Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Ventimiglia, la frontiera della ‘ndrangheta

Qualche giorno fa il Sindaco di Ventimiglia si è dimesso, qualche mese fa il comune di Bordighera è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Arresti, sequestri ed un quadro della Riviera dei Fiori che nulla o poco ha a che fare con l’idea di un luogo di pace e di relax, come in tanti depliant turistici.

Qui la ‘ndrangheta c’è e fa grandi affari. C’è da anni, confusa tra mercati dei fiori, alberghi, porti e porticcioli.C’è ed è vestita bene e ben introdotta e con amicizie politiche, forse, anche molto importanti.

Eccolo il Nord, quello che si ostina a dichiarare che il problema è al Sud. Ma le mafie seguono il denaro e sono lì dove si possono fare affari. D’altra parte  Falcone diceva che bisognava seguire il flusso dei soldi per “incastrare “i boss. Ed è anche vero che si fanno affari solo se hai una controparte disposta a farli con te.

Ecco una breve fotografia della Riviera: membri della famiglia Pellegrino di Seminara (RC), accusati – tra le altre cose – di aver esercitato larvate minacce nei confronti di 2 assessori del Comune di Bordighera per indurli a cambiare il loro atteggiamento contrario all’apertura di una sala giochi di loro proprietà. Sempre secondo la tesi di questa Procura – ovviamente ancorata ad acquisizioni probatorie -nell’esercitare queste pressioni i membri della famiglia Pellegrino avrebbero ricordato ai due assessori (e al sindaco) che se erano stati eletti lo dovevano ai voti che loro erano stati in grado di assicurare. E comunque, a prescindere, è  un dato acquisito che i fratelli Pellegrino, operanti con una loro ditta nel settore strategico del movimento terra, hanno già riportato plurime condanne per reati che nulla hanno a che fare con attività imprenditoriali. In particolare: associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, illegale detenzione di armi, favoreggiamento di latitanti condannati per associazione di tipo mafioso (‘Ndrangheta).

Un incremento ,negli ultimi 2 anni, degli incendi ai danni di attività commerciali, soprattutto nel settore dell’intrattenimento-ristorazione (bar, pub, ristoranti, stabilimenti balneari) che – per quello che è stato possibile acquisire – vanno ricondotti a fenomeni estorsivi.

E poi gli arresti di  Ettore Castellana e Annunziato Roldi, accusati di aver tentato di estorcere all’imprenditore Piergiorgio Parodi un “pizzo” di un euro e mezzo per ogni tonnellata di rocce trasportate dalla cava di Carpenosa al costruendo porto turistico di Ventimiglia (l’equivalente di circa 6 – 7000 euro a settimana). Parodi , uno dei più noti imprenditori del ponente ligure (legato per ragioni di affari e di famiglia al noto imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone), mentre si recava con la sua auto presso la cava di Carpenosa è stato vittima di un vero e proprio agguato da parte dei due indagati che hanno sparato contro la sua auto numerosi colpi di fucile per indurlo a fermarsi e ad accogliere le loro pretese. Annunziato Roldi è stato più volte fermato, per controlli, dalle forze dell’ordine mentre era in compagnia di personaggi come  Domenico Carlino e Antonio Palamara,  esponenti del crimine organizzato calabrese.

Il ritrovamento, alla fine dello scorso anno,  di una casa “pulita” di Bordighera (nel senso di abitazione presa in affitto tramite terza persona) e l’arresto di 3 giovani appena giunti da Taurianova (RC) e trovati in possesso di una pistola con matricola cancellata che chiaramente appariva destinata ad essere usata contro qualcuno.

L’ultima  relazione della Commissione parlamentare antimafia dedica alla Liguria circa  28 pagine e delinea le presenze mafiose nella regione soprattutto quelle legate alla ‘ndrangheta: dagli Oppedisano. Gangemi, Belcastro, Zangra. Fotografa la Liguria come lo snodo per il traffico internazionale di stupefacenti  (provenienti da America Latina e Spagna) tra Nord e Sud Italia. Attività legate al traffico illegale di immigrati come l’operazione “Migrantes” della Procura di Palmi (RC).

Una terra che è lo sbocco a mare per circa 15 milioni di persone. Una terra dura, aspra ma ricca. E la sua conformazione geografica ed economica ha attirato ed attira le numerose e variegate realtà criminali. Qui la criminalità di stampo mafioso ha interesse a rendersi “invisibile”, per dedicarsi meglio agli affari. E qui il turn over dei magistrati della DDA e quindi il venir meno di “memorie storiche” non ha certo favorito l’efficacia dell’azione di contrasto.

Si notano inoltre molte affinità con il sistema messo in luce dall’operazione  “Crimine” nel senso che gli stessi assetti malavitosi accertati da quell’indagine con riferimento alla Lombardia appaiono esistenti anche in Liguria, nel rispetto di una nuova strategia della ‘Ndrangheta che prevede l’esistenza di strutture a livello locale dirette a dirimere i contrasti e a dividere gli affari tra le varie famiglie (che per la criminalità calabrese devono intendersi quelle fondate su legami di sangue).

Insomma un Nord non più isola felice ma soprattutto con l’evidenza che il “cancro” delle mafie non alberga solo nelle terre e tra la gente del Sud (quasi a volerlo esorcizzare e relegare solo in una parte) e che non esiste un DNA (come dice anche Lorenzo Diana coordinatore della Rete della Legalità) in grado di rifiutare, a priori, il malaffare. Pecunia non olet e tacita la coscienza.

(pubblicato su www.malitalia.it)

Mara Carfagna: dimissioni strategiche?

Mara Carfagna, la fedelissima. Mara Carfagna l’icona del berlusconismo. Mara Carfagna  soubrette trasformata in Ministro delle Pari Opportunità.
Ed ora cosa fa abbandona il suo Pigmalione? Lo critica? Dice apertamente che in Campania si sta consumando  “ un accordo criminale”? Ricorda quello che Gianfranco Miccichè ha detto alla fine di settembre quando ha lasciato il PDL, ma non il posto al governo, e ha fondato un nuovo partito parlando di trasparenza, di taglio con la  vecchia politica. Ma Miccichè è anche quello che difende strenuamente Marcello Dell’Utri ( condannato in appello a 7 anni) che nelle motivazioni di condanna viene descritto come l’anello di congiunzione tra Cosa Nostra e l’imprenditore Berlusconi.

C’è qualcosa che non quadra. E’ possibile che Miccichè, che è stato tra i fondatori di Forza Italia in Sicilia, amico fraterno di Dell’Utri sia ora contro di loro? E’ vero che questo è un paese dove tutto è possibile ancora e di più di quanto non succedesse nella Prima Repubblica. Quello che vediamo oggi in Parlamento equivale ai giochi di correnti e piccoli partiti di 20 anni fa. Fini ritira i suoi dal Governo ( e già questo basterebbe ad una crisi) ma nello stesso tempo continua a chiedere a Berlusconi di governare. Casini dice che siamo alla frutta ma poi è disponibile a sedersi al tavolo con Berlusconi. E la Lega aspetta solo di staccare la spina per le proprie necessità parziali e porzionali ad un’area precisa del Nord (infiltrata completamente dalla ‘ndrangheta per buona pace di Maroni che non si può inalberare solo quando si parla del suo territorio).

E allora viene in mente un’idea balzana. E se la mossa della Carfagna fosse concordata con il premier? Un’operazione di restyling che vede in prima linea due come Miccichè e la Carfagna, due fedelissimi di Berlusconi che gli voltano le spalle e che vogliono lavorare in un partito più pulito e trasparente! Un po’ difficile da crederci se pensiamo che sono loro due gli artefici delle vittorie in Sicilia e Campania. E’ ipotizzabile che Berlusconi li lasci andare così? E se invece è vero quello che è trapelato già a fine settembre e cioè che Berlusconi abbia dato mandato a Miccichè di aprire un nuovo fronte, un nuovo partito, dal volto se non pulito almeno distaccato dal PDL di oggi intrappolato tra escort, ragazzine, Verdini, la cricca, Bertolaso e la “monnezza”. Un partito che riesca a cooptare quelli già pronti a fuggire in Futuro e Libertà, quelli che si sentono schiacciati nel PDL. Un’operazione che permetterebbe di : creare un bilanciamento in Sicilia dove Lombardo sta erodendo spazio, bilanciare una forza territoriale come la lega e in ultimo ritrovarsi con un partito tutto suo senza i vari La Russa e Gasparri.

Un’operazione che ci starebbe tutta e che gli permetterebbe di andare alle elezioni anche con più tranquillità , quella di sapere che sarà sempre lui a comandare.

(Pubblicato su www.malitalia.it)

Malitalia vista da Berlino

Berlino accoglie Malitalia con un giorno di pioggia e di vento del Baltico. Una città dai colori e dalla temperatura quasi autunnale. Si va nella zona che una volta apparteneva alla Berlino Est, poco lontano passava il muro. Adesso ci vivono uomini e donne di tante culture diverse. Un quartiere colorato e fatto di luci di mille negozi. Qui la prima tappa di “Malitalia” in un teatro d’avanguardia, il Neukollner Opera. Italiani e tedeschi per la terza edizione della “Festa della Legalità” voluta fortemente da “Mafia nein danke”, associazione nata dopo i fatti di Duisburg e la cui presidente, Laura Garavini , oggi è deputata del nostro Parlamento e componente della Commissione Antimafia. Una donna determinata venuta in Germania per completare i suoi studi di sociologia e rimasta perché “è un paese che offre tante possibilità”. Un paese che ha visto arrivare, negli anni, tanti esponenti delle nostre mafie e dove gli italiani, di Berlino, che lavorano onestamente, dopo la strage di Ferragosto del 2007 hanno deciso di non stare a guardare. Hanno capito che girare la testa dall’altra parte sarebbe stata la loro fine. Berlino poteva trasformarsi in una San Luca o in Casal di Principe e allora, alle prime intimidazioni, alle prime macchine saltate per aria, insieme a Laura Garavini sono andati alla polizia. E alla Neukollner Opera c’era anche Bernd Finger, direttore della polizia criminale, che ha condiviso le scelte di “Mafia nein danke” e che parla delle presenze dei locali di ‘ndrangheta in Germania come a Singen. Parla delle infiltrazioni nel tessuto economico e finanziario.  Parla della necessità, come tanti suoi colleghi italiani, di squadre criminali comuni. Sa bene che ci sono problemi legislativi da superare e norme spesso non uguali in tutti paesi, come la confisca preventiva dei beni mafiosi. L’interesse per il fenomeno mafioso non è una semplice curiosità letteraria. La Germania e i tedeschi vogliono capire cosa li aspetta e cosa è arrivato già nel loro Paese. Vogliono che gli forniamo gli occhiali per vedere meglio. Sicuramente hanno sottovalutato il fenomeno come d’altra parte abbiamo fatto noi e quando domandano “perché non siete riusciti a domare la mafia?” vogliono capire se anche loro si troveranno in casa un “cancro” difficile da estirpare.

Ma l’emozione più grande per “Malitalia” è stata entrare nel Liceo Europeo di Berlino. Qui “Mafia nein danke” ha deciso di presentare il nostro libro all’interno del Festival Internazionale della Letteratura. In questa aula lo scorso anno i ragazzi hanno incontrato il giudice Raffaele Cantone e tre anni fa hanno piantato l’albero della legalità. 100 ragazzi che aspettano da te risposte precise:” Cosa è la mafia una struttura criminale o un sistema sociale, una mentalità?”. Una domanda che ne vale mille perché in 5 minuti devi cercare di spiegare che è tutto insieme: che c’è la parte sociale, il residuo di un feudalesimo mentale che ancora impera in Italia, c’è la struttura criminale che ha trasformato un’organizzazione arcaica in una moderna holding del malaffare con ramificazioni mondiali. Mortale, ricca ma anche con il vestito buono, capace di mimetizzarsi nella società civile. Così fluida da entrare nei gangli vitali  della vita di ogni giorno, da nascondersi dietro il volto di un noto professionista o di un politico in carriera……

“Perché Dell’Utri è ancora in Senato?”. Secca e penetrante come un colpo di fucile. Niente peli sulla lingua per i giovani dell’Einstein e soprattutto niente peli sulla lingua per Giulio che vive a Berlino ma che ha i parenti in Campania e che legge, in apertura, una lettera per Angelo Vassallo nella quale dice “ dobbiamo alzare la voce. Non dobbiamo perdere la speranza e la volontà di essere privi di mafia”. Gli fa eco Luciano, un ragazzo di origini siciliane, che dice che la mafia si può battere che si può fare. E cita Falcone e Borsellino che non si sono mai arresi, non si sono arresi fino alla morte.

I ragazzi vogliono capire perché la mafia è così potente? Perché non ci si può ribellare? La migliore risposta alle loro domande arriva proprio da una voce ,in mezzo alla classe “Sono Alessia e vivo in Calabria. Non è possibile ribellarsi perché quando ti danno il lavoro, ti fanno mangiare non c’è nessuno disposto a tradirli e cambiare vita. E i giovani pensano che quella sia la vita vera anche perché a casa i genitori non propongono un’alternativa. Io a scuola,lì, non posso parlare di queste cose, sono sola”.

Alessia parla con voce decisa. Urla la disperazione di tanti giovani della Calabria che, muti, vedono la loro terra divorata dalla ‘ndrangheta. Alessia, come dice ai suoi compagni, è stata fortunata . I suoi genitori  hanno voluto darle la possibilità di farle conoscere un altro mondo. Le hanno dato l’opportunità di capire e quindi di scegliere. Ma lei sa che gli altri suoi coetanei calabresi spesso non hanno questa possibilità. Lei adesso è a Berlino ma già pensa a quando tornerà nella sua cittadina sul mare Jonio.

In viaggio con “Malitalia”

“E’ la prima volta che possiamo parlare liberamente di questa cosa, della ‘ndrangheta”. Così con poche e semplici parole alcuni ragazzi di un liceo della Calabria delle Serre inizia un colloquio fitto e serrato. Fatto di domande, di curiosità, di accuse ma anche di “confessioni”. Il proprio vicino di casa,“che è un boss ne sono sicuro”, e la sua statua di Padre Pio fatta perché tutti si fermino e si facciano il segno della croce. Il figlio del boss, compagno di studi, con cui dividere l’abituale rito del passeggio pomeridiano. Con una ragazza che angosciata dice “ ma io cosa posso fare? Non voglio passeggiare con lui….ma non ho il coraggio di fare niente. Rimango qui come se nulla fosse”. L’atto di accusa più forte è per i loro genitori “A casa se chiedo a mio padre di spiegarmi lui dice che non c’è niente da spiegare”. Si sentono esclusi. Loro vorrebbero ribellarsi ma sono frenati dalle loro stesse famiglie oramai abituate a “convivere” con i boss, i capibastone.

Una realtà, la loro, che parla già attraverso i luoghi, le case, le strade. Un costruttore una volta  disse “ quando arrivi in un territorio guarda le case, come sono costruite, cosa hanno intorno. Sono la fotografia economica e sociale della gente che lo vive”. Basta entrare in alcuni paesi calabresi e vedere gli scheletri delle case, l’abusivismo dilagante, i teli di plastica alle finestre. Sono l’istantanea di una regione ferita nel suo profondo, nella dignità e nel fisico. Anche la difficoltà nei collegamenti sembra quasi volerla isolare, escludere.

Una situazione che non è solo calabrese anche se in questa regione “senti” la difficoltà anche solo a  parlare di ‘ndrangheta. Una paura fisica. Una paura atavica. Una paura fatta a immagine della propria vita.

Ma anche i ragazzi siciliani, soprattutto quelli della parte occidentale quella della mafia “dura e pura”, hanno sempre timore a parlare, ad esporsi. Ad un convegno all’Università d Trapani su “donne e mafia” solo qualche studente, nessuna domanda. Un silenzio irreale e poi qualcuno ti sussurra che chi  non ha partecipato lo ha fatto  “perché è di una famiglia mafiosa” e il silenzio sembra quasi una forma di rispetto nei confronti del boss locale.

Ma anche Ostia, sul litorale romano, ha le sue paure, le sue reticenze che cadono quando soprattutto i ragazzi “sentono” che non li tradirai e così si aprono e ti fanno conoscere la presenza mafiosa sul litorale laziale. Le macchine bruciate. I genitori che non sanno che fare, come proteggere i figli e poi magari rinunciano alla piccola impresa, costata fatica e sacrifici, per non rischiare qualcosa di peggio.

E le stesse paure e timori si trovano a Monselice, in provincia di Padova, dove ti ascoltano, ti scrutano e poi piano piano il fiume in piena del racconto, delle storie  anche di chi è dovuto fuggire dal Sud e con le nostre parole si sente riportato all’inferno.

Un filo conduttore  unisce il viaggio di Malitalia da Casal di Principe, a Reggio Calabria, a Trapani, a Castglione della Pescaia, spiaggia Toscana frequentata da chi si sente “fuori” dal crimine. E come è bello vedere la terrazza sul mare riempirsi di giovani e anziani. Ed è bello vedere spuntare dietro la siepe le teste di chi vuole ascoltare magari senza farsi vedere…..Perchè il filo conduttore è la voglia di conoscere, di capire cosa sta succedendo. Perché tutti sanno che le mafie hanno cambiato pelle e si trovano tra noi nella vita di tutti i giorni: sono commercialisti,medici, ingegneri, bancari…..

Ma oltre la conoscenza l’altro filo rosso che unisce l’Italia del Friuli a quella della Sicilia è, con una frase di Corrado Alvaro, “l’inutilità di essere onesti”. Drammatica, profonda sensazione che governa il pubblico che ascolta le storie di Malitalia, che ci ha accompagnato a Termoli. Terracina, Alcamo o Forlì. Una sensazione tanto forte che spesso viene gridata, le facce si alterano per la commozione. E’ come vedere la loro anima accartocciarsi, spegnersi. Loro, le tante persone che abbiamo incontrato, vogliono ascoltare ed essere ascoltate. Sentirsi parte di un progetto. Non sentirsi soli a combattere il mulino dell’illegalità e della collusione. Non vogliono sentirsi diversi o “fessi” perché scelgono la via dell’onestà.

Vogliono poter parlare e non essere solo partecipi di una serata in cui qualcun altro è l’attore.

Ogni incontro ti regala una storia: amara o dolce non ha importanza. E’ un pezzo di quella Italia che non si arrende, che lotta anche contro le evidenze e che piano piano sta prendendo coraggio, forse quello della disperazione, ma sempre coraggio è.

E così uno scrittore, con un passato da bancario, racconta quando, direttore di una filiale di una cittadina ligure, viene portato a Napoli, nella casa di un boss, per un consiglio finanziario. Un segreto seppellito dentro di sé per quasi 20 anni. O il papà di un nostro collaboratore che vive adesso a Terracina, ma che viene dalla zona del casertano e che ha vissuto sulla sua pelle l’estorsione, l’intimidazione, la prevaricazione. Un mondo che aveva voluto dimenticare e che suo figlio ha riportato a galla. Ma adesso si sente dalla parte dei buoni, non si sente più solo.

O la storia di una giovane attrice richiamata nella sua terra, dopo l’omicidio di Francesco Fortugno  a Locri, per preparare uno spettacolo da portare a Duisburg. Le trema la voce quando dice “ sono rimasta senza parole quando, in Germania, siamo stati ospitati in un albergo degli Strangio Pelle, quelli della faida, e la sera della prima erano lì tra le autorità a battere le mani”.

Un racconto che ha aspettato tre anni prima di uscire fuori. Lo ha raccontato la sera del 15 agosto proprio in terra di Calabria. Per dire che si può parlare. Che la parola, come diceva Ennio Flaiano, “convince, la parola placa”.

6 covi nella Platì sotterranea

Sono le 3,30 della mattina del 10 giugno, nel silenzio della notte scatta l’operazione congiunta della Dia di Torino, del Reparto Operativo Nucleo Investigativo Carabinieri Torino e del Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Locri. 100 uomini per un’operazione che coinvolge Calabria, Piemonte, Lazio e Lombardia. Tra questi 100 ci sono 15 uomini dello “Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria”. Uomini che prima hanno combattuto i sequestri e poi si sono messi alla caccia dei latitanti di ‘ndrangheta che vivono tra l’Aspromonte e la Locride. Uomini che hanno fatto della ricerca dei bunker  una “missione”. Loro riconoscono i segni di un nascondiglio da un intonaco, dal tipo di cemento usato, da come sono stati usati i mattoni.

E sono stati loro ad entrare nelle case di Trimboli, Marando, Perre e a trovare 6 bunker  tutti nella zona di Platì, una delle città del triangolo d’oro della ‘ndrangheta insieme a San Luca e Africo. Una città che ne nasconde un’altra sotterranea, venuta alla luce già nel 2001 con l’operazione “Marines”.

E  toccando intonaci, guardando muri hanno scoperto in contrada Lacchi, nell’agro di Platì, un bunker di circa 80 metri quadrati ( con una stanza adibita ad essiccatoio di marjiuna) di proprietà di Domenico Trimboli. Oppure quello  appartenente a Pasquale Pangallo  con all’interno  un cunicolo sotterraneo che si poteva percorrere solo carponi e che aveva due vie di fuga, una delle quali nella fogna comunale tramite un altro cunicolo coperto da un blocco di cemento scorrevole su rotaie metalliche.

Ma per nascondere un ingresso è buona anche anche una rastrelliera per i vini . A loro, alla loro conoscenza del territorio non sono sfuggiti nemmeno i bunker murati tanto che ci sono voluti picconi per squarciare il cemento e trovare l’abitazione alternativa del “boss”.

I bunker possiamo dire che sono la loro ossessione , che siano tra gli aranceti o in un città come Platì. Quando ho parlato con loro mi hanno detto “Il mafioso che scappa sa che lo stiamo cercando. E’ un uomo ricco, che ha coperture, che potrebbe scappare all’estero……ma il latitante deve vivere nel suo paese e sa che noi lì lo cercheremo”.

Un lavoro, il loro, lungo faticoso e oscuro in una terra che spesso li considera “infiltrati”, quasi che fossero loro il nemico da battere.

Vivere con la mafia

La Germania e l’Italia in guerra. Una guerra che le foto di Alberto Giuliani immortalano nelle scene di omicidi, fucili, arresti… Vittime e carnefici in questo paese dilaniato dal crimine. [Sfoglia e ascolta Malacarne]

Immagini forti che accompagnano gli scritti di giornalisti, magistrati, politici e scrittori da sempre impegnati nella lotta alla mafia, come Roberto Saviano, Nicola Gratteri, Rita Borsellino, Francesco La Licata, Antonio Nicaso. Tutto questo accompagnato da 2 cd musicali che raccontano quanto sia bello e quanto onore si abbia ad essere mafioso. L’editore, tedesco, nella nota di presentazione dice “I 2 cd di musica tradizionale, dal Sud dell’Italia, aiutano a capire il retroterra culturale dell’area e danno un contributo significativo al libro”.

Forse bisognerebbe spiegare all’editore che quei canti non sono il retroterra culturale del nostro Sud. Se avesse voluto fare quello bastava prendere dei pezzi di Rosa Balestrieri o le canzoni scritte da Totò o ancora Eduardo De Filippo. Si genera, in questo modo, una confusione generale con cui tutti gli italiani che vivono al Sud sono stati identificati in quelle canzoni.

Gli scrittori, politici, magistrati, giornalisti che hanno partecipato si sono dissociati dall’editore dichiarando di non essere a conoscenza della distribuzione con i 2 cd.
Rimane il fatto che in Germania, per la modica somma di 30 euro, circola un libro che identifica il retroterra culturale del nostro Sud con canti di ‘ndrangheta e camorra!

Puoi ascoltare l’audio dei cd e sfogliare il libro Malacarne sul sito dell’editore.

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
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    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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