Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Viaggio nella San Lorenzo di Desirèe. Il quartiere di Roma travolto dalla morte, dal degrado e dalle pulsioni dei cittadini

Posted on | Notizie dall'Italia | ottobre 30, 2018

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Il cielo è plumbeo, le nuvole nere, spazzate dal vento, attraversano il quartiere di San Lorenzo. L’aria è cupa nel quartiere che ha visto la morte di una ragazza di sedici anni, Desirèe. Una vicenda che ha gli stessi colori e sfumature del cielo di oggi. Il nero della morte che nelle parole della Gip Maria Paola Tomaselli che, dopo l’interrogatorio di convalidadei tre fermati, prendono la forma di un vero inferno: Desirée è “stata ridotta a un mero oggetto di soddisfazione sessuale con un avvicendamento che appare configurare un vero e proprio turno da parte dei suoi aguzzini”.
Il grigio di un quartiere come San Lorenzo dove convivono più anime. Quella dei “Giustizieri di San Lorenzo”che si potrebbero definire una ronda. “Volete chiamarle ronde? Fate pure, ma noi siamo soltanto dei cittadini del quartiere”. A dirlo è una donna sulla cinquantina, ai margini del presidio che ha radunato un centinaio di abitanti della zona in via dei Lucani, la sera di giovedì scorso, il luogo in cui è stata uccisa DesirèeMariottini. “Desirèe è viva e noi vogliamo Giustizia” e ancora “stanno ammazzando tutte le ragazzine…Non ne possiamo più di questa illegalità diffusa ed è vero – continua la donna – alcuni di noi hanno segnalato degli episodi di violenza alle forze dell’ordine. Quelli che hanno manifestato contro Salvini erano persone di altri quartieri, studenti fuori sede, gente che vive laSan Lorenzo notturna. Noi siamo gli abitanti e quando Salvini è arrivato lo abbiamo applaudito perchè sembra essere l’unico che dice le stesse cose che noi pensiamo. Vedrete molte interviste senza volto, non vogliamo fare i nostri nomi per non essere chiamati fascisti o razzisti”.

Quella della sezione ANPI Roma che, attraverso il suo Presidente Fabrizio De Sanctis, durante la manifestazione di sabato, dichiara : “Abbiamo preso questa piazza, assieme al movimento femminista e alle associazioni del quartiere di San Lorenzo, perché non tolleriamo più strumentalizzazioni di chi reagisce ai delitti, come quello della giovane Desirèe, solo quando l’aggressore è straniero. Esprimiamo solidarietà alla famiglia della giovane ma non accettiamo le strumentalizzazioni dei movimenti di destra, di cui auspichiamo lo scioglimento, e neanche della politica”.

Una dualità, quella di queste posizioni, che forse non riesce a descrivere appieno il quartiere di San Lorenzo. Un quartiere dove è nata la “Casa dei bambini” di Maria Montessori , modello per tutto il mondo, ed èconsiderata la roccaforte operaia, l’orgoglio “della lotta di classe”. Sede della “ Nuova Scuola romana”, protagonista dell’arte contemporanea italiana, che ha la sua sede nell’ex pastificio Cerere.

Insomma un coacervo di identità, lingue, culture e residenza di molti studenti della vicina Università La Sapienza. Un luogo dove quasi tutti mondi trovano un loro spazio. Ma questi spazi hanno preso a collidere tra di loro e come dice lo psicoterapeuta Tito Baldini, in una lettera aperta a Repubblica: “San Lorenzo muore, perché il diritto è subordinato alla violenza. Non avere più il diritto di dormire perché quello di fare rumore in strada deve vincere. I nostri figli, sono stati “violentati” nella mente da chi, come chi ci amministra da generazioni, non si oppone, con una politica che limiti per educare, e proponga valide alterative alla cultura dello sballo”.

La cultura dello sballo, gli edifici abbandonati, lo spaccio, una movida senza orari. Il quartiere si sente abbandonato e la morte di Desirèe ha acceso i riflettori su un mondo apparentemente perfetto, ma dove le anime degli abitanti sono agitate da sentimenti diversi: quelli della coesistenza di mondi diversi e la necessità di sentire rispettata la propria libertà di vivere nel rispetto delle regole civili. La trasgressione, oltre ogni limite, può essere accettata? Ma c’è anche un’altra domanda: per quando tempo, in molti-cittadini e istituzioni- hanno voltato la testa su quello che stava covando il quartiere, e oggi che esplosa la “bomba” sono in prima fila a chiedere “giustizia,verità” ben sapendo di essere colpevoli del “silenzio assenso” di questi ultimi anni, o forse decenni?

“Stiamo giocando una partita a scacchi con Messina Denaro. Ecco dove può nascondersi”

Posted on | Notizie dall'Italia | ottobre 21, 2018

email feltre - foto - GENOVA SANFILIPPO DIRIGENTE SQUADRA MOBILE  F.TO ALESSANDRO MACCARINI (Agenzia: MACCARINI)  (NomeArchivio: SANFIv75.JPG)

email feltre – foto – GENOVA SANFILIPPO DIRIGENTE SQUADRA MOBILE F.TO ALESSANDRO MACCARINI (Agenzia: MACCARINI) (NomeArchivio: SANFIv75.JPG)

Dialogo esclusivo con il questore di Trapani, Claudio Sanfilippo noto per essere un cacciatore di latitanti. “È la sua intelligenza contro la nostra. La sua strategia contro la nostra. Usa la tecnologia per sfuggirci. Trapani città di massoni? La massoneria non è sinonimo di criminalità, non generalizziamo. Ma siamo attenti alle zone grigie”

Di Laura Aprati e Marco Bova

Due latitanti arrestati in una sola settimana e il ritrovamento di un arsenale di mafia sotterrato nelle campagne trapanesi. Vito Marino, erede di una famiglia di mafia condannato per la Strage Cottarelli di Brescia e Vito Bigione, narcotrafficante di calibro internazionale e detentore di molti segreti. I risultati sono di un team di “sbirri” della Polizia di Trapani che da luglio è guidata da Claudio Sanfilippo, questore e cacciatore di latitanti. Qui c’è la mafia di Matteo Messina Denaro ma anche qui “nessun latitante può essere sicuro di non essere preso”, dice Sanfilippo. Lui di latitanti se ne intende. Racconta di essere stato alla Catturandi della Squadra Mobile di Palermo dal 1990 fino al novembre del 2001. Era lì nel 1992, l’anno delle stragi, ed era di servizio il 23 maggio di quell’anno “ero il funzionario di turno. Credo di essere stato uno dei primi a intervenire sul posto e mi sono trovato a riscrivere la Catturandi di allora facendola diventare la Catturandi che è adesso.”

Chi sono i latitanti arrestati dalla Catturandi negli anni novanta ?
Da Giovanni Brusca a Pietro Aglieri, da Francesco Tagliavia a Francesco Onorato, killer dell’onorevole Lima, a Salvatore Grigoli, omicida di don Pino Puglisi. Sono tantissimi i latitanti presi in quel periodo. Tutti di grandissimo spessore criminale. Ogni cattura ha avuto le sue fasi, ogni cattura ha avuto dei momenti particolari. In quel periodo palermitano mi sono occupato anche della cattura di Matteo Messina Denaro e quindi, ho battuto il territorio del trapanese, soprattutto di notte, ma sono storie che non posso raccontare.

Una delle catture più importanti a cui ha partecipato è stata quella di Giovanni Brusca. Arrestato il 20 maggio 1996, all’epoca la sua foto finì sulla prima pagina del Time. Quale fu il momento in cui capì che potevate arrestarlo?
Pensi che eravamo nel 1996, l’anno in cui siamo passati dai telefoni Etax al Gsm. Quest’evoluzione ci aveva messo in difficoltà. I Gsm erano appena entrati in commercio e per noi erano impossibili da intercettare. Né localizzarli. Con gli Etax ci riuscivamo attraverso una banale triangolazione dei dati, con i Gsm eravamo spiazzati. Fummo dei pioneri nell’intercettazione di questi telefoni. Brusca accendeva il telefono alle 21, faceva una o due telefonate, e lo spegneva per riaccenderlo il giorno dopo alla stessa ora. Riuscivamo ad ascoltarlo ma la localizzazione era troppo vasta. Sapevamo che era nell’agrigentino ma non il luogo preciso. Apparentemente non c’erano soluzioni tecniche e la Telecom non sapeva aiutarci. Da qui parte l’inventiva dello sbirro, e io non mi dimentico mai di esserlo, che cerca soluzioni, mista a un pò di fortuna. Contattai un amico che era ingegnere elettronico e aveva lavorato per le centrali telefoniche. Chiesi cosa potevamo fare e mi consigliò di lavorare sul Timing Advance, un dato che ci da la distanza in metri del cellulare rispetto alla cella a cui è agganciato. La Telecom tergiversava ma con l’ausilio dell’autorità giudiziaria siamo riusciti a farci dare questo dato e dopo diversi incroci siamo arrivati alla cattura di Brusca. Per catturare un latitante devi entrare nella sua vita.

La tecnologia ora come venti anni fa è determinante nella ricerca del latitante?
La tecnologia è andata davvero molto avanti con grandi passi da gigante. Ci sono delle cose che noi non riusciamo tecnicamente a intercettare. Tuttora ci sono tantissimi limiti tecnologici . Ci ritroviamo sempre a quel momento del 1996, seppur con casistiche diverse. Oggi il gsm lo intercettiamo, lo localizziamo. Però se si utilizzano i programmi di messaggistica istantanea non dico che non si intercettano ma abbiamo alcune difficoltà. Così si crea un buco nell’attività di indagine che deve essere colmato diversamente rendendoci la vita più complicata e allungando i tempi.

Lei spesso dice che la cattura di un latitante è una partita a scacchi. Anche per Messina Denaro è così?
Si è vero, la sua intelligenza contro la nostra. La sua strategia contro la nostra. Tanti anni fa stavo lavorando alla cattura di un latitante e incontrai Francesco Marino Mannoia, già collaboratore di giustizia. Parlando il discorso cadde su Pietro Aglieri, all’epoca latitante, e mi disse “ dottore non lo prenderete mai perchè ha un intelligenza sopraffina”. Quando finimmo, questa frase mi restò in testa. Tornando a Palermo riuniì gli uomini della Catturandi dicendo che dovevamo iniziare subito a lavorare su Aglieri. La convinzione di Marino Mannoia era diffusa e non era possibile che un latitante fosse considerato imprendibile perchè più intelligente, più scaltro o più furbo. Ovviamente dopo riuscimmo ad arrestarlo. Oggi porto questo discorso su Messina Denaro. E’ estremamente intelligente, preparato, non ignorante. Sfrutta a suo vantaggio la tecnologia che ha a disposizione . Conosce bene i buchi in cui può inserirsi e che per noi sono difficili da individuare. Ma non per questo lo reputo più intelligente di me e dei nostri uomini che lavorano alla sua cattura “h24”. Se si lavora con calma, senza fretta, cadrà anche lui. Non so dove si trova ma so certamente che lo prenderemo. Lo so perchè il nostro impegno è massimo. Da parte mia non posso che mettere a disposizione il mio know how. Cosa che faccio quotidianamente. C’è un Servizio centrale, c’è una Squadra Mobile, c’è una Catturandi. Sono loro i dominus della caccia al latitante.

Si è molto parlato delle coperture, degli appoggi “dall’alto” ricevuti da Matteo Messina Denaro, ormai latitante da 25 anni. Lei che ne pensa?
Non credo assolutamente che Messina Denaro possa godere di protezioni così come si scrive. Voglio non crederci. Non mi pare che in tutti questi anni di attività investigativa ci siano stati dei ritorni in tal senso. Se ci fosse stata qualche anomalia in venti anni sarebbe venuta fuori. E non mi pare che sia venuta fuori. Si parla di Servizi segreti deviati, istituzioni che remano in senso inverso: non ci credo assolutamente. Non credo che Messina Denaro goda di favori da parte di chicchessia dalle Istituzioni statali e sono abbastanza certo di quello che sto dicendo. E’ un latitante difficile ma ce la faremo. E’ un latitante diverso dagli altri. Non si riesce a percepire sul territorio una sua presenza costante. Anche dalla politica, non ho mai avuto nella mia carriera la sensazione di avere un bastone fra le ruote nella richiesta di fare talune cose. Ho sempre avuto strada libera nelle mie indagini e penso sia così anche per gli altri. Poi la storia ci insegna che magari un domani scopri l’esistenza di un gruppo di persone deviate, come accadde con la Loggia P2 o la Loggia Scontrino a Trapani, persone infedeli. Quando lo scopriremo procederemo di conseguenza ma allo stato attuale non abbiamo nessun segnale del genere.

Questore, Trapani è considerata una città massone. Durante la perquisizione della Loggia Scontrino furono trovati anche nomi di uomini della Questura
Non penso di essere in un luogo masson-free. In questa provincia la massoneria è molto forte però attenzione: massoneria uguale criminali? Questa equazione non mi convince. Sarebbe come dire extracomunitario uguale criminale. La storia della massoneria non è quella di un accozzaglia di criminali. Se poi vogliamo inserire delle regole per cui se lavoro nel pubblico devo dichiarare la mia appartenenza, mi sembra ragionevole. Di certo essere massone non vuol dire delinquente. Altro discorso sono le logge segrete che vogliono scantonare le regole di ingaggio creando circuiti illeciti. Il softpower della massoneria può, però, essere molto pericoloso. Probabilmente ci sono delle zone grigie, le più pericolose. Chi percorre questa zona a volte riesce a tirarsi fuori dalle maglie della legge. E’ una cosa inevitabile.

E anche Messina Denaro batte questa zona?
Potrebbe batterla però noi le antenne le abbiamo accese. È chiaro che se la zona grigia non si manifesta con attività perseguibile come reati o perseguibili con azioni amministrative cosa si può fare? Essere attenti e colpire gli atteggiamenti che scantonano verso la zona “nera”. Bisogna identificare forme normative che qualifichino certe “pressioni” come zone nere. Per esempio la mancata segnalazione di alcune movimentazioni bancarie adesso ha solo sanzioni amministrative se fosse connotato come reato,avrebbe rilievo penale. Bisogna catalogare bene le attività che spesso definiamo border line.

Restano pochi sono i collaboratori di giustizia nel trapanese e ancora meno nella cerchia di Messina Denaro. Paura del latitante?
Sicuramente l’intelligenza di Messina Denaro ha limitato le collaborazioni. Lui conosce bene questi meccanismi. E’ un palermitano, ha passato gran parte della sua latitanza a Brancaccio con i Graviano. Sa che non si deve appoggiare ai vincoli criminali e lo sa bene ed è questo uno dei motivi per cui la cattura di questo latitante è difficile.

Questore, si è molto parlato della Calabria come luogo della latitanza di Matteo Messina Denaro
In Calabria, in passato, ci sono state tracce del suo passaggio ma anche di Riina e Provenzano. Ipotesi percorsa anche perché in Calabria ci si sentiva sicuri data la struttura familiare della ‘ndrangheta. Magari ci si affiancava ad un ‘ndrina della locride, faccio un esempio.

Quali sono i legami tra vecchia e nuova mafia?
A Trapani di vecchia mafia c’è ne poca. Trapani è una provincia in cui la mafia è un gradino superiore a quella palermitana. Qui vedo più una mafia da colletti mafia, quindi un’evoluzione del mafioso coppola e lupara, e la mafia non è più un’attività che si svolge nella provincia palermitana. Ha espanso le sue attività. ha sconfinato fuori dalla Sicilia si è accasata dove c’è potere e denaro, in Italia, in Europa nel mondo. La nuova mafia è in cravatta parla (3) tre lingue correttamente.
E’ cambiato anche il loro modo di approvvigionarsi economicamente: l’inserimento negli appalti pubblici per esempio. Questa è una delle tante trasformazioni della mafia. Da quando è nata nelle campagna, poi la guerra, la ricostruzione di Palermo-il sacco edilizio- ed era la mafia dei palermitani. Poi qualcuno pensa a reinvestirli nella droga- e questa fu la linea dei corleonesi. Fatto questo passaggio si sono ritrovati con fiumi di denaro. E qui cambiano ancora pelle e si buttano negli appalti. Angelo Siino, il “ministro degli esteri”, si sedeva ai tavolini e prendeva il 2° 3% degli appalti ed erano soldi senza rischi. In quel periodo “Cosa Nostra” cede il pacchetto stupefacenti ai calabresi e si tira fuori dal mercato. E cambiano ancora pelle e si buttano nei mercati, trasformando società paramafiose in società ripulite a tutti gli effetti.

Questore cosa pensa della scarcerazione di 59 mafiosi ? Il presidente della Commissione regionale Antimafia, Claudio Fava, si è detto preoccupato.
La scarcerazione di 59 boss è un problema. Un vecchio boss che torna sul suo territorio tornerà a fare quello che faceva ma il territorio e le regole sono cambiate. La vecchia mafia non ha più spazi. Il vecchio mafioso che pensa di tornare e di trovare un territorio fermo al 1977 o al 1980 sbaglia ha pochissimi spazi di manovra. E’ cambiata anche la gente. Negli anni 70/80 c’era il terrore del mafioso oggi c’è meno paura.
Negli anni scorsi la Questura ha eseguito diversi sequestri di beni. Adesso, alla luce degli effetti di quella stagione, cosa pensa dell’iter che va dai sigilli alla confisca dei beni dei mafiosi?
L’aggressione ai patrimoni è fondamentale. Se 10 anni fa questi patrimoni esistevano in capo al mafioso di turno e quindi le azioni erano più produttive perché realmente intestati a lui o facili prestanomi, oggi l’attività si è ridotta perchè nessuno di loro si intesterà nulla. L’azione di 10 anni fa è stata fondamentale ma il trend non può essere sempre lo stesso. Sostituirsi all’imprenditore mafioso è un’operazione molto delicata : lo Stato può gestire l’impresa nello stesso modo? L’aggressione incondizionata è sbagliata. Quella dei Niceta a Palermo è stata una grande sconfitta, a distanza di anni dobbiamo loro 50 milioni di euro! Io sono stato sempre dell’idea che se colpisco un bene non dovrà mai tornare in mano al mafioso. Lo prendo e lo faccio gestire ad un imprenditore che fa lo stesso tipo di lavoro e non ad un commissario.

Questore, in questi giorni nel processo al Senatore D’Alì. Si è riparlato delle pressioni esercitate per trasferire l’allora Capo della Mobile Giuseppe Linares
Non posso escludere condizionamenti e se questa cosa dovesse essere confermata il senatore D’Alì ne dovrà rispondere. Quante volte anche fuori dai nostri ambiti si è detto “promoveatur ut amoveatur!”. Il tentativo ci può sempre stare ma se l’organizzazione in cui la persona è incardinata resiste, il senatore D’Alì o il signor X , che hanno provato, ne dovranno rispondere.

Questore, il gruppo di lavoro per la cattura del latitante ha all’interno il Capo dello SCO, Alessandro Giuliano, il Questore di Palermo, Renato Cortese, e lei
Si , una linea rossa tra SCO, Palermo e Trapani. Siamo 3 colleghi con grandi esperienza in ambito di polizia giudiziaria, che l’hanno fatta su questo territorio. Io e Renato Cortese siamo stati insieme alla “Catturandi” di Palermo portando risultanti importanti. Abbiamo la stessa volontà di andare avanti. Abbiamo un’autorità giudiziaria di grande spessore e valore.
Questo è un momento molto positivo, con un personale assolutamente di valore.

(pubblicato su Tiscalinews.it del 21 ottobre 2018)

Vito Bigione “il commercialista” arrestato in Romania

Posted on | Notizie dall'Italia | ottobre 6, 2018

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Vito Bigione, uno dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia, detto “il commercialista “, ha finito la sua fuga in Romania nella provincia di Timisoara , nella città di Oradea, dopo un pedinamento durato circa 10 giorni. Viveva, da solo, un’abitazione al 4 piano e si è presentato con il nome di “Matteo”, aveva con sé 10 mila euro. È stato arrestato in base ad un mandato di cattura europeo emesso il 4 luglio scorso dalla Procura di Reggio Calabria dopo la sentenza di Cassazione che avevo reso definitiva la sua condanna a 15 anni.

Le indagini sono partite ad agosto scorso e sono state coordinate dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato con la Squadra Mobile di Trapani e la Squadra Catturandi e con la Squadra Mobile di Palermo.
Il 6 giugno, infatti la Cassazione aveva chiesto ai carabinieri di Trapani di “ agire per prevenire eventuali sottrazioni a provvedimenti di esecuzione della pena”. Ma Bigione aveva già iniziato la sua latitanza.
Una sua ultima traccia lo posiziona a Locri, in provincia di Reggio Calabria, durante un controllo dei locali carabinieri, il 26 maggio scorso. Una zona quella della locride che aveva già visto transitare uomini vicini a Matteo Messina Denaro. A Platì, sempre in un controllo dei carabinieri, fu fermata una macchina,una decina di anni fa, e tra i passeggeri un avvocato vicino al boss del trapanese.
Ma chi è Vito Bigione, “il commercialista”?
Uomo organico alla famiglia mafiosa del trapanese viene intercettato nell’operazione “Anno Zero” ( 19 aprile 2018) mentre cercava di far recuperare un credito di 20 mila euro a un produttore caseario. Fedele a Mariano Agate e Vito Gondola aveva ripreso i contatti con la famiglia mazarese e con Dario Messina, arrestato proprio ad aprile “Nel mio piccolo me le sono abbracciate le mie cose, Dariù..il Signore qua mi guarda….Ora, una volta che non c’è più sto cristiano, per dire, cos’è che dobbiamo fare? Noi parlavamo di questo in campagna”.
La sua carriera di broker del narcotraffico è immortalata nelle carte dell’operazione Igres dove si disegna la sua figura di raccordo tra i cartelli colombiani e le famiglie di Mazara del Vallo (Agate) e Platì (Marando).
Svolge la sua attività in Africa prima in Camerun e poi in Namibia, dal 1998. Qui gestisce una flotta di 12 pescherecci e un ristorante di lusso “La Marina Resort”,4 lussuose carrozze di un vecchio treno affacciate sull’Oceano Atlantico, dove trovano ospitalità anche pezzi da novanta delle famiglie mafiose (vedi Giovanni Bonomo) e dove, secondo autorevoli fonti, è passato anche Matteo Messina Denaro.
Per Vito Bigione si parla anche di legami con i servizi segreti e quando nel 2000 ne viene chiesta l’estradizione dall’Italia per lui si mobilita uno dei più importanti studi legali del Sud Africa quello di Van Reenen Potgiete che riesce a dimostrare che la richiesta italiana non è corroborata da documenti tali da farlo estradare.
Per lui si batte la moglie Veronique Barbier che lo difende anche dall’attacco del sindacato, in Namibia. E fu proprio l’amore per lei a tradire Vito Bigione nel 2004 a Caracas quando fu arrestato, dopo essere fuggito dalla Namibia del governo di Windhoek, che l’aveva coperto e tutelato per anni ma che non gli garantiva più protezione.
Di certo Vito Bigione era tra i broker più importanti, aveva organizzato traffici tra Brasile, Colombia e Namibia e Italia, viaggiava in tutto il mondo e forse anche in Romania, dove è stato arrestato oggi, aveva i suoi traffici. D’altra parte “la latitanza si deve pagare” come ha detto in conferenza stampa il Capo della Squadra Mobile di Trapani, Fabrizio Mustaro.
E ricorrenti nella vita di Vito Bigione sono i rapporti con la Calabria e le cosche dell’Aspromonte.

(pubblicato su www.malitalia.it)

Altro che Messina Denaro, al comando di Cosa Nostra è tornata la Cupola. Ecco il documento che svela i nuovi capi

Posted on | Notizie dall'Italia | luglio 18, 2018

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A Palermo, qualche giorno fa l’arresto di Giuseppe Corona,finito in carcere per riciclaggio per le indagini del nucleo speciale di polizia valutaria, coordinate dalla procura, e che hanno fotografato una fitta rete di affari attorno al mafioso, che ha trascorso ben 16 anni in carcere dopo una condanna per omicidio. Sarebbe lui il tesoriere di “Cosa Nostra” e ha investito, proprio per conto delle famiglie mafiose, in bar, tabaccherie, negozi e in immobili.
Il procuratore aggiunto Salvatore De Luca, coordinatore del pool antimafia di Palermo, in un’intervista a Repubblica, dichiara: “L’errore più grave che potremmo fare in questo momento sarebbe quello di cominciare a sottovalutare la gravità del fenomeno mafioso. Cosa nostra è stata fiaccata dalle continue misure cautelari, rileviamo una minore forza dell’organizzazione, ma dall’altro lato c’è un dato allarmante: la resilienza della compagine criminale, che nonostante i gravi colpi subiti riesce in breve tempo a riorganizzarsi”.

In questo clima e in questo contesto si colloca anche il focus sulla successione a Totò Riina, che si trova negli atti della relazione semestrale della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) presentata in Parlamento. Cosa sta succedendo all’interno delle famiglie? Chi è il successore di “Totò ‘u curtu”? Problema di non semplice soluzione anche se il “capo dei capi” è scomparso da ben 8 mesi, tanti sono passati dal 17 novembre del 2017 dove è deceduto,alle 3,37, nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma.

Il Direttore della DIA, il Generale Giuseppe Governale, a proposito della successione di Totò Riina, ha rilasciato a Tiscali News questa dichiarazione: “Dopo la morte di Riina è finito il tempo dell’attesa per Cosa Nostra. È arrivato il momento delle scelte, dei nuovi equilibri. Di colmare progressivamente il gap con la ‘ndrangheta. Il nuovo capo avrà l’onere di reimpostare quest’azione di recupero operativo e finanziario. Il capo con ogni probabilità sarà un palermitano della città. È forse definitivamente finita l’epoca dei corleonesi. ”

La governance di Cosa Nostra è affare complesso che vede, come si evince dalla relazione, contrapposti fronti: uno che si ribella alla leadership corleonese, oligarchica e violenta, l’altro che riguarda proprio i sostenitori di quella leadeship. Non da ultimo vanno anche considerati “gli scappati” i perdenti della guerra di mafia vinta proprio dai corleonesi e riparati negli Stati Uniti. Molti sono tornati a Palermo e potrebbero trovare la strada per vendicarsi. E in tutto questo qual è il ruolo di Matteo Messina Denaro, latitante dal giugno 1993?

Per la DIA è improbabile che possa essere lui il successore “pure essendo egli l’esponente di maggior caratura tra quelli non detenuti, ed in grado di costituire un potenziale riferimento, anche in termini di consenso, a livello provinciale.“
E questo per due motivi: “In primo luogo, perché i boss dei sodalizi mafiosi palermitani, storicamente ai vertici dell’intera organizzazione, non accetterebbero di buon grado un capo proveniente da un’altra provincia. Inoltre, negli ultimi anni, si sarebbe disinteressato delle questioni più generali attinenti cosa nostra, per poter meglio gestire la latitanza e, semmai, gli interessi relativi al proprio mandamento ed alla correlata provincia. Lo stesso Riina, intercettato in carcere, si era lamentato di tale comportamento.”

Ma un sistema criminale come “Cosa Nostra” può rimanere senza un capo e non esporsi a rischi e pericolose ripercussioni? Negli atti della relazione si intravede una soluzione e cioè: “un organismo collegiale provvisorio, costituito dai capi dei mandamenti urbani più forti e rappresentativi della città, con funzioni di consultazione e raccordo strategico, che continui ad esprimere, in via d’urgenza ed immediata, una linea-guida nell’interesse comune, specie se volta a regolare le scelte affaristico-imprenditoriali”. Una soluzione a tutela degli interessi economici più che delle forze in campo. I soldi sono il collante reale intorno al quale coagulare i poteri, gli interessi e le influenze territoriali.
(pubblicato su Tiscalinews del 18 luglio 2018)

La sanità è una montagna di soldi e potere. Otto scandali dove il malato non conta nulla

Posted on | Notizie dall'Italia | luglio 11, 2018

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“Mia figlia senza voler essere…mia figlia…è dieci volte più brava, e poi dico io i nostri figli, tu immagina quando aggiusto le cose nei concorsi e se capita a mia figlia? Che pur essendo più brava di…non può andare avanti … e allora mi sento un verme … dico mi sa che faccio parte anche io di questo sistema! però veramente, se il figlio veramente … ma io provo ammirazione per le persone brave. Siccome lo so i mezzucci, mi … cioè una cosa alluci… cioè il mio cruccio… ma così, ma questo come farà… andrà sempre avanti così”. Così la dirigente Maria Benedetto, da ieri agli arresti, raccontava ad una collega il “sistema” di malaffare della sanità lucana. Concorsi truccati. Pizzini in puro stile mafioso. Turbativa d’asta. Falso ideologico. Distruzione di atti pubblici. Una lista “dei verdi”. Frode. Tutto in un unico atto, l’ordinanza di custodia cautelare del Tribunale di Matera nei confronti di oltre 30 soggetti tra cui il Presidente della Giunta Regionale lucana, Marcello Pittella, medico egli stesso, appartenente ad una delle famiglie più in vista sulla scena politica del territorio.

La “legge” che risale agli anni Settanta
Ma questa modalità di gestione del settore viene da lontano e non riguarda solo una regione. Ha inizio alla fine degli anni 70 con la nascita delle Regioni e il decentramento e l’attribuzione del sistema sanitario nazionale, nato con la Legge Anselmi, la n.833 del 1978, e che permette, ancor oggi, con tutti i limiti del caso, l’assistenza gratuita a tutti i cittadini.
Il decentramento però ha spalancato le porte ad un business quasi più lucroso delle opere pubbliche, basti pensare che, secondo il Report Istat, pubblicato il 4 luglio 2017, nel 2016 la spesa sanitaria corrente è stata di 149 miliardi e mezzo di euro e ha inciso sul Pil nella misura dell’8,9%, ed è sostenuta per il 75% dal settore pubblico e per la restante parte dal settore privato. La spesa sanitaria pesa su un bilancio regionale oltre il 60%. Una montagna di soldi, gestiti non nell’ottica dell’ottimizzazione del sistema sanitario quanto in quella del “sistema” personale, per ottenere maggiori consensi elettorali, per una migliore posizione, in cambio di soldi o benefit di diversa natura. Una montagna di soldi che si è riversata nelle regioni a partire da oltre 30 anni fa e che piano piano ha corroso persone, partiti e dove i sistemi criminali, soprattutto in alcune aree, hanno trovato terreno fertile.

La lezione di Provenzano
Lo stesso “Zi Binnu”, cioè Bernardo Provenzano, fui i primi ad intuire che il business era nella sanità pubblica. Nel 2006 la commissione d’accesso insediatasi nell’Asp di Locri a seguito dell’omicidio Fortugno, vice Presidente della Regione Calabria, aveva scritto: «Il quadro che emerge fa ragionevolmente presumere che forze mafiose locali si siano infiltrate nell’area dell’istituzione sanitaria. Il numero dei dipendenti non è quantificabile, in quanto in troppi sono stati arrestati o sospesi ma continuano a percepire lo stipendio». Ma non parliamo solo di Sud, o di un solo partito. E questo sistema è figlio di quel federalismo invocato, spinto e praticato come la panacea di tutti i problemi e come l’emblema di una parte che funziona,il Nord, contro il resto del Paese. E che ha portato alla bancarotta tanti territori, sulla pelle dei cittadini, favorendo spesso, e solo, gli interessi personali e privatistici. Se torniamo indietro con la memoria, dagli anni 90 ad oggi, da Roma a Torino a Milano, da L’Aquila a Bari e ora Matera molti sono i casi. Proviamo a fare un piccolo elenco, non esaustivo, che serve però per fotografare un fenomeno che non ha colore politico, appartenenza, ideologia e che ha come unico comune denominatore i soldi. La salute dei cittadini come strumento per fare affari, per acquisire potere personale, per la “famiglia”.

Tappa per tappa
1- 1994, il caso dell’ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, liberale, che viene arrestato in relazione a tangenti per circa nove miliardi di lire ottenute da industriali farmaceutici dal 1989 al 1992, durante il suo ministero. Per questo condannato in via definitiva a 5 anni e 4 mesi di reclusione. Nel 1991, insieme a Duilio Poggiolini, direttore generale del servizio farmaceutico nazionale e membro della P2, decise l’obbligatorietà del vaccino contro l’epatite B. La sua decisione era stata “spinta” da una tangente da 600 milioni di lire pagata dalla Glaxo SmithKline, unica azienda produttrice del vaccino. Duilio Poggiolini era già stato accusato, nel 1993, di prendere tangenti dalle case farmaceutiche e fu soprannominato “Il Re Mida della sanità”.

2- 1997, a Milano parte l’inchiesta “lastre pulite” , che porta alla luce un caso di corruzione ai danni delle Asl. Protagonista della vicenda Giuseppe Poggi Longostrevi, titolare di un Centro di medicina nucleare, il quale – secondo l’accusa – aveva corrotto centinaia di medici di famiglia affinché inviassero i propri pazienti nel suo centro, in cambio di tangenti. Poggi Longostrevi collaborò alle indagini ma alla vigilia del processo si suicidò.

3- Tra il 2001 e il 2003 tocca al Piemonte: una tangente versata da un’imprenditrice cuneese, Renata Prati, nelle mani di Luigi Odasso, direttore generale dell’ospedale Molinette di Torino, viene ripresa dalle telecamere nascoste dalla Guardia di Finanza del capoluogo piemontese. Oltre a Odasso ci sono una decina di altri indagati per un giro di tangenti pagate per favorire appalti di varia natura, sia edile sia di fornitura di materiale sanitario. Nel 2003, ancora in Piemonte, l’allora direttore generale dell’assessorato alla sanità, Ciriaco Ferro, finisce nell’occhio del ciclone per un giro di mazzette legate all’accreditamento di alcune cliniche private. Nell’autunno del 2002 alle Molinette di Torino scoppia il cosiddetto scandalo delle ‘valvole killer’. Dopo la confessione di un imprenditore, le indagini rivelano che negli anni precedenti erano state impiantate in 134 pazienti valvole cardiache difettose. Sette i morti. Indagati i due cardiochirurghi che dirigono il reparto, il direttore Michele Di Summa e il suo vice Giuseppe Poletti: l’ipotesi è che abbiano intascato tangenti per assegnare l’appalto per la fornitura di valvole e ossigenatori a due aziende, For.Med di Padova (che le importava dal Brasile) e Ingegneria Biomedica che, invece, forniva valvole della Sorin di Saluggia (Torino) e ossigenatori. Nel 2007 Di Summa viene assolto dall’accusa di omicidio colposo e lesioni, ma condannato a due anni, 10 mesi e 20 giorni per le tangenti. Anche Poletti viene assolto dall’accusa di omicidio e lesioni. Nel 2003 l’inchiesta di Torino si allarga a Padova, dove viene indagato l’ex primario di cardiochirurgia dell’ospedale Gallucci, Dino Casarotto, per corruzione, omicidio colposo e lesioni. Anche lui avrebbe impiantato le valvole cardiache provenienti dal Brasile e risultate poi difettose in 34 pazienti. Nel 2008 viene condannato a sette anni e 8 mesi e nel 2011 viene definitivamente assolto dalla Cassazione.

4- 2007, Milano Clinica Santa Rita , la Guardia di Finanza porta alla luce quanto accadeva all’interno della struttura: decine gli interventi chirurgici effettuati senza necessità, solo per ottenere i rimborsi dalla Regione. Quarantacinque i casi di lesioni accertate, quattro i morti. Il primario di chirurgia toracica, Pier Paolo Brega Massone è stato condannatoall’ergastolo anche in appello ma la Cassazione, con motivazione depositate il 3 aprile 2018, la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza impugnata limitatamente al dolo di omicidio e alla qualificazione giuridica dei reati, rinviando per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’assise d’appello di Milano.

5- 2011, Lombardia e la bancarotta della Fondazione San Raffaele. L’ipotesi è che Pierangelo Daccò, abbia sottratto milioni di euro all’ospedale attraverso fatture gonfiate e che li abbia ricevuti da Mario Cal, braccio destro di Don Verzé, morto suicida il 18 luglio dello stesso anno. Per questa vicenda non ha ancora ricevuto un verdetto definitivo dalla Cassazione. Nel 2012 il nome di Daccò finisce anche nel caso Maugeri, che coinvolge – tra gli altri – pure l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni, l’ex assessore alla Sanità della Lombardia, Antonio Simone e il presidente della Fondazione, Umberto Maugeri. Numerose le accuse: a vario titolo si va dal riciclaggio di denaro all’appropriazione indebita, dall’associazione per delinquere alla frode fiscale.Nel maggio 2018 ha rinunciato parzialmente ai motivi d’appello in seguito a un accordo sulla pena raggiunto con la procura generale.

6- 2015, Milano, caso Mantovani, ex assessore alla Sanità della giunta di Roberto Maroni, viene arrestato con l’accusa di corruzione e corruzione per appalti nel settore sanitario. A fine gennaio 2106 il pm di Milano Giovanni Polizzi chiede il rinvio a giudizio per lo stesso Mantovani e per altre 14 persone, tra cui l’assessore regionale all’Economia Massimo Garavaglia.

7- 2008, Abruzzo viene arrestato Ottaviano Del Turco, governatore dell’Abruzzo, assieme ad altre persone, nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Pescara sulla sanità regionale. L’accusa è di associazione per delinquere, corruzione e concussione per gestione privata nella sanità. Si parla di circa 14 milioni di euro passati da mano in mano. A scatenare la bufera le dichiarazioni di Vincenzo Angelini, patron della clinica Villa Pini di Chieti (poi assolto in Appello). A novembre 2015 De Turco viene condannato in Appello a 4 anni e due mesi. Il 27 settembre 2017 La Corte d’Appello ha ridotto la pena di Del Turco, confermando solo quella a 3 anni e 11 mesi per induzione indebita, dopo che la Cassazione aveva annullato la condanna per associazione a delinquere.

8- 2010, la sanità pugliese è finita più volte nell’occhio del ciclone, ma tra i casi più eclatanti c’è quello del 2010 che riguarda Lea Cosentino, ex direttrice generale dell’Asl Bari insieme all’ex senatore del Pd ed ex assessore regionale Alberto Tedesco, a Giampaolo Tarantini e decine di medici e dirigenti sanitari. Sono tutti coinvolti in vicende legate ad appalti truccati e alla presunta cattiva gestione della sanità pugliese.

(Pubblicato su TRiscalinews 11 luglio 2018)

La Calabria fuori dai clichè

Posted on | Il mio diario | marzo 3, 2018

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A San Ferdinando dove è morta Becky Moses, 26 anni, giovane nigeriana morta il 27 gennaio 2018, bruciata viva nella sua tenda.
Qui vivono circa 1000 migranti. A fianco la nuova tendopoli con le tende del Ministero dell’Interno, docce, lavandini…sempre situazioni provvisorie comunque per un problema che è presente da decenni.
Khadim, uno degli abitanti di questo luogo, mi ha detto che una cassetta di arance vale 0,50 centesimi.
Nel campo ci sono la Chiesa e la Moschea, piccoli negozi e mercatini improvvisati. Fino a poco tempo fa non c’erano donne oggi sono circa una quarantina. Una decina le etnie ospitate. Chi è qui ha il permesso di soggiorno, molti di loro, finito il raccolto, si trasferiscono, molti decidono di rimanere perchè “meglio San Ferdinando che Saluzzo” (dove, pare le condizioni, siano peggiori).
A Riace, dove Becky Moses ha vissuto fino a dicembre 2017. Il ricordo di lei attraverso del sindaco Mimmo Lucano: “Era venuta a chiedermi la carta d’identità perché le era scaduta”. Il calvario di Becky dalla Nigeria all’Italia per una nuova vita. I due anni passati a Riace in questa piccola comunità diventa esempio di accoglienza, citata da Forbes e set del mini film di WimWenders “Il volo”. Il ritorno alla clandestinità e soprattutto il ritorno alla prostituzione fino alla morte tra la fiamme .

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Una vita fatta di soprusi come quelli della giuovane Ester, che adesso vive nella comunità di Drosi. Oggi ha 19 anni ma ha soli 15 è stata violentata e “messa sulla strada”. Adesso vuole solo studiare.
Il senso di questi luoghi sono nel volto della maestra di Riace accompagnata da uno dei suoi giovani alunni, un bimbo nigeriano di circa 9 anni. Seduti uno accanto all’altro.
Cosa può essere il futuro di questa terra è in questi volti che pur nelle difficoltà dell’uno e dell’altro hanno trovato il modo di stare insieme.

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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