Gli elettori senza potere
Posted on | Notizie dall'Italia | luglio 29, 2010
(di Michele Ainis – La Stampa 28 luglio 2010)
C’è un fantasma nella nostra scena pubblica: la legge elettorale. La sua riforma non ha mai occupato i desideri della maggioranza di governo, ora non interessa più nemmeno all’opposizione. Perché dovrebbe? È così comodo manovrare un esercito di soldatini di piombo travestiti da parlamentari.
Niente capricci, niente alzate d’ingegno: altrimenti la volta prossima te ne rimani a casa, anche se la tua pagina su Facebook conta un popolo di lettori e di elettori. E poi nell’agenda politica incalzano altre urgenze, altre questioni: la manovra finanziaria, le intercettazioni, il federalismo, l’università. Perché mai dovremmo attardarci sugli alambicchi del maggioritario o del proporzionale?
Eppure c’è un nesso tra i funerali della legalità e il battesimo della nuova classe dirigente. Basta misurare le reazioni dei politici finiti sotto torchio. Verdini: una congiura mediatica. Cosentino: un complotto giudiziario. Brancher, Dell’Utri, Caliendo: idem. E comunque l’essenziale è mantenere la fiducia del Capo, chissenefrega dei giornali. Tanto è lui, soltanto lui, che decide il tuo posto in Parlamento. L’insubordinazione, ecco il delitto più infamante.
Per i disobbedienti s’agita il randello dell’epurazione, oggi dal Pdl contro il finiano Granata, ieri dal Pd verso Riccardo Villari, dal Pdci verso Marco Rizzo, da Idv verso Nicola D’Ascanio, dalla Lega con una lista di proscrizione lunga come l’elenco del telefono. D’altronde Bossi l’ha detto chiaro e tondo, inaugurando nei giorni scorsi la sezione di Travedona Monate: «chi pianta casino è fuori dal partito». Berlusconi usa un linguaggio più tornito, ma anche per lui la «lealtà» costituisce la prima virtù dei suoi parlamentari. Insomma ai padroni del vapore sta a cuore la fedeltà, non certo l’onestà. Le nomine si fanno per appartenenza, non per competenza. Sicché gli incompetenti disonesti sono ormai il grosso della nostra classe dirigente.
Negli Stati Uniti o in Inghilterra non succederebbe. Lì, se un deputato viene sorpreso con le dita nella marmellata, la sua constituency gli sbatte la porta in faccia senza troppi complimenti, e lui poi difficilmente trova un altro collegio elettorale. Lì l’accountability, la responsabilità dell’eletto verso l’elettore, è l’olio che fa girare il motore democratico. Lì la reputazione dei politici è come la verginità: quando l’hai persa è per sempre, non c’è chirurgo plastico che tenga. Noi, in Italia, questa medicina non l’abbiamo mai bevuta. Neanche ai tempi della Dc, un partito che ha pietrificato per 45 anni ogni alternanza di governo. Sarà che abitiamo in un Paese cattolico, dove il confessionale monda ogni peccato. Sarà l’eredità delle corporazioni medievali, un mondo dove il mestiere dei padri spettava di diritto ai figli, senza concorrenza, senza ricambio d’uomini e di idee. Ma certo dal 2005, da quando abbiamo in circolo questa legge elettorale, lo spettacolo è scaduto ulteriormente. Servirebbe l’uninominale, uno contro uno. Servirebbe la possibilità di revocare gli eletti immeritevoli. Invece la politica italiana ha revocato gli elettori.
Tiziano Terzani: giornalismo e potere
Posted on | Notizie dall'Italia | luglio 28, 2010
(Tratto da Malitalia – di Nicola Lillo)
È bello poterlo immaginare seduto con le gambe incrociate, la schiena dritta. La barba lunga e bianca, i capelli legati. I vestiti candidi, che fanno un tutt’uno con l’uomo. Un mantello rosso gli copre le spalle, mentre sorseggia il tè, appena preparato nella sua piccola “gompa” costruita sull’Appennino Tosco-Emiliano. A Orsigna, piccolo paesino in provincia di Pistoia; il suo Himalaya.
Una terra ricca di colori, odori e spiritualità.
Sono sei anni che Tiziano Terzani ha lasciato il suo corpo, come amava dire. Ed è in periodi di crisi come quelli che stiamo vivendo che si sente di più la sua mancanza.
Un giornalista “sui generis”, viaggiatore instancabile. Reporter, fotografo e, alla scoperta del cancro, un uomo diverso, nuovo, capace di far riflettere con poche e semplici parole.
Era questo e tanto altro Tiziano. Impossibile da definire, impossibile da inquadrare. Sempre sorprendete, coinvolgente, emozionante.
Ma, nonostante oggi non ci sia più, a noi giovani, che non abbiamo ancora superato la soglia degli “anta”, aspiranti giornalisti e non, ha lasciato un bagaglio di insegnamenti sconfinato.
Il giornalismo per Terzani era una missione. “Una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo”. Un concetto che, oggi più che mai, deve essere fatto proprio dai giornalisti o da aspiranti tali.
Ma Tiziano non solo di informazione si è occupato. La scoperta del cancro lo ha portato a compiere un percorso inconsueto, inaspettato. Forse considerato un po’ “folle” per noi occidentali, legati ai nostri guadagni, alla nostra casa, a tutto quello che ci circonda: alla materialità. Trascorse mesi sull’Himalaya. Senza alcuno al suo fianco. Alla ricerca di se stesso.
E da questa esperienza è nato un Terzani differente, nuovo, “spirituale”. E tanti sono gli insegnamenti che noi giovani possiamo trarre dalle sue parole.
Dalla forza e dalle difficoltà della vita: “quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta”. Alla serenità e alla pace interiore: “Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia”.
Un pacifista lontano dall’utopia, ma comunque sognatore e fiducioso: “mi piaceva pensare che i problemi dell’umanità potessero essere risolti un giorno da una congiura di poeti: un piccolo gruppo si prepara a prendere le sorti del mondo perché solo dei poeti ormai, solo della gente che lascia il cuore volare, che lascia libera la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano, è capace di pensare diversamente. Ed è questo di cui avremmo bisogno oggi: pensare diversamente”.
È l’insegnamento più grande che ci ha lasciato. “Pensare diversamente”, non conformarsi al consumismo sfrenato di un’economia che tenta di appiattire tutto e tutti. Ed è forse proprio questo il motivo per cui questo grande giornalista è tanto apprezzato dai giovani. Perchè in lui vedono, vediamo, un qualcosa di diverso, lo spronarci a cambiare, noi stessi e gli altri, a cercare un mondo, una vita, migliore.
Hare Tiziano.
Il fresco profumo di libertà
Posted on | Il mio diario | luglio 19, 2010
“Poter ammirare la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.
Parole di Paolo Borsellino che oggi più che mai sono attuali. La contiguità, la complicità, il compromesso morale sono sotto gli occhi di tutti. Il Paese sembra inebetito, incapace di ribellarsi a questo stato di cose che ogni giorno riempie le pagine dei giornali e che pervade tutto il territorio italiano, basti pensare agli arresti tra Calabria e Lombardia. Anche la “Milano da bere”, il cuore della finanza è “colluso” e “compiacente” con i boss dell’Aspromonte. E anche qui tornano in mente le parole di Paolo Borsellino: “politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si accordano o si fanno la guerra”. La sensazione netta e chiara è che si siano accordati e che il patto sia ancora più forte di quelli ( occulti o palesi) dei decenni passati.
Sono passati 18 anni da quel fumo, nero e denso, che si alzava nel cielo di Palermo in un’estate calda con le spalle curvate dal dolore della strage di Capaci. Sono passati 18 anni dal discorso di Paolo Borsellino alla Biblioteca di Marsala il 25 giugno 1992 quando sapeva già che la sua fine era vicina.
Paolo Borsellino usava parole desuete per il mondo di oggi “E’ bello morire per ciò in cui si crede: chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. E questo non è un grido di battaglia o il riconoscersi in una parte politica. E’ il testamento di un uomo onesto, di un magistrato fedele alla legge e alla Costituzione. Un magistrato che ha frapposto la sua integrità morale a quel potere “colluso e compiacente” che aveva deciso di scendere a patti con la criminalità organizzata.
Una legge contro la libertà
Posted on | Il mio diario | luglio 7, 2010
La libertà è la base di uno stato democratico. Lo diceva Aristotele, filosofo greco del 382 a.C. ( cioè praticamente circa 3000 anni fa). Eppure questo concetto, espresso in un periodo storico che ha visto dittatori, re e despoti, sembra oggi perdersi grazie ad una legge liberticida che vuole mettere in ginocchio la giustizia, le forze dell’ordine, l’informazione. Tutto in nome di un concetto di privacy da tutelare. Ma dietro la parola privacy cosa si nasconde: gli affari, le cricche di tutti i generi e i tipi, i mafiosi? Una privacy che si deve rispettare, parola dell’On.le Daniela Santanchè, anche quando un mafioso parla con un suo familiare ( perché il mafioso quando parla con un suo familiare mica lo fa per passargli ordini o informazioni, lo fa per scambiarsi effusioni o per parlare del caldo dell’estate!). Ora una legge sulla privacy c’è già e tutela sufficientemente la “casta” di chi può (pagare un bravo avvocato per esempio). Un caso fra tutti: le foto di Berlusconi nella villa in Sardegna in mano al fotografo Zappadu. Il fido e obbediente Ghedini subito le blocca tramite il Garante. Provate voi a fare una cosa del genere: l’ufficio vi risponderà che dovete sporgere querela alle autorità competenti e quando ci sarà la sentenza si deciderà cosa fare…….Non c’era proprio bisogno di un’altra legge. L’obiettivo di oggi è chiaro: annullare l’informazione ( non solo con il bavaglio ma soprattutto con le multe) e piegare la giustizia alle necessità personali o della cricca di appartenenza.
La giustizia si occupa di mafie, di corruzione, di appalti, di sanità. Del bene pubblico insomma e le intercettazioni sono oggi uno strumento basilare. All’inizio si è detto le togliamo perché costano troppo ma poi di fronte all’evidenza che costa di più un pedinamento ( e non consideriamo che le società di telefonia si fanno pagare il costo della telefonata anche dallo Stato oltre che dal cliente cosa che non succede in nessun altro Paese Europeo!) siamo passati al fatto che ledono la privacy degli imputati, che siamo tutti intercettati e che le indagini, soprattutto quelle complesse di mafia o di corruzione si possono tornare a fare con i pedinamenti. Ora per esempio come denuncia l’ANFP (Associazione Nazionale Funzionari di Polizia) il turn over nelle forze dell’ordine è “stagnate” e quindi nelle zone ad alta densità criminale spesso i poliziotti sono gli stessi da anni ( e quindi ben conosciuti alla cittadinanza, buona e cattiva). Come è ipotizzabile che una persona riconoscibile per ruolo e funzioni possa pedinare il criminale della propria zona? Sarebbe scoperto dopo 5 minuti! E d’altra parte il Ministero dell’Interno non ha in programma né nuove assunzioni né nuovi concorsi ( l’ultimo è stato bandito nel 1999). Ma non parliamo solo di reati di mafia pensiamo allo scandalo della Clinica Santa Rita a Milano ( protesi innestate a pazienti che non ne avevano bisogno, interventi chirurgici non necessari….), una truffa sanitaria in grande stile. Pensiamo a Parmalat…..Ora però d’improvviso e in disprezzo ad ogni richiamo alla ragionevolezza bisogna approvare questa legge.
Una legge che impone agli editori di entrare in redazione per controllare cosa si scrive ed evitare multe salatissime. Tutto questo forse si può riscontrare in Cina, un paese che sta uscendo adesso dai rigidi vincoli di un sistema politico totalizzante. In America un giornalista può pubblicare intercettazioni, notizie di fonti anonime ( ricordiamo tutti “Gola profonda” che con le sue dichiarazioni aprì la strada alle dimissioni di Nixon). Certo però la privacy negli Stati Uniti la troviamo tutelata durante il processo. Esattamente il contrario di quanto avviene in Italia. Sarebbe utile fare un viaggio nei tribunali ed assistere, la mattina, alle udienze e così ascoltare, di fronte ad un pubblico eterogeneo, la dichiarazione e l’interrogatorio di una donna violentata, il racconto di una prostituta truffata da un rivenditore di telefonia o la causa per recupero credito di un signore che ha vergogna dei propri debiti. Perché questo sì e poi non possiamo sapere che Bertolaso è d’accordo con un gruppo d “amici” ai quali concede lavori per milioni di euro? Milioni che diventano miliardi perché gli imprenditori utilizzano materiale scadente o ne dimezzano la quantità o perché invece di bonificare un’area gettano in fondo al mare i rifiuti tossici (vedi Maddalena). La censura che si vuole adottare contro informazione e giustizia è peggio dell’olio di ricino del famoso ventennio anche perché vuole piegare gli spiriti con la fame. Come diceva Luigi Einaudi “ la libertà economica è la base della libertà politica” e in questo paese in piena crisi ( e dove la ripresa è molto lontana) la libertà economica è un sogno e rischia di offuscare la libertà politica.
Molte le voci autorevoli, di giuristi e storici, che chiedono la disobbedienza civile e forse questa rimane l’unica vera arma per battere l’esercito del potere.
(pubblicato su Calabria Ora il 5 luglio 2010)
Ustica 30 anni per la verità
Posted on | Il mio diario | giugno 27, 2010
“Caro diario sono felice, oggi è il 26 giugno 1980 e sono stata promossa. EVVIVA!!!!! (ho tredici anni) Mamma e Papà sono molto orgogliosi di me, mi hanno promesso da mesi che il loro regalo per la promozione sarà portarmi con loro in Sicilia. EVVIVA!!….. Caro diario oggi 26 giugno 1980 c’è stato un cambiamento nel programma. La mamma ha detto che siccome non ha trovato posto in aereo, partono solo loro due con la speranza di poter trovare due biglietti, promettendomi un nuovo regalo al ritorno UFFA!!! Non è giusto!….. Caro diario oggi 28 giugno 1980 non crederai a quello che ti dirò ora: la Mamma e il Papà non hanno ancora telefonato per dire che sono arrivati. Qui sono tutti agitati. Non credo a quello che sento, dicono che l’aereo è scomparso!! NO! Non è possibile, non può succedere niente di brutto ai miei genitori…..” ( dal diaro di Linda Lachina)
27 giugno 1980
Il rollio dei motori… fuori il cielo è ormai quasi completamente scuro. Si vola a 10.000 metri, sotto l’appennino tosco emiliano. Il DC 9 Itavia sta volando da Bologna a Palermo. Improvvisamente si scorge qualcosa dietro l’aereo. Una sagoma scura, affusolata, velocissima. Sembra un ingaggio che si specchia sul Tirreno. Un ingaggio cercato per mettersi sulla coda dell’aereo, per nascondersi da parte di chi stava sfuggendo ad un inseguimento. Poi succede qualcosa. E’ un attimo. E tutto finisce. E’ il 27 giugno del 1980 sono le 20.59’45’’. Il buio e la morte per 81 persone ed una verita’ che si perde in fondo al mare…
In quel cielo, quella notte, chi c’era? I Francesi alla caccia di Gheddafi, come ha detto recentemente l’ex Presidente Cossiga? Il DC9 Itavia aveva addosso, veramente, il “fiato” di un altro aereo ? e dietro altri aerei alla sua caccia ?
Chi ha colpito il DC9 Itavia? Chi sa come veramente e’ andata? E perche’ oltre al dolore e alla disperazione delle famiglie”il caso di Ustica” continua a vivere soltanto di colpevoli e desolanti silenzi?
30 anni di domande e mancate risposte che qualcuno vuole liquidare “semplicemente” con la tesi di una bomba per coprire quello che tutti crediamo vero: una battaglia sopra il cielo d’Italia in cui sarebbero implicati i francesi ( che finalmente hanno deciso di collaborare) e la Libia e il suo Presidente Gheddafi ( il nuovo grande amico di Berlusconi).
Estela e Diego, due sogni da concretizzare
Posted on | Notizie dal mondo | giugno 18, 2010

(di Andrea Meccia da Agoravox)
Diego Armando Maradona ha ospitato nel ritiro della nazionale argentina in Sudafrica Estela De Carlotto, Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Piazza di Maggio), associazione argentina in difesa dei diritti umani candidata al premio Nobel per la pace. Nel 1978, durante i mondiali di calcio svoltisi in Argentina, Maradona era una promessa del calcio nazionale, ma il tecnico Menotti lo lasciò a casa. In quei mesi Estela de Carlotto cercava disperatamente verità e giustizia per sua figlia Laura, sequestrata dai militari argentini nel novembre del 1977, quando era incinta di tre mesi. In Argentina si era instaurata da due anni una feroce dittatura che eliminava gli oppositori politici con il metodo della sparizione. Durante quel mondiale, strumento di propaganda nelle mani del regime, fra il calcio e i diritti umani si giocò una macabra partita. L’incontro e l’abbraccio fra Diego e Estela potrebbe aiutare a fare luce su quel periodo ancora troppo buio?
Nel giugno del 1978 Estela era una insegnante bella ed elegante, sposata con Guido Carlotto, un industriale chimico di origine italiana. Sua figlia Laura aveva 23 anni, studiava Storia all’Università de La Plata, militava nella “Gioventù Universitaria Peronista” e in quei giorni avrebbe dovuto mettere al mondo un bambino. Ma dal novembre del 1977, di Laura non si avevano più notizie. Era scomparsa nel nulla come altre migliaia di militanti politici. In Argentina c’era una dittatura, celata sotto il nome di “Processo di riorganizzazione nazionale”. Il 24 marzo del 1976 il generale dell’esercito argentino Jorge Rafaél Videla, l’ammiraglio della marina Emilio Eduardo Massera (iscritto alla Loggia P2) e il brigadiere dell’aeronautica Orlando Ramón Agosti avevano assunto il potere con un colpo di Stato. Nel giugno del 1978, in Argentina sarebbero arrivate centinaia di giornalisti da tutto il mondo. Per Estela e le altre mamme in cerca dei loro figli desaparecidos, c’era la possibilità di far sentire al mondo intero un grido lacerante di dolore e di disperazione.
Nel giugno del 1978 Diego Armando Maradona aveva quasi 18 anni, capelli folti, classe ed energia da vendere. Lo chiamavano Pelusa. Era già un piccolo dio del calcio, giocava nell’Argentinos Juniors ed era nel giro della nazionale maggiore. Di questa massa di capelli ricci in Argentina si parlava già da tempo. Qualche anno prima una troupe televisiva andò a scovarlo dove viveva con la sua numerosa famiglia, a Villa Fiorito, a Sud di Buenos Aires. Lo fecero palleggiare davanti a una telecamera e misero un microfono davanti a quelle labbra carnose e ben designate. «Il mio primo sogno è giocare un mondiale, il secondo è vincerlo», affermò senza troppe esitazioni quel bambino che con il pallone scriveva poesie d’amore. E l’occasione di realizzare quel sogno si stava presentando pochi mesi prima di compiere 18 anni.
Il 1° giugno infatti, nello Stadio Monumental di Buenos Aires, il Presidente Videla inaugurò «sotto il segno della pace» l’Undicesimo Campionato Mondiale di Calcio. La manifestazione sportiva fu una macchina propagandistica incredibile nelle mani del regime. Non ci sarebbe stata occasione migliore per diffondere nel mondo, l’immagine di un Paese in cui non venivano violati i diritti umani e non venivano commesse violenze. Mentre il giornalista José Maria Muñoz, el Gordo, esclamava: «Noi argentini siamo giusti e umani», donne con un fazzoletto bianco sulla testa cercavano di attirare su di sé le attenzioni della stampa straniera. «Per favore voi siete la nostra ultima speranza», dicevano agli inviati stranieri che assistevano alla loro marcia nella Plaza de Mayo, davanti la Casa Rosada, la sede del governo.
L’Argentina si presentò con una squadra forte e ben assortita e arrivò in finale non senza destare sospetti, soprattutto dopo aver liquidato nella seconda fase il Perù per 6 reti a 0. Il 25 giugno, sempre nel Monumental, un orgoglioso e soddisfatto Videla consegnava nella mani del capitano Daniel Alberto Passarella, roccioso difensore dallo sguardo duro e con il vizio del gol, la Coppa del Mondo. L’Argentina era per la prima volta campione. Aveva battuto per 3 reti a 1 la fortissima Olanda, l’Arancia Meccanica che praticava il calcio totale. Il comunista Luis Menotti, detto el Flaco, aveva guidato la selección albiceleste alla vittoria, lasciando a casa il talento di Villa Fiorito, ritenuto troppo giovane e inesperto per affrontare un mondiale.
A meno di un chilometro dallo stadio del River Plate, la dittatura torturava e ammazzava i dissidenti politici. Sulla lunga e larga Avenida del Libertador, nel quartiere di Nuñez, sorgeva il regno di Emilio Massera, la ESMA (la Scuola di Meccanica della Marina), divenuto uno dei luoghi simbolo della tortura e della repressione. Le grida di gioia del popolo che esaltavano Kempes e compagni, seppellivano le grida di dolore dei detenuti politici.
Il 26 giugno, Laura Carlotto diede alla luce un bambino in un ospedale militare di Buenos Aires, dopo oltre sette mesi di prigionia. Fu madre solo per qualche ora. Il bambino le fu portato via immediatamente e due mesi più tardi fu uccisa dai militari dell’esercito. Estela da quel giorno è nonna, ma fino ad oggi non ha mai potuto accarezzare suo nipote. Quel bambino oggi ha 32 anni, non conosce i suoi veri familiari e non conosce la sua terribile storia.
Pelusa tentò di riprendersi la sua rivincita nel mondiale del 1982, ma gli andò male. Tutt’altra musica nel 1986, quando guidò l’Argentina al secondo successo mondiale, nei Campionati del Mondo del Messico. Con i suoi incredibili gol all’Inghilterra (uno segnato con la mano, l’altro dribblando mezza squadra), restituì orgoglio a un popolo ferito dopo la guerra contro gli inglesi per il possesso delle Isole Malvinas, diventando uno degli uomini più famosi al mondo.
Nel giugno del 2010, 32 anni dopo il “mondiale della vergogna”, Estela De Carlotto, sempre bella ed elegante, è la Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo (Nonne di Piazza di Maggio), l’associazione che infaticabilmente va alla ricerca dei bambini nati durante la prigionia delle loro madri. Diego sta per compiere mezzo secolo, ha ancora capelli folti, una barba ingrigita qui e là, porta un orologio per polso e lo accompagna tanta voglia di stupire il mondo. Il calciatore (ex) e l’attivista per i diritti umani lottano ancora per cose diverse ma lo spirito dei mondi che rappresentano oggi non è più così lontano. Almeno in Argentina. Diego e Estela vogliono entrare definitivamente nella storia.
Maradona siede sulla panchina della selección in questi mondiali sudafricani e vuole baciare la Coppa del Mondo anche da allenatore. Estela vuole condurre le Abuelas a Stoccolma, per aggiudicarsi il Nobel per la Pace. I due si sono incontrati e si sono abbracciati davanti ai fotografi nel ritiro sudafricano della nazionale argentina. «Tutti noi argentini vogliamo sapere la verità», le ha detto Diego anche a nome della squadra. «Nel ’78, piangevamo ad ogni gol. Questo mondiale invece ci riempie di speranza», ha risposto Estela. Il calcio in Argentina ha giocato una macabra partita contro i diritti umani nel 1978. La foto che immortala questo abbraccio potrebbe chiuderla? Il mondiale può e deve fare da cassa di risonanza a quest’immagine destinata a fare storia. Comunque vadano le cose.
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