Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Cantone: “La gente mi chiede: arrestateli tutti. Ma per sconfiggere la corruzione la cura è un’altra”

Posted on | Notizie dall'Italia | dicembre 9, 2018

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Raffaele Cantone, da quattro anni alla Autorità nazionale anticorruzione, nel suo ultimo libro “Corruzione e Anticorruzione- 10 lezioni” scrive: “Molte persone hanno capito che la corruzione è davvero un problema grave per il nostro Paese; però, molti di coloro che mi si avvicinano accompagnano all’incitamento, alle congratulazioni, agli auguri, alle manifestazioni di vicinanza una sorta di invito, assolutamente in buona fede, ‘Arrestateli tutti’. Nei primi tempi a qualcuno ho provato a spiegare che non possiamo arrestare nessuno perché non è questo il nostro compito. Mi rendo però conto che dietro questa frase, in apparenza semplicistica, che qualcuno potrebbe considerare persino populista e giustizialista, vi è una forte e sincera richiesta di giustizia, forse persino di rivalsa sociale, nei confronti di chi si è arricchito sfruttando una posizione pubblica che avrebbe dovuto, invece, essere utilizzata nell’interesse di tutti”.

Che cosa si intende con “anticorruzione”?

L’anticorruzione è l’insieme degli strumenti che lo Stato mette in campo per arginare la corruzione. C’è la repressione, affidata alla magistratura, che si basa sulle misure penali e agisce a valle, ovvero quando un reato si è già consumato. E c’è la prevenzione, la cui competenza è demandata all’Anac, che invece opera a monte attraverso una serie di “accorgimenti” e misure organizzative all’interno della Pubblica amministrazione, con l’obiettivo di evitare che si verifichino illeciti. Quindi, per semplificare, potremmo dire che è a suo modo una “scommessa”.

Perché una scommessa?

Come prima cosa perché la prevenzione della corruzione, di cui si occupa l’Anac, nasce con la legge Severino del 2012 quindi è molto recente. Inoltre perché capovolge l’idea tradizionale di contrasto alla corruzione alla quale siamo sempre stati abituati:quando si è verificato un reato e interviene la repressione, le amministrazioni sono oggetto dell’intervento del giudice penale. Semplificando: “hai rubato, quindi ti arrestano”. Tangentopoli ha dimostrato però che le manette non bastano per sradicare mali antichi. Nella prevenzione, quindi, è l’amministrazione stessa ad adoperarsi per scongiurare il rischio di episodi illeciti. Ovvero: “faccio in modo che non si rubi, così non serve arrestare nessuno”.

Il vantaggio qual è?

Ricorda quella pubblicità? “Prevenire è meglio che curare”. Il vantaggio è infatti duplice: non si deve scoprire nessun reato (e da magistrato posso assicurare che non è per nulla facile!) e soprattutto non si crea nessun danno alla collettività. Infatti ammesso che un corrotto venga condannato, ed è tutto da dimostrare che ci si riesca, il danno ormai è fatto comunque: puoi anche far marcire in galera il responsabile e farti restituire i soldi che ha intascato illecitamente, ma il viadotto costruito col calcestruzzo depotenziato resta lì.

Quali sono i problemi principali nella prevenzione? E dove funziona meglio?
Per legge tutte le amministrazioni devono dotarsi di un Piano anticorruzione, da aggiornare annualmente, prevedendo una analisi del rischio di corruzione che c’è in ogni settore e i rimediorganizzativi predisposti per evitare che ciò accada. Purtroppo, però, queste misure non sono sempre comprese in tutta la loro utilità e talvolta vengono viste solo come un adempimento o un aggravio burocratico. Più in generale, il grande problema è quello di una macchina amministrativa che fa fatica ad adeguarsi, quindi la prevenzione della corruzione funziona meglio nelle amministrazioni più rodate, tendenzialmente di più al Nord, e in alcuni ministeri. Funziona meno bene in quelle realtà dove ci sono problemi maggiori, come quelle amministrazioni locali del Sud in cui, senza generalizzare, ci sono problemi di criminalità organizzata e una classe burocratica non sempre all’altezza.

Tra i metodi per contrastare la corruzione c’è la rotazione dei dirigenti. Che trova però molte resistenze…

La rotazione è uno strumento indispensabile per impedire che si formino pericolose incrostazioni di potere. Inoltre può iniettare forze fresche ed entusiasmo nella macchina amministrativa, perché svolgere la stessa mansione troppo a lungo può diventare demotivante. Mettiamo che in un Ufficio cruciale, come quello che si occupa di licenze edilizie, c’è sempre la stessa persona da vent’anni: per carità, magari è integerrima, ma non sarebbe comunque più salutare un avvicendamento periodico per non correre rischi? Non sarebbe meglio evitare di creare la figura del “detentore unico” di certe competenze? Nell’impresa privata questi meccanismi esistono da sempre, mica se qualcuno si rompe una gamba e non va al lavoro per sei mesi, si blocca il settore!

Che consiglio darebbe a un’amministrazione che deve effettuare la rotazione?

Credo sia una questione di metodo che si può risolvere col buonsenso. Fare una rotazione “selvaggia”, avvicendando tutti nello stesso momento è un suicidio. Ma se la si fa gradualmente, prevedendo un apposito periodo di affiancamento, è possibile creare le condizioni migliori per il passaggio di consegne.

Passando all’aspetto penale, qual è la “terra di mezzo” che partecipa alla corruzione?

Rispetto al passato la corruzione ha cambiato veste. Ai tempi di Tangentopoli interessava soprattutto la politica. Oggi, non essendoci più grandi organizzazioni come i partiti a regolare la vita pubblica, la corruzione interessa soprattutto la burocrazia, che ha in mano i veri poteri decisori. Naturalmente questo non vuol dire che nella politica non ci sia più corruzione, ma numerose inchieste hanno mostrato che chi corrompe per avere un provvedimento di favore ha più interesse a prezzolare un dirigente piuttosto che un assessore. Questo meccanismo, inserito in una struttura priva di anticorpi, ha reso pezzi dell’amministrazione pubblica aggredibili dai sistemi corruttivi: ecco perché lavorare sulla prevenzione diventa ancora più importante.

Esiste una cultura dell’anticorruzione?

Di sicuro manca la “cultura del danno”. La corruzione sembra toccare pochissimo il cittadino comune, nella convinzione che non cambi granché se qualcuno prende una tangente per assegnare dei lavori pubblici a una ditta anziché a un’altra. Invece dovremmo partire dalla centralità del bene pubblico, ovvero dalla considerazione che se qualcuno ruba risorse dello Stato, sta derubando tutti.

E negli uffici pubblici?

Purtroppo non sempre la Pubblica amministrazione è consapevole dell’importanza delle attività anticorruzione. Di conseguenza certe norme sono poco comprese nella loro utilità e non vengono gestite con la dovuta attenzione. Come dicevo prima, se la redazione del Piano anticorruzione viene vissuta soltanto come una iattura, anziché come un’opportunità per lavorare in un ambiente più sano e meglio organizzato, è ovvio che il risultato sarà consequenziale. Il vero problema è che abbiamo un’amministrazione invecchiata,colpita pesantemente dalla spending review e dal blocco del turn over. Non fare concorsi vuol dire rinunciare all’iniezione di forze fresche, motivate e dalle adeguate competenze digitali.

Pubblica amministrazione sempre più vecchia e scarsa cultura dell’anticorruzione: i due aspetti sono legati?

Certo. C’è un tema generale di mancata modernizzazione dell’amministrazione su cui si è innestata la richiesta di ulteriori adempimenti da parte del legislatore, come nel caso della legislazione anticorruzione. Rispetto a questa situazione, la reazione di una parte della Pa è stata quella di chiudersi a riccio e dire: “Ma che altro volete? Questo non serve a niente, è una perdita di tempo”. Con questo intendo dire che si è fatto poco o nulla, in termini di investimenti, per modernizzare seriamente gli uffici pubblici e valorizzare le energie migliori.

È una situazione irreversibile?

Nient’affatto, bisogna però introdurre criteri meritocratici senza dare per scontato che il posto sia garantito a vita a prescindere dall’impegno. È una questione di equità, soprattutto in un momento storico in cui, nel settore privato, a chi cerca un’occupazione vengono sempre più spesso poste condizioni assai disagevoli. Nessuno pretende un arretramento in tema di diritti, ma il lavoro nel pubblico impiego non può neppure essere il luogo dove si viene pagati per scaldare le sedie. Ribadisco: a mio avviso ci vorrebbe il coraggio di investire in una forte iniezione di gioventù ed entusiasmo all’interno dell’amministrazione.

(pubblicato su Tiscalinews.it del 5 dicembre 2018)

Ndileka Mandela e la battaglia dei diritti umani: “Io nipote di un’icona, stuprata dal proprio partner”

Posted on | Notizie dal mondo | dicembre 9, 2018

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“Io sono infermiera di terapia intensiva. Ma occuparsi di una persona cara, essere allo stesso tempo la sua infermiera e sua nipote, essere forte, accompagnarlo negli ultimi anni di vita è stata una cosa molto difficile. Non sono riuscita, al momento, ad elaborare quello che mi succedeva perché dovevo essere forte”.

Con queste parole Ndileka Mandela, nipote di Nelson, racconta suo nonno che ha conosciuto quando lei aveva già 16 anni. Lui era nel carcere di Robben Island. Un vetro li separava, non si sono neppure potuti abbracciare ma il nonno aveva un regalo per lei: una scatola di cioccolatini.

Ma Ndileka è stata anche con lui negli ultimi anni della malattia sino alla morte e oggi con la Mandela Foundation prosegua la battaglia dei diritti umani seguendo le orme del nonno.

Signora Mandela, a 100 anni dalla nascita di suo nonno e a 5 dalla sua scomparsa la battaglia per i diritti umani è ancora attuale? Si decisamente attuale. Mio nonno ha speso la sua vita per i diritti umani. La sua lezione è che noi dobbiamo guardare ai diritti umani capendo che siamo mondi diversi, culture diverse, persone diverse ma che dobbiamo abbracciare le differenze e capendo, dalle nostre eredità e dal nostro patrimonio, che tutti proveniamo da un’unica razza, quella umana. E fin quando non capiremo che solo la realizzazione dell’unità dei popoli ci permetterà di parlare di diritti umani non potremo ritenere di aver raggiunto l’obiettivo di equità e unità. Oggi più di ieri è importante lottare per questi ideali perchè siamo sempre più divisi.

Perché oggi più di ieri? Perché oggi viviamo in un mondo dove le differenze sociali sono sempre più ampie. Dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Oggi abbiamo una moltitudine,milioni, di persone che vanno a letto senza aver mangiato. E come facciamo a parlare di realizzazione dei diritti e di umanità se la disperazione cresce ogni giorno sempre di più?
Oggi bisogna parlare di diritti umani ancor di più di quanto era in vita più nonno perché siamo lontani dalla loro realizzazione. Bisogna capire come costruire ponti che permettano che le diversità sociali vengano abbattute, che ci sia più equità.

Come è cambiato il Sud Africa dopo Mandela? Il Sud Africa ha certamente più diritti, religiosi, politici. Possiamo muoversi più liberamente. La possibilità di sposarsi tra etnie diverse. C’è più istruzione, nel senso che si è allargata la platea di chi può accedere alle scuole. Ma la strada è ancora lunga rispetto all’utopia di mio nonno. Pensiamo per esempio ai diritti di genere. Pensiamo ai femminicidi che sono ancora altissimi.
Se pensiamo che la nipote di un’icona come Nelson Mandela è stata stuprata, tra le mura domestiche, dal suo partner! Pensiamo a tutte le donne che non hanno la forza e la possibilità di essere aiutate, di andare in terapia. E’ un fenomeno che riguarda le classi agiate e quelle meno. C’è bisogna lavorare molto sulla prevenzione, sull’educazione.

A proposito di educazione suo nonno diceva che “L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo” Esattamente. E lui ne era la dimostrazione: figlio di un pastore andò a scuola, la prima volta, senza scarpe e con i pantaloni del padre. Poi ha potuto proseguire a studiare ed è arrivato ad essere Presidente del Sud Africa. La crescita scoiale passa attraverso l’educazione.

Il mondo ha bisogno di un altro Nelson Mandela? Il mondo ha bisogno non solo di Nelson Mandela, ma anche del Mahatma Gandhi, di giganti che nella loro vita hanno portato la società migliorare anche con il loro esempio.

(pubblicato si Globalist.it del 4 dicembre 2018)

Viaggio nella San Lorenzo di Desirèe. Il quartiere di Roma travolto dalla morte, dal degrado e dalle pulsioni dei cittadini

Posted on | Notizie dall'Italia | ottobre 30, 2018

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Il cielo è plumbeo, le nuvole nere, spazzate dal vento, attraversano il quartiere di San Lorenzo. L’aria è cupa nel quartiere che ha visto la morte di una ragazza di sedici anni, Desirèe. Una vicenda che ha gli stessi colori e sfumature del cielo di oggi. Il nero della morte che nelle parole della Gip Maria Paola Tomaselli che, dopo l’interrogatorio di convalidadei tre fermati, prendono la forma di un vero inferno: Desirée è “stata ridotta a un mero oggetto di soddisfazione sessuale con un avvicendamento che appare configurare un vero e proprio turno da parte dei suoi aguzzini”.
Il grigio di un quartiere come San Lorenzo dove convivono più anime. Quella dei “Giustizieri di San Lorenzo”che si potrebbero definire una ronda. “Volete chiamarle ronde? Fate pure, ma noi siamo soltanto dei cittadini del quartiere”. A dirlo è una donna sulla cinquantina, ai margini del presidio che ha radunato un centinaio di abitanti della zona in via dei Lucani, la sera di giovedì scorso, il luogo in cui è stata uccisa DesirèeMariottini. “Desirèe è viva e noi vogliamo Giustizia” e ancora “stanno ammazzando tutte le ragazzine…Non ne possiamo più di questa illegalità diffusa ed è vero – continua la donna – alcuni di noi hanno segnalato degli episodi di violenza alle forze dell’ordine. Quelli che hanno manifestato contro Salvini erano persone di altri quartieri, studenti fuori sede, gente che vive laSan Lorenzo notturna. Noi siamo gli abitanti e quando Salvini è arrivato lo abbiamo applaudito perchè sembra essere l’unico che dice le stesse cose che noi pensiamo. Vedrete molte interviste senza volto, non vogliamo fare i nostri nomi per non essere chiamati fascisti o razzisti”.

Quella della sezione ANPI Roma che, attraverso il suo Presidente Fabrizio De Sanctis, durante la manifestazione di sabato, dichiara : “Abbiamo preso questa piazza, assieme al movimento femminista e alle associazioni del quartiere di San Lorenzo, perché non tolleriamo più strumentalizzazioni di chi reagisce ai delitti, come quello della giovane Desirèe, solo quando l’aggressore è straniero. Esprimiamo solidarietà alla famiglia della giovane ma non accettiamo le strumentalizzazioni dei movimenti di destra, di cui auspichiamo lo scioglimento, e neanche della politica”.

Una dualità, quella di queste posizioni, che forse non riesce a descrivere appieno il quartiere di San Lorenzo. Un quartiere dove è nata la “Casa dei bambini” di Maria Montessori , modello per tutto il mondo, ed èconsiderata la roccaforte operaia, l’orgoglio “della lotta di classe”. Sede della “ Nuova Scuola romana”, protagonista dell’arte contemporanea italiana, che ha la sua sede nell’ex pastificio Cerere.

Insomma un coacervo di identità, lingue, culture e residenza di molti studenti della vicina Università La Sapienza. Un luogo dove quasi tutti mondi trovano un loro spazio. Ma questi spazi hanno preso a collidere tra di loro e come dice lo psicoterapeuta Tito Baldini, in una lettera aperta a Repubblica: “San Lorenzo muore, perché il diritto è subordinato alla violenza. Non avere più il diritto di dormire perché quello di fare rumore in strada deve vincere. I nostri figli, sono stati “violentati” nella mente da chi, come chi ci amministra da generazioni, non si oppone, con una politica che limiti per educare, e proponga valide alterative alla cultura dello sballo”.

La cultura dello sballo, gli edifici abbandonati, lo spaccio, una movida senza orari. Il quartiere si sente abbandonato e la morte di Desirèe ha acceso i riflettori su un mondo apparentemente perfetto, ma dove le anime degli abitanti sono agitate da sentimenti diversi: quelli della coesistenza di mondi diversi e la necessità di sentire rispettata la propria libertà di vivere nel rispetto delle regole civili. La trasgressione, oltre ogni limite, può essere accettata? Ma c’è anche un’altra domanda: per quando tempo, in molti-cittadini e istituzioni- hanno voltato la testa su quello che stava covando il quartiere, e oggi che esplosa la “bomba” sono in prima fila a chiedere “giustizia,verità” ben sapendo di essere colpevoli del “silenzio assenso” di questi ultimi anni, o forse decenni?

“Stiamo giocando una partita a scacchi con Messina Denaro. Ecco dove può nascondersi”

Posted on | Notizie dall'Italia | ottobre 21, 2018

email feltre - foto - GENOVA SANFILIPPO DIRIGENTE SQUADRA MOBILE  F.TO ALESSANDRO MACCARINI (Agenzia: MACCARINI)  (NomeArchivio: SANFIv75.JPG)

email feltre – foto – GENOVA SANFILIPPO DIRIGENTE SQUADRA MOBILE F.TO ALESSANDRO MACCARINI (Agenzia: MACCARINI) (NomeArchivio: SANFIv75.JPG)

Dialogo esclusivo con il questore di Trapani, Claudio Sanfilippo noto per essere un cacciatore di latitanti. “È la sua intelligenza contro la nostra. La sua strategia contro la nostra. Usa la tecnologia per sfuggirci. Trapani città di massoni? La massoneria non è sinonimo di criminalità, non generalizziamo. Ma siamo attenti alle zone grigie”

Di Laura Aprati e Marco Bova

Due latitanti arrestati in una sola settimana e il ritrovamento di un arsenale di mafia sotterrato nelle campagne trapanesi. Vito Marino, erede di una famiglia di mafia condannato per la Strage Cottarelli di Brescia e Vito Bigione, narcotrafficante di calibro internazionale e detentore di molti segreti. I risultati sono di un team di “sbirri” della Polizia di Trapani che da luglio è guidata da Claudio Sanfilippo, questore e cacciatore di latitanti. Qui c’è la mafia di Matteo Messina Denaro ma anche qui “nessun latitante può essere sicuro di non essere preso”, dice Sanfilippo. Lui di latitanti se ne intende. Racconta di essere stato alla Catturandi della Squadra Mobile di Palermo dal 1990 fino al novembre del 2001. Era lì nel 1992, l’anno delle stragi, ed era di servizio il 23 maggio di quell’anno “ero il funzionario di turno. Credo di essere stato uno dei primi a intervenire sul posto e mi sono trovato a riscrivere la Catturandi di allora facendola diventare la Catturandi che è adesso.”

Chi sono i latitanti arrestati dalla Catturandi negli anni novanta ?
Da Giovanni Brusca a Pietro Aglieri, da Francesco Tagliavia a Francesco Onorato, killer dell’onorevole Lima, a Salvatore Grigoli, omicida di don Pino Puglisi. Sono tantissimi i latitanti presi in quel periodo. Tutti di grandissimo spessore criminale. Ogni cattura ha avuto le sue fasi, ogni cattura ha avuto dei momenti particolari. In quel periodo palermitano mi sono occupato anche della cattura di Matteo Messina Denaro e quindi, ho battuto il territorio del trapanese, soprattutto di notte, ma sono storie che non posso raccontare.

Una delle catture più importanti a cui ha partecipato è stata quella di Giovanni Brusca. Arrestato il 20 maggio 1996, all’epoca la sua foto finì sulla prima pagina del Time. Quale fu il momento in cui capì che potevate arrestarlo?
Pensi che eravamo nel 1996, l’anno in cui siamo passati dai telefoni Etax al Gsm. Quest’evoluzione ci aveva messo in difficoltà. I Gsm erano appena entrati in commercio e per noi erano impossibili da intercettare. Né localizzarli. Con gli Etax ci riuscivamo attraverso una banale triangolazione dei dati, con i Gsm eravamo spiazzati. Fummo dei pioneri nell’intercettazione di questi telefoni. Brusca accendeva il telefono alle 21, faceva una o due telefonate, e lo spegneva per riaccenderlo il giorno dopo alla stessa ora. Riuscivamo ad ascoltarlo ma la localizzazione era troppo vasta. Sapevamo che era nell’agrigentino ma non il luogo preciso. Apparentemente non c’erano soluzioni tecniche e la Telecom non sapeva aiutarci. Da qui parte l’inventiva dello sbirro, e io non mi dimentico mai di esserlo, che cerca soluzioni, mista a un pò di fortuna. Contattai un amico che era ingegnere elettronico e aveva lavorato per le centrali telefoniche. Chiesi cosa potevamo fare e mi consigliò di lavorare sul Timing Advance, un dato che ci da la distanza in metri del cellulare rispetto alla cella a cui è agganciato. La Telecom tergiversava ma con l’ausilio dell’autorità giudiziaria siamo riusciti a farci dare questo dato e dopo diversi incroci siamo arrivati alla cattura di Brusca. Per catturare un latitante devi entrare nella sua vita.

La tecnologia ora come venti anni fa è determinante nella ricerca del latitante?
La tecnologia è andata davvero molto avanti con grandi passi da gigante. Ci sono delle cose che noi non riusciamo tecnicamente a intercettare. Tuttora ci sono tantissimi limiti tecnologici . Ci ritroviamo sempre a quel momento del 1996, seppur con casistiche diverse. Oggi il gsm lo intercettiamo, lo localizziamo. Però se si utilizzano i programmi di messaggistica istantanea non dico che non si intercettano ma abbiamo alcune difficoltà. Così si crea un buco nell’attività di indagine che deve essere colmato diversamente rendendoci la vita più complicata e allungando i tempi.

Lei spesso dice che la cattura di un latitante è una partita a scacchi. Anche per Messina Denaro è così?
Si è vero, la sua intelligenza contro la nostra. La sua strategia contro la nostra. Tanti anni fa stavo lavorando alla cattura di un latitante e incontrai Francesco Marino Mannoia, già collaboratore di giustizia. Parlando il discorso cadde su Pietro Aglieri, all’epoca latitante, e mi disse “ dottore non lo prenderete mai perchè ha un intelligenza sopraffina”. Quando finimmo, questa frase mi restò in testa. Tornando a Palermo riuniì gli uomini della Catturandi dicendo che dovevamo iniziare subito a lavorare su Aglieri. La convinzione di Marino Mannoia era diffusa e non era possibile che un latitante fosse considerato imprendibile perchè più intelligente, più scaltro o più furbo. Ovviamente dopo riuscimmo ad arrestarlo. Oggi porto questo discorso su Messina Denaro. E’ estremamente intelligente, preparato, non ignorante. Sfrutta a suo vantaggio la tecnologia che ha a disposizione . Conosce bene i buchi in cui può inserirsi e che per noi sono difficili da individuare. Ma non per questo lo reputo più intelligente di me e dei nostri uomini che lavorano alla sua cattura “h24”. Se si lavora con calma, senza fretta, cadrà anche lui. Non so dove si trova ma so certamente che lo prenderemo. Lo so perchè il nostro impegno è massimo. Da parte mia non posso che mettere a disposizione il mio know how. Cosa che faccio quotidianamente. C’è un Servizio centrale, c’è una Squadra Mobile, c’è una Catturandi. Sono loro i dominus della caccia al latitante.

Si è molto parlato delle coperture, degli appoggi “dall’alto” ricevuti da Matteo Messina Denaro, ormai latitante da 25 anni. Lei che ne pensa?
Non credo assolutamente che Messina Denaro possa godere di protezioni così come si scrive. Voglio non crederci. Non mi pare che in tutti questi anni di attività investigativa ci siano stati dei ritorni in tal senso. Se ci fosse stata qualche anomalia in venti anni sarebbe venuta fuori. E non mi pare che sia venuta fuori. Si parla di Servizi segreti deviati, istituzioni che remano in senso inverso: non ci credo assolutamente. Non credo che Messina Denaro goda di favori da parte di chicchessia dalle Istituzioni statali e sono abbastanza certo di quello che sto dicendo. E’ un latitante difficile ma ce la faremo. E’ un latitante diverso dagli altri. Non si riesce a percepire sul territorio una sua presenza costante. Anche dalla politica, non ho mai avuto nella mia carriera la sensazione di avere un bastone fra le ruote nella richiesta di fare talune cose. Ho sempre avuto strada libera nelle mie indagini e penso sia così anche per gli altri. Poi la storia ci insegna che magari un domani scopri l’esistenza di un gruppo di persone deviate, come accadde con la Loggia P2 o la Loggia Scontrino a Trapani, persone infedeli. Quando lo scopriremo procederemo di conseguenza ma allo stato attuale non abbiamo nessun segnale del genere.

Questore, Trapani è considerata una città massone. Durante la perquisizione della Loggia Scontrino furono trovati anche nomi di uomini della Questura
Non penso di essere in un luogo masson-free. In questa provincia la massoneria è molto forte però attenzione: massoneria uguale criminali? Questa equazione non mi convince. Sarebbe come dire extracomunitario uguale criminale. La storia della massoneria non è quella di un accozzaglia di criminali. Se poi vogliamo inserire delle regole per cui se lavoro nel pubblico devo dichiarare la mia appartenenza, mi sembra ragionevole. Di certo essere massone non vuol dire delinquente. Altro discorso sono le logge segrete che vogliono scantonare le regole di ingaggio creando circuiti illeciti. Il softpower della massoneria può, però, essere molto pericoloso. Probabilmente ci sono delle zone grigie, le più pericolose. Chi percorre questa zona a volte riesce a tirarsi fuori dalle maglie della legge. E’ una cosa inevitabile.

E anche Messina Denaro batte questa zona?
Potrebbe batterla però noi le antenne le abbiamo accese. È chiaro che se la zona grigia non si manifesta con attività perseguibile come reati o perseguibili con azioni amministrative cosa si può fare? Essere attenti e colpire gli atteggiamenti che scantonano verso la zona “nera”. Bisogna identificare forme normative che qualifichino certe “pressioni” come zone nere. Per esempio la mancata segnalazione di alcune movimentazioni bancarie adesso ha solo sanzioni amministrative se fosse connotato come reato,avrebbe rilievo penale. Bisogna catalogare bene le attività che spesso definiamo border line.

Restano pochi sono i collaboratori di giustizia nel trapanese e ancora meno nella cerchia di Messina Denaro. Paura del latitante?
Sicuramente l’intelligenza di Messina Denaro ha limitato le collaborazioni. Lui conosce bene questi meccanismi. E’ un palermitano, ha passato gran parte della sua latitanza a Brancaccio con i Graviano. Sa che non si deve appoggiare ai vincoli criminali e lo sa bene ed è questo uno dei motivi per cui la cattura di questo latitante è difficile.

Questore, si è molto parlato della Calabria come luogo della latitanza di Matteo Messina Denaro
In Calabria, in passato, ci sono state tracce del suo passaggio ma anche di Riina e Provenzano. Ipotesi percorsa anche perché in Calabria ci si sentiva sicuri data la struttura familiare della ‘ndrangheta. Magari ci si affiancava ad un ‘ndrina della locride, faccio un esempio.

Quali sono i legami tra vecchia e nuova mafia?
A Trapani di vecchia mafia c’è ne poca. Trapani è una provincia in cui la mafia è un gradino superiore a quella palermitana. Qui vedo più una mafia da colletti mafia, quindi un’evoluzione del mafioso coppola e lupara, e la mafia non è più un’attività che si svolge nella provincia palermitana. Ha espanso le sue attività. ha sconfinato fuori dalla Sicilia si è accasata dove c’è potere e denaro, in Italia, in Europa nel mondo. La nuova mafia è in cravatta parla (3) tre lingue correttamente.
E’ cambiato anche il loro modo di approvvigionarsi economicamente: l’inserimento negli appalti pubblici per esempio. Questa è una delle tante trasformazioni della mafia. Da quando è nata nelle campagna, poi la guerra, la ricostruzione di Palermo-il sacco edilizio- ed era la mafia dei palermitani. Poi qualcuno pensa a reinvestirli nella droga- e questa fu la linea dei corleonesi. Fatto questo passaggio si sono ritrovati con fiumi di denaro. E qui cambiano ancora pelle e si buttano negli appalti. Angelo Siino, il “ministro degli esteri”, si sedeva ai tavolini e prendeva il 2° 3% degli appalti ed erano soldi senza rischi. In quel periodo “Cosa Nostra” cede il pacchetto stupefacenti ai calabresi e si tira fuori dal mercato. E cambiano ancora pelle e si buttano nei mercati, trasformando società paramafiose in società ripulite a tutti gli effetti.

Questore cosa pensa della scarcerazione di 59 mafiosi ? Il presidente della Commissione regionale Antimafia, Claudio Fava, si è detto preoccupato.
La scarcerazione di 59 boss è un problema. Un vecchio boss che torna sul suo territorio tornerà a fare quello che faceva ma il territorio e le regole sono cambiate. La vecchia mafia non ha più spazi. Il vecchio mafioso che pensa di tornare e di trovare un territorio fermo al 1977 o al 1980 sbaglia ha pochissimi spazi di manovra. E’ cambiata anche la gente. Negli anni 70/80 c’era il terrore del mafioso oggi c’è meno paura.
Negli anni scorsi la Questura ha eseguito diversi sequestri di beni. Adesso, alla luce degli effetti di quella stagione, cosa pensa dell’iter che va dai sigilli alla confisca dei beni dei mafiosi?
L’aggressione ai patrimoni è fondamentale. Se 10 anni fa questi patrimoni esistevano in capo al mafioso di turno e quindi le azioni erano più produttive perché realmente intestati a lui o facili prestanomi, oggi l’attività si è ridotta perchè nessuno di loro si intesterà nulla. L’azione di 10 anni fa è stata fondamentale ma il trend non può essere sempre lo stesso. Sostituirsi all’imprenditore mafioso è un’operazione molto delicata : lo Stato può gestire l’impresa nello stesso modo? L’aggressione incondizionata è sbagliata. Quella dei Niceta a Palermo è stata una grande sconfitta, a distanza di anni dobbiamo loro 50 milioni di euro! Io sono stato sempre dell’idea che se colpisco un bene non dovrà mai tornare in mano al mafioso. Lo prendo e lo faccio gestire ad un imprenditore che fa lo stesso tipo di lavoro e non ad un commissario.

Questore, in questi giorni nel processo al Senatore D’Alì. Si è riparlato delle pressioni esercitate per trasferire l’allora Capo della Mobile Giuseppe Linares
Non posso escludere condizionamenti e se questa cosa dovesse essere confermata il senatore D’Alì ne dovrà rispondere. Quante volte anche fuori dai nostri ambiti si è detto “promoveatur ut amoveatur!”. Il tentativo ci può sempre stare ma se l’organizzazione in cui la persona è incardinata resiste, il senatore D’Alì o il signor X , che hanno provato, ne dovranno rispondere.

Questore, il gruppo di lavoro per la cattura del latitante ha all’interno il Capo dello SCO, Alessandro Giuliano, il Questore di Palermo, Renato Cortese, e lei
Si , una linea rossa tra SCO, Palermo e Trapani. Siamo 3 colleghi con grandi esperienza in ambito di polizia giudiziaria, che l’hanno fatta su questo territorio. Io e Renato Cortese siamo stati insieme alla “Catturandi” di Palermo portando risultanti importanti. Abbiamo la stessa volontà di andare avanti. Abbiamo un’autorità giudiziaria di grande spessore e valore.
Questo è un momento molto positivo, con un personale assolutamente di valore.

(pubblicato su Tiscalinews.it del 21 ottobre 2018)

Vito Bigione “il commercialista” arrestato in Romania

Posted on | Notizie dall'Italia | ottobre 6, 2018

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Vito Bigione, uno dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia, detto “il commercialista “, ha finito la sua fuga in Romania nella provincia di Timisoara , nella città di Oradea, dopo un pedinamento durato circa 10 giorni. Viveva, da solo, un’abitazione al 4 piano e si è presentato con il nome di “Matteo”, aveva con sé 10 mila euro. È stato arrestato in base ad un mandato di cattura europeo emesso il 4 luglio scorso dalla Procura di Reggio Calabria dopo la sentenza di Cassazione che avevo reso definitiva la sua condanna a 15 anni.

Le indagini sono partite ad agosto scorso e sono state coordinate dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato con la Squadra Mobile di Trapani e la Squadra Catturandi e con la Squadra Mobile di Palermo.
Il 6 giugno, infatti la Cassazione aveva chiesto ai carabinieri di Trapani di “ agire per prevenire eventuali sottrazioni a provvedimenti di esecuzione della pena”. Ma Bigione aveva già iniziato la sua latitanza.
Una sua ultima traccia lo posiziona a Locri, in provincia di Reggio Calabria, durante un controllo dei locali carabinieri, il 26 maggio scorso. Una zona quella della locride che aveva già visto transitare uomini vicini a Matteo Messina Denaro. A Platì, sempre in un controllo dei carabinieri, fu fermata una macchina,una decina di anni fa, e tra i passeggeri un avvocato vicino al boss del trapanese.
Ma chi è Vito Bigione, “il commercialista”?
Uomo organico alla famiglia mafiosa del trapanese viene intercettato nell’operazione “Anno Zero” ( 19 aprile 2018) mentre cercava di far recuperare un credito di 20 mila euro a un produttore caseario. Fedele a Mariano Agate e Vito Gondola aveva ripreso i contatti con la famiglia mazarese e con Dario Messina, arrestato proprio ad aprile “Nel mio piccolo me le sono abbracciate le mie cose, Dariù..il Signore qua mi guarda….Ora, una volta che non c’è più sto cristiano, per dire, cos’è che dobbiamo fare? Noi parlavamo di questo in campagna”.
La sua carriera di broker del narcotraffico è immortalata nelle carte dell’operazione Igres dove si disegna la sua figura di raccordo tra i cartelli colombiani e le famiglie di Mazara del Vallo (Agate) e Platì (Marando).
Svolge la sua attività in Africa prima in Camerun e poi in Namibia, dal 1998. Qui gestisce una flotta di 12 pescherecci e un ristorante di lusso “La Marina Resort”,4 lussuose carrozze di un vecchio treno affacciate sull’Oceano Atlantico, dove trovano ospitalità anche pezzi da novanta delle famiglie mafiose (vedi Giovanni Bonomo) e dove, secondo autorevoli fonti, è passato anche Matteo Messina Denaro.
Per Vito Bigione si parla anche di legami con i servizi segreti e quando nel 2000 ne viene chiesta l’estradizione dall’Italia per lui si mobilita uno dei più importanti studi legali del Sud Africa quello di Van Reenen Potgiete che riesce a dimostrare che la richiesta italiana non è corroborata da documenti tali da farlo estradare.
Per lui si batte la moglie Veronique Barbier che lo difende anche dall’attacco del sindacato, in Namibia. E fu proprio l’amore per lei a tradire Vito Bigione nel 2004 a Caracas quando fu arrestato, dopo essere fuggito dalla Namibia del governo di Windhoek, che l’aveva coperto e tutelato per anni ma che non gli garantiva più protezione.
Di certo Vito Bigione era tra i broker più importanti, aveva organizzato traffici tra Brasile, Colombia e Namibia e Italia, viaggiava in tutto il mondo e forse anche in Romania, dove è stato arrestato oggi, aveva i suoi traffici. D’altra parte “la latitanza si deve pagare” come ha detto in conferenza stampa il Capo della Squadra Mobile di Trapani, Fabrizio Mustaro.
E ricorrenti nella vita di Vito Bigione sono i rapporti con la Calabria e le cosche dell’Aspromonte.

(pubblicato su www.malitalia.it)

Altro che Messina Denaro, al comando di Cosa Nostra è tornata la Cupola. Ecco il documento che svela i nuovi capi

Posted on | Notizie dall'Italia | luglio 18, 2018

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A Palermo, qualche giorno fa l’arresto di Giuseppe Corona,finito in carcere per riciclaggio per le indagini del nucleo speciale di polizia valutaria, coordinate dalla procura, e che hanno fotografato una fitta rete di affari attorno al mafioso, che ha trascorso ben 16 anni in carcere dopo una condanna per omicidio. Sarebbe lui il tesoriere di “Cosa Nostra” e ha investito, proprio per conto delle famiglie mafiose, in bar, tabaccherie, negozi e in immobili.
Il procuratore aggiunto Salvatore De Luca, coordinatore del pool antimafia di Palermo, in un’intervista a Repubblica, dichiara: “L’errore più grave che potremmo fare in questo momento sarebbe quello di cominciare a sottovalutare la gravità del fenomeno mafioso. Cosa nostra è stata fiaccata dalle continue misure cautelari, rileviamo una minore forza dell’organizzazione, ma dall’altro lato c’è un dato allarmante: la resilienza della compagine criminale, che nonostante i gravi colpi subiti riesce in breve tempo a riorganizzarsi”.

In questo clima e in questo contesto si colloca anche il focus sulla successione a Totò Riina, che si trova negli atti della relazione semestrale della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) presentata in Parlamento. Cosa sta succedendo all’interno delle famiglie? Chi è il successore di “Totò ‘u curtu”? Problema di non semplice soluzione anche se il “capo dei capi” è scomparso da ben 8 mesi, tanti sono passati dal 17 novembre del 2017 dove è deceduto,alle 3,37, nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma.

Il Direttore della DIA, il Generale Giuseppe Governale, a proposito della successione di Totò Riina, ha rilasciato a Tiscali News questa dichiarazione: “Dopo la morte di Riina è finito il tempo dell’attesa per Cosa Nostra. È arrivato il momento delle scelte, dei nuovi equilibri. Di colmare progressivamente il gap con la ‘ndrangheta. Il nuovo capo avrà l’onere di reimpostare quest’azione di recupero operativo e finanziario. Il capo con ogni probabilità sarà un palermitano della città. È forse definitivamente finita l’epoca dei corleonesi. ”

La governance di Cosa Nostra è affare complesso che vede, come si evince dalla relazione, contrapposti fronti: uno che si ribella alla leadership corleonese, oligarchica e violenta, l’altro che riguarda proprio i sostenitori di quella leadeship. Non da ultimo vanno anche considerati “gli scappati” i perdenti della guerra di mafia vinta proprio dai corleonesi e riparati negli Stati Uniti. Molti sono tornati a Palermo e potrebbero trovare la strada per vendicarsi. E in tutto questo qual è il ruolo di Matteo Messina Denaro, latitante dal giugno 1993?

Per la DIA è improbabile che possa essere lui il successore “pure essendo egli l’esponente di maggior caratura tra quelli non detenuti, ed in grado di costituire un potenziale riferimento, anche in termini di consenso, a livello provinciale.“
E questo per due motivi: “In primo luogo, perché i boss dei sodalizi mafiosi palermitani, storicamente ai vertici dell’intera organizzazione, non accetterebbero di buon grado un capo proveniente da un’altra provincia. Inoltre, negli ultimi anni, si sarebbe disinteressato delle questioni più generali attinenti cosa nostra, per poter meglio gestire la latitanza e, semmai, gli interessi relativi al proprio mandamento ed alla correlata provincia. Lo stesso Riina, intercettato in carcere, si era lamentato di tale comportamento.”

Ma un sistema criminale come “Cosa Nostra” può rimanere senza un capo e non esporsi a rischi e pericolose ripercussioni? Negli atti della relazione si intravede una soluzione e cioè: “un organismo collegiale provvisorio, costituito dai capi dei mandamenti urbani più forti e rappresentativi della città, con funzioni di consultazione e raccordo strategico, che continui ad esprimere, in via d’urgenza ed immediata, una linea-guida nell’interesse comune, specie se volta a regolare le scelte affaristico-imprenditoriali”. Una soluzione a tutela degli interessi economici più che delle forze in campo. I soldi sono il collante reale intorno al quale coagulare i poteri, gli interessi e le influenze territoriali.
(pubblicato su Tiscalinews del 18 luglio 2018)

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