Laura Aprati

Una vita in viaggio.

La normalità del dolore

Posted on | Notizie dal mondo | aprile 14, 2017

Giornalismo 2.0, infotainment, giornalismo da talk, giornalismo da blog. Tutti, oggi, hanno la loro infallibile ricetta per tentare di rivitalizzare un mestiere in crisi profonda. Personalmente di ricette nuove non ne ho, conosco quelle antiche, so quali devono essere i ferri del mestiere da usare. Curiosità, voglia di conoscere i fatti direttamente e di non farseli raccontare dagli altri, buoni piedi per lunghe camminate, capacità di osservare luoghi e persone. Una guerra puoi raccontarla facendo il pieno delle notizie “ufficiali” e ricavandone una sintesi, oppure puoi andare nei posti, parlare con uomini, donne e bambini, ascoltare le loro storie di disagi e tragedie, scrutare le loro vite. Ma sopra ogni altra “regola” ce n’è una: il cronista non è mai un protagonista, gli attori del dramma che osserva sono altri. Al giornalista tocca solo documentare. Con coraggio, umiltà e rispetto degli esseri umani. Solo così renderà un buon servizio al lettore. Ecco, noi, Laura Aprati,Marco Bova e il sito Malitalia, questo abbiamo fatto. Raccontare, con scritti, filmati e foto, l’immenso dramma della guerra.(Enrico Fierro)

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Una donna, avvolta nel suo burqa integrale, nero come la notte, cammina nella desolazione del villaggio di Hammam Al Alili, a pochi chilometri da Mosul Ovest.
Il villaggio è stato liberato nell’attacco a Mosul Est e si trova a sud della città. Da qui è partito l’attacco alla parte ovest. Qui ha sede il quartier generale delle truppe irachene che, con il sostegno degli americani, sta sferrando l’attacco conclusivo al Daesh sul fronte di Mosul.
Tutto il villaggio è stato trasformato in una zona militare. Molte case sono state requisite ed adibite a caserme.

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Nelle vicinanze anche uno degli ospedali di Medici Senza Frontiere per i feriti più gravi che dopo la stabilizzazione partiranno per Erbil o altri centri.
A Mosul Est invece l’ospedale americano.
La cittadina che prima della guerra, aveva circa cinquantamila abitanti, oggi ne conta oltre 100mila con i due campi per gli sfollati che arrivano in pullman dalla città assediata. A fianco del primo campo se ne è aggiunto uno nuovo che ospita circa 60mila persone e l’UNHCR (Alto Commissariato per i Rigufiati) sta già approntando nuove tende dove poter ricevere una parte dei 400 mila sfortunati rinchiusi nella medina, la città vecchia, ancora in mano al Daesh.
Si combatte casa per casa dopo che i bombardamenti di marzo hanno provocato centinaia di vittime tra i civili. Una guerriglia cittadina, senza esclusione di colpi. La popolazione vive barricata in casa per evitare i colpi incrociati dei cecchini o di finire nelle mani dei terroristi che li utilizzano come scudi umani. Non c’è acqua ( se non in alcune zone che vengono rifornite dalla Organizzazioni Internazionali), né cibo.

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Una bambina esce timidamente dalla sua casa, le offrono una caramella. Per lei è come un pasto intero.

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Il senso della vita ha dimensioni diverse in questa città spettrale, devastata dai colpi di mortai e cannoni. Il minareto della moschea di Al Nuri si staglia sulle case distrutte. Sulla sua punta ha sventolato per due anni la bandiera nera dell’Isis. Oggi segna la trincea da superare per sconfiggere definitivamente lo stato del terrore.
I pochi civili che escono dalle case cercano qualcosa tra le rovine . I soldati iracheni quando è possibile offrono un po’ di cibo e acqua, ma non basta. Chi è nell’inferno di Mosul ha fame e sete, bisogno di medicine e letti sicuri. Uomini, donne, bambini che da troppo tempo convivono con la paura e la guerra, è quella l’unica “normalità” che conoscono. La loro speranza è di riuscire a raggiungere un campo profughi. E a quella si aggrappano con tutte le forze, le poche che rimangono.

Lo scontro tra i soldati iracheni e i terroristi del Daesh è spietato. Colpo su colpo, uomo su uomo, finestra per finestra. I boia del terrore si dichiarano pronti a tutto per ottenere le “vergini” che promette Maometto, gli iracheni hanno le loro certezze: presto arriverà la vittoria.
E’ anche una guerra psicologica di resistenza tra uomini che parlano la stessa lingua, venerano lo stesso dio. Ma si odiano. In una tranquilla normalità del terrore.

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Vediamo la casa dei cecchini iracheni in uno dei palazzi vicini alla medina. Due stanze. In una si vive con un braciere improvvisato per scaldarsi, materassi e coperte gettati per terra. Questa è la vita. Nell’altra si inquadra il nemico e si spara. Dai buchi nelle pareti potenti cannocchiali sui fucili da sniper puntano il nemico, il cecchino prende la mira. Spara. Uno in meno. Così da giorni. E’ una guerra lenta, a piccoli passi, di trincea.

Intanto dalla città, ogni giorno, escono migliaia di persone. Vengono raccolte su autobus del governo e portati nei campi di Hammam Al Alili. Alcuni si sono sistemati alla bene e meglio fuori dal campo ufficiale. Gli altri vengono portati dentro un recinto, hanno un pezzo di carta con un numero e chiedono a chiunque che fine faranno. I bambini si accoccolano per terra, giocano, nonostante tutto. Una signora è scappata con la figlia e il marito è rimasto a Mosul, un’altra ha perso tutto ma dice “Grazie a Dio sono viva e questo mi basta”.

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Ad oggi dalla città sono uscite circa 250mila persone.
Ma la vera emergenza riguarda la quotidianità. Dal 19 febbraio, l’ospedale di Medici senza Frontiere ha accettato 1400 pazienti. L’80% codici rossi ( ferite che richiedono operazioni chirurgiche urgenti) e gialli ( fratture). I traumi più frequenti sono da armi da fuoco, esplosioni, mortai, schiacciamento (i muri di una casa che ti crollano addosso). Moltissimi i casi di malnutrizione tra i bambini.
Tante le ferite invalidanti, soprattutto tra i bambini, che rappresentano il 20% dei ricoveri mentre il 40% sono donne.
All’interno della città ci sono cliniche mobili che stabilizzano i feriti gravi, ma non possono operare e quindi i pazienti vengono trasportati a 30 minuti dalla città. Qui vengono assistiti i più gravi, quelli che se non soccorsi entro un’ora rischiano la vita. Gli altri vengono distribuiti negli altri ospedali tra Erbil e dintorni.

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Nella città del Kurdistan ha riaperto l’ospedale di Emergency, lasciato agli iracheni dal 2004, e riaperto a febbraio. La situazione era gravissima: infezioni ospedaliere all’80%, poca igiene, personale scarso. A oggi la situazione è nettamente migliorata anche se gli arrivi ogni giorno sono tanti soprattutto per quanto riguarda la fascia d’età sotto i 15 anni. Bambini che hanno perso i genitori mentre fuggivano oppure feriti durante i bombardamenti di marzo. Una ragazza ricorda il momento in cui un uomo del Daesh le ha puntato il fucile contro e le ha sparato. Nei suoi occhi ancora il terrore di quel momento.
C’è anche chi ha cercato di uccidersi, come l’uomo, già invalido dal 1998, che ha cercato di sparasi perché sopraffatto dalla disperazione.

Ma crea ancora più apprensione quello che potrà succedere tra poco nei campi quando le temperature saliranno oltre i 30 gradi sino ad arrivare ai 50 dei mesi estivi. Mancano strutture sanitarie all’interno che possano aiutare i rifugiati nella quotidianità (un parto, una gastroenterite, una cardiopatia, la pressione alta). L’onda dell’emergenza sta facendo dimenticare che oltre i feriti ci sono tante persone che hanno bisogno di assistenza, di cure. E di cibo. Le ONG internazionali fanno i salti mortali per riuscire a distribuire il cibo. Ci sono loro e piccole organizzazioni come FOCSIV che ogni giorno, nei tanti campi che da Mosul arrivano fin verso Kirkuk, distribuiscono i pacchi alimentari: 10kg. a famiglia. Una goccia in un mare di fame e sete.

(pubblicato su www.malitalia.it e www.malitalia.globalist.it)

Battaglia di Mosul: pronti a combattere casa per casa

Posted on | Notizie dall'Italia | febbraio 20, 2017

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Ieri mattina alle 8, ora di Baghdad, è arrivato l’annuncio dell’inizio dell’offensiva per riprendere la parte ovest della città di Mosul.
La parte est è in mano irachena, la liberazione completa, iniziata ad ottobre, è avvenuta il 18 gennaio scorso. Come ad ottobre scorso, due giorni
fa l’aviazione irachena ha effettuato il lancio di volantini con i quali si annunciava alla popolazione, ancora nelle mani del sedicente stato islamico, l’imminente avanzata delle forze armate irachene e la liberazione dei territori dai terroristi del Daesh.

L’offensiva è partita dalla parte sud, a tenaglia, sull’asse che parte dal villaggio di Atbah e dal villaggio di Hamam Ali. Obiettivo è l’aeroporto della città irachena. Nell’operazione sono coinvolte sia la Polizia Federale ( FEDPOL ), che da tempo stazionava in quell’area in attesa dell’offensiva, la nona divisione corazzata e le forze antiterrorismo che dopo essere state protagoniste nella parte est, si accingono ad un altra dura battaglia. Anche le milizie popolari, a maggioranza sciite, hanno annunciato i loro coinvolgimento nelle operazioni per la liberazione della parte ovest di Mosul , dove risultano esserci ancora 750000 abitanti, molti di fede sunnita.

Anche Stati Uniti e Francia prendono parte all’operazione con bombardamenti sulla postazioni dell’Isis nella zona ovest.

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Il Primo Ministro iracheno, Al Abadi, ha dichiarato che le operazioni saranno orientate a salvaguardare la popolazione civile cercando di ridurre al minimo ogni loro coinvolgimento nella battaglia.

Questo conferma che le operazioni dureranno a lungo e che si combatterà “casa per casa”. Tutte le fonti sono concordi nel riferire che le attività,con molta probabilità, arriveranno fino alla prossima estate. Una battaglia che si protrarrà così a lungo pone dei problemi ai terroristi dell’Isis: i rifornimenti.

In questo momento loro sono stretti tra gli iracheni che spingono da est e da sud, i curdi, che non intervengono,ma che li chiudono a nord ovest. E sulla via per la Siria, cioè verso Raqqa unica fonte per i rifornimenti, sono schierate per circa 10 km di profondità, le milizie sciite e i curdi. Questo nella zona di Tal Afar, dove si pensa sia nascosto il Califfo Al Baghdadi, e dove due giorni fa il Daesh ha provato a sfondare. Ma le milizie di Al Hashd al Shaabi hanno avuto la meglio dei 150 miliziani dello stato islamico che hanno provato a riaprire il corridoio verso la Siria ( da Qaiyara a Tal Afar, tutte le linee di rifornimento verso la Siria e Raqqa, sono state tagliate con l’occupazione dei territori da parte delle milizie sciite che si sono ricongiunte a Nord con i Curdi.)

La via per Raqqa è l’unica possibilità di salvezza, ma in questo momento non sembra praticabile e se la situazione rimane questa i terroristi, chiusi come topi, a Mosul, venderanno cara la pelle e la battaglia di liberazione della città potrebbe diventare una vera tragedia umanitaria.
(pubblicato su globalist.it)

Benvenuti in Kurdistan 3: pronti ad attaccare Mosul Ovest

Posted on | Notizie dal mondo | febbraio 14, 2017

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La notizia corre veloce sui siti, almeno quelli che si occupano di politica internazionale. Al Baghdadi, il leader del Daesh, avrebbe lasciato Mosul per riparare forse a Tal Afar o comunque nelle vicinanze del confine iracheno-siriano. La sciando così il “cuore” della battaglia e “scappando” di fronte alla promessa e imminente (alcune fonti ci dicono “questione di giorni”) battaglia per Mosul ovest dove, secondo le stime, abitano ancora 750mila persone. Sarà una battaglia lunga a detta di tutti. Ci vorranno mesi per l’effettiva liberazione.
Intanto il Primo Ministro iracheno, Al Abadi, in un’intervista a France 24, ha dichiarato che Al Baghdadi “è al momento isolato. Noi monitoriamo i suoi movimenti anche se le comunicazioni con i suoi sono quasi nulle”. Non ha voluto però dire dove sia e non ha voluto rilasciare commenti alla notizia che sia a Tal Afar, la città a nord di Mosul, ultima roccaforte , in terreno iracheno, dei takfiri (ndr: secondo la definizione più recente di Robert Baer “ La missione dei takfiri è di ricreare il Califfato in accordo ad un’interpretazione letterale del Corano”). Ma le ultime notizie che giungono dal Kurdistan, da fonti non ufficiali, dicono che è stato bombardato il nascondiglio di Al Baghdadi ma non si spingono a dire dove e a confermare il fatto che lui sia rimasto ferito (notizia trapelata da fonte sciita).
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Quindi sembra tutto pronto per l’ultimo attacco a Mosul Ovest. Una battaglia che dovrà essere combattuta “casa per casa”, come dicono alcuni osservatori sul campo, un combattimento “urbano” puro non senza incognite. Quanta parte della città è con il Daesh? Quali le zone a maggiore presenza terroristica? Si inizierà a capire nelle prossime settimane.

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Intanto i Peshmerga si sono arroccati su quella che loro definiscono “Kurdish defense line”, cioè entro quella linea di confine con l’Iraq che si è molto modificata dal riconoscimento, nel 2008. La guerra al Daesh per i curdi ha significato riappropriarsi di aree curde, ma non sotto il governo della Regione autonoma, e si sono spinti anche un po’ più in là (vedasi la regione di Sinjar abitata in gran parte dalla comunità yazida,martoriata dai terroristi islamici, e che i curdi hanno difeso).
I curdi a questo appunto attendono e non saranno presenti nella battaglia di Mosul ( anche se i Peshmerga vengono addestrati dalle forze della coalizione proprio alla guerriglia urbana) perché, sempre come confermano le fonti locali, “non vogliono sprecare risorse umane e militari in vista della liberazione dal Daesh che aprirà una “trattativa” con il governo iracheno per i “territori contesi” e potrebbe non essere una passeggiata”. Quindi braccia conserte a guardare cosa succede. Forti anche di una distribuzione, nel proprio territorio, di quello che sarà la vera merce di scambio: il petrolio.

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Se si leggono le mappe si nota che sul territorio del Kurdistan c’è il maggior numero di siti di estrazione (di gas e petrolio). Ci sono 3 raffinerie contro le 4 del resto dell’Iraq, il potenziale estrattivo era stimato, nel 2014, in 45 miliardi di barili secondo solo alla Libia, che ne vantava 48.
Un tesoro che interessa molti, oltre ai curdi, da Gazprom a American Mobil, Chevron e alla Total francese che nel 2012 avevano stretto accordi con il KRG (Kurdistan Regional Governament). Inoltre la riserva naturale di gas del Kurdistan potrebbe essere una delle fonti per il progetto della pipeline “Nabucco” che lo farebbe arrivare, passando per la Turchia, sino in Germania.
Si aspetta la fine del Daesh e si preparano gli accordi futuri.
Accordi che dovranno anche tener conto dei due uomini forti del Kurdistan: Barzani che detiene il potere a Nord e Talabani che lo gestisce per il Sud. Due famiglie storiche che da dodici anni si dividono risorse, affari e territorio.
Alla famiglia Barzani per esempio appartiene la compagnia telefonica Korek e a Talabani invece quella denominata Asia.
C’ è in atto uno scontro per la vendita del petrolio: alla Turchia o all’Iran? E adesso tutto diventa delicato anche per la posizione che sta prendendo il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. L’attacco all’Iran, il muslim ban che il primo Ministro iracheno ha commentato così “Nessun paese ha il diritto di umiliarne altri”.

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In tutto questo è sempre più strategica l’area della diga di Mosul, a sud-est di Tal Afar e a 15 kilometri dal fronte. Una sorta di cerniera, inoltre, tra i militari iracheni e quelli curdi, presenti nell’area e per ora alleati nella guerra al comune nemico.
La diga è strategica perché la gestione dell’acqua, come in tutti i paesi e soprattutto quelli in guerra, è determinante per le popolazioni circostanti. E’ strategica perché i terroristi del Daesh potrebbero decidere di farla saltare in aria, come ultima e possibile azione, allagando e portando via Mosul e tutta la valle a sud. Anche se questa è un’ipotesi molto lontana. Sempre fonti e osservatori locali confermano che la possibilità è infondata: per distruggerla servirebbe un armamento nucleare. L’unico problema potrebbe essere un cedimento strutturale ( la diga infatti è costruita su tratti rocciosi con strati di gessi e calcari,che danno luogo a fenomeni di carsismo e vicino a zone sismiche), da molte parti, soprattutto da esperti iracheni,annunciato a breve e che pare scongiurato dai lavori di consolidamento realizzati ad oggi. Ed è strategica perché è un’opera importante nell’economia locale e delle imprese che lavorano alla ristrutturazione.
È strategica per la presenza dei militari italiani, circa 500 bersaglieri della Task Force Praesidium, che, come dice il Generale Francesco Maria Ceravolo, Comandante dell’Italian National Contingent Command Land in Iraq “Sono fondamentali per il supporto al governo iracheno, per la messa in sicurezza della struttura e degli operai che ci lavorano che non sono solo italiani ma anche di altri paesi oltre che locali”.
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Una scacchiera dove si muovono molti protagonisti e dove il Daesh partecipa ma non è detto che abbia il ruolo fondamentale o che non sia un semplice strumento.
Intanto ci sono prove di dialogo tra il Pdk di Barzani e il Puk di Talabani, dopo l’incontro dell’11 gennaio scorso, sia per fare fronte comune al terzo partito, Goran, nato da poco, e forse anche perché sentono vicina la fine del Daesh e bisogna preparare strategie comuni per la definizione dei confini con l’Iraq!

Il Capo della Sicurezza del distretto di Kirkuk ( città curda ma arabizzata con Saddam Hussein), Azad Jabary, ci dice “Appena il Daesh sarà sconfitto potremo applicare la giustizia sociale in Iraq”.
Quale? Ridare il Kurdistan ai curdi?
(pubblicato su malitalia.ie e globalist.it)

SPECIALE IRAQ- Benvenuti in Kurdistan 2

Posted on | Notizie dall'Italia | febbraio 5, 2017

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Dibaga, campo profughi da trentaseimila persone. Siamo a sud di Mosul, a Ovest di Erbil e a Nord Ovest da Kirkuk.
Sono alloggiati nelle tende, anche in 12/15 in ognuna di loro ( d’altra parte non è inusuale un numero così perché secondo le regole mussulmane della composizione della famiglia non è strano dover ospitare anche tre donne con loro bambini e con un solo marito).

Qui arrivano gli sfollati di Mosul e Hawija. Arrivano a piedi, come possono, sui carri dei militari ( almeno quelli che erano a Mosul Est quando è stata liberata).
Qui le organizzazioni internazionali, visto il flusso continuo dei profughi che arriva, hanno finito le loro provviste di cibo. Sono intervenute le piccole ONG che lavorano in Iraq, come Focsiv che ha distribuito, tra il 28 e 29 gennaio scorsi, ben 1300 confezioni di viveri da 10 kg. composto da riso, olio, concentrato di pomodoro, lenticchie, grano trattato, fagioli, zucchero, sale, thè.
Le persone si sono messe in fila rigorosamente. I ragazzini si sono attrezzati con delle carriole –taxi per trasportare i pacchi.
Ed è in questo momento che è più evidente la struttura della società: gli uomini si affannano a cercare una carriola-taxi mentre le donne, quasi tutte velate, si caricano i 10 kg. sulle spalle e tornano nelle tende.
Questo spaccato di società è quello che si incontra ovunque. Le donne hanno reagito alla guerra, si sono adattate e arrangiate per sopravvivere. Gli uomini, molti dei quali hanno perso il lavoro, hanno ceduto ogni potere all’interno della famiglia. Molti sono caduti in depressione. Si sono arresi insomma.
Le donne sono maggioranza, come in molte altre parti del mondo. Ma esserlo in un paese in guerra cambia la prospettiva con cui guardi la vita. E lo si percepisce anche dai racconti delle bambine fuggite dall’orrore e devastazione del Daesh.
Bambine che raccontano, con apparente tranquillità, di come i miliziani imponevano lo hijab a tutte loro e di come le donne del Daesh fossero violente verso la popolazione.

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Bambine che parlano di decapitazioni di uomini sorpresi a fumare o di soldati che fratturano le gambe.
Sono calme, precise. Hanno ben chiaro che hanno attraversato l’inferno e sanno che non è ancora finito. Sono determinate anche nel loro essere pulite, attente a se stesse. C’è chi ha i disegni caratteristici sulle mani, fatti con un hennè fatto in casa, ma che dà la sensazione di una vita quasi normale.
Questa è la realtà dei campi. Nelle città non è molto diverso, anche a Kirkuk, città a maggioranza musulmana, dove le donne nella quasi totalità sono velata. Chi interamente, compresi i guanti, chi solo il capo. Ma sono poche quelle che accettano un futuro predestinato. Un futuro “velato” e “religioso”. Molte di loro vestono il hijab più come un segno di identità che come segno religioso. E’ abbinato a vestiti occidentali, a scarpe con tacchi alti , ad un trucco che mette in risalto occhi e labbra ed ad una visione della vita che non si ferma davanti alla guerra. “Il mio futuro è qui, per ora,vorrei fare qualcosa per il mio paese ma se avessi l’opportunità andrei a lavorare all’estero. Lascerei la mia terra, la mia famiglia.” Chi parla è un ingegnere civile che adesso lavora per un’organizzazione internazionale arrivata a Kirkuk con la guerra. Non si sente diversa dai colleghi con cui lavora. I suoi problemi sono gli stessi delle sue coetanee occidentali. Ti guarda dritto negli occhi durante l’intervista, non abbassa mai lo sguardo, non si tocca il velo, non si sente a disagio rispetto a chi non lo porta. E’ una giovane donna aperta al futuro e agli altri, disposta a confrontarsi.

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E come lei anche un altro ingegnere, circa 40 anni, dipendente dell’impresa di Stato che gestiste l’energia elettrica nella provincia di Kirkuk. Si è rimessa a studiare per un corso di aggiornamento su AUTOCAD, software di progettazione, “non mi voglio fermare. Non voglio rimanere indietro perché quando finirà la guerra ci saranno opportunità e io voglio essere pronta”.

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Tra di loro però c’è anche chi è estremamente religioso e alla domanda perché vesti il hijab e porti anche i guanti risponde “Perché è scritto nel Corano” e abbassa lo sguardo per non incontrare i tuoi occhi e,forse, anche gli occhi delle altre donne. Sono decisamente la minoranza le donne che seguono strettamente la religione, per di più giovani e di buona cultura. Segno di imposizioni familiari più che di scelte autonome che possono mutare nel tempo.
D’altra parte in Kurdistan le donne hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella società tanto che ad Erbil, nelle vicinanze della cittadella, la vecchia città fortificata, c’è un mausoleo all’aperto dedicato alle donne che nella loro vita si sono battute per questo territorio, per le sue tradizioni e per i valori di uguaglianza e tolleranza.

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(continua)
(pubblicato su malitalia.it e malitalia.globalist)

SPECIALE IRAQ – Benvenuti in Kurdistan

Posted on | Il mio diario | gennaio 27, 2017

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Arriviamo ad Erbil alle 4 di mattina , io e Marco Bova, il filmaker.Al controllo passaporti veniamo smistati velocemente e quando è il nostro turno, il documentoitaliano cambia l’umore dei poliziotti “Ah italiano!!!” e ci stampa il visto, “è per 30 giorni” dice, e ci saluta “Benvenuti in Kudistan!”.
Fuori ci aspetta Terry Dutto di Focsiv, che scopriremo essere una fonte inesauribile di notizie e storie.
Sono giorni intensi, fatti di incontri, di colori, di odori e di storie personali.
La cosa che ci colpisce da subito è la chiarezza con cui chi vive in Kurdistan ci descrive la situazione geopolitica dell’area, cosa è la guerra al Daesh e cosa si aspettano per il dopo.
La guerra a Mosul e Hawija non è lontana. Ogni giorno da quelle aree scappano circa 1500 persone che fanno ad ingrossare dei campi per i rifugiati, già stracolmi.
Qualcuno ci dice “vedrete cosa succede dopo la presa di Mosul…..”.
Ma le paure di molti riguardano le etnie presenti sul territorio, le “aree contese” tra Iraq e la regione del Kurdistan, che a sua volta internamente è divisa tra i seguaci di Barzani, Pdk, e di Talabani del Puk.

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Ago della bilancia forse sarà Kirkuk, città che ha una produzione di petrolio pari ad un decimo della produzione totale dell’Iraq, che, per inciso, è la regione che potrà estarre l’oro nero per altri 300 anni di al contrario di altri paesi le cui riserve stanno per esaurirsi.
Per ora la regione vende una parte del greggio alla Turchia, permettendole, cosa eccezionale e mai accaduta, di entrare nel suo territorio per bombardare le postazioni del Pkk, partito del i lavoratori del Kurdistan, che minaccia il governo di Ankara. In questo momento,inoltre, c’è battaglia tra le fazioni di Barzani e Talabani (che “comanda sull’area di Kirkuk) che accusa l’avversario di voler vendere il petrolio all’Iran.
Insomma un post Daesh con molte incognite per un’area che con Saddam prima, e nel dopo, ha vissuto momenti tragici.
D’altra parte esiste un proverbio islamico che recita “Nel mondo ci sono tre calamità: le locuste, i topi e i curdi”.
E questa sensazione di pericolo prossimo futuro lo si registra ovunque A Erbil come a Kirkuk con l’aggiunta delle aree cristiana come Qaraqosh dove incontriamo le milizie sciite, arrivate dalla vicina Mosul.
Il volto del nostro accompagnatore, curdo, sbianca. La sola idea che le milizie potessero capire di quale etnia fosse gli ha tolto il respiro. E una delle persone intervistate ci ha detto “ Cosa dobbiamo aspettarci per il dopo? Un altro ISIS contro di noi?”.
Ecco questa è la paura più profonda di tutti: adesso uniti contro il terrorismo islamico e dopo? Di nuovo genocidii, gas nervini, guerre etniche?
Chi teme di più il futuro sono le migliaia di rifugiati che gravitano intorno alla città di Erbil. Sono circa un milione di cui oltre 300mila provenienti dalla Siria, il resto sono in fuga dal Daesh. Arrivano da Sinjar, l’area delle comunità yazide, o dalle città limitrofe a Kirkuk come Hawija, o da Qaraqosh, Mosul.
I campi in città sono tanti realizzati alla bene e meglio, qualcuno con i container, qualcuno in case sfitte sopra il più grande bazar della città.
Ovunque ti giri li vedi. Il più grande è a metà strada tra Qaraqosh e Erbil. E’ gestito dal governo. Gli uomini e le donne che vi arrivano vengono separati. Per i maschi si passa al setaccio la loro vita. Si teme che tra di loro ci possano essere degli infiltrati dell’Isis pronti ad attentati in città o nello stesso campo, che ha accessi molti limitati anche per le organizzazioni internazionali.
Si parla di condizioni precarie anzi disumane per molti di loro come fonti di ONG internazionali ci confermano.
Poi ci sono i campi cittadini.

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Quello più organizzato, vale a dire con container al posto di tende,ha una gestione mista del governo e di ONG come Focsiv che ha scelto da subito di occuparsi di infanzia e di mamme. Il campo, nel quartiere cristiano di Ankawa, ha 1200 “case” per 5800 abitanti di cui il 30% circa è composto da piccoli tra gli o e i 5 anni. Come dice Terry Dutto,di Focsiv, molti sono nati qui in quella che, per ora, è la loro casa.
Qui c’è un asilo, una scuola, si fanno corsi per le donne. Tutto cerca di raccontare una normalità virtuale. Le strade sono pozzanghere anche in un giorno di sole. Il freddo penetra tra le lamiere come il caldo. Ma meglio questo dei campi yazidi fatti di baracche di pezzi di legno o di vecchi pollai in disuso, dove i bambini giocano nelle stesse pozzanghere con le anatre a cui danno da mangiare. Gli yazidi sono la nicchia nella nicchia. Se i cristiani sono una minoranza loro lo sono ancora di più. E dovunque andiamo la prima richiesta è il cibo. In uno dei campi una giovane donna esce dalla sua stanzetta, forse per capire chi siamo, e ci sviene davanti agli occhi. D’altra parte il loro pranzo è spesso una cipolla ed una mela.
Tra questi disperati Terry arriva e porta cibo e aiuto per i bambini.

Come spesso ci ripete Focsiv è “il pezzo mancante” nel sistema internazionale di aiuti che lavorano sulle quantità ma non riescono a sopperire alle piccole necessità. Terry fa un altro esempio per farci capire :”è come se dessi pacchi di riso ma niente sale per condirlo”. Ecco loro lavorano su questo e sulle necessità dei bambini.
Ma le necessità sono svariate come quelle del ragazzo yazida di 18 anni che ne dimostra 10 ed ha una malattie di ritardo di sviluppo ed ha bisogno di un medicinale specifico ogni 15 giorni ma che nessuna organizzazione internazionale gli procura.Per gli yazidi meglio questo strazio che tornare a Sinjar, liberata oltre un anno fa “L’Isis è pericoloso guarda cosa stanno facendo in Europa noi non ci fidiamo a tornare nella nostra città. E’ troppo pericoloso”.
E lo è ancor di più per le donne di questa etnia, legata a Zorosatro e alla natura.

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Le donne hanno combattuto l’Isis e per un musulmano dello Stato islamico è un disonore essere ucciso, o solo colpito, da una di loro. Una maledizione che gli impedirà di incontrare il profeta.
Eppure quei bambini, scalzi, denutriti, non hanno mai perso il sorriso.
La guerra ha tanti volti anche quella di una bimba, vestita di rosso, che ti chiede di poter fare una foto con il tuo telefonino e ti sorride con gli occhi in cui annega la nostra tristezza.

(continua)

(pubblicato su www.malitali.it e www.malitalia.globalist.it)

In nome di #GiulioRegeni

Posted on | Notizie dal mondo | agosto 4, 2016

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Il 3 febbraio 2016 il corpo di Giulio Regeni, 28 anni dottorando dell’Università di Cambridge, è stato ritrovato in un tratto dell’autostrada che da Il Cairo porta ad Alessandria d’Egitto.
Da quel giorno, di sei mesi fa, molte le versioni e depistaggi sulla sua morte: amicizie omosessuali, un incidente, le sue ricerche, la superficialità dell’Università ….
E siamo passati dalla dichiarazione “La morte di Giulio Regeni è un atto isolato”, del ministro degli esteri egiziano Sameh Shourk di sabato 2 aprile, alla “velina” dei servizi egiziani, arrivata all’agenzia Reuters, riportata sul sito oggi, in cui si fa strada il sospetto che a tradire il giovane ricercatore sia stato proprio Mohamed Abdallah, il capo di quel sindacato ambulanti al centro della ricerca di Giulio Regeni al Cairo. Due fonti della sicurezza egiziana, coperte da anonimato come riportato sul sito della Reuters, hanno dichiarato che il capo del sindacato “ha visitato di frequente uno dei quartier generali della sicurezza egiziana e sei mesi prima della morte dell’italiano ha anche incontrato un ufficiale…….Non si sa se fosse proprio un collaboratore, ma era monitorato. Uno del genere ha un mutuo beneficio ad avere un rapporto con la sicurezza.”

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Ma la morte di Giulio Regeni “non è un caso isolato”, come ha ricordato la mamma,Paola, nella conferenza stampa tenuta al Senato lo scorso 29 marzo e non lo è perchè a dirlo sono i dati dell’Egyptian Centere for Economic and Social Rights che parla di 22 mila arresti per terrorismo da luglio 2014 a ottobre 2015, ai quali si aggiungono, i circa 41 mila tra arresti, rinvii a giudizio e sentenze di colpevolezza tra luglio 2013 e maggio 2014. È così che i rari casi di liberazione, come quello dei due giornalisti di al-Jazeera,Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, sono solo una fessura, e non un’apertura, in confronto alle migliaia di oppositori ancora dietro le sbarre del regime. Una detenzione alla quale, spesso, si aggiungono le frequenti violenze e torture da parte delle forze di polizia. Come nel caso, riportato da Amnesty International, di un ragazzino di 14 anni che ha denunciato di essere stato violentato con un bastone di legno dai suoi carcerieri e di essere stato sottoposto a elettroshock ai genitali. Secondo le indagini di un’organizzazione per i diritti umani egiziana citata da Human Rights Watch, sono 465 le persone che hanno dichiarato di aver subito torture o violenze da parte delle autorità tra ottobre 2013 e agosto 2014. Si parla di 47 prigionieri morti mentre erano in custodia nelle prigioni del regime nei primi sei mesi del 2015, mentre altri 209 hanno perso la vita per “negligenze mediche ” da quando Al-Sisi ha preso il potere.
Un giovane attivista egiziano ha rivolto un appello alla mamma di Giulio: “Tenga duro, affinché suo figlio non diventi una semplice statistica, e che non ci siano altri Giulio Regeni a fare da eroi di fronte ad un regime fra i piu barbari e sanguinari che esistono”.
Una mamma che ha potuto riconoscere suo figlio “solo dalla punta del naso” e che sul suo viso ha visto “tutto il male del mondo” e che da sei messi aspetta verità, nel suo composto silenzio insieme al marito e alla sorella di Giulio.
Una madre alla quale non si danno risposte e che da sei mesi si vede proporre ipotesi di vario genere,evidentemente fasulle perché il corpo di Giulio “parla” e ci racconta le torture, i soprusi che ha patito. Perché tutto questo?
In tutto ciò si inserisce anche la nostra politica. Il Governo ha richiamato il nostro ambasciatore in Egitto, il Senato blocca forniture per F16 al Cairo. E c’è la posizione dell’Università di Cambridge. I professori di Giulio, da molte parti, sono stati indicati come superficiali e di non voler collaborare con l’autorità giudiziaria italiana. La risposta dell’università è apparsa sul sito di Cambridge il 20 giugno 2016 : “Comprendiamo la frustrazione dei pubblici ministeri italiani rispetto alle conclusioni alle quali sono finora pervenute le autorità egiziane. L’università ha esercitato pressione sulle autorità egiziane per riuscire a trovare una spiegazione alla morte di Giulio. Abbiamo, inoltre, invitato il governo britannico ad esercitare pressioni e sostenuto gli sforzi del governo italiano per accertare la verità…….. Per essere chiari, le autorità centrali dell’Università non hanno ricevuto alcuna richiesta di aiuto da parte dei pubblici ministeri italiani e rimangono disponibili a rispondere rapidamente a qualsiasi richiesta di collaborazione. Soltanto un professore di Cambridge ha ricevuto una richiesta di informazioni da parte dei procuratori italiani e ha già risposto a tutte le loro domande in due distinte occasioni. Questa morte non è soltanto una tragedia per la famiglia, ma un attacco alla libertà accademica. Giulio era un ricercatore esperto che utilizzava metodi accademici standard per studiare le organizzazioni sindacali presenti in Egitto. …… Dobbiamo opporci a chi cerca di mettere a tacere gli altri. La missione di Cambridge è “offrire un contributo alla società attraverso il perseguimento di istruzione, apprendimento e ricerca”. Rendiamo omaggio a Giulio, che ha incarnato questa missione e i nostri valori. (Professor Leszek Borysiewicz Vice-chancellor, University of Cambridge da http://www.valigiablu.it/regeni-cambridge-procura/
Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it)

In tutto ciò bisogna ricordare che Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, ong che offre consulenza ai legali del ricercatore torturato e ucciso al Cairo, è stato arrestato il 26 aprile scorso e da allora non ha più lasciato le prigioni di Al-Sisi, così come Malek Adly, l’avvocato per i diritti umani che per primo si è occupato del caso di Giulio.
Paola e Claudio Regeni hanno diritto ad una verità che non vada ricercata, fecendo lo slalom, tra depistaggi, posizioni di governi che giocano con la vita delle persone, tra affari ufficiali e non. Che non debba essere cercata facendo scaricabarile e magari arrivando a dire “beh però se l’è cercata”.
Giulio Regeni, e i tanti come lui di cui ci parlano i dati di Human Rights Watch, meritano la verità, quella vera.
(pubblicato su www.malitalia.it e primapaginaweb.it)

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