Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Teatrozeta e la voglia di rinascere

L’Aquila è anche questo: teatro e cultura. Da sempre direi. Da quando oltre 40 anni fa il Teatro Stabile portava in scena Ronconi, Proietti. Quando tutte le grandi compagnie calcavano quelle tavole. Ora il teatro non c’è più, ingoiato nella buia notte del 6 aprile del 2009. Ma la voglia di recitare, di amare la cultura e di farla crescere quella no  non è stata ingoiata.

Manuele Morgese, attore di grande esperienza, ha così voluto fortemente la rinascita di Teatrozeta, che avrà trecento posti a sedere e circa 100 mq di palco. E tutto questo nella periferia che sta diventando città ( al posto di quella antica che non c’è più). A Monticchio a circa 15 chilometri dalla città. In una frazione che una volta era solo per gli operai della zona e per qualche famiglia contadina.

Il progetto è stato finanziato da ARCUS Spa ( società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo),da Banca Etica da aziende private ed è riuscita a far sedere allo stesso tavolo anche istituzioniin alti casi lontane.

E tra la commozione di artisti come Riccardo Raim che ha raccontato di come molti abbiano scoperto la bellezza di L’Aquila solo dopo il terremoto o della vice direttrice del Goethe Institute che ha voluto ricordare quanto siano forti i legami tra la Germania e questa parte di Abruzzo, nell’aria frizzante della montagna aquilana, si inaugura questo frutto dell’amore per il teatro, per la parola e soprattutto per la città e i suoi abitanti.

Vivere a L’Aquila

L a città delle aquile ( fino agli 70 ce ne erano due in gabbia proprio all’ingresso della città), quella che nel suo stemma riporta la frase “Immota manet” sembra proprio “immota” dal 6 aprile del 2009.

Il centro storico, la famosa zona rossa, è inaccessibile (come per i CIE in Basilicata, Sicilia, Campania…e altrove). Nelle altre zone le macerie sono ancora lì. Vedi palazzi puntellati, reti metalliche che isolano, le foto dei morti, fiori a ricordare chi è morto.

Il centro è una ferita aperta dove ancora non inizia la cicatrizzazione e chissà se mai si rimarginerà. Lì Via Sassa dove c’era il Conservatorio e poi il Corso dove si passeggiava la sera e ancora Via Paganica, il Convitto, la sede dell’Università e là dietro c’era la mensa quando io ho iniziato a studiare Medicina….e poi il nostro bar, il Teatro…Quante cose ricordi, amici, i nostri sogni, il lavoro e molti che non vedrò più.

Tra quelli che ci sono vi racconto la storia emblematica di una mia amica, di quelle storiche ,ci conosciamo da oltre 25 anni.

Sola, separata con due figli e un lavoro a contratto presso un Caf per gli agricoltori. Il 6 aprile del 2009 la sua casa crolla. E crolla tutto il suo mondo. Si adatta a vivere in una roulotte. Riprende a lavorare, piano piano. Decide di fare un mutuo e comprare una casetta di legno da sistemare su un terreno del padre un po’ fuori dalla città. Soldi da cacciare ma almeno un tetto decente per i suoi figli. Ci entra la vigilia di Natale. Una festa. Intanto il lavoro, anche se con difficoltà, va avanti. Ma l’economia di L’Aquila e del suo circondario langue, le aziende chiudono. Poche quelle che vengono ad investire. L’agricoltura è allo sbando e  anche il CAF ha i suoi problemi. Lo stipendio di novembre non arriva e neanche la tredicesima. Il Natale 2010 è triste con la consapevolezza del mutuo da pagare e dei figli da crescere.

Da marzo non viene più pagata e la proposta è lo scivolo per l’uscita anticipata ( visto che ha già 31 anni di lavoro alle spalle e le mancano solo 4 per la contribuzione pensionistica). Ventimila euro e via senza lavoro ad un’età in cui non ti prende più nessuno. Si adatterà a fare qualsiasi cosa per sopravvivere. Pronta a rinunciare a tutto, forse anche a se stessa.

Questa è una delle tante storie che L’Aquila vive ogni giorno. Il “miracolo” non esiste e non è mai esistito. Una città sventrata, spezzata. Cittadini dislocati altrove, niente imprenditoria, nessun aiuto e le famiglie iniziano a morire.

(pubblicato anche su www.malitalia.it)

Ecco perché le cose non cambiano

(Tratto da Calabria Ora – 24 febbraio 2010)

Avezzano, terremoto del 1915

Avezzano, terremoto del 1915 (Patrizia Ferri)

«Nel terremoto morivano ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza». Che però durava solo per poco perché: «Passata la paura la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie, e la ricostruzione edilizia per opera dello stato, a causa di brogli, frodi, furti, camorre, truffe, malversazioni d’ogni specie, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale».

Questo scriveva Ignazio Silone, nel 1965, in “Uscita di sicurezza” in cui raccontava il terremoto della Marsica del 1915. Cioè 100 anni fa. Ma con quelle parole si potrebbe iniziare qualsiasi editoriale di oggi.

Perché quello che sgomenta di più le persone non è la catastrofe ma il dopo. Considerando che a Messina e ad Avezzano ci sono ancora le baracche del terremoto di 100 anni fa e che il paese frana ogni giorno ad ogni pioggia più insistente e abbiamo una Protezione civile che non è più quello per cui era nata (almeno quella che aveva ideato Zamberletti) ma che è diventata il centro di smistamento di appalti per grandi opere, grandi eventi e qualche reale emergenza.

Senza voler condannare nessuno per via mediatica, come qualcuno ha detto nei giorni scorsi, rimane comunque la domanda di come sia possibile che una persona che gestisce la protezione civile per 15 anni, uomo apprezzato da ogni parte politica, si sia “lasciato sfuggire qualcosa”.
Come diceva Eugenio Scalfari, sere fa a “Ballarò”, un direttore di giornale risponde di ogni riga di un suo giornalista e perché a lui, che incarna in sé la figura di controllore e di controllato, può essere sfuggito qualcosa? E perché non ne deve rispondere? Forse perché questo paese è tornato ai tempi di Silone che scriveva «prima c’è Dio, poi ci sono i Torlonia, poi le guardie dei Torlonia, poi i cani dei Torlonia, poi il nulla, poi il nulla, poi i cafoni».

La cosa che, da cittadina, vorrei chiedere è perché dopo 15 anni una frana è sempre un’emergenza come se il Paese non fosse stato monitorato in questi anni. Anche l’alluvione del Tevere è stata una cosa che ha lasciato senza parole. È inutile dire che si sono gestiti bene i funerali del Papa (in concorso con il Comune di Roma) se poi le mappature dei rischi idrologici e sismologici non aiutano a nulla.

È vero si è costruito indistintamente ma forse la Protezione doveva e poteva intervenire. Le lacrime di coccodrillo, di Bertolaso, Lombardo, Loiero ed altri non servono ai cittadini che qualche colpa ce l’hanno anche loro. Forse la Protezione civile è andata in tilt perché voleva gestire troppe cose e chi troppo vuole…
Fortuna che non è diventata una Spa perché nel Paese tutto si sarebbe trasformato in emergenza. Dalla preparazione dell’America’s Cup (primo esempio di gestione di eventi da parte della Protezione civile “stroncato” da arresti che hanno portato alla luce spartizione di appalti, forniture fittizie in questi giorni di pioggia a Trapani si sono intasate le fogne realizzate proprio per il grande evento.

E soprattutto ce ne sono tracce nelle relazioni della Commissione antimafia del periodo, quindi qualcuno qualcosa l’aveva già vista) fino alla preparazione per il 150esimo dell’Unità d’Italia, attraverso L’Aquila, Giampilieri, Viareggio…

Forse da vero uomo delle istituzioni invece di rinunciare, in segno di rispetto e pudore, ad un premio che l’Abruzzo gli aveva concesso per il suo contributo, e volare in Calabria a decidere quanti soldi stanziare e in quanto tempo ricostruire avvicinando le persone come, forse, solo Gesù (e il grande Silvio) avevano fatto, forse, per pudore dovrebbe lasciare i suoi incarichi e far sì che la magistratura faccia il suo corso.
Ricordando che quella magistratura che oggi tanto si insulta è la stessa
a cui si inneggia quando si prendono i latitanti. Poche idee ma confuse come diceva Flaiano.

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
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    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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