Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Attilio Manca, i misteri di una morte

“Spero che la ricerca non venga interrotta per continuare a vivere nei miei successori e soprattutto, spero, che qualcuno possa trovare la verità, per non vanificare me e millenni di generazioni umane”. Queste sono parole di Attilio Manca, nato il 20 febbraio del 1969 e morto a Belcolle di Viterbo sempre di febbraio, l’11 del 2004. Urologo, nato a San Donà di Piave ma cresciuto a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Medico affermato tanto che nel 2001 esegue al Policlinico Gemelli di Roma il primo intervento prostatectomia radicale per via laparoscopica in Italia. Lo descrivono pieno di amici e di donne. Ma decide di suicidarsi. Lui, mancino, lo fa con la mano destra.

La scena del delitto parla di un uomo disteso sul suo letto. In un lago di sangue, il volto tumefatto e due fori sul braccio sinistro. Nella sua abitazione vengono ritrovate due siringhe, e diversi farmaci. Il riscontro autoptico parla di una miscela di droghe, tranquillanti e alcol. Insomma un tossicomane che si uccide. La Procura fa quindi richiesta di archiviazione. Ma c’è qualcosa di strano: intanto come può un mancino uccidersi con la destra? Perché un uomo di successo come il dott. Manca decide di uscire di scena? Perché ha lasciato la casa in perfetto ordine mentre gli attrezzi del suo mestiere, pinze ago e filo, sono sparpagliati sulla scrivania? Dal primo momento i familiari non accettano la tesi del suicidio. Ci sono troppi punti oscuri. Punti che, ricostruiti dal penalista Fabio Repici, portano nel 2006 il Gip di Viterbo, Gaetano Mautone, a riaprire il caso. Infatti gli inquirenti non riescono a fare luce sulle ventiquattro ore precedenti la morte di Attilio Manca. Scompare dalla sera del 10 febbraio: disdice una cena con i colleghi e non si presenta a Roma, l’11, per un incontro il professor Ronzoni, il suo mentore. Ma il 11 febbraio, poche ore prima di morire, Attilio chiama i suoi genitori chiedendo esplicitamente alla madre di far riparare con urgenza una moto che tiene parcheggiata in un garage della casa al mare nel paesino di Tonnarella. Una richiesta strana , visto che Attilio la userà solo nel periodo estivo. E bisogna però dire che questo piccolo paesino di 900 anime è ,però, un luogo importante per la mafia siciliana. Qui si è visto, spesso, passare un anziano signore che, come si legge in un’intercettazione della sorella del boss Bisignano, “tutti sapevano chi era lui”.Lui era Bernardo Provenzano, che in qualche modo entra anche con la storia di Attilio Manca. Un altro dubbio viene dalle impronte ritrovate in casa del medico, tra cui quelle del cugino Ugo, persona conosciuta alle forze dell’ordine. Lui dice che le può aver lasciate il 15 dicembre in occasione di una sua visita al cugino. La mamma di Attilio, Angela, dice che non può essere perché lei è stata a Natale a casa del figlio e ha pulito ogni cosa. Impronte che, dunque, hanno resistito alle pulizie e all’umidità del bagno dove sono state rilevate. Inoltre bisogna ancora capire perché il cugino Ugo Manca tenta, il 13 febbraio, di entrare nell’appartamento di Attilio per prendere degli abiti (secondo la sua versione), e di fare pressione, sul magistrato che segue il caso, per il rapido dissequestro della sua salma . E ancora perché Angelo Porcino, attualmente in carcere per tentata estorsione con aggravante mafiosa, è andato a trovare Attilio Manca a Viterbo ? Solo per un consulto? Ma c’è un particolare, una strana coincidenza, su cui la signora Angela ha sempre cercato di fare luce. Nell’autunno del 2003 Attilio parte per la Francia, per assistere ad un intervento chirurgico, come dirà ai suoi genitori. La coincidenza è che nell’ottobre del 2003, si opera di prostata a Marsiglia, l’allora latitante numero uno di Cosa Nostra: Bernardo Provenzano “zi Binnu”.Ed è su questo che Angela Manca vuole la verità. Capire se è stata solo una coincidenza o se c’è dell’altro. E’ una domanda che si fa da sette anni e che si fa ogni mattina quando, anche con il sole e il caldo di questi giorni, alle 9 di mattina è già al cimitero per portare il buongiorno a suo figlio.
Dallo scorso 16 Luglio 2010, giorno in cui il Gip dott. Fanti si è riservato di decidere sulla terza richiesta di archiviazione avanzata dal PM dott. Renzo Petroselli, Angela attende di sapere cosa ne sarà dei suoi dubbi e perplessità:
1) non sappiamo se sulle due siringhe ci sono le impronte di Attilio,oppure di altri ,o se non ci sono impronte ( magari Attilio ha usato i guanti per iniettarsi la sostanza letale );
2) non conosciamo il nome dell’urologo che ha visitato Provenzano nel suo rifugio. Di questo ha parlato il mafioso Pastoia ,anche lui stranamente morto suicida in carcere;
3) non ci è mai stato detto dove si trovava Attilio giorno 11 Febbraio alle ore 9,30 circa ,quando ci ha fatto l’ultima telefonata (anche questa misteriosamente sparita dai tabulati )
4) fino ad oggi non ci è dato sapere cosa faceva Attilio a Marsiglia nello stesso periodo dell’intervento alla prostata per via laparoscopica di Provenzano. Eppure sarebbe stato facile esaminare i tabulati perchè lui ci ha fatto due telefonate,dove ci diceva che doveva assistere ad un intervento. Chi era il paziente ? E ,soprattutto Attilio era solo o con qualche collega dell’Ospedale Belcolle ?
5) come ha fatto Attilio a deviarsi il setto nasale ed a farsi venire quella violenta emorragia dal naso e dalla bocca,cadendo su un piumone?

Un anno per sapere se c’è un’archiviazione o meno. Un anno per capire se sciogliere alcuni dubbi o meno. E l’ombra di “zi Binnu” che ancora aleggia su questa storia. Un giovane chirurgo e il grande boss. Chissà, forse, uno scambio di vite:uno muore e l’altro continua a vivere da latitante e da capo di Cosa Nostra.

Lorenzo Diana e la Rete della Legalità

Lorenzo Diana, 60 anni, gran parti di questa spesi per la sua terra, la Campania o meglio il casertano. Dal 1994 vive sotto scorta per le minacce ricevute dal clan dei Casalesi. Membro della Commissione Antimafia. Uomo del PCI prima, poi del PD e oggi con l’IDV. Un uomo che ha dedicata la sua vita, e quella della sua famiglia, alla lotta al crimine organizzato. Ai suoi affari, ai suoi mille volti, ai suoi incroci con l’economia e la politica.
Un uomo perbene, di quelli che ti sembrano usciti da un racconto di Eduardo De Filippo. Viso scavato, occhi sempre vigili, i capelli sempre in ordine. Il segno di una dignità mai barattata con il potere.
Ogni volta incontrarlo e parlargli è un piacere . Un piacere ascoltare la sua passione e quella voglia di battersi che nulla è riuscito a sconfiggere neanche le minacce dei casalesi.
Oggi è il coordinatore della rete della legalità. Un patto nazionale antiracket per incentivare gli imprenditori alla denuncia e che pone al centro le tematiche sulla legalità.
Lorenzo Diana la Rete della legalità e il suo successo, perché?
Perché c’è in atto un mutamento, un cambiamento anche alla luce dei movimenti esplosi con i referendum. C’è una maggiore disponibilità nella società e nei territori a darsi dei riferimenti organici per dire di no alle imposizioni, alle violenze estorsive e criminali.. I primi successi sono figli di una maggiore richiesta di libertà . Senza questo non saremmo cresciuti così tanto in pochi mesi. La richiesta di libertà riduce la paura e spinge a muoversi, a organizzarsi. E’ entusiasmante toccare con mano questo nuovo sentimento tra i giovani e in una parte crescente del mondo economico.


La crisi economica quanto incide in questo mutamento?
La domanda di adesioni alla Rete della legalità ma anche la maggiore domanda di libertà sono cresciute anche in funzione della crisi economica. Si sono ridotte gli spazi di tolleranza per i costi aggiuntivi e predatori delle mafie. Se nei tempi delle “vacche grasse” non pesavo molto sopportare il costo del “pizzo” sia diretto che indiretto ( sub appalti, movimento terra, servizi…). Oggi, sotto l’effetto delle ristrettezze economiche il “dazio” criminale è troppo pesante e influisce sull’andamento dell’impresa. Il 2008 segna una svolta epocale nell’economia, nella società e nei comportamenti sociali. Vengono meno le garanzie .
Crisi, banche sistema finanziario. Cosa non ha funzionato?
C’è uno tsunami che sta mutando le caratteristiche del sistema bancario. Questo, in parte, può far crescere il rischio della penetrazione economica delle mafie. La maggiore banca italiana (MAFIA SPA) dispone di un “cash” per acquisizione di esercizi, aziende, attività ( sempre più in crisi). Le banche d’altra parte per non fallire si sono arroccate ed è difficile oggi per un piccolo imprenditore accedere al credito e spesso il circolo vizioso che si crea rischia di “spingere” chi ha bisogno verso chi lo può aiutare e spesso non sono le istituzioni finanziarie legali. Tutto questo in un modello di crescita che si è fermato. Oggi è sempre più chiaro che il modello “crescita e consumi” degli anni 80 è finito. I nuovi assetti sociali, la forte precarizzazione ( anche over 40) sono la spina nel fianco di questo nostro mondo, l’ossessione dei genitori ma anche degli imprenditori.
Mafia spa, un dominio incontrastato?
Il sistema criminale oggi h un peso economico di circa 140/150 miliardi di euro (il 7% del PIL) e spesso ancora si ha ancora la convinzione che le mafie siano figlie del sottosviluppo e dell’arretratezza del Sud Italia. Tutto ciò è stato smentito clamorosamente da operazioni come “Crimine” ( 300 arresti a tra Milano e Reggio Calabria luglio 2010 ndr). Liberare il Paese dalle mafie vuol dire anche modernizzarlo. Ma dobbiamo chiarire bene il capitale mafioso crea un convenienze in tanti pezzi della società ed è pervasivo. Ma sarebbe troppo facile dire che questo è solo frutto di individui al confino in un’area o in un’altra. Non c’è un Nord culturalmente sano e un Sud mafioso. Magistrati hanno per esempio evidenziato una mancanza di collaborazione molto più forte al Nord che la Sud. Non esiste un DNA nordista che garantisce dalla pervasività delle mafie se ci fosse stato perché non è stato sufficiente ad arginare la presenza mafiosa nei territori del Nord?

Torniamo alla Rete della Legalità. Cosa vi prefiggete?
La rete vuole rispondere alla richiesta di sicurezza e libertà di tanti imprenditori stretti nella morsa della crisi e dare sostegno alle vittime dell’usura e del racket. Soprattutto vogliamo dimostrare che si può e conviene denunciare. Oggi su un milione di imprenditori toccati dal fenomeno del pizzo ( diretto e indiretto) le denunce sono solo 1500. Questo significa che l’antiracket è stato marginale e non appariva conveniente. La molla è questa dobbiamo lottare perché sia conveniente denunziare il racket, l’usura. Non possiamo chiuderci dentro una riserva indiana e dobbiamo capire che l “vittima” non è inconsapevole ma nel calcolo imprenditoriale si rende conto che è meno conveniente denunciare e il clan può garantire molti più servizi dello Stato. Ecco la Rete della legalità si prefigge di far uscire dalla riserva indiana chi denuncia. Dobbiamo far si che le tante storie di sopruso, prevaricazione escano allo scoperto: non ci deve essere più una sola voce a parlare ma tante insieme.La Rete, e quindi l’unione, farà la forza di questo movimento che ha già raccolto intorno a sé oltre 60 associazioni che si battono contro l’usura e il racket.

Ultima domanda :quanto conta l’informazione?
L’informazione è sostanziale, determinante. Ma anche qui dobbiamo cambiare il passo. Per questo è importante valorizzare il lavoro di centinaia di cronisti, spesso giovani precari e di piccole testate locali, che ogni giorno denunciano quanto accade nel territorio. Conoscono i carnefici e le vittime. Pagano, perdendo il lavoro e la tranquillità se toccano qualche centro di potere. E nessuno li difende, nessuno li invita in televisione. Con l’avanzata di Roberto Saviano, cui voglio un gran bene e che stimo tantissimo, bisognerà puntare ad avere sui media altre decine, per non dire centinaia, di articoli in più dei tanti piccoli Saviano sparsi in tutta Italia, che farebbero crescere l’intero Paese in termini di informazione e di cultura della legalità. Cito Jean Francois Gayraud, consigliere del Presidente Nicolas Sarkozy, che dice che vinceremo la lotta alla criminalità organizzata quando saremo tutti più correttamente informati.

(pubblicato su www.malitalia.it il 24 giugno 2011)

Vite “usurate”

(di Laura Aprati e Marcello Ravveduto)

“Quando sei sotto usura non ti rendi conto che qualsiasi cosa fai non sarà mai sufficiente”. Così Roberto Battaglia, imprenditore casertano, parla della sua esperienza. Anni di ricatti, soprusi. Anni in cui la propria identità viene persa, Roberto racconta che aspettava ore per essere ricevuto dal suo usuraio “ho perso la mia dignità, mi hanno tolto anche la possibilità di tumulare degnamente mio padre si sono ricomprati anche la sua tomba!”.

Pagare è il solo pensiero, ossessivo e ossessionante, di chi è usurato. Pagare per non dover sentire il trillo del telefono che annuncia la minaccia, pagare per sapere che il proprio figlio potrà uscire tranquillamente da scuola. Pagare per non vedere le fiamme bruciare la propria macchina. E la tua vita sembra oramai senza prezzo. Perché oltre alla paura ti assale la disperazione di sentirti l’ultimo su questa terra. La gente, i tuoi amici, ti allontanano quasi avessi una malattia infettiva…Tu sei in “colpa” non l’aguzzino. Tu sei “l’incapace”  caduto nella rete… E nessuno pensa a quanto puoi soffrire, a cosa affronti ogni giorno… Non ci ha pensato neanche il tuo direttore di banca che appena capite le tue difficoltà ti ha chiesto il rientro del tuo scoperto anche sei cliente di quell’istituto da più di 20 anni e sempre preciso e puntuale… E alle tue rimostranze ti ha indirizzato da “un amico” che poteva aiutarti: lo strozzino, il cravattaio, l’usuraio o come vogliamo chiamarlo.

Circa 200.000 commercianti finiti nella rete dell’usura per quasi 20 miliardi di euro. Questi i dati ufficiali a cui bisogna aggiungere le famiglie che sempre di più oggi finiscono in mano agli strozzini perché la crisi sta indebolendo completamente la struttura sociale. E spesso ci si indebita con più di un usuraio… Un mercato in crescita con denunce in calo. E’ difficile andare da polizia o carabinieri, ci si sente soli abbandonati anche dallo Stato da uno Stato che dice “ spesso i soldi del fondo antiusura vengono usati per giocare al Superenalotto!”. Anche chi deve proteggerti in fondo ti considera un fallito….!!!

E le mafie, in questa situazione, fanno affari e riciclano il denaro che proviene da traffici criminali (che siano droga, armi, esseri umani). Ti aiutano a superare la difficoltà e poi diventano i titolari della tua impresa quando non ce la fai più a pagare. Loro avranno un’attività pulita e tu farai il loro impiegato, girando la faccia dall’altra parte, facendo finta di non capire cosa succede. Intanto avrai salva la vita, non dovrai più discutere con il direttore di banca e tuo figlio andrà tranquillamente a scuola.

La vita in cambio del silenzio.

Il silenzio con cui la platea ha accolto speranzosa, durante il No Usura Day, l’opinione dei legislatori i per discutere della riforma della 108/96. La legge, dopo 14 anni, ha bisogno di una “regolata” per contrastare le nuove forme di usura che, ormai, costituisco l’handicap di un’economia avvinta dalla crisi.

Si sono confronti un esponente del governo e uno dell’opposizione. Interventi scontati e retorici privi di originalità. Quasi stessero leggendo un copione già scritto e che non prevede improvvisazioni. Eppure di fronte a loro c’erano decine di vittime desiderose di conoscere impegni precisi che la politica intende assumere per rendere più efficaci i meccanismi legislativi. È stato uno stillicidio, lamentele, perplessità, massimi sistemi, modelli interpretativi e nessuna concretezza. La colpa alla fine era dei magistrati che si distraggono, dei fondi che non ci sono, delle prefetture che nicchiano. E le vittime? Stavano ad ascoltare.

Da un po’ di tempo sta tornando di moda in politica impegnarsi verbalmente contro le mafie per recuperare credibilità. Per carità nessuna proposta risolutiva, solo convegni, interviste, prese di posizioni e valzer danzanti. Davanti alle telecamere si combattono le mafie strenuamente, poi, a luci spente, si ode il rimbombo delle risse della casta.

Per fortuna nel pomeriggio le vittime riprendono la parola ed allora il discorso si fa serio. Una commerciante sarda racconta l’abisso della sua esperienza. Quando gli affari andavano bene le veniva da ridere al solo udire storie di usura. «Sfigati e falliti», così definiva questi poveri cristi incapaci di gestire la propria impresa e che cedevano alle lusinghe degli strozzini indebitandosi senza limiti.

Poi è toccato a lei. La sua vita è stata travolta e sconvolta, distrutta fino alla malattia, fino al deperimento fisico dell’anoressia, fino al tentato suicidio. Sentiva di non appartenere a questo mondo, di essere ormai alla deriva completa in un’esistenza già oltre la sopravvivenza. La pistola, il cappio, i barbiturici erano l’unica moneta in grado di risarcire il suo enorme debito. Il sorriso vincente del passato ora la perseguitava. Segni di squilibrio, segnali di follia.

La denuncia l’ha salvata e con le lacrime agli occhi raccontava la sua storia ad un pubblico che non sorrideva.

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.strozzatecitutti.info)

Malitalia vista da Berlino

Berlino accoglie Malitalia con un giorno di pioggia e di vento del Baltico. Una città dai colori e dalla temperatura quasi autunnale. Si va nella zona che una volta apparteneva alla Berlino Est, poco lontano passava il muro. Adesso ci vivono uomini e donne di tante culture diverse. Un quartiere colorato e fatto di luci di mille negozi. Qui la prima tappa di “Malitalia” in un teatro d’avanguardia, il Neukollner Opera. Italiani e tedeschi per la terza edizione della “Festa della Legalità” voluta fortemente da “Mafia nein danke”, associazione nata dopo i fatti di Duisburg e la cui presidente, Laura Garavini , oggi è deputata del nostro Parlamento e componente della Commissione Antimafia. Una donna determinata venuta in Germania per completare i suoi studi di sociologia e rimasta perché “è un paese che offre tante possibilità”. Un paese che ha visto arrivare, negli anni, tanti esponenti delle nostre mafie e dove gli italiani, di Berlino, che lavorano onestamente, dopo la strage di Ferragosto del 2007 hanno deciso di non stare a guardare. Hanno capito che girare la testa dall’altra parte sarebbe stata la loro fine. Berlino poteva trasformarsi in una San Luca o in Casal di Principe e allora, alle prime intimidazioni, alle prime macchine saltate per aria, insieme a Laura Garavini sono andati alla polizia. E alla Neukollner Opera c’era anche Bernd Finger, direttore della polizia criminale, che ha condiviso le scelte di “Mafia nein danke” e che parla delle presenze dei locali di ‘ndrangheta in Germania come a Singen. Parla delle infiltrazioni nel tessuto economico e finanziario.  Parla della necessità, come tanti suoi colleghi italiani, di squadre criminali comuni. Sa bene che ci sono problemi legislativi da superare e norme spesso non uguali in tutti paesi, come la confisca preventiva dei beni mafiosi. L’interesse per il fenomeno mafioso non è una semplice curiosità letteraria. La Germania e i tedeschi vogliono capire cosa li aspetta e cosa è arrivato già nel loro Paese. Vogliono che gli forniamo gli occhiali per vedere meglio. Sicuramente hanno sottovalutato il fenomeno come d’altra parte abbiamo fatto noi e quando domandano “perché non siete riusciti a domare la mafia?” vogliono capire se anche loro si troveranno in casa un “cancro” difficile da estirpare.

Ma l’emozione più grande per “Malitalia” è stata entrare nel Liceo Europeo di Berlino. Qui “Mafia nein danke” ha deciso di presentare il nostro libro all’interno del Festival Internazionale della Letteratura. In questa aula lo scorso anno i ragazzi hanno incontrato il giudice Raffaele Cantone e tre anni fa hanno piantato l’albero della legalità. 100 ragazzi che aspettano da te risposte precise:” Cosa è la mafia una struttura criminale o un sistema sociale, una mentalità?”. Una domanda che ne vale mille perché in 5 minuti devi cercare di spiegare che è tutto insieme: che c’è la parte sociale, il residuo di un feudalesimo mentale che ancora impera in Italia, c’è la struttura criminale che ha trasformato un’organizzazione arcaica in una moderna holding del malaffare con ramificazioni mondiali. Mortale, ricca ma anche con il vestito buono, capace di mimetizzarsi nella società civile. Così fluida da entrare nei gangli vitali  della vita di ogni giorno, da nascondersi dietro il volto di un noto professionista o di un politico in carriera……

“Perché Dell’Utri è ancora in Senato?”. Secca e penetrante come un colpo di fucile. Niente peli sulla lingua per i giovani dell’Einstein e soprattutto niente peli sulla lingua per Giulio che vive a Berlino ma che ha i parenti in Campania e che legge, in apertura, una lettera per Angelo Vassallo nella quale dice “ dobbiamo alzare la voce. Non dobbiamo perdere la speranza e la volontà di essere privi di mafia”. Gli fa eco Luciano, un ragazzo di origini siciliane, che dice che la mafia si può battere che si può fare. E cita Falcone e Borsellino che non si sono mai arresi, non si sono arresi fino alla morte.

I ragazzi vogliono capire perché la mafia è così potente? Perché non ci si può ribellare? La migliore risposta alle loro domande arriva proprio da una voce ,in mezzo alla classe “Sono Alessia e vivo in Calabria. Non è possibile ribellarsi perché quando ti danno il lavoro, ti fanno mangiare non c’è nessuno disposto a tradirli e cambiare vita. E i giovani pensano che quella sia la vita vera anche perché a casa i genitori non propongono un’alternativa. Io a scuola,lì, non posso parlare di queste cose, sono sola”.

Alessia parla con voce decisa. Urla la disperazione di tanti giovani della Calabria che, muti, vedono la loro terra divorata dalla ‘ndrangheta. Alessia, come dice ai suoi compagni, è stata fortunata . I suoi genitori  hanno voluto darle la possibilità di farle conoscere un altro mondo. Le hanno dato l’opportunità di capire e quindi di scegliere. Ma lei sa che gli altri suoi coetanei calabresi spesso non hanno questa possibilità. Lei adesso è a Berlino ma già pensa a quando tornerà nella sua cittadina sul mare Jonio.

Mafia sott’olio

Partanna, la città di Rita Atria.

Partanna teatro di faide mafiose.

Partanna cittadina della Sicilia occidentale, la patria della mafia “dura e pura”, quella di Matteo Messina Denaro.

Qui la notte  del 29 ottobre del 2008 una macchina prende fuoco.  Un uomo e una donna, guardano , dalla finestra, la loro auto in fiamme. Sono terrorizzati, abbracciati. Hanno chiamato i vigili ma devono arrivare da Mazara del Vallo e ci vorrà tempo. E allora l’uomo prende un sifone dell’acqua e prova a spegnere l’incendio dall’alto. Quell’uomo si chiama Nicola fa l’insegnante elementare da 20 anni a Castelvetrano. Ha una moglie, una bimba di tre anni ed un’altra in arrivo. “ Sono circondato dalle donne” dice Nicola e gli sorridono gli occhi. La notte del 29 ottobre ha scelto definitivamente da che parte stare. Se mai avesse avuto un dubbio quella notte è sparito. Ha scelto la legalità ed ha scelto la sua terra.

Quella notte rimarrà nella sua memoria perché proprio quel giorno nasce “il Consorzio di Tutela Valli Belicine”. Alla riunione di sottoscrizione erano stati invitati 70 aziende se ne presentano 150 e da allora sempre di più hanno deciso di non voler più sottostare al giogo mafioso ed hanno scelto di essere liberi da chi acquistare le sementi, da chi acquistare il concime o le bottiglie. Si sono “ribellati” in 243 che oggi producono olio ma anche vino, che hanno in mente di trasformare il triangolo tra Partanna, Palermo Agrigento ( in tutto 12 comuni) in un esercito culturale che parli non solo agli agricoltori ma a tutti. Nicola dice che la prima grande vittoria di questo consorzio non è stata quella di guadagnare ma di risparmiare perché acquistando in comune hanno ridotto i costi del 40% potendo così vendere il loro prodotto ad un prezzo adeguato. “Sempre superiore ai 3 euro a cui si vendeva prima l’olio” dice Nicola ”perché una delle prime cose che abbiamo subito denunciato è il fatto che quel prezzo si otteneva solo con la mano d’opera in nero, con le truffe, con lo sfruttamento”. Nicola parla come un fiume in piena: del suo territorio, della identità, di Selinunte e dei reperti archeologici che raccontano di come l’olio è stato sempre alla base dell’economia di questo lembo di Sicilia “qui l’economia legale – continua- è sparita per troppo tempo e ha lasciato il posto al malaffare. Qui non si poteva vendere l’olio o il vino se non passavi per il sensale. Noi abbiamo dimostrato che possiamo vendere, e acquistare, anche senza di loro. Su internet si trova tutto. Puoi scrivere in Francia e farti mandare le bottiglie e i tappi che ti servono senza pagare sensalie e a prezzi migliori. Eppoi io scrivo a tutti, magari con il mio francese scolastico ma scrivo a tutti”.

Ed infatti ha scritto al Presidente del Consorzio del Saint Emilion per parlargli della sua terra , del suo “terroir” . Ha convinto un tedesco a diventare suo socio. Vuole far adottare le piante di olivo. E chiama tutti, parla con tutti. Adesso si devono assolutamente vendere i 14mila litri di olio che rimangono perché “ dobbiamo dare i soldi in mano ai nostri soci. Così saranno ancora più convinti che si può fare”. Le resistenze,in questo territorio, sono tante: quando gli hanno incendiato la macchina non ha avuto solidarietà da nessuno. “Se tu sorvoli questo triangolo e fai una foto dall’alto hai anche l’immagine antropologica dei luoghi. Rustici non finiti, erbacce. Noi vogliamo che si veda la differenza tra il nostro terreno e quello degli altri. Dobbiamo averne cura. Anche il terreno ci deve distinguere, ci deve essere un segno preciso. E poi lo dobbiamo trattare bene il nostro ambiente perché è il nostro futuro”.

E così il consorzio segue regole precise: le olive vanno molite appena raccolte,nello stesso frantoio ( a due fasi), sempre nelle ore notturne e l’olio prodotto è stoccato  in unico silos. Si coltiva solo “Nocellara del Belice” e Nicola è fiero che il loro olio è stato usato da due grandi chef per un loro dolce “ non ci potevo credere, come era buono!”. Pensano anche alla fitodepurazione ma anche un turismo “sostenibile”. E il Consorzio non vuole fermarsi, anche se magari qualche socio andrà via, vuole fare di più. E superare i confini del triangolo Partanna, Palermo, Agrigento. Certo le difficoltà degli ultimi due anni sono state tante e Nicola dice che se non ci fosse stato il sostegno delle forze di polizia si sarebbero forse arresi perché, come ha scritto al Ministro Maroni, “ in questi luoghi la società pseudo civile ti lascia solo e il don di turno ha ancora il suo peso. Ecco perché la mafia culturale è la più pericolosa e bisogna fissare nel territorio sociale il volto umano e amicale della Giustizia.”. A marzo 2010 l’operazione Golem II ha portato in carcere 18 persone della rete più stretta del boss Matteo Messina Denaro tra cui il fratello Salvatore. Proprio in questa occasione Nicola stringe un’amicizia, forte e vera,  con gli uomini della Squadra Mobile di Trapani e di loro dice “ sono state le parole di questi uomini, e del loro capo il dott. Linares, che ci hanno dato il coraggio di continuare. Non ci hanno fatti sentire soli. Perché il pericolo maggiore è proprio quello di sentirsi soli e abbandonati, di essere considerati degli invalidi  da lasciare indietro”.

E adesso l’olio del Consorzio è sbarcato a Venezia alla Mostra del Cinema, con l’aiuto della Sicilia Film Commission – Addiopizzo e Libero Futuro –  a dimostrazione che, volendo, partendo da una bottiglia di olio si può cambiare la vita di una società intera. Come dice Don Luigi Ciotti la mafia si batte con le politiche sociali e con il lavoro e Nicola ricorda che “ questo anno a Partanna mancano 10 milioni di euro per la crisi dei prezzi agricoli e il Consorzio dimostra che uniti si può fare fronte anche a situazioni  come questa”. Luigi Enaudi diceva che “la libertà economica permette la libertà politica” ed essere liberi economicamente vuol dire anche non dover sottostare al “don” di turno.

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.strozzatecitutti.info il 7 settembre 2010)

Siculiana “tra le righe” e “un libro tra le mani”

Siculiana aveva colpito Alberto Moravia, rimasto affascinato dai suoi tetti. Ma  per molti è nota per le cronache relative alle infiltrazioni mafiose. Per le “famiglie” che avevano i loro affari all’estero (soprattutto Canada e Stati Uniti). Due anni di commissariamento e poi a maggio le elezioni e il nuovo Sindaco. Si riparte da una donna,come in altri due comuni siciliani. Maria Giuseppa (Mariella per tutti) Bruno ha voluto subito dare un segnale, con la sua giunta, per un futuro diverso per il piccolo centro dell’agrigentino. Un premio letterario,“Torre dell’orologio”, ed una settimana dedicata alla cultura “Siculiana tra le righe… un libro tra le mani”, con una madrina d’eccezione come Simonetta Agnello Hornby. La scrittrice, avvocato dei minori nel Regno Unito, è una discendente della famiglia Angello proprio originaria di Siculiana.

E così a 700 anni dalla sua fondazione, Siculiana riparte dalla cultura e dalla “parola scritta”.Nel raccontare la “Malitalia” ci piace anche segnalare la sua controparte, “Ma l’Italia”, quella che si batte per una società diversa, che crede che la conoscenza sia un investimento fruttifero con il quale sconfiggere anche il crimine organizzato.

Cerchiamo di capire come e perché Mariella Bruno è diventata  Sindaco e dove vuole arrivare.

Lei è una delle 3 donne sindaco elette nell’ultima tornata elettorale. La sua è una scelta o una sfida?

Anzitutto è stata una scelta condivisa con un gruppo formato in prevalenza da giovani e strutturata secondo un progetto ben definito. Progetto che ho condiviso con entusiasmo nella consapevolezza che molto si può fare perché questo paese esca  dallo stato di abbandono e appiattimento  in cui  si trovava. La nostra idea mira, da un lato ad una rinascita socio- culturale e, dall’altro,  allo sfruttamento delle tante risorse naturali presenti nel nostro territorio, che ha una vocazione turistica innata ma poco sviluppata. E’ stata anche una sfida non solo perchè donna in un contesto in cui la politica è stata patrimonio esclusivo degli uomini,  ma anche perchè sono fermamente convinta che un futuro migliore per Siculiana è possibile e la mia Amministrazione ha le carte in regola per potere lavorare bene

Siculiana è stata commissariata per infiltrazioni mafiose. Quanto è difficile amministrare un comune con questo passato? Quali sono, secondo lei, i pericoli maggiori?

Siculiana è stata commissariata per mafia ,però il fenomeno non è radicato qui più che altrove.E’ chiaro che esistono dei centri di potere che caratterizzano la realtà siciliana in genere e, per un comune che vuole puntare al turismo quale principale risorsa economica , l’immagine riveste una notevole importanza ed il passato che ci troviamo a gestire certamente non ci  aiuta. Ma  siamo determinati e convinti  ad imprimere un nuovo corso al paese, evidenziando tutte le positività presenti.Il maggiore pericolo è che questo nostro impegno non venga recepito dai siculianesi, con il rischio che non avvenga il processo di emancipazione culturale necessario affinchè il nostro lavoro possa produrre i risultati che ci attendiamo.

Omertà, collusioni, compiacenze. Come dice Don Luigi Ciotti bisogna “togliere l’acqua di cui il pesce si alimenta”. Quanto è cresciuta in Sicilia la consapevolezza della legalità? O siamo solo ad una legalità “sostenibile”?

Io credo fermamente che, oggi, i siciliani abbiano una maggiore consapevolezza del concetto di legalità, perchè non posso credere che il sacrificio di grandi uomini sia stato vano. Sono, altresì, consapevole che ancora molto ci sia da fare poichè , ancora oggi, ci sono, purtroppo, fenomeni riconducibili alla mafia che impediscono l’affermazione completa del concetto di legalità, quale elemento fondante della nostra società. Comunque, io interpreto la mia vittoria  come manifestazione della volontà di cambiare  dei siculianesi e mi fa riflettere sul fatto che , quando un progetto è credibile può imprimere segnali importanti.

Si parla di educazione alla legalità. Della cultura come strumento di crescita. E’ per questo che ad un mese dal suo insediamento ha dato vita a “Siculiana tra le righe… un libro tra le mani”? E cosa spera di ottenere?

Nessun processo di rinnovamento e sviluppo economico può affermarsi senza il supporto di una valida crescita culturale.L’idea del concorso letterario è un primo passo in questa direzione.Il fatto che una scrittrice del calibro di Simonetta Agnello Hornby abbia sposato a pieno la nostra idea mi inorgoglisce e mi fa bene sperare che la strada intrapresa sia quella giusta.

Un altro scampolo di Italia diversa da raccontare e conoscere.

(Pubblicato su www.malitalia.it il 31 agosto 2010)

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  • Chi sono


    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

  • In compagnia

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  • In viaggio

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  • A tavola

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  • Ultime immagini inserite

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