Laura Aprati

Una vita in viaggio.

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“Stiamo giocando una partita a scacchi con Messina Denaro. Ecco dove può nascondersi”

email feltre - foto - GENOVA SANFILIPPO DIRIGENTE SQUADRA MOBILE  F.TO ALESSANDRO MACCARINI (Agenzia: MACCARINI)  (NomeArchivio: SANFIv75.JPG)

email feltre – foto – GENOVA SANFILIPPO DIRIGENTE SQUADRA MOBILE F.TO ALESSANDRO MACCARINI (Agenzia: MACCARINI) (NomeArchivio: SANFIv75.JPG)

Dialogo esclusivo con il questore di Trapani, Claudio Sanfilippo noto per essere un cacciatore di latitanti. “È la sua intelligenza contro la nostra. La sua strategia contro la nostra. Usa la tecnologia per sfuggirci. Trapani città di massoni? La massoneria non è sinonimo di criminalità, non generalizziamo. Ma siamo attenti alle zone grigie”

Di Laura Aprati e Marco Bova

Due latitanti arrestati in una sola settimana e il ritrovamento di un arsenale di mafia sotterrato nelle campagne trapanesi. Vito Marino, erede di una famiglia di mafia condannato per la Strage Cottarelli di Brescia e Vito Bigione, narcotrafficante di calibro internazionale e detentore di molti segreti. I risultati sono di un team di “sbirri” della Polizia di Trapani che da luglio è guidata da Claudio Sanfilippo, questore e cacciatore di latitanti. Qui c’è la mafia di Matteo Messina Denaro ma anche qui “nessun latitante può essere sicuro di non essere preso”, dice Sanfilippo. Lui di latitanti se ne intende. Racconta di essere stato alla Catturandi della Squadra Mobile di Palermo dal 1990 fino al novembre del 2001. Era lì nel 1992, l’anno delle stragi, ed era di servizio il 23 maggio di quell’anno “ero il funzionario di turno. Credo di essere stato uno dei primi a intervenire sul posto e mi sono trovato a riscrivere la Catturandi di allora facendola diventare la Catturandi che è adesso.”

Chi sono i latitanti arrestati dalla Catturandi negli anni novanta ?
Da Giovanni Brusca a Pietro Aglieri, da Francesco Tagliavia a Francesco Onorato, killer dell’onorevole Lima, a Salvatore Grigoli, omicida di don Pino Puglisi. Sono tantissimi i latitanti presi in quel periodo. Tutti di grandissimo spessore criminale. Ogni cattura ha avuto le sue fasi, ogni cattura ha avuto dei momenti particolari. In quel periodo palermitano mi sono occupato anche della cattura di Matteo Messina Denaro e quindi, ho battuto il territorio del trapanese, soprattutto di notte, ma sono storie che non posso raccontare.

Una delle catture più importanti a cui ha partecipato è stata quella di Giovanni Brusca. Arrestato il 20 maggio 1996, all’epoca la sua foto finì sulla prima pagina del Time. Quale fu il momento in cui capì che potevate arrestarlo?
Pensi che eravamo nel 1996, l’anno in cui siamo passati dai telefoni Etax al Gsm. Quest’evoluzione ci aveva messo in difficoltà. I Gsm erano appena entrati in commercio e per noi erano impossibili da intercettare. Né localizzarli. Con gli Etax ci riuscivamo attraverso una banale triangolazione dei dati, con i Gsm eravamo spiazzati. Fummo dei pioneri nell’intercettazione di questi telefoni. Brusca accendeva il telefono alle 21, faceva una o due telefonate, e lo spegneva per riaccenderlo il giorno dopo alla stessa ora. Riuscivamo ad ascoltarlo ma la localizzazione era troppo vasta. Sapevamo che era nell’agrigentino ma non il luogo preciso. Apparentemente non c’erano soluzioni tecniche e la Telecom non sapeva aiutarci. Da qui parte l’inventiva dello sbirro, e io non mi dimentico mai di esserlo, che cerca soluzioni, mista a un pò di fortuna. Contattai un amico che era ingegnere elettronico e aveva lavorato per le centrali telefoniche. Chiesi cosa potevamo fare e mi consigliò di lavorare sul Timing Advance, un dato che ci da la distanza in metri del cellulare rispetto alla cella a cui è agganciato. La Telecom tergiversava ma con l’ausilio dell’autorità giudiziaria siamo riusciti a farci dare questo dato e dopo diversi incroci siamo arrivati alla cattura di Brusca. Per catturare un latitante devi entrare nella sua vita.

La tecnologia ora come venti anni fa è determinante nella ricerca del latitante?
La tecnologia è andata davvero molto avanti con grandi passi da gigante. Ci sono delle cose che noi non riusciamo tecnicamente a intercettare. Tuttora ci sono tantissimi limiti tecnologici . Ci ritroviamo sempre a quel momento del 1996, seppur con casistiche diverse. Oggi il gsm lo intercettiamo, lo localizziamo. Però se si utilizzano i programmi di messaggistica istantanea non dico che non si intercettano ma abbiamo alcune difficoltà. Così si crea un buco nell’attività di indagine che deve essere colmato diversamente rendendoci la vita più complicata e allungando i tempi.

Lei spesso dice che la cattura di un latitante è una partita a scacchi. Anche per Messina Denaro è così?
Si è vero, la sua intelligenza contro la nostra. La sua strategia contro la nostra. Tanti anni fa stavo lavorando alla cattura di un latitante e incontrai Francesco Marino Mannoia, già collaboratore di giustizia. Parlando il discorso cadde su Pietro Aglieri, all’epoca latitante, e mi disse “ dottore non lo prenderete mai perchè ha un intelligenza sopraffina”. Quando finimmo, questa frase mi restò in testa. Tornando a Palermo riuniì gli uomini della Catturandi dicendo che dovevamo iniziare subito a lavorare su Aglieri. La convinzione di Marino Mannoia era diffusa e non era possibile che un latitante fosse considerato imprendibile perchè più intelligente, più scaltro o più furbo. Ovviamente dopo riuscimmo ad arrestarlo. Oggi porto questo discorso su Messina Denaro. E’ estremamente intelligente, preparato, non ignorante. Sfrutta a suo vantaggio la tecnologia che ha a disposizione . Conosce bene i buchi in cui può inserirsi e che per noi sono difficili da individuare. Ma non per questo lo reputo più intelligente di me e dei nostri uomini che lavorano alla sua cattura “h24”. Se si lavora con calma, senza fretta, cadrà anche lui. Non so dove si trova ma so certamente che lo prenderemo. Lo so perchè il nostro impegno è massimo. Da parte mia non posso che mettere a disposizione il mio know how. Cosa che faccio quotidianamente. C’è un Servizio centrale, c’è una Squadra Mobile, c’è una Catturandi. Sono loro i dominus della caccia al latitante.

Si è molto parlato delle coperture, degli appoggi “dall’alto” ricevuti da Matteo Messina Denaro, ormai latitante da 25 anni. Lei che ne pensa?
Non credo assolutamente che Messina Denaro possa godere di protezioni così come si scrive. Voglio non crederci. Non mi pare che in tutti questi anni di attività investigativa ci siano stati dei ritorni in tal senso. Se ci fosse stata qualche anomalia in venti anni sarebbe venuta fuori. E non mi pare che sia venuta fuori. Si parla di Servizi segreti deviati, istituzioni che remano in senso inverso: non ci credo assolutamente. Non credo che Messina Denaro goda di favori da parte di chicchessia dalle Istituzioni statali e sono abbastanza certo di quello che sto dicendo. E’ un latitante difficile ma ce la faremo. E’ un latitante diverso dagli altri. Non si riesce a percepire sul territorio una sua presenza costante. Anche dalla politica, non ho mai avuto nella mia carriera la sensazione di avere un bastone fra le ruote nella richiesta di fare talune cose. Ho sempre avuto strada libera nelle mie indagini e penso sia così anche per gli altri. Poi la storia ci insegna che magari un domani scopri l’esistenza di un gruppo di persone deviate, come accadde con la Loggia P2 o la Loggia Scontrino a Trapani, persone infedeli. Quando lo scopriremo procederemo di conseguenza ma allo stato attuale non abbiamo nessun segnale del genere.

Questore, Trapani è considerata una città massone. Durante la perquisizione della Loggia Scontrino furono trovati anche nomi di uomini della Questura
Non penso di essere in un luogo masson-free. In questa provincia la massoneria è molto forte però attenzione: massoneria uguale criminali? Questa equazione non mi convince. Sarebbe come dire extracomunitario uguale criminale. La storia della massoneria non è quella di un accozzaglia di criminali. Se poi vogliamo inserire delle regole per cui se lavoro nel pubblico devo dichiarare la mia appartenenza, mi sembra ragionevole. Di certo essere massone non vuol dire delinquente. Altro discorso sono le logge segrete che vogliono scantonare le regole di ingaggio creando circuiti illeciti. Il softpower della massoneria può, però, essere molto pericoloso. Probabilmente ci sono delle zone grigie, le più pericolose. Chi percorre questa zona a volte riesce a tirarsi fuori dalle maglie della legge. E’ una cosa inevitabile.

E anche Messina Denaro batte questa zona?
Potrebbe batterla però noi le antenne le abbiamo accese. È chiaro che se la zona grigia non si manifesta con attività perseguibile come reati o perseguibili con azioni amministrative cosa si può fare? Essere attenti e colpire gli atteggiamenti che scantonano verso la zona “nera”. Bisogna identificare forme normative che qualifichino certe “pressioni” come zone nere. Per esempio la mancata segnalazione di alcune movimentazioni bancarie adesso ha solo sanzioni amministrative se fosse connotato come reato,avrebbe rilievo penale. Bisogna catalogare bene le attività che spesso definiamo border line.

Restano pochi sono i collaboratori di giustizia nel trapanese e ancora meno nella cerchia di Messina Denaro. Paura del latitante?
Sicuramente l’intelligenza di Messina Denaro ha limitato le collaborazioni. Lui conosce bene questi meccanismi. E’ un palermitano, ha passato gran parte della sua latitanza a Brancaccio con i Graviano. Sa che non si deve appoggiare ai vincoli criminali e lo sa bene ed è questo uno dei motivi per cui la cattura di questo latitante è difficile.

Questore, si è molto parlato della Calabria come luogo della latitanza di Matteo Messina Denaro
In Calabria, in passato, ci sono state tracce del suo passaggio ma anche di Riina e Provenzano. Ipotesi percorsa anche perché in Calabria ci si sentiva sicuri data la struttura familiare della ‘ndrangheta. Magari ci si affiancava ad un ‘ndrina della locride, faccio un esempio.

Quali sono i legami tra vecchia e nuova mafia?
A Trapani di vecchia mafia c’è ne poca. Trapani è una provincia in cui la mafia è un gradino superiore a quella palermitana. Qui vedo più una mafia da colletti mafia, quindi un’evoluzione del mafioso coppola e lupara, e la mafia non è più un’attività che si svolge nella provincia palermitana. Ha espanso le sue attività. ha sconfinato fuori dalla Sicilia si è accasata dove c’è potere e denaro, in Italia, in Europa nel mondo. La nuova mafia è in cravatta parla (3) tre lingue correttamente.
E’ cambiato anche il loro modo di approvvigionarsi economicamente: l’inserimento negli appalti pubblici per esempio. Questa è una delle tante trasformazioni della mafia. Da quando è nata nelle campagna, poi la guerra, la ricostruzione di Palermo-il sacco edilizio- ed era la mafia dei palermitani. Poi qualcuno pensa a reinvestirli nella droga- e questa fu la linea dei corleonesi. Fatto questo passaggio si sono ritrovati con fiumi di denaro. E qui cambiano ancora pelle e si buttano negli appalti. Angelo Siino, il “ministro degli esteri”, si sedeva ai tavolini e prendeva il 2° 3% degli appalti ed erano soldi senza rischi. In quel periodo “Cosa Nostra” cede il pacchetto stupefacenti ai calabresi e si tira fuori dal mercato. E cambiano ancora pelle e si buttano nei mercati, trasformando società paramafiose in società ripulite a tutti gli effetti.

Questore cosa pensa della scarcerazione di 59 mafiosi ? Il presidente della Commissione regionale Antimafia, Claudio Fava, si è detto preoccupato.
La scarcerazione di 59 boss è un problema. Un vecchio boss che torna sul suo territorio tornerà a fare quello che faceva ma il territorio e le regole sono cambiate. La vecchia mafia non ha più spazi. Il vecchio mafioso che pensa di tornare e di trovare un territorio fermo al 1977 o al 1980 sbaglia ha pochissimi spazi di manovra. E’ cambiata anche la gente. Negli anni 70/80 c’era il terrore del mafioso oggi c’è meno paura.
Negli anni scorsi la Questura ha eseguito diversi sequestri di beni. Adesso, alla luce degli effetti di quella stagione, cosa pensa dell’iter che va dai sigilli alla confisca dei beni dei mafiosi?
L’aggressione ai patrimoni è fondamentale. Se 10 anni fa questi patrimoni esistevano in capo al mafioso di turno e quindi le azioni erano più produttive perché realmente intestati a lui o facili prestanomi, oggi l’attività si è ridotta perchè nessuno di loro si intesterà nulla. L’azione di 10 anni fa è stata fondamentale ma il trend non può essere sempre lo stesso. Sostituirsi all’imprenditore mafioso è un’operazione molto delicata : lo Stato può gestire l’impresa nello stesso modo? L’aggressione incondizionata è sbagliata. Quella dei Niceta a Palermo è stata una grande sconfitta, a distanza di anni dobbiamo loro 50 milioni di euro! Io sono stato sempre dell’idea che se colpisco un bene non dovrà mai tornare in mano al mafioso. Lo prendo e lo faccio gestire ad un imprenditore che fa lo stesso tipo di lavoro e non ad un commissario.

Questore, in questi giorni nel processo al Senatore D’Alì. Si è riparlato delle pressioni esercitate per trasferire l’allora Capo della Mobile Giuseppe Linares
Non posso escludere condizionamenti e se questa cosa dovesse essere confermata il senatore D’Alì ne dovrà rispondere. Quante volte anche fuori dai nostri ambiti si è detto “promoveatur ut amoveatur!”. Il tentativo ci può sempre stare ma se l’organizzazione in cui la persona è incardinata resiste, il senatore D’Alì o il signor X , che hanno provato, ne dovranno rispondere.

Questore, il gruppo di lavoro per la cattura del latitante ha all’interno il Capo dello SCO, Alessandro Giuliano, il Questore di Palermo, Renato Cortese, e lei
Si , una linea rossa tra SCO, Palermo e Trapani. Siamo 3 colleghi con grandi esperienza in ambito di polizia giudiziaria, che l’hanno fatta su questo territorio. Io e Renato Cortese siamo stati insieme alla “Catturandi” di Palermo portando risultanti importanti. Abbiamo la stessa volontà di andare avanti. Abbiamo un’autorità giudiziaria di grande spessore e valore.
Questo è un momento molto positivo, con un personale assolutamente di valore.

(pubblicato su Tiscalinews.it del 21 ottobre 2018)

Antimafia da riflessione

Giovanni Impastato, intervistato da Paolo Di Giannantonio del TG1, parlando dell’utilizzo “improprio” delle parole di Peppino sulla bellezza ha anche detto “nell’ultimo periodo sull’antimafia si specula, c’è gente che ci si è arricchita, che ci ha fatto carriera”.
In effetti nell’ultimo periodo, complici gli arresti di personaggi come Rosy Canale e Caterina Girasole,pur nella loro diversità, vale la pena fermarsi a fare una riflessione. E vale la pena farla perché oramai la mafia è diventata un fenomeno di marketing puro. Un vero e proprio prodotto consumistico. Fioriscono i film,fiction con al centro il crimine organizzato, partendo dal concetto che il silenzio uccide più della mafia stessa.
Ci si esalta sulla raffigurazione grottesca o comunque ironica che si da la fenomeno. Sicuramente prendere in giro il boss e renderlo più simile a noi, con le stesse nostre difficoltà a capire come funziona un telecomando è un modo per “esorcizzare” la mafia. L’unica cosa è che il telecomando “vero” ha fatto esplodere 500 kg. di tritolo.
E’ anche vero che negli Stati Uniti un film come “Terapia e pallottole” con Robert De Niro ha ridicolizzato i boss italo americani e la serie “Sopranos” ha dato una visione della vita quotidiana di una famiglia appartenente alla malavita organizzata. Non tralasciando mai di inserire la parte più violenta del fenomeno per non far dimenticare di cosa si parla.
D’altra parte con il concetto di ironizzare e di svilire le mafie si sono prodotti gadget sulle famiglie mafiose, magliette con “I love mafia”, accendini con i volti dei componenti della boss della Magliana. E si vendono tour turistici per far conoscere i luoghi dove si nascondevano i latitanti e il giro culmina con il cibo del boss.
E , in questi giorni, si riscopre, come fosse una novità o che per un periodo non fosse successo, che i boss gli affari li fanno seduti intorno ad un tavolo mentre mangiano prelibatezze. Perpetuando nell’immaginario la figura del boss alla Al Capone mentre la mafia vera si è trasformata in legale ed è entrata nei gangli più vitali della nostra società.
E mentre leggiamo tutto questo, guardiamo il boss seduto in salotto, la sostanza vera del fenomeno si perde in tanti rivoli e il confine tra ciò che è bene o male si perde.
Grazie anche a chi scrive di preti che girano con la macchina con il lampeggiante gridando allo scandalo e non sa che quella macchina non è dello Stato ma è privata e il lampeggiante è “il sostitutivo” di una scorta!
E chi scrive deve decidere da che parte stare perché sia un film che uno spot sono un’operazione commerciale o sono un’operazione culturale. E se una frase non può essere usata da una società consumistica forse lo stesso vale per un film. E se c’è distinzione qualcuno me la spiega? E non ditemi che il film è educativo e lo spot no….o vale il nome di chi ha firmato l’uno o l’altro?
(pubblicato su www.malitalia.it)

Liberi tutti

“Man mano che la si conosce,si capisce che la mafia non è solo un’organizzazione criminale,ma un fenomeno che ha radici sociali e culturali profonde. Non possiede solo un assetto, una gerarchia, dei metodi, delle regole e delle sanzioni, ma ha il suo linguaggio, i suoi “valori” e uno statuto non scritto che vive nel comportamento e nei sentimenti degli affiliati. Alcuni dei principi che sostiene si potrebbe confondere con quelli di una società democratica e giusta, ma bisogna stare attenti a non farsi abbagliare dallo stravolgimento che la mafia fa di certe parole, di certi concetti, come quando accosta il rapporto fra organizzazione e “picciotti” a quello della mamma con i figli…”
Queste le parole con cui Pietro Grasso, procuratore Nazionale Antimafia, descrive, in un passaggio del suo libro “Liberi tutti” (ed. Sperling & Kupfer).
In questo libro sono raccolti i suoi desideri, il gioco preferito da bambino che come dice lui “già mi faceva capire che volevo essere di aiuto agli altri”. La carriere e gli incontri e gli amici che non ci sono più. Quegli amici con cui ha diviso gli anni del maxi processo. L’accendino che Giovanni Falcone gli aveva dato in prestito “perché so che me lo custodirai se riprendo a fumare me lo ridarai indiestro”. Un oggetto che porta sempre in tasca.
Il Procuratore vive sotto scorta dal 1985 e ultimamente ha detto “non voglio assolutamente sembrare una vittima, sono una persona normale che fa solamente il suo lavoro”.
Lui dice sempre, negli incontri istituzionali e con i giovani che “la legalità è la forza dei deboli, è il baluardo che possiamo opporre ai soprusi,alla sopraffazione,alla corruzione”.
Questo libro non è solo il racconto della vita di un uomo completamente dedicata alla giustizia ma è anche il racconto di quasi 40 anni della nostra vita. E’ il racconto di omicidi eccellenti e di uomini che hanno per sempre segnato la nostra mente.E’ il racconto del primo grande processo di mafia, 475 imputati! E’ il racconto dell’ironia e dello spirito di Giovanni Falcone che lo accolse così “Vieni che ti presnto il maxi processo”.
C’ è il racconto della cattura di Bernardo Provenzano, Zi Binnu, latitante da 43 anni. Un libro per capire.Un libro per le scuole e le nuove generazioni. Un libro per non dimenticare.
E per non dimenticare nell’ultima pagina del libro ricorda i suoi amici e gli uomini delle scorte, spesso dimenticati ma che per lui sono parte della sua vita e dice “Che forza sarebbe Palermo se tutti fossero vivi! Che sorrisi,che facce,che fronti oneste, che mani pulite, che passi sicuri,che schiene dritte!”.
Dovremmo tutti raccogliere il suo invito “non si può più dire di non sapere, non si può più non gridare . Il nostro no alla mafia e a tutto ciò che rappresenta”. Dobbiamo impegnarci tutti a fare, nel nostro piccolo, il proprio dovere solo così c’è speranza di cambiamento.

Lettura della settimana:Supermarket mafia

12,5 miliardi di euro: tanto vale il business dell’agroalimentare per la criminalità organizzata. Dopo il settore edile, i rifiuti e il traffico di droga, il controllo si è esteso anche a questo settore, che ogni anno in Italia produce circa il 10% del Pil. Questi dati sono tratti dal primo rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari in Italia
Don Luigi Ciotti, presidente di ’Libera -nomi e numeri contro le mafie’, dice “le mafie ce la danno a bere – e a mangiare – grazie a infiltrazioni profonde e consolidate in vari comparti del settore agroalimentare. E che a tutto questo come consumatori paghiamo un prezzo doppio: in termini di soldi – perché il prezzo delle merci sale per assicurare un margine di interesse a più persone – e soprattutto in termini di salute.”
Insomma le mafie hanno messo le mani, e da molto, sulla nostra ortofrutta e sui mercati correlati.Il libro di Marco Rizzo, per Castelvecchi RX,mette in luce tutti i rapporti tra la criminalità organizzata e il mercato.
“Una catena di supermercati senza il sostegno o l’interesse diretto di Cosa Nostra non può nascere. Quando una persona pulita, sia come gestore di supermercati e sia come imprenditore qualsiasi, si muove, deve avere almeno in Sicilia una copertura alle spalle”. Questa è una dichiarazione di Nino Giuffrè, collaboratore di giustizia. La mafia nasce dal latifondo e continua ad ampliare le sue ricchezze proprio con la terra.
Sono forse finiti i mezzadri e nascono i grandi supermercati gestiti dalla longa manus dei boss: come Giuseppe Grigoli, il cassiere di Matteo Messina Denaro, gestore di supermercato della catena Despar.
La presenza delle mafie nei trasporti,nella distribuzione e commercio dei generi alimentari (in maggior parte frutta e verdura) è un fenomeno preoccupante e forse ancora poco sotto controllo e sotto la lente di ingrandimento delle forze dell’ordine. Di pochi mesi fa un grande sequestro di 3 milioni di euro ad una cosca che gestiva il mercato di Fondi.
Un libro da leggere per aprire gli occhi su quello che ci arriva a tavola e per decidere per un consumo più responsabile e anche più legale.

Lettura della settimana: La giusta parte

La dedica di questo libro fa capire subito quale è la “giusta parte”. Recita infatti “Questo libro è dedicato a tutti quelli che credono che combattere le mafie sia sempre compito di qualcun altro”.
18 autori, tante storie di antimafia, di quella fatta sul campo.
Nell’introduzione del libro si riporta un pensiero di Italo Calvino “Ci sono due modi per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno,non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Come Renato Natale, medico presidente di due associazioni di volontariato. E’ un vulcano che ha deciso di mandare a quel paese chi, nella sua terra, se la fa con i clan. Uno degli avvertimenti gli arriva il 16 giugno 2011 “Noi non siamo ancora morti smettila di fare esposti altrimenti ti ammazziamo. Ricordati che hai moglie e figli”.
O come Giovanni Grasso medico a Castel Volturno, in provincia di Caserta,al Centro Fernandes . Lui cura tutti soprattutto le donne e i bambini dei tanti migranti che vivono lì. Lo fa senza risparmio di energie. E a spese sua cura chi non può permettersi una visita specialistica. “Sono un medico a chiamata” dice di se stesso.
E poi c’è la storia di Amico, Pace e Croce che all’inizio sembra un gioco di parole e che in vece racconta la morte del magistrato Rosario Livatino.
Tanti racconti, stili diversi, vite diverse che però ci fanno capire che non dobbiamo convivere con l’inferno e che forse vale la pena di scegliere ciò che non è inferno e che possiamo dargli spazio nella nostra vita.

Il dramma bancario

(di Laura Aprati e Carlo Martigli)

Banche croce e delizia di tutti noi diventano oggi spunto di una conversazione semiseria di Laura Aprati e Carlo A. Martigli. (d’ora in poi solo C. e L.) Una sceneggiatura a 4 mani che parte oggi e che ci porterà, ogni settimana, a ‘leggere’ il mondo bancario.

Carlo “Oggi parliamo di banche ma credi che ci sia ancora qualcuno cui interessa l’argomento?”

Laura “oddio…le banche!!!!ma sei sicuro di volerne parlare?”

C. “sai delle banche non si può non parlare ci sono in mezzo tutti i giorni un po’ come le zanzare d’estate. Nel senso che se vuoi l’estate non puoi fare a meno delle zanzare.
Fastidiose, vero?”

L. “molto fastidiose…le banche direi…anzi insopportabili…ma non esiste qualcosa contro di loro? non so una citronella per le banche?”

C.”Qualcuno ci ha provato anni fa, per esempio Kennedy con l’atto 1110001 o qualcosa del genere, ma è stato assassinato tre mesi dopo. Voleva levare il potere alla Federal Reserve, guarda caso”

L.”….e che mi dici? ma allora rischiamo la pelle a parlare di loro, dei loro tassi usurai …..e dei fidi agli inaffidabili…”

C. “Certo, ma vedi la legge ha stabilito il tasso dell’usura, per esempio per le carte di credito non puo’ superare il 26%…una bazzecola, se pensi che danno meno dell’1% sui conti. Prima per l’usura si guardava lo stato di bisogno cioè se avevi bisogno e la banca ti prestava a interesse allora era usuraia, oggi i soldi non te li dà proprio”

L.”…..alla fine l’ usuraio e’ piu’ onesto delle banche…!!!! un mondo capovolto….”

C.”….in un certo senso sì, ma sai che fanno certi direttori? Dato che la loro banca non può prestarti i denari di cui hai bisogno…ti mandano dalle finanziarie…la più seria ha la faccia di V come Vintage…ma in questo modo anche i poveri direttori integrano lo stipendio…”

L.”….e se si viene a scoprire cosa succede al direttore? Vince una vacanza premio ?”

C. “Dovrebbe vincere una vacanza premio se fossimo in un paese serio, intendo a Gaeta o a San Vittore, posti magari poco ameni a bon marché ….invece al massimo la banca, spaventata dalla cattiva pubblicità, lo fa dimettere.”

L.”….Gaeta e San Vittore, come sei demode’…non sono piu’ di moda…adesso ci sono le Cayman”

C.”….la stessa cosa è successa a Moggi e alla Juventus, se hai visto i giornali di questi giorni….Dice la Juve che non sapeva nulla di quello che faceva Moggi, quando erano 13 anni che dirigeva la Juventus. C’è qualcosa che non mi torna. Certo Le Cayman o ancora meglio le Antigua…in buona compagnia, come sai”

L. “….e poi dimettere non direi magari lo mandano in un’altra filiale e fare altri danni….”

C. “ Come certi sacerdoti pedofili che spostavano da una parrocchia a un’altra. E più facile obbligare uno a dimettersi che licenziarlo, è per via della pubblicità negativa, pubblicità regresso.”

L. “….ma la migliore banca non ti chiude il conto se “esci” di 100 euro…..”

C. “ ….alle banche conviene prima farti uscire di 100 euro così ne paghi 50 di interessi e poi ti chiudono il conto …Ma certo è che con quello che hanno fatto le banche e stanno facendo per l’economia, cioè zero, per farle tornare in simpatia ci vorrebbe altro che il Mulino Bianco…”

L.” lo sai che ad imprenditore che denunciato gli usurai la banca ha chiuso i conti e gli ha chiesto il rientro del fido?e hanno chiesto il suo fallimento?”

C. ”ma certo, è normale, in che mondo vivi, Laura? Le banche se ne fregano della società, salvo quando chiedono allo stato i soldi per non fallire”

L. “conviene collaborare con i criminali che dici?”

C. “i criminali aperti sono più seri. L’errore è stato dare alle banche i finanziamenti occorreva invece entrare nel capitale in questo modo lo stato, cioè noi cittadini, saremmo entrati nel loro capitale, salvando correntisti e posti di lavoro ma buttando magari fuori i manager che le avevano portate alle rovina e quando la situazione sarebbe migliorata allora avremmo rivenduto le loro azioni e lo stato, noi cittadini sempre, ci avremmo anche guadagnato.”

L.”….poveri manager!!! che sofferenza se li buttassero fuori…capisci senza benefit senza macchina aziendale ……drammatico!!!! Sul lastrico poveri uomini”

C. “negli Stati Uniti continuano ad avere buonuscite per decine di milioni di dollari
e sai perché? Per farli stare zitti, altrimenti la banca rischia che vengano svelati gli altarini, e sugli altarini delle banche si prega davanti al dio Denaro, li ho visti, incappucciati e tremanti davanti al loro padrone”

L.. “…..e temono si scopra che ci sia tanta carta straccia nei loro cassetti…un po’ come con Parmalat?”

C. “magari è vero, questi banchieri (non bancari) però li ho visti solo nei miei incubi. Certo, Laura, ma guarda che la Parmalat è stato il trionfo dell’Italia! Per una volta primi, il più grande dafault del mondo più della Enron. E il buon Callisto Tanzi era ai domiciliari nella sua mega villa con galoppatoio, piscina, cinema, campi da tennis. Se qualcuno mi presta 10 miliardi, giuro che fallisco! e poi mi godo la vita…”

L.”una vittoria vera!!! alla faccia dei risparmiatori c’era un signore di Marsala che aveva investito i suoi risparmi in titoli della Parmalat ed e’ finito sul lastrico e non aveva piu’ soldi per mangiare…… ma tanto a Tanzi cosa interessa??? “

C.”purtroppo non abbiamo imparato nulla da questo, abbiamo perfino depenalizzato il falso il bilancio, così rubi in modo elegante e non vai dentro. Non sai che questo è il paese dove i ristoranti sono sempre pieni e gli aerei così affollati da non riuscire a prenotare!! Non lo dico io, l’ha detto il presidente del consiglio. E se il signore di Marsala non ha pane che mangi brioches. L’ha già detto qualcuno questa frase?”

L.” Ma questo e’ un aiuto a tutti i mafiosi che hanno riciclato nelle imprese…lo sai o no?”

C. ”Meno c’è lavoro più ci sono soldi per i mafiosi…più le banche si tengono stretti i soldi più gli usurai e la mafia che c’è dietro di loro, prospera”

L.“ Ma tu i soldi ce li hai in banca o sotto il materasso?”

C. “ In banca perché mi hanno pignorato il materasso!”

Al prossimo appuntamento la premiata ditta Carlo & Laura vi portera’ dentro i conti correnti e i mutui: sarà un bel divertimento, come scoprire Dracula dietro la porta della cucina…

Per i nostri Lettori: chi vuole raccontarci le sue disavventure bancarie può inviare una mail a: inchiesta.banche@lindro.it

 (pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
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    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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