Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Snam: profitto versus salute e ambiente

Posted on | Il mio diario | luglio 29, 2012

In questi giorni la situazione di Taranto e dell’ILVA è sotto gli occhi di tutti.Il più grande impianto siderurgico d’Europa e tra i più importanti al mondo è al centro di una discussione che mette insieme gli aspetti legati alla salute e quelli legati al lavoro. L’industria ha per decenni inquinato, con i suoi fumi e suoi scarichi, l’ambiente della città Ha provocato morti, malattie. Un disastro. E adesso proprio perché ha prodotto tutto questo alcuni reparti sono sotto sequestro. E ciò ha provocato un altro disastro. Quello lavorativo. Lo sviluppo di un territorio, di un’area passa attraverso anche lo studio, in prospettiva, di quello che potrà succedere dopo 10, 20 anni. Certamente l’ILVA è stata costruita nel 1961 e allora l’aspetto essenziale era creare posti di lavoro al sud, rilanciare quell’area, ridurre il divario con il nord. E oggi a 40 anni cosa ci rimane di tutto questo e cosa ci ha insegnato? Cosa è cambiato nella progettazione dei grandi impianti o delle opere che dovrebbero unire e cambiare il Paese?
Vediamo cosa succede con il progetto SNAM per l’infrastruttura energetica denominata “Rete Adriatica”, concernente la realizzazione del mega gasdotto Brindisi-Minerbio di 687 Km. e centrale di compressione e spinta a Sulmona. Il gasdotto correrebbe lungo tutto il crinale dell’Appennino centrale interferendo con il Progetto A.P.E. (Appennino Parco d’Europa) uno dei più importanti progetti a livello europeo per la conservazione della biodiversità e per la promozione di politiche di sviluppo ecosostenibili.Il tracciato del metanodotto, che inizialmente era previsto lungo la fascia adriatica, è stato poi spostato nell’interno fino a sovrapporsi esattamente alle località già tragicamente colpite dal terremoto del 6 aprile 2009, le stesse del cratere sismico di l’Aquila e Provincia, nonché alle località del sisma che ha colpito l’Umbria e le Marche nel 1997.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire quale è la situazione relativa al settore. Attualmente, il fabbisogno di gas in Italia è di circa 85 miliardi di metri cubi l’anno (nel 2010 il consumo è stato di 82,8), mentre le infrastrutture di trasporto esistenti hanno una capacità ben superiore: 107 miliardi annui. Si stima che nel 2020 il fabbisogno potrà essere di 110 miliardi, ma se alle infrastrutture esistenti sommiamo i gasdotti ed i rigassificatori in progetto, si arriverà, in tale data, ad una disponibilità di gas di almeno 230 miliardi di metri cubi l’anno e cioè più del doppio del consumo italiano previsto.
Ora il progetto dovrà servire a rafforzare il ruolo di hub (cioè di rivendita del gas a paesi terzi, in particolare del centro Europa). L’obiettivo è strettamente commerciale e i territori attraversati saranno gravati solo da una pesante ed enorme servitù. Ma per diventare una vera hub del gas in Europa, è necessario potenziare le capacità di trasporto lungo le dorsali: ecco a cosa serve il grande gasdotto Brindisi – Minerbio.

Quindi di grande importanza economica per la società.Ma per i territori e cittadini? Tutte le aree interessate sono in agitazione e si sono ribellate. Si sono rivolte anche al Parlamento, soprattutto dopo il terremoto dell’Emilia, e il Ministro Clini si è dimostrato disponibile ad una profonda riflessione sul problema delle infrastrutture energetiche in aree sismiche. I dubbi le perplessità sono ancora più forti a Sulmona dove si vuole costruire una centrale di compressione e spinta. I Comitati cittadini hanno inviato il 23 luglio scorso le proprie osservazioni al Ministero dello Sviluppo Economico -Dipartimento per l’Energia, a Ministro dello Sviluppo Economico e Direzione Generale per la Sicurezza dell’approvvigionamento e le infrastrutture energetiche. Nel documento si legge: “La realizzazione della centrale di compressione e delle quattro linee di collegamento comporterebbe un notevole danno all’ambiente e all’economia locale ed esporrebbe i cittadini a rischi molto elevati, sia per quanto riguarda la salute che la sicurezza pubblica.L’opera occuperebbe una superficie di ben 12 ettari di terreno agricolo in località Case Pente, nei pressi del cimitero di Sulmona e, sia la centrale che le infrastrutture ad essa collegate, andrebbero a deturpare in maniera irreversibile un’area che presenta un contesto paesaggistico di pregio ed è di grande interesse storico ed archeologico.Per di più tale opera sorgerebbe in una delle porte di accesso al Parco nazionale della Majella, interferendo con siti e zone speciali di conservazione facenti parte della rete europea Natura 2000……… La centrale di compressione, così come il tracciato del metanodotto, insistono infatti su una zona sismica di 1° grado. Il sito scelto per la centrale è nei pressi della faglia attiva del Monte Morrone ed i sismologi pongono l’attenzione, oltre che sulla particolare origine geologica della Conca Peligna (con depositi alluvionali come la piana dell’Aquila) che, in caso di terremoto, amplifica notevolmente gli effetti dell’onda sismica a causa del fenomeno dell’accelerazione, anche sulla faglia stessa, “dormiente” da oltre 1900 anni……… i medici, i veterinari, i biologi e altri operatori del comparto sanitario, con un documento sottoscritto da oltre 200 professionisti della Valle Peligna, hanno da tempo lanciato l’allarme circa i danni che impianti con emissioni nocive provocherebbero alla salute dei cittadini e all’ambiente. Ciò in relazione alla specifica conformazione orografica della Conca Peligna, che è circondata da rilievi alti anche 2000 metri ed è caratterizzata da particolari condizioni meteo-climatiche con scarsa ventilazione e scarsa piovosità, aggravate dal fenomeno dell’inversione termica. Queste specifiche condizioni, presenti da noi in modo molto evidente, fanno sì che, anche in presenza delle migliori tecnologie, le sostanze inquinanti emesse dalla centrale (ossidi di azoto, monossido di carbonio, nanoparticelle derivanti dai processi di combustione) ristagnino nell’aria, costituendo così un grave fattore di rischio sanitario, con ripercussioni pesanti sulla salute umana e degli altri esseri viventi e con ricadute molto negative sulla catena alimentare”

C’è di che pensare ed infatti il Consiglio regionale delle Marche in data 17 luglio ha votato una risoluzione che impegna la Giunta Regionale a battersi perché ci siano progetti alternativi. Insomma ancora ci si può ripensare o comunque rispondere alle richieste e le domande che vengono dal territorio. Il Ministro Barca ha spesso ripetuto, negli ultimi tempi, che un progetto deve essere valutato non solo per i soldi investiti ma soprattutto per il miglioramento della vita dei cittadini che abitano il territorio interessato, in rapporto alla quantità e qualità del lavoro, alla salute, agli anziani, ai giovani, ai bambini.

Il progetto SNAM risponde a questo risultato atteso? E nei 687 km di percorso cosa lascerà effettivamente? O servirà solo ad aumentare gli utili dell’azienda?

(pubblicato su www.malitalia.it e malitalia.globalist.it)

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