Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Viaggio in Abruzzo

Sequestrati  5 milioni di beni nel centro di Pescara. Caffè, ristoranti. Quelli frequentati dalla buona borghesia cittadina. Da quella che non si domanda  come e perché nascano certi locali e come sopravvivano ad una crisi che ha schiacciato la concorrenza.

Nell’isola felice chiamato Abruzzo si apre uno squarcio su riciclaggio e crimine organizzato. Il Procuratore generale Nicola Trifuoggi dice “l’Abruzzo non è terra di conquista” ma rimane il retrogusto che questa regione, lontana dalle grandi vie di comunicazione, quasi appartata  invece possa essere il centro di molti interessi.

La storia ci racconta che proprio qui hanno soggiornato boss come Marchese, che nelle sue carceri (Sulmona e Teramo) sono passate le famiglie Riina e Provenzano e che a pochi kilometri, ad Ascoli Piceno, è passato Raffaele Cutolo. Massimo Ciancimino, figlio di Vito il sindaco del sacco di Palermo, ha investito in questa terra una parte del patrimonio del padre. E in una piccola cittadina, Francavilla a Mare, si  è “suicidato” Bruno Piccolo, testimone chiave nel processo per l’omicidio Fortugno.

Un affresco che ci fa capire come  l’Abruzzo sia appetibile per il crimine organizzato. Abbia le caratteristiche di anonimato e di tranquillità che ha permesso il radicamento, per esempio, dei clan pugliesi (soprattutto nel pescarese) come dimostrato dal sequestro di questi giorni.

La Direzione Nazionale Antimafia ha già aperto una finestra sulle infiltrazioni mafiose per la ricostruzione della città di L’Aquila dopo il terremoto.

Ma questo territorio ha da anni  un rapporto conflittuale con il mondo dell’illegalità : discariche abusive nelle aree protette ( come nel Parco Nazionale della Majella), acque inquinate da scarichi industriali. Un numero di sportelli bancari che desta sospetti anche in virtù del numero degli abitanti ( circa 1 milione e duecentomila),sede di nascondigli per i  sequestri di persona . e in questa la sua orografia aiuta molto ( un po’ come l’Aspromonte).

L’area confine con le Marche  il regno della prostituzione dove si alternano le bande albanesi, campane, russe. Insomma un  pedigree di tutto rispetto.

Ma l’Abruzzo sale  agli onori della cronaca soprattutto dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Una distruzione infinita di una delle città più belle d’Italia. Palazzi, cortili, chiese devastate da un sisma “annunciato” da mesi di piccole scosse e che in una riunione del 31 marzo la Protezione Civile aveva  definito non “problematiche”. 308 morti, il centro città distrutto e chiuso a tutti. E poi la cosiddetta ricostruzione, la new town dove ogni nuovo appartamento è costato, a metro quadro, quando un appartamento in una media città italiana. Ma queste costruzioni sono, a detta del Governo, provvisorie. Intanto, per dare visibilità, si sposta il G8 dalla Maddalena alla città ferita distogliendo risorse alla ricostruzione per allestire le stanze degli ospiti, per asfaltare le strade che saranno percorse dalle macchine di rappresentanza. Una scenografia di cartone per dare l’idea di fare qualcosa per il popolo di L’Aquila, piegato da qualcosa che forse si poteva evitare. Qualcosa che ha permesso di attivare l’ennesima procedura di emergenza che tutto permette e tutto nasconde. Un’emergenza tale che nei primi giorni se volevi acquistare qualcosa per mettere a posto casa dovevi passare per la lista di fornitori predisposta dalla Protezione Civile di Bertolaso.

La via spezzata, l’economia ferma e stagnante. L’allarme degli imprenditori. I Caf delle associazioni di categoria che chiudono, famiglie che hanno fatto il mutuo per comprarsi una casetta di legno.E intanto si cerca di capire come siano stati spesi gli 11 milioni di euro raccolti dalla Croce Rossa Italiana che in Abruzzo è gestita da una signora con un cognome importante, Letta, la sorella di Gianni, l’uomo di fiducia del Presidente Berlusconi.

Nella ricostruzione entrano aziende che vengono dalla Sicilia o dalla Campania.Si aprono inchieste e faldoni. Il problema rimane uno. Che fine farà L’Aquila ? Ce lo chiediamo in tanti. Una risposta può essere lasciamola così come museo mondiale del terremoto. E se invece coprissimo il centro con una gettata di cemento come Gibellina? Sono proposte estreme ma certamente questo terremoto ci h anche fatto capire meglio come veniva gestito ( e come oggi in altre forme) viene gestito il “settore” emergenze in questo nostro Paese che ha trasformato l’illegalità in sistema.

Il nostro viaggio continuerà per capire cosa succede ad una Regione che fino a ieri sembrava immune dal crimine e che invece si  svegliat, come Lombardia e Liguria, con le mani dei clan sul proprio corpo.

 

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

Teatrozeta e la voglia di rinascere

L’Aquila è anche questo: teatro e cultura. Da sempre direi. Da quando oltre 40 anni fa il Teatro Stabile portava in scena Ronconi, Proietti. Quando tutte le grandi compagnie calcavano quelle tavole. Ora il teatro non c’è più, ingoiato nella buia notte del 6 aprile del 2009. Ma la voglia di recitare, di amare la cultura e di farla crescere quella no  non è stata ingoiata.

Manuele Morgese, attore di grande esperienza, ha così voluto fortemente la rinascita di Teatrozeta, che avrà trecento posti a sedere e circa 100 mq di palco. E tutto questo nella periferia che sta diventando città ( al posto di quella antica che non c’è più). A Monticchio a circa 15 chilometri dalla città. In una frazione che una volta era solo per gli operai della zona e per qualche famiglia contadina.

Il progetto è stato finanziato da ARCUS Spa ( società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo),da Banca Etica da aziende private ed è riuscita a far sedere allo stesso tavolo anche istituzioniin alti casi lontane.

E tra la commozione di artisti come Riccardo Raim che ha raccontato di come molti abbiano scoperto la bellezza di L’Aquila solo dopo il terremoto o della vice direttrice del Goethe Institute che ha voluto ricordare quanto siano forti i legami tra la Germania e questa parte di Abruzzo, nell’aria frizzante della montagna aquilana, si inaugura questo frutto dell’amore per il teatro, per la parola e soprattutto per la città e i suoi abitanti.

Vivere a L’Aquila

L a città delle aquile ( fino agli 70 ce ne erano due in gabbia proprio all’ingresso della città), quella che nel suo stemma riporta la frase “Immota manet” sembra proprio “immota” dal 6 aprile del 2009.

Il centro storico, la famosa zona rossa, è inaccessibile (come per i CIE in Basilicata, Sicilia, Campania…e altrove). Nelle altre zone le macerie sono ancora lì. Vedi palazzi puntellati, reti metalliche che isolano, le foto dei morti, fiori a ricordare chi è morto.

Il centro è una ferita aperta dove ancora non inizia la cicatrizzazione e chissà se mai si rimarginerà. Lì Via Sassa dove c’era il Conservatorio e poi il Corso dove si passeggiava la sera e ancora Via Paganica, il Convitto, la sede dell’Università e là dietro c’era la mensa quando io ho iniziato a studiare Medicina….e poi il nostro bar, il Teatro…Quante cose ricordi, amici, i nostri sogni, il lavoro e molti che non vedrò più.

Tra quelli che ci sono vi racconto la storia emblematica di una mia amica, di quelle storiche ,ci conosciamo da oltre 25 anni.

Sola, separata con due figli e un lavoro a contratto presso un Caf per gli agricoltori. Il 6 aprile del 2009 la sua casa crolla. E crolla tutto il suo mondo. Si adatta a vivere in una roulotte. Riprende a lavorare, piano piano. Decide di fare un mutuo e comprare una casetta di legno da sistemare su un terreno del padre un po’ fuori dalla città. Soldi da cacciare ma almeno un tetto decente per i suoi figli. Ci entra la vigilia di Natale. Una festa. Intanto il lavoro, anche se con difficoltà, va avanti. Ma l’economia di L’Aquila e del suo circondario langue, le aziende chiudono. Poche quelle che vengono ad investire. L’agricoltura è allo sbando e  anche il CAF ha i suoi problemi. Lo stipendio di novembre non arriva e neanche la tredicesima. Il Natale 2010 è triste con la consapevolezza del mutuo da pagare e dei figli da crescere.

Da marzo non viene più pagata e la proposta è lo scivolo per l’uscita anticipata ( visto che ha già 31 anni di lavoro alle spalle e le mancano solo 4 per la contribuzione pensionistica). Ventimila euro e via senza lavoro ad un’età in cui non ti prende più nessuno. Si adatterà a fare qualsiasi cosa per sopravvivere. Pronta a rinunciare a tutto, forse anche a se stessa.

Questa è una delle tante storie che L’Aquila vive ogni giorno. Il “miracolo” non esiste e non è mai esistito. Una città sventrata, spezzata. Cittadini dislocati altrove, niente imprenditoria, nessun aiuto e le famiglie iniziano a morire.

(pubblicato anche su www.malitalia.it)

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
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