si crea nessun danno alla collettività. Infatti ammesso che un corrotto venga condannato, ed è tutto da dimostrare che ci si riesca, il danno ormai è fatto comunque: puoi anche far marcire in galera il responsabile e farti restituire i soldi che ha intascato illecitamente, ma il viadotto costruito col calcestruzzo depotenziato resta lì.

Quali sono i problemi principali nella prevenzione? E dove funziona meglio?
Per legge tutte le amministrazioni devono dotarsi di un Piano anticorruzione, da aggiornare annualmente, prevedendo una analisi del rischio di corruzione che c’è in ogni settore e i rimediorganizzativi predisposti per evitare che ciò accada. Purtroppo, però, queste misure non sono sempre comprese in tutta la loro utilità e talvolta vengono viste solo come un adempimento o un aggravio burocratico. Più in generale, il grande problema è quello di una macchina amministrativa che fa fatica ad adeguarsi, quindi la prevenzione della corruzione funziona meglio nelle amministrazioni più rodate, tendenzialmente di più al Nord, e in alcuni ministeri. Funziona meno bene in quelle realtà dove ci sono problemi maggiori, come quelle amministrazioni locali del Sud in cui, senza generalizzare, ci sono problemi di criminalità organizzata e una classe burocratica non sempre all’altezza.

Tra i metodi per contrastare la corruzione c’è la rotazione dei dirigenti. Che trova però molte resistenze…

La rotazione è uno strumento indispensabile per impedire che si formino pericolose incrostazioni di potere. Inoltre può iniettare forze fresche ed entusiasmo nella macchina amministrativa, perché svolgere la stessa mansione troppo a lungo può diventare demotivante. Mettiamo che in un Ufficio cruciale, come quello che si occupa di licenze edilizie, c’è sempre la stessa persona da vent’anni: per carità, magari è integerrima, ma non sarebbe comunque più salutare un avvicendamento periodico per non correre rischi? Non sarebbe meglio evitare di creare la figura del “detentore unico” di certe competenze? Nell’impresa privata questi meccanismi esistono da sempre, mica se qualcuno si rompe una gamba e non va al lavoro per sei mesi, si blocca il settore!

Che consiglio darebbe a un’amministrazione che deve effettuare la rotazione?

Credo sia una questione di metodo che si può risolvere col buonsenso. Fare una rotazione “selvaggia”, avvicendando tutti nello stesso momento è un suicidio. Ma se la si fa gradualmente, prevedendo un apposito periodo di affiancamento, è possibile creare le condizioni migliori per il passaggio di consegne.

Passando all’aspetto penale, qual è la “terra di mezzo” che partecipa alla corruzione?

Rispetto al passato la corruzione ha cambiato veste. Ai tempi di Tangentopoli interessava soprattutto la politica. Oggi, non essendoci più grandi organizzazioni come i partiti a regolare la vita pubblica, la corruzione interessa soprattutto la burocrazia, che ha in mano i veri poteri decisori. Naturalmente questo non vuol dire che nella politica non ci sia più corruzione, ma numerose inchieste hanno mostrato che chi corrompe per avere un provvedimento di favore ha più interesse a prezzolare un dirigente piuttosto che un assessore. Questo meccanismo, inserito in una struttura priva di anticorpi, ha reso pezzi dell’amministrazione pubblica aggredibili dai sistemi corruttivi: ecco perché lavorare sulla prevenzione diventa ancora più importante.

Esiste una cultura dell’anticorruzione?

Di sicuro manca la “cultura del danno”. La corruzione sembra toccare pochissimo il cittadino comune, nella convinzione che non cambi granché se qualcuno prende una tangente per assegnare dei lavori pubblici a una ditta anziché a un’altra. Invece dovremmo partire dalla centralità del bene pubblico, ovvero dalla considerazione che se qualcuno ruba risorse dello Stato, sta derubando tutti.

E negli uffici pubblici?

Purtroppo non sempre la Pubblica amministrazione è consapevole dell’importanza delle attività anticorruzione. Di conseguenza certe norme sono poco comprese nella loro utilità e non vengono gestite con la dovuta attenzione. Come dicevo prima, se la redazione del Piano anticorruzione viene vissuta soltanto come una iattura, anziché come un’opportunità per lavorare in un ambiente più sano e meglio organizzato, è ovvio che il risultato sarà consequenziale. Il vero problema è che abbiamo un’amministrazione invecchiata,colpita pesantemente dalla spending review e dal blocco del turn over. Non fare concorsi vuol dire rinunciare all’iniezione di forze fresche, motivate e dalle adeguate competenze digitali.

Pubblica amministrazione sempre più vecchia e scarsa cultura dell’anticorruzione: i due aspetti sono legati?

Certo. C’è un tema generale di mancata modernizzazione dell’amministrazione su cui si è innestata la richiesta di ulteriori adempimenti da parte del legislatore, come nel caso della legislazione anticorruzione. Rispetto a questa situazione, la reazione di una parte della Pa è stata quella di chiudersi a riccio e dire: “Ma che altro volete? Questo non serve a niente, è una perdita di tempo”. Con questo intendo dire che si è fatto poco o nulla, in termini di investimenti, per modernizzare seriamente gli uffici pubblici e valorizzare le energie migliori.

È una situazione irreversibile?

Nient’affatto, bisogna però introdurre criteri meritocratici senza dare per scontato che il posto sia garantito a vita a prescindere dall’impegno. È una questione di equità, soprattutto in un momento storico in cui, nel settore privato, a chi cerca un’occupazione vengono sempre più spesso poste condizioni assai disagevoli. Nessuno pretende un arretramento in tema di diritti, ma il lavoro nel pubblico impiego non può neppure essere il luogo dove si viene pagati per scaldare le sedie. Ribadisco: a mio avviso ci vorrebbe il coraggio di investire in una forte iniezione di gioventù ed entusiasmo all’interno dell’amministrazione.

(pubblicato su Tiscalinews.it del 5 dicembre 2018)

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