Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Cosa si nasconde dietro lo scandalo multopoli al Comune di Roma: le carte

Posted on | Notizie dall'Italia | febbraio 22, 2019

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Un’amministrazione che ogni giorno ha uno dei suoi uffici indagato per corruzione, ha problemi nella gestione delle risorse umane e nella gestione della cosa pubblica.
In una recente intervista Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, parlando di anticorruzione e amministrazioni pubbliche, ha detto: “la rotazione è uno strumento indispensabile per impedire che si formino pericolose incrostazioni di potere. Inoltre può iniettare forze fresche ed entusiasmo nella macchina amministrativa, perché svolgere la stessa mansione troppo a lungo può diventare demotivante. Mettiamo che in un Ufficio cruciale, come quello che si occupa di licenze edilizie, c’è sempre la stessa persona da vent’anni: per carità, magari è integerrima, ma non sarebbe comunque più salutare un avvicendamento periodico per non correre rischi? Non sarebbe meglio evitare di creare la figura del “detentore unico” di certe competenze? “

Ecco partiamo da qui: la creazione del “detentore unico”. Prendiamo ad esempio ciò che sta accadendo all’interno dell’amministrazione romana, come esempio di un malessere, diciamo così, che attraversa la pubblica amministrazione.

Il 28 gennaio scorso scatta un’operazione della Procura di Roma che vede 197 indagati per un giro di multe cancellate. Il periodo preso in considerazione dalla Procura, ed esaminato dagli uomini della Guardia di Finanza del nucleo di polizia economico finanziaria di Roma, va dal 2012 al 2014.

Non si parla di corruzione ma di una gestione con molte anomalie, denunciate da una dipendente comunale ( le cui traversie per essersi opposta ad un sistema di silenzi merita un capitolo a parte).

Dal 2008 al 2014, secondo quanto emerso dagli accertamenti, sono state circa 14mila le posizioni cancellate per un totale di circa 16 milioni di euro. Nel procedimento circa 15 milioni non sono inseriti perché prescritti ma ora si proseguirà con gli accertamenti presso la Corte dei Conti, per la quale vige un diverso regime di prescrizione.

Un danno per l’Amministrazione a cui si aggiunge l’ultimo caso del 14 febbraio per le multe illegittime che tendenzialmente arrecherebbero un aggravio, al Comune, per due milioni di euro. Cinque i dipendenti indagati.

Quello che salta a gli occhi, e cha fa riferimento al “detentore unico” di cui parla Cantone, è che nelle due indagini ritroviamo alcuni nomi ricorrenti. Uno fra tutti quello di Pasquale Libero Pelusi, che nell’indagine “multopoli 2”, è accusato con Patrizia Del Vecchio di aver causato un danno erariale di 700 mila euro per il Comune di Roma.

I protagonisti della vicenda
La figura di Pelusi è la protagonista della vicenda che ha visto coinvolta la dipendente comunale, Emma Coli, dalla cui denuncia è partita l’indagine cha ha portato ai 197 indagati per le multe cancellate.

Pelusi, che arriva al comune di Roma per mobilità nel 2002 dal comune di Pomezia, rimane per 10 anni, dal 2005 al 2015, a gestire un’attività strategica per il Comune, cioè la riscossione dei proventi della contravvenzioni. Assegnato al Dipartimento allora denominato Politiche delle Entrate, ricopre gli incarichi, nel tempo, di dirigente della Unione Operativa Contravvenzioni, di direttore della Direzione per la Gestione dei Procedimenti connessi alle Sanzioni Amministrative e da ultimo di Direttore del Dipartimento Risorse Economiche, passando dalla fascia stipendiale dei dirigenti più bassa a quella più alta.

Il potere di Pelusi
Nel ricorso per mobbing, presentato dalla Coli, assegnata alla Unione operativa diretta da Pelusi nel 2011, emerge quanto la posizione dominante del dirigente comunale abbia preso corpo e si sia consolidata nel tempo. In questa posizione, di fronte alle ripetute prese di posizione della dipendente che scriveva “l’organizzazione sembrava studiata per rendere difficile la esazione della contravvenzione, con il rischio che, per una qualsiasi ragione che inceppasse il funzionamento della macchina burocratica, si andasse a cadere nella prescrizione quinquennale” che evidenziavano quanto gli ingranaggi comunali celassero meccanismi non trasparenti nella gestione amministrativa, le rendeva la vita impossibile con richiami e spostamenti di ufficio.

Basta un clic per annullare le multe
Nel 2015, Emma Coli invia una relazione all’allora Segretario Generale del Comune, Serafina Buarnè che con l’Assessore Alfonso Sabella, che dichiara “basta un clic per annullare le multe”, promuove un’azione che porterà la Procura di Roma ad un’inchiesta con cinque dirigenti comunali che rispondono di falso, abuso d’ufficio e truffa. Centinaia di migliaia le infrazioni al divieto di ingresso nella Ztl. Possiamo definire questo l’esempio di un sistema che “gestisce” l’Amministrazione? E che facendosi “braccio” della politica ne può amplificare l’azione ma qualora la stessa lo osteggiasse può deciderne la fine?
Un concetto di familismo amorale, concetto di Edward Banfield spesso utilizzato per definire i sistemi mafiosi, che è basato su omertà, connivenza e rapporti familiari stretti che se si innescano sul posto di lavoro possono essere esplosivi.

I rapporti parentali
Facciamo un esempio: nel caso di “multopoli 2” per le multe illegittime, la dirigente Patrizia Del Vecchio è anche moglie di Gianmario Nardi ora direttore del Dipartimento Mobilità e traffico.
E questo non è un caso isolato! La fitta rete di rapporti parentali della macchina del Campidoglio, circa 24.000 dipendenti, potrebbe toccare quasi il 20% del totale creando così una fitta rete familistica pronta a rispondere a qualsiasi situazione interna o esterna (ndr: i piani triennali anticorruzione prevedono che nelle dichiarazioni sui potenziali conflitti di interesse dei dirigenti e funzionari impiegati nelle aree a rischio siano espressamente indicate le relazioni parentali e di affinità nonché la collocazione lavorativa dei parenti e degli affini e obbligano le amministrazioni a mettere in campo le azioni necessarie per impedire l’istaurarsi di conflitti di interesse).

Un quadro che ritroviamo in molte amministrazioni locali e non solo del sud. Ma questo familismo amorale, che per Banfield era delle società arretrate, non rischia di essere la vera zavorra per il cambiamento di una società? Fa così paura questa radicata interna che nessuno ha il coraggio di incidere con per esempio l’applicazione della rotazione dei dirigenti e chi lo fa paga in prima persona?
(pubblicato su Tiscalinews il 16 febbraio 2019)

Roma (s)travolta da una montagna di rifiuti

Posted on | Notizie dall'Italia | febbraio 10, 2019

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Il rifiuto della Giunta Raggi di approvare il bilancio della partecipata AMA, che ha in carico il servizio di raccolta rifiuti della città, potrebbe innescare un effetto domino nella gestione della Capitale d’Italia.

Wolfgang Goethe scriveva che “a Roma si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo tali, che superano l’una e l’altro, la nostra immaginazione”. Sfacelo quello che potrebbe abbattersi su AMA, dopo la decisione della giunta capitolina di non approvare il bilancio della partecipata. Ma cosa sta succedendo? E come si è arrivati a questo? Proviamo a mettere insieme alcuni punti del doloroso rapporto tra l’Amministrazione e l’azienda della raccolta rifiuti.

Ama vanta 18 milioni di crediti nei confronti del Comune di Roma per servizi cimiteriali, svolti dal 2013 al 2016. Ma Roma Capitale, nel 2018, si rifiuta di riconoscere il credito perché ritiene che l’attività svolta sia stata carente e non sia stata adeguatamente documentata.

Il Dipartimento Ambiente Direzione Rifiuti, Inquinamenti e Risanamenti (ndr: diretto da agosto 2015 a maggio 2018 da un ex vigile poi divenuto dirigente del Comune di Roma, Pasquale Libero Pelusi, indagato dalla Procura di Roma per “multopoli” insieme ad altre 196 persone), nel periodo 2013-2017 non avrebbe, però, fatto nessun rilievo circa l’espletamento dei servizi cimiteriali da parte di Ama. Anzi, secondo alcune fonti, esiste una determina, del dipartimento Ambiente del novembre 2017, con cui si accerta e regolarizzano quei 18 milioni come maggiore incasso da parte dell’azienda Ama, rispetto al tetto dei 10 milioni previsto, per queste opere dal contratto che all’epoca era attivo.

In tutto questo si inserisce la delibera 259 del 31 dicembre 2018 con cui la Giunta capitolina prolunga il contratto di servizio della partecipata sino al 31 marzo 2019 e nella relativa relazione sullo stato delle aziende, di cui il comune è socio, si parla di una razionalizzazione del servizio entro il 31 maggio 2021.

Tenendo conto di questi fatti si ci chiede: se Roma Capitale riconoscesse il credito di Ama, si troverebbe un debito fuori bilancio che dovrebbe essere sottoposto al vaglio della Corte dei Conti? E tutte le eventuali responsabilità di tipo economico-contabili su chi ricadrebbero? A pensare male si fa peccato, come diceva Giulio Andreotti, ma spesso ci si indovina e forse Roma capitale non inviando il suo rappresentante nel CdA di Ama ne impedisce di fatto l’approvazione del bilancio evitando in tal modo che il suo debito sia “formalizzato” e probabilmente “salvando” il suo bilancio 2017.

Intanto un primo risultato c’è stato: le dimissioni dell’Assessore Pinuccia Montanari che dichiara “Ritengo di fatto del tutto ingiustificata la bocciatura del bilancio che getta un’azienda che dà lavoro a oltre 11.000 romani in una situazione di precarietà che prelude a procedure fallimentari”. Non solo gli operai sono in una situazione di precarietà ma tutta la città che da mesi vive una situazione di emergenza con cumuli di rifiuti in strada ed una raccolta differenziata ferma a circa il 40% e con il sistema del porta a porta che non funziona! Alle dimissioni dell’Assessore si aggiunge la criticità economica per AMA che dopo la bocciatura del bilancio 2017 dovrà affrontare il problema banche, che vantano importanti crediti e che potrebbero anche chiudere i rubinetti lasciando l’azienda in una profonda crisi di liquidità.

Cosa farà il Comune? Si apriranno per Ama le porte del concordato come per ATAC? E i cittadini romani cosa faranno? O per loro vale la frase di Ennio Flaiano “Roma ha questo di buono, che non giudica, assolve”?
(pubblicato su Tiscalinews 9 febbraio 2019)

Venezuela nel caos, il grido di aiuto degli italiani: “Mancano acqua, luce e cibo. Situazione al collasso”

Posted on | Notizie dal mondo | gennaio 30, 2019

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Molti italiani non capiscono la posizione del nostro governo su Guaidò e alcuni pensano che è meglio tornare in Italia, almeno si potranno curare.

Caracas: ospedale universitario, saltano i generatori della luce, muoiono 6 bambini nelle incubatrici. Dal 23 gennaio 26 le vittime. Mercoledì 30 ci sarà un’altra grande manifestazione per le strade della capitale e non solo, che potrebbe essere un’ulteriore passaggio nella crisi venezuelana. Juan Guaidò intanto dichiara “A partire da questo momento iniziamo progressivamente e in maniera ordinata a prendere il controllo degli interessi della nostra Repubblica all’estero”, ma lo potrà fare solo in quei paesi che hanno già riconosciuto il suo ruolo.
Nel paese sud americano vivono circa 200mila italiani, registrati all’AIRE (Anagrafe Italiani all’Estero), ma secondo quanto riferisce Antonella Pinto, Presidente dei Giovani Italo Venezuelani, possiamo parlare di oltre 1 milione di presenze. Molti sono già tornati in Italia negli anni scorsi. Per chi è rimasto questo è un momento durissimo, fatto di un’alternanza di speranze e delusioni. Una battaglia quotidiana per sopravvivere.

Il Presidente della Camera di Commercio Venezuelo-Italiana, Alfredo D’Ambrosio, a Caracas, ci dice “ Stiamo vivendo una partita a scacchi, il governo è circondato, l’opposizione è in una posizione migliore. L’importante è capire che Guaidò non si è autoproclamato Presidente, ha assunto, secondo quanto prevede la costituzione, la Presidenza ad interim perché il 10 gennaio è stato proclamato presidente del Parlamento monocamerale,eletto nel 2015 per il periodo 2016/2021. Il mandato di Maduro, relativo alle ultime elezioni legali del 2013, scadeva il 23 gennaio 2019. E comunque l’assemblea si sta muovendo con cautela cercando una via di uscita: sta offrendo l’amnistia ai militari e funzionari del governo, per esempio la console di Miami- che è la città americana con il più altro numero di venezuelani – ha riconosciuto Guaidò. Stanno aprendo la strada agli aiuti umanitari internazionali che dovranno essere gestititi dalla Caritas. Ultima cosa si vuole favorire l’uscita dei militari cubani presenti sul territorio e sono oltre 20mila. Ma siamo in un momento delicato. Cosa succederà nessuno lo sa. Il governo forse sta cercando di capire chi potrà essere il capro espiatorio ma la gente sente che forse qualcosa sta cambiando”

D’Ambrosio parla anche di una sorta di fobia verso gli italiani, perché il nostro governo non ha una posizione decisa su Guaidò. D’altra parte in Venezuela circolano voci del rapporto tra Chavez e Gian Roberto Casaleggio, considerato un suo pupillo, che potrebbe aver ricevuto fondi tanto che molti accostano la V del Movimento Quinta Repubblica (di Chavez) che sarebbe la stessa V del M5S. Ma D’Ambrosio conferma che non ci sono prove di questi rapporti. Intanto l’economia venezuelana rotola in un’inflazione senza freni. Ieri un dollaro americano era scambiato con 2500 bolivar, oggi ne servono 3500!

A Valencia, la terza città dello stato sud americano, c’è la comunità italiana più popolosa, dopo Caracas, e Antonella Pinto, è una giovane avvocato, che lavora nell’impresa di famiglia che produce scarpe. E’ membro dei Comites (Comitato italiani all’Estero). Ha partecipato alla grande manifestazione della scorsa settimana

“L’Avenida era piena, 10 km di persone, un fiume di gente anche per le strade laterali. Una cosa impressionante. La situazione è complicata perché la maggioranza riconosce Gauidò come presidente ma la minoranza è ancora forte soprattutto tra i militari e ci aspettiamo momenti duri. E’ importante la pressione internazionale. Qui i servizi pubblici non funzionano, oggi abbiamo la luce ma magari fra 1 ora va via e rimaniamo due giorni senza. Non si trova da mangiare e quando lo trovi costa tantissimo. Così non si può andare avanti”

“A Valencia abbiamo un problema di acqua gravissimo. Anche perché l’acqua che usi per lavarti non la puoi bere. C’è chi ha problemi alla pelle, agli occhi. I nostri connazionali vivono come tutti i venezuelani, non trovano il cibo, i servizi non funzionano e soprattutto la salute è colpita. Adesso se devi andare dal medico ci devi pensare bene. Con gli ospedali è peggio, non ci sono i medicinali e quelli che si trovano costano tantissimo. Ammalarsi è un lusso. Molti pensano che è meglio tornare in Italia, almeno si potranno curare. Adesso l’Ambasciata, con un accordo, sta portando i medicinali dall’Italia. C’è una ditta che ha il contratto con il governo italiano e adesso chi è iscritto all’AIRE ( circa 200 mila) può chiedere aiuto, dimostrando di averne bisogno. Ma c’è un problema burocratico perché non sono attivi i vice consolati, in quanto non riconosciuti dall’Assemblea, e quindi tutto deve passare per Caracas e non tutti si possono permettere di arrivare a Caracas. Ma la sensazione, oggi, è che stiamo per uscire da un tunnel anche se Maduro ancora non cede e questo crea angoscia. Intanto nei “barrios”, le periferie povere delle grandi metropoli come Maracaibo e Caracas, le violenze aumentano. Lì vive la parte della popolazione più bisognosa ma sono anche sacche di criminalità e la Guardia Nacional interviene e sono sicura che ci siano molte vittime”.

Tutti aspettano mercoledì, sperando in una spallata definitiva a Maduro e intanto sperano di avere l’acqua, la luce e di trovare del cibo!

(pubblicato su Tiscalinews del 29 gennaio 2019)

“Sono stato un bracciante infiltrato, ecco cosa succede. Il caporalato? Colpa della Bossi-Fini”.

Posted on | Notizie dall'Italia | gennaio 18, 2019

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“In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito.” Con queste parole, Ignazio Silone, descriveva la condizione dei contadini nell’agro del Fucino negli anni 30. Gli stessi anni della bonifica dell’Agro Pontino e per cui arrivarono dal Veneto e dal Friuli tante famiglie che poi hanno reso questa zona produttiva e fertile. Tanto fertile che a Fondi, in provincia di Latina, c’è il 4 mercato ortofrutticolo d’Europa. Ma non solo anche la zootecnia e il settore florovivaistico hanno qui una delle loro massime espressioni. E come il Fucino anche l’agro pontino è terra di braccianti.

E giovedì un’operazione di polizia , sul caporalato, ha portato all’arresto di 6 persone, tra cui un sindacalista di Latina e un ispettore del lavoro, con 50 indagati tra imprenditori agricoli, commercialisti, per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro della manodopera straniera, oltre a estorsione, autoriciclaggio, corruzione e i reati tributari. Uno squarcio su un fenomeno che fino ad ora ha visto colpiti soprattutto i caporali il “mondo di mezzo” tra imprenditori e braccianti. Ieri sono finiti in manette “i colletti bianchi”, persone con ruoli rispettabili nella società, a cui magari ci rivolgeva per un consiglio, pensando così di essere tutelati.

L’Agro Pontino, come dice il sociologo Marco Omizzolo, ricercatore Eurispes e responsabile scientifico della coop. In Migrazione, è storicamente luogo di bracciantato solo che negli ultimi 30 anni siamo passati da manodopera italiana a quella indiana sikh (ad oggi sono 30 mila, ossia la seconda comunità d’Italia) sino ad arrivare ai richiedenti asilo africani, oggi i più fragili della filiera lavorativa.

Il quadro cambia bruscamente il 18 aprile 2016 quando con uno sciopero storico, il primo in Italia di questa natura, 4000 lavoratori scendono, grazie ancora alla coop. In Migrazione e alla Flai Cgil, in piazza a Latina incrociano le braccia ribellandosi ai caporali e ai “padroni”. Da allora gli indiani vengono considerati ribelli, perché si sono organizzati, si sono rivolti alle associazioni. Hanno avuto il coraggio di dire no.

Omizzolo, quali erano le condizioni di vita che hanno portato a questa epocale rivolta?
La storia emblematica è quella di Balbir Singh, vissuto per 6 anni in una vecchia roulotte, posizionata all’interno del terreno del suo “padrone”, senza acqua luce e gas, dove pioveva dentro, con i documenti sequestrati, mangiava gli avanzi che trovava, si lavava con l’acqua delle mucche e veniva pagato solo 150 euro al mese. Dopo la rivolta del 2016 si rivolge a In Migrazione, che parla con i carabinieri che letteralmente lo salvano dalla condizione di schiavitù in cui era ridotto, si costituisce parte civile nel processo contro il suo titolare e gli viene concesso il permesso di soggiorno per meriti di giustizia. Balbir, in questo modo, ha dato un segnale molto forte anche a noi italiani: è la dimostrazione che il loro contributo è fondamentale anche nel contrasto all’illegalità e alle varie fore di ingiustizia sociale del paese che li ospita.

Omizzolo, lei ha fatto un’esperienza personale unica. Si è infiltrato tra i braccianti indiani
Si sono stato un bracciante infiltrato tra i sikh pontini, sono stato anche in Punjab e ho capito bene il rapporto che si stabilisce tra il trafficante di esseri umani indiano e il padrone italiano. Quando io ho iniziato c’erano braccianti che venivano pagati 0,50 centesimi l’ora. Oggi qualcosa è cambiato ma non molto. La paga lorda è di 9 euro ma alla fine al lavoratore vanno solo 3,50. E il contratto di lavoro non può, purtroppo, essere considerato solo e sempre un passo avanti per il lavoratore. È un’arma di ricatto perché se il padrone non te lo rinnova tu perdi il permesso di soggiorno, diventi clandestino, è un danno per la tua famiglia e se sei vittima di tratta non puoi pagare il tuo debito e la tua famiglia in Punjab deve pagare per te e rischia pressioni o intimidazioni. Questo a causa di una legge, la Bossi-Fini, che ancora prevede il reato di clandestinità.

Ma i “padroni” cosa dicono?
Ho cercato di intervistare anche i padroni. Loro hanno due tipi di risposta. La prima: noi abbiamo fatto questa vita, quando siamo arrivati qui per la bonifica, ora lo devono fare anche loro. Definiscono la vita quindi come una punizione. La seconda: se vengono qui allora nei loro paesi stanno peggio quindi non si possono lamentare del tipo di vita che fanno. Si autoassolvono.

L’agropontino è anche terra di mafie
Nel nostro territorio sono presenti tutti dalla ‘ndrangheta alla camorra, dai Casalesi a Cosa Nostra e alla Sacra Corona Unita, alle mafie straniere. Parliamo di un aggregato che può essere denominata “la quinta mafia”. Abbiamo sentenze, passate in giudicato, che ci parlano degli intrecci tra le famiglie Riina,Tripodo e Schiavone che gestivano la logistica dell’ortofrutta che usciva dal mercato di Fondi. Ma dobbiamo dire che non tutte le agromafie sono mafiose in senso stretto ma ci sono imprenditori che, pur non appartenendo al crimine organizzato, applicano lo stesso metodo con la scusa che “ non puoi non sfruttare se vuoi rimanere nel mercato.” Ma ci sono imprenditori che dimostrano come invece si può mettere insieme legalità, trasparenza e libero mercato. E sono loro che vanno sostenuti e ringraziati.

Omizzolo, l’importanza dell’operazione di Latina?
Sicuramente avere messo in luce le collusioni che coinvolgono sindacati, ispettori, imprenditori, liberi professionisti. Quelli che io definisco “il mondo di sopra del caporalato”, gli insospettabili che coprono la nuova “schiavitù”. Altro punto il fatto che siano stati sequestrati i beni di queste persone e aziende, per ben 4 milioni di euro, che fa capire che i loro patrimoni possono essere attaccati e questo è per loro un segnale che non hanno più immunità. Ricordo che secondo l’ultimo studio Eurispes il business delle agromafie in Italia arriva a contare circa 21,6 miliardi di euro l’anno. E ancora, e di grande importanza, l’aver messo in luce il rapporto tra l’accoglienza, la peggiore, e il mondo del caporalato, dove persone già fragili, perché lontani dalle loro case, sono ancora più facilmente “sfruttabili” perché in attesa di un documento che potrebbe anche non arrivare mai.
(pubblicato su Tiscalinews del 18 gennaio 2019)

Cantone: “La gente mi chiede: arrestateli tutti. Ma per sconfiggere la corruzione la cura è un’altra”

Posted on | Notizie dall'Italia | dicembre 9, 2018

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Raffaele Cantone, da quattro anni alla Autorità nazionale anticorruzione, nel suo ultimo libro “Corruzione e Anticorruzione- 10 lezioni” scrive: “Molte persone hanno capito che la corruzione è davvero un problema grave per il nostro Paese; però, molti di coloro che mi si avvicinano accompagnano all’incitamento, alle congratulazioni, agli auguri, alle manifestazioni di vicinanza una sorta di invito, assolutamente in buona fede, ‘Arrestateli tutti’. Nei primi tempi a qualcuno ho provato a spiegare che non possiamo arrestare nessuno perché non è questo il nostro compito. Mi rendo però conto che dietro questa frase, in apparenza semplicistica, che qualcuno potrebbe considerare persino populista e giustizialista, vi è una forte e sincera richiesta di giustizia, forse persino di rivalsa sociale, nei confronti di chi si è arricchito sfruttando una posizione pubblica che avrebbe dovuto, invece, essere utilizzata nell’interesse di tutti”.

Che cosa si intende con “anticorruzione”?

L’anticorruzione è l’insieme degli strumenti che lo Stato mette in campo per arginare la corruzione. C’è la repressione, affidata alla magistratura, che si basa sulle misure penali e agisce a valle, ovvero quando un reato si è già consumato. E c’è la prevenzione, la cui competenza è demandata all’Anac, che invece opera a monte attraverso una serie di “accorgimenti” e misure organizzative all’interno della Pubblica amministrazione, con l’obiettivo di evitare che si verifichino illeciti. Quindi, per semplificare, potremmo dire che è a suo modo una “scommessa”.

Perché una scommessa?

Come prima cosa perché la prevenzione della corruzione, di cui si occupa l’Anac, nasce con la legge Severino del 2012 quindi è molto recente. Inoltre perché capovolge l’idea tradizionale di contrasto alla corruzione alla quale siamo sempre stati abituati:quando si è verificato un reato e interviene la repressione, le amministrazioni sono oggetto dell’intervento del giudice penale. Semplificando: “hai rubato, quindi ti arrestano”. Tangentopoli ha dimostrato però che le manette non bastano per sradicare mali antichi. Nella prevenzione, quindi, è l’amministrazione stessa ad adoperarsi per scongiurare il rischio di episodi illeciti. Ovvero: “faccio in modo che non si rubi, così non serve arrestare nessuno”.

Il vantaggio qual è?

Ricorda quella pubblicità? “Prevenire è meglio che curare”. Il vantaggio è infatti duplice: non si deve scoprire nessun reato (e da magistrato posso assicurare che non è per nulla facile!) e soprattutto non si crea nessun danno alla collettività. Infatti ammesso che un corrotto venga condannato, ed è tutto da dimostrare che ci si riesca, il danno ormai è fatto comunque: puoi anche far marcire in galera il responsabile e farti restituire i soldi che ha intascato illecitamente, ma il viadotto costruito col calcestruzzo depotenziato resta lì.

Quali sono i problemi principali nella prevenzione? E dove funziona meglio?
Per legge tutte le amministrazioni devono dotarsi di un Piano anticorruzione, da aggiornare annualmente, prevedendo una analisi del rischio di corruzione che c’è in ogni settore e i rimediorganizzativi predisposti per evitare che ciò accada. Purtroppo, però, queste misure non sono sempre comprese in tutta la loro utilità e talvolta vengono viste solo come un adempimento o un aggravio burocratico. Più in generale, il grande problema è quello di una macchina amministrativa che fa fatica ad adeguarsi, quindi la prevenzione della corruzione funziona meglio nelle amministrazioni più rodate, tendenzialmente di più al Nord, e in alcuni ministeri. Funziona meno bene in quelle realtà dove ci sono problemi maggiori, come quelle amministrazioni locali del Sud in cui, senza generalizzare, ci sono problemi di criminalità organizzata e una classe burocratica non sempre all’altezza.

Tra i metodi per contrastare la corruzione c’è la rotazione dei dirigenti. Che trova però molte resistenze…

La rotazione è uno strumento indispensabile per impedire che si formino pericolose incrostazioni di potere. Inoltre può iniettare forze fresche ed entusiasmo nella macchina amministrativa, perché svolgere la stessa mansione troppo a lungo può diventare demotivante. Mettiamo che in un Ufficio cruciale, come quello che si occupa di licenze edilizie, c’è sempre la stessa persona da vent’anni: per carità, magari è integerrima, ma non sarebbe comunque più salutare un avvicendamento periodico per non correre rischi? Non sarebbe meglio evitare di creare la figura del “detentore unico” di certe competenze? Nell’impresa privata questi meccanismi esistono da sempre, mica se qualcuno si rompe una gamba e non va al lavoro per sei mesi, si blocca il settore!

Che consiglio darebbe a un’amministrazione che deve effettuare la rotazione?

Credo sia una questione di metodo che si può risolvere col buonsenso. Fare una rotazione “selvaggia”, avvicendando tutti nello stesso momento è un suicidio. Ma se la si fa gradualmente, prevedendo un apposito periodo di affiancamento, è possibile creare le condizioni migliori per il passaggio di consegne.

Passando all’aspetto penale, qual è la “terra di mezzo” che partecipa alla corruzione?

Rispetto al passato la corruzione ha cambiato veste. Ai tempi di Tangentopoli interessava soprattutto la politica. Oggi, non essendoci più grandi organizzazioni come i partiti a regolare la vita pubblica, la corruzione interessa soprattutto la burocrazia, che ha in mano i veri poteri decisori. Naturalmente questo non vuol dire che nella politica non ci sia più corruzione, ma numerose inchieste hanno mostrato che chi corrompe per avere un provvedimento di favore ha più interesse a prezzolare un dirigente piuttosto che un assessore. Questo meccanismo, inserito in una struttura priva di anticorpi, ha reso pezzi dell’amministrazione pubblica aggredibili dai sistemi corruttivi: ecco perché lavorare sulla prevenzione diventa ancora più importante.

Esiste una cultura dell’anticorruzione?

Di sicuro manca la “cultura del danno”. La corruzione sembra toccare pochissimo il cittadino comune, nella convinzione che non cambi granché se qualcuno prende una tangente per assegnare dei lavori pubblici a una ditta anziché a un’altra. Invece dovremmo partire dalla centralità del bene pubblico, ovvero dalla considerazione che se qualcuno ruba risorse dello Stato, sta derubando tutti.

E negli uffici pubblici?

Purtroppo non sempre la Pubblica amministrazione è consapevole dell’importanza delle attività anticorruzione. Di conseguenza certe norme sono poco comprese nella loro utilità e non vengono gestite con la dovuta attenzione. Come dicevo prima, se la redazione del Piano anticorruzione viene vissuta soltanto come una iattura, anziché come un’opportunità per lavorare in un ambiente più sano e meglio organizzato, è ovvio che il risultato sarà consequenziale. Il vero problema è che abbiamo un’amministrazione invecchiata,colpita pesantemente dalla spending review e dal blocco del turn over. Non fare concorsi vuol dire rinunciare all’iniezione di forze fresche, motivate e dalle adeguate competenze digitali.

Pubblica amministrazione sempre più vecchia e scarsa cultura dell’anticorruzione: i due aspetti sono legati?

Certo. C’è un tema generale di mancata modernizzazione dell’amministrazione su cui si è innestata la richiesta di ulteriori adempimenti da parte del legislatore, come nel caso della legislazione anticorruzione. Rispetto a questa situazione, la reazione di una parte della Pa è stata quella di chiudersi a riccio e dire: “Ma che altro volete? Questo non serve a niente, è una perdita di tempo”. Con questo intendo dire che si è fatto poco o nulla, in termini di investimenti, per modernizzare seriamente gli uffici pubblici e valorizzare le energie migliori.

È una situazione irreversibile?

Nient’affatto, bisogna però introdurre criteri meritocratici senza dare per scontato che il posto sia garantito a vita a prescindere dall’impegno. È una questione di equità, soprattutto in un momento storico in cui, nel settore privato, a chi cerca un’occupazione vengono sempre più spesso poste condizioni assai disagevoli. Nessuno pretende un arretramento in tema di diritti, ma il lavoro nel pubblico impiego non può neppure essere il luogo dove si viene pagati per scaldare le sedie. Ribadisco: a mio avviso ci vorrebbe il coraggio di investire in una forte iniezione di gioventù ed entusiasmo all’interno dell’amministrazione.

(pubblicato su Tiscalinews.it del 5 dicembre 2018)

Ndileka Mandela e la battaglia dei diritti umani: “Io nipote di un’icona, stuprata dal proprio partner”

Posted on | Notizie dal mondo | dicembre 9, 2018

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“Io sono infermiera di terapia intensiva. Ma occuparsi di una persona cara, essere allo stesso tempo la sua infermiera e sua nipote, essere forte, accompagnarlo negli ultimi anni di vita è stata una cosa molto difficile. Non sono riuscita, al momento, ad elaborare quello che mi succedeva perché dovevo essere forte”.

Con queste parole Ndileka Mandela, nipote di Nelson, racconta suo nonno che ha conosciuto quando lei aveva già 16 anni. Lui era nel carcere di Robben Island. Un vetro li separava, non si sono neppure potuti abbracciare ma il nonno aveva un regalo per lei: una scatola di cioccolatini.

Ma Ndileka è stata anche con lui negli ultimi anni della malattia sino alla morte e oggi con la Mandela Foundation prosegua la battaglia dei diritti umani seguendo le orme del nonno.

Signora Mandela, a 100 anni dalla nascita di suo nonno e a 5 dalla sua scomparsa la battaglia per i diritti umani è ancora attuale? Si decisamente attuale. Mio nonno ha speso la sua vita per i diritti umani. La sua lezione è che noi dobbiamo guardare ai diritti umani capendo che siamo mondi diversi, culture diverse, persone diverse ma che dobbiamo abbracciare le differenze e capendo, dalle nostre eredità e dal nostro patrimonio, che tutti proveniamo da un’unica razza, quella umana. E fin quando non capiremo che solo la realizzazione dell’unità dei popoli ci permetterà di parlare di diritti umani non potremo ritenere di aver raggiunto l’obiettivo di equità e unità. Oggi più di ieri è importante lottare per questi ideali perchè siamo sempre più divisi.

Perché oggi più di ieri? Perché oggi viviamo in un mondo dove le differenze sociali sono sempre più ampie. Dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Oggi abbiamo una moltitudine,milioni, di persone che vanno a letto senza aver mangiato. E come facciamo a parlare di realizzazione dei diritti e di umanità se la disperazione cresce ogni giorno sempre di più?
Oggi bisogna parlare di diritti umani ancor di più di quanto era in vita più nonno perché siamo lontani dalla loro realizzazione. Bisogna capire come costruire ponti che permettano che le diversità sociali vengano abbattute, che ci sia più equità.

Come è cambiato il Sud Africa dopo Mandela? Il Sud Africa ha certamente più diritti, religiosi, politici. Possiamo muoversi più liberamente. La possibilità di sposarsi tra etnie diverse. C’è più istruzione, nel senso che si è allargata la platea di chi può accedere alle scuole. Ma la strada è ancora lunga rispetto all’utopia di mio nonno. Pensiamo per esempio ai diritti di genere. Pensiamo ai femminicidi che sono ancora altissimi.
Se pensiamo che la nipote di un’icona come Nelson Mandela è stata stuprata, tra le mura domestiche, dal suo partner! Pensiamo a tutte le donne che non hanno la forza e la possibilità di essere aiutate, di andare in terapia. E’ un fenomeno che riguarda le classi agiate e quelle meno. C’è bisogna lavorare molto sulla prevenzione, sull’educazione.

A proposito di educazione suo nonno diceva che “L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo” Esattamente. E lui ne era la dimostrazione: figlio di un pastore andò a scuola, la prima volta, senza scarpe e con i pantaloni del padre. Poi ha potuto proseguire a studiare ed è arrivato ad essere Presidente del Sud Africa. La crescita scoiale passa attraverso l’educazione.

Il mondo ha bisogno di un altro Nelson Mandela? Il mondo ha bisogno non solo di Nelson Mandela, ma anche del Mahatma Gandhi, di giganti che nella loro vita hanno portato la società migliorare anche con il loro esempio.

(pubblicato si Globalist.it del 4 dicembre 2018)

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