Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il V° rapporto “Sentieri”: la verità su inquinamento e malattie in Italia

Posted on | Notizie dall'Italia | gennaio 5, 2020

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Lo studio dell’Istituto Superiore di Sanità ha monitorato 45 siti (ndr. 319 comuni per un totale di 5.900.000 abitanti) ed ha rilevato un eccesso globale di morti dovuto a cause oncologiche.
“Veritas” è uno studio pilota, eseguito su 95 pazienti oncologici, residenti nei comuni della Terra dei Fuochi, tra Napoli e Caserta. Attraverso test tossicologici, finalizzati a rilevare la quantità di metalli pesanti presenti nel sangue, ha il fine di contribuire a creare evidenze scientifiche che aiutino a dimostrare la correlazione tra esposizione a contaminanti e insorgenza di patologie tumorali e di evidenziare l’importanza di strumenti di citizen science in campo ambientale e sanitario. Il progetto ha come partner scientifico lo Sbarro Institute di Philadelphia, diretto dal Prof. Antonio Giordano ed è stato realizzato grazie alla collaborazione del Dipartimento di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli presso il quale i pazienti hanno potuto realizzare le analisi tossicologiche.Lo studio è in corso di pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Cellular Physiology.

Rischi per la salute umana
Gli agenti tossici ambientali, a cui tutti anche involontariamente siamo esposti rappresentano un rischio non trascurabile per la salute umana e sono di primaria importanza a livello globale. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato gli agenti chimici e fisici sulla base della loro potenzialità carcinogica, identificando numerose sostanze “certamente carcinogiche” per gli umani come diossina, benzene, furani, polluzione organica, metalli pesanti che sono in grado di innescare specifici e complessi percorsi cellulari modificando la struttura genetica e epigenetica delle cellule. “In Italia, nella Regione Campania, la situazione ambientale è critica e io ho accettato di coordinare questo progetto “Veritas” che è mirato ad uno screening sanguigno per la ricerca di metalli pesanti carginogenici in un gruppo ristretto di pazienti oncologici.

Bonifica in Italia
“Quello che abbiamo riscontrato – continua Antonio Giordano- è che le malattie più rappresentative sono quelle malattie croniche cardiovascolari e i tumori. Entrambe sono correlate anche a stili di vita errati. Ma per quanto riguarda i tumori l’ incidenza è più elevata in queste aree (Napoli-Caserta) se paragonata a quelloa della regione Campania in toto. Sono stati anche sottoposti a screening dei bambini che avevano per lo più tumori ematologici o cerebrali che sono tipici tumori infantili. Abbiamo dosato 4 metalli pesanti perché già classificati dallo IARC come carcinogeni. Metalli pesanti e diossine possono essere rilasciati nell ambiente a causa dell incenerimento di rifiuti solidi, rifiuti ospedalieri. Bisogna fare biomonitoraggio sulla popolazione a rischio e fare le bonifiche delle aree a rischio”. La parola bonifica in Italia richiama subito alla mente i SIN (Siti Inquinati Nazionali) che sono 58 e per 41 la bonifica è a carico del Ministero dell’Ambiente mentre per 17ricade sulle Regioni. Sono stati stanziati fin ad ora circa 3.148.685.458 euro ma le bonifiche procedono a rilento.

Le aree dei Sin
Sono circa 6 milioni gli italiani che vivono nelle aree dei Sin: Livorno, Taranto, Manfredonia, Falconara, Augusta , Gela. I siti sono anche nelle città come a Brescia dove a poche centinaia di metri dal centro storico, c’è l’industria chimica Caffaro (dal 1985 di proprietà della SNIA-BPD, poi divenuta SNIA S.p.A.) operativa dal 1906. L’industria inizialmente produceva soda caustica a partire dagli anni trenta, si dedicò prevalentemente a produrre composti organici del cloro, in particolare i PCB (policlorobifenili) dal 1938 al 1984, produzione di cui aveva l’esclusiva per l’Italia, su licenza Monsanto. Nel 2001, dopo la pubblicazione di una ricerca sulla storia della Caffaro, è emerso il grave inquinamento prodotto dall’industria nella porzione della città (circa 7 milioni di m2 in cui risiedono circa 25.000 abitanti). Come Terni, una delle città più inquinate del Centro Italia, dove numerose università, anche europee ( Trinity College di Dublino), studiano l’area e le sostanze che vi vengono riversate. “Nell’area della città di Terni vengono emesse ogni anno in atmosfera 1 – 1.5 tonnellate di sostanze cancerogene come cromo esavalente, nichel, diossine. Sarà legale, fatto nel rispetto delle regole, ma non è giusto”. Così si esprime il dottor Carlo Romagnoli, dell’Isde – Associazione medici per l’ambiente.

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La valle de Sacco
In aree come la Valle de Sacco, tra la zona a sud di Roma e la provincia di Frosinone, dove ci sono 157mila metri cubi di terra e rifiuti contaminati causati da decenni di inquinamento industriale, di discariche abusive (e non) e di lentezze burocratiche, sversamenti illegali nel fiume e rifiuti interrati. Fabbriche chiuse, proprietari dileguati o sotto inchiesta. Il fiume Sacco, affluente del Liri, ha fatto parlare di sé negli ultimi mesi per la schiuma bianca che ne ha invaso il letto: secondo le analisi dell’Arpa, è causata da vernice, detergenti, emulsionanti. O ancora Massa Carrara dove il 17 luglio 1988 ci sono state due esplosioni all’interno dell’impianto “Formulati Liquidi” della Farmoplant di Massa. La popolazione subisce irritazioni alle vie respiratorie, bruciori agli occhi, nausea, vomito, diarrea, allergie e varie manifestazioni alle vie aeree, al sistema neurologico e circolatorio anche nel periodo seguente l’esplosione. La Farmoplant aveva rilevato le attività dello stabilimento Montedison che produceva fertilizzanti azotati, chiuso nel 1972 per obsolescenza degli impianti, e riaperto nel 1976 l’impianto Farmoplant per la produzione, tra gli altri, di Rogor (dimethoate), Mancozeb, Trifluralin, Cidial, Atrazina, Parathion (alcuni di questi pesticidi saranno vietati negli anni ’90 per la loro tossicità sull’ambiente e sulle persone).

La storia
E per tutte la storia di Alessandra 44 anni, ha sempre vissuto nelle vicinanze della Farmoplant (respirando anche la nube tossica che si scatenò dopo l’esplosione del 1988). Lei ha perso sua figlia di 10 anni a cui viene diagnosticato, nell’ospedale Meyer di Firenze, un tumore al cervello rarissimo (glioblastoma multiforme, molto aggressivo). La bambina è stata sottoposta a ogni possibile terapia ma è morta nel novembre del 2013.Quando al Meyer di Firenze, per una sperimentazione, hanno analizzato il tumore hanno detto ai genitori (sottoposti anch’essi ad accertamenti)che la natura del tumore non era di tipo genetico ma dipendeva dall’inquinamento.
(pubblicato su Tiscalinews il 17 dicembre 2019)

La disabilità tra il “durante noi” e il “dopo di noi”: consigli per migliorare la legge 112

Posted on | Notizie dall'Italia | gennaio 5, 2020

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“Uccidere il proprio figlio con disabilità è per me un atto di coraggio non di follia, un atto disperato per restituire normalità ad una vita terrena che quotidianamente ci violenta”.
“E’ un mostro, se lo tenga a casa”, sono state le parole di un sacerdote ad una mamma di un giovane con una grave disabilità: non cammina, non parla, ha crisi epilettiche e psicotiche. Lui è Mario ed ha trent’anni. Lei è Elena Improta, 57 anni, e tutti i giorni si impegna per dare una vita dignitosa al figlio: passeggiate, attività laboratoriali. Insieme ad altre mamme porta avanti battaglie a livello istituzionale e associativo. Raccontano le loro storie, il loro dolore. Hanno una chat comune dove condividono la quotidianità. L’idea del durante e dopo di loro è un tunnel che sembra non portare verso la luce. Ha fondato “Oltre lo sguardo”, impegnata sul territorio del II Municipio di Roma per sviluppare modelli di intervento integrati a favore delle famiglie fragili presenti sul territorio e promuove progetti di autonomia a Roma in cohousing e week end e soggiorni in Maremma (le location sono messe a disposizione dall’Associazione e dai familiari a titolo gratuito).
Elena capisce subito che durante il parto qualcosa non è andato bene e racconta che “la clinica non mi fece il cesareo e cercò di oscurare i problemi. Le consulenze successive hanno dimostrato che quella di Mario non è una patologia di tipo genetico, ma la conseguenza di un trauma subito al momento del parto, una sorta di ischemia intrauterina. Dopo qualche giorno dalla nascita, cominciarono le prime crisi epilettiche, segnale di questa lesione aperta, che solo con il tempo e la riabilitazione si sarebbe cicatrizzata, lasciando Mario come è oggi”.

Il caso di Elena
La Cassazione ha dato ragione a Elena: c’è stata la “mala gestio” del parto ma lei dopo 30 anni non ha vuto nessun risarcimento. E dopo il caso di Torino – la mamma che ha ucciso a martellate la figlia disabile – è sconvolta e preoccupata e dice “Non esiste il dopo di noi se nel durante noi non riusciamo a fare in modo che i servizi sociali accolgano in un percorso di sostegno e aiuto tutto il nucleo familiare! In particolare le donne, mamme, sorelle che a vita si caricano il ‘peso’ emozionale e fisico della cura”.

Elena ha un compagno con cui condivide questo percorso, sempre affiancati da psichiatri e psicoterapeuti. Loro non fanno una vita normale. Non escono da circa tre anni. Anche per andare a mangiare una pizza c’è bisogno di due badanti. Non rientrano nella legge 112 del “dopo di noi” che si rivolge alle persone con disabilità che però sono autonomi. I soldi stanziati non coprono il bisogno. Elena ha subito 4 interventi per formazioni tumorali, è portatrice sana di sclerosi “non abbiamo diritto a una vita sociale, al lavoro, a stare male, a curarci!”.

Chi si occupa di familiari non autosufficienti
In Italia, secondo uno studio dell’Università Cattolica di Milano e Jointly, ci sono 8 milioni di persone che si occupano di familiari non autosufficienti e la maggior parte lo fa in parallelo al proprio lavoro principale su un campione di 30.000 lavoratori di aziende italiane medio grandi, ha rilevato che 1 dipendente su 3 si fa carico della cura di un familiare anziano o non autosufficiente e nel 77% dei casi il lavoro di cura lo occupa spesso o quotidianamente diventando praticamente un secondo lavoro.

Il 25% deve gestire, contemporaneamente al familiare non autosufficiente, anche figli piccoli o adolescenti. Tutto ciò produce:
– uscita anticipata dal mondo del lavoro: nel 15% della famiglia si valuta l’uscita di uno dei due familiari per far fronte ai carichi di cura (Censis)
– rischio di burnout legato a maggiore stress, preoccupazione e fatica emotiva.

Oggi il disegno di legge sui caregiver prevede 700 euro ma niente pensione per la persona che assiste. Il termine si riferisce a tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile. I caregiver (dall’inglese, coloro che si occupano di persone non autosufficienti) dei pazienti con demenza sono la grande maggioranza ma ultimamente stanno aumentando le assistenze a diversamente abili non autosufficienti.Le percentuali ci dicono che sono in genere donne (74%), di cui il 31% di età inferiore a 45 anni, il 38% di età compresa tra 46 e 60, il 18% tra 61 e 70 e ben il 13% oltre i 70.

L’esempio di Svezia e Danimarca
Mentre noi ancora parliamo di un disegno di legge in Svezia, come in Danimarca, esiste un sistema di assistenza continuativa a lungo termine fornito e finanziato dallo Stato. La Svezia ha addirittura sviluppato un sistema per individuare i caregiver e per valutare i loro bisogni.

Vi è un sostegno ai caregiver anche psicologico; inoltre vengono offerti formazione e momenti di sollievo e viene incoraggiata la comunicazione tra il personale socio-sanitario e i caregiver, allo scopo di creare delle istituzioni “carer-friendly”. Ci sono anche programmi di linee d’aiuto, offerti dal terzo settore e dal settore pubblico, con l’obiettivo di una sempre maggiore integrazione. Dobbiamo ricordare che la prima disabilità riconosciuta, dopo la seconda guerra mondiale, è stata quella legata a ragazzi down. Gli altri tipi di disabilità venivano trattati come patologie psichiatriche e i portatori di tali patologie erano considerati come “pietre di scarto.”

Sono quasi quarant’anni che l’inserimento scolastico è un dato di fatto nell’ordinamento giuridico e scolastico italiano, ma la legge 517/1977 è stata una tappa del lungo percorso di questa realtà. Nel 2016 nasce la legge del “dopo di noi” sulla spinta di alcune associazioni dopo gli eventi drammatici del 2014 : in due famiglie dell’associzione UFHa (Unione Famiglie Handicappati) i genitori si sono uccisi dopo aver ucciso i loro figli. Ma la legge è parziale, un punto di partenza che non soddisfa il mondo della disabilità. Sono stati stanziati soldi senza avere un censimento reale sul bisogno.

E anche sulla legge Elena Improta ha le idee molto chiare: “Dobbiamo far valere il principio che la persona disabile non è malata e normalmente non necessita di interventi sanitari, ma di percorsi riabilitativi, ricreativi e di socializzazione: non si può pensare di tenere in istituto persone adulte con disabilità, laddove non ci siano tracheotomie, peg e altre forti esigenze medico-sanitarie. Anche se perfino molti che vivono questa condizione di gravità scelgono di restare a casa propria. Non abbiamo ancora capito che non è la disabilità in sé a rendere infelice o sola una persona. Abbiamo la legge sul ‘dopo di noi’, che parla chiaramente di deistituzionalizzaizone, cohousing, abitazioni a moduli, fondazioni che attivano percorsi riabilitativi, dove per riabilitazione non si intende solo la parte sanitaria, ma piuttosto la possibilità che si offre alla persona di sperimentarsi. Noi non vogliamo i nostri figli in istituto, nel futuro che li attende, ma in moduli abitativi, condomini sociali, strutture di cohousing, in cui siano liberi di uscire (come non accade in istituto) e sperimentarsi in altre forme di quotidianità, che li faccia sentire degni di essere chiamate persone”.

(pubblicato su Tiscalinews il 10 dicembre 2019)

Dal Cile all’Australia passando per l’Italia. Un viaggio lungo tre continenti

Posted on | Notizie dal mondo | novembre 27, 2019

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Francesca Rizzoli, una donna che spinta dalla sua passione ha cambiato spesso la sua vita. Ha conosciuto Sud America, Europa e Oceania, ma il suo pensiero (amaro) torna spesso all’Italia.
Ha un sorriso contagioso, una personalità che mette insieme le origini trentine dei suo genitori e la terra dove è nata, il Cile e dove torna ogni dicembre. Una donna che spinta dalla sua passione ha cambiato spesso la sua vita. Ha conosciuto 3 continenti totalmente diversi fra loro: Sud America, Europa e Oceania. Demoralizzata, forse, in qualche momento, ma combattiva non ha mai mollato anche quando è servito cambiare paese, abitudini: cambiare la propria vita, insomma. Francesca Rizzoli, reporter – fotografa e giornalista oggi vive e lavora a Melbourne in Australia. Molti i suoi lavori come “Dear Syria” o “Dear Iraq” o “Old loves, new language: The 66 Syrian refugees being resettled in Chile”per la SBS Australia. Francesca ha ripercorso alcuni dei momenti della sua vita da quando ha lasciato il Cile per l’Inghilterra al Cile della rivolta di questi giorni.

Francesca sei nata in Cile, poi sei arrivata in Italia e infine l’Australia… come è stato il percorso? Andare in Australia una fuga o una scelta?
Sono nata in Cile, si e sono cresciuta lì. Quando avevo 18 anni ho iniziato l’università a Santiago, dove mi sono iscritta alla facoltà di giornalismo. Ho frequentato il primo anno e poi ho deciso di fare un’esperienza all’estero. All’epoca – siamo nel 2000– non era ancora cosi comune andare fino all’altro capo del mondo da sola, ma volevo esplorare il mondo, raccontare storie e dal Sud America il fascino per l’Europa era molto forte, quindi sono partita per l’Inghilterra. Volevo migliorare il mio inglese, ne avevo bisogno per fare la giornalista, e quindi sono andata a Londra, dove sono stata per 4 mesi e dove ho vissuto a casa di una signora Indiana, Mrs Agarwala, ricordo ancora il suo nome. E poi è arrivata l’Italia, la mia seconda casa visto che i miei genitori sono trentini. Mi sono trasferita a Milano, dove mi sono iscritta all’università, prima a scienze politiche e poi sono passata, come molti nei primi anni della riforma universitaria, a una laurea triennale in comunicazione, con indirizzo giornalistico. Ho vissuto a Milano per 12 anni, vicino a Piazzale Lotto, oggi una zona completamente ristrutturata dopo l’expo 2015, e ho fatto tantissime esperienze: di vita e lavorative che, nel bene e nel male, mi hanno insegnato tantissimo, ma ho anche vissuto gli anni della crisi, e quindi il forte precariato e la conseguente mancanza di opportunità nel paese, e quindi ho velocemente capito che se stavo nel paese non sarei riuscita a realizzare i miei sogni perché l’Italia non era, e forse non è ancora, un paese per giovani.
A Milano ho conosciuto anche quello che oggi è il mio attuale compagno di vita, quindi andare via non era più una scelta individuale, come quella che avevo preso diversi anni prima. Ci siamo messi a cercare insieme un posto che andasse bene a entrambi e…. Beh, è arrivata l’occasione dell’Australia. Tornando quindi alla domanda: l’Australia, una fuga o una scelta? Un po’ entrambe: ce ne volevamo andare dall’Italia, tantissimo. Non vedevamo per nessuno dei due molto futuro per realizzare i nostri progetti, e quindi è stata l’occasione perfetta per una fuga organizzata.

Come è stato l’impatto con il nuovo paese? Cosa ti ha colpito di più?

L’impatto è stato molto più forte di quanto lo sia stato quando ero emigrata prima in Inghilterra e poi in Italia 12 anni prima. L’Inghilterra era un avventura, l’Italia era un po’ una seconda casa, ma l’Australia era totalmente sconosciuta. Non avevo mai viaggiato da questa parte dell’emisfero sud, ed era tutto così profondamente diverso… Mi hanno colpito tante cose, come la luce potente ed il cielo enorme. Non ci sono montagne qui, lo spazio è infinito. E la natura ti inghiotte, è maestosa. Mi ha colpito da subito la diversità della Melbourne multiculturale, in centro mi sembrava di essere in Asia più che in Australia, dove immaginavo tutti biondi e abbronzati… E poi un’altra cosa che mi ha colpito, parlando anche con altri ragazzi immigrati dall’Italia, era che qui tutti sentivano che le opportunità erano tantissime e che almeno ci potevi provare… forse perché in Italia era tutto cosi difficile per tutti, che qui sembrava di respirare una boccata d’aria fresca…

In Australia ci sono tanti italiani e tu lavori in una radio multietnica…ma d’altra parte l’Australia ha anche una posizione anti migratoria molto decisa….

Si, l’Australia ha una politica migratoria molto rigida, soprattutto per quanto riguarda i richiedenti asilo che si trovano a vivere in condizioni disumane nei campi di detenzione su Manus Island, tanto che Salvini l’ha spesso citata come un esempio da seguire. L’altra faccia della medaglia però, e questo andrebbe ricordato, è che qui ci sono anche delle politiche sul multiculturalismo che vedono la diversità come un valore da promuovere all’interno della società. Uno degli esempi concreti è proprio SBS, l’emittente multiculturale dove lavoro, nata con la finalità di valorizzare e dare spazio alla diversità più di 40 anni fa e da dove trasmettiamo in 68 lingue diverse. Riceviamo finanziamenti dal governo australiano e questo è un enorme riconoscimento sia agli immigrati come persone che all’immigrazione come processo di arricchimento per una società. E’ chiaramente un discorso complesso quello sulla migrazione, dico una banalità, ma l’Australia ha anche tanti aspetti positivi riguardo a questa tematica, con degli esempi di politiche virtuose, da cui molti a livello internazionale prendono spunto.

Cosa sei riuscita a realizzare in Australia che non avresti potuto realizzare in Italia… e torneresti indietro?
Chi lo sa che cosa avrei potuto realizzare in Italia, non lo so, non mi piace guardarmi indietro, ma non penso di tornarci a vivere. Seguo le news, ma soprattutto parlo con i miei amici e parenti e purtroppo non mi pare che le cose siano tanto diverse da come le ho lasciate. Ci torno poco, visito di più il Cile quando vado a trovare la mia famiglia, ma devo dire che quando l’anno scorso sono tornata dopo tre anni l’Italia è come sempre bellissima, ma vista di passaggio, da turista. In Australia faccio la giornalista, non so se in Italia avrei potuto continuare a fare questo lavoro per molto tempo vista la precarietà della professione. Il mio non è un lavoro facile neppure qui perché è una professione che sta cambiando profondamente e rapidamente e la competizione è fortissima. Inoltre qui la mia esperienza è sempre quella di un’immigrata, quindi comunque gli obiettivi qui sono più complicati da raggiungere, ma certamente posso dire che l’Australia è comunque un paese più meritocratico dell’Italia. Certamente la percezione di questo paese è cambiata da quando sono arrivata qui, sei anni e mezzo fa, ma la sensazione è sempre la stessa, ovvero le possibilità di metterti in gioco qui ce l’hai e se le cerchi, opportunità ci sono.

Cosa pensi della crisi cilena di oggi?

Ero molto felice all’inizio, Chile desperto’ finalmente! Ma ultimamente la sto vivendo con molta preoccupazione e tristezza a dire la verità. Quella che sta avvenendo è assolutamente una crisi annunciata, da tempo. È montata per 30 anni e ora è scoppiata a causa di una profonda disuguaglianza. E’ una crisi sicuramente positiva per molti aspetti, il cambiamento e’ necessario e fondamentale se vogliamo davvero essere una democrazia a tutti gli effetti. Ho parlato con diversi colleghi e mi raccontano di assemblee cittadine spontanee, in cui le persone si stanno riunendo a discutere sul da fare e su proposte concrete al governo. Ci sono tante piccole manifestazioni pacifiche ogni giorno, i cacerolazos – persone in strada con le pentole a manifestare – ma allo stesso tempo mi preoccupano le proteste violente, che non stanno aiutando sicuramente il paese. Anzi. La diseguaglianza non si cancella in un attimo, il paese ha bisogno di tempo per elaborare delle riforme sostenibili, e la pressione dei gruppi più estremi non aiuta. Il paese e’ nel caos, tante persone stanno lavorando la metà’ di prima, tanti negozi sono chiusi, le persone stanno diventando sempre più negative… e’ una crisi molto più complessa di come la vedi rappresentata, soprattutto dai media internazionali.

Per Francesca quindi l’Italia non è il paese delle possibilità, delle occasioni ma solo un luogo da visitare da turista! Le sue parole hanno il sapore delle mandorle amare.

(Pubblicato su Tiscalinews 15 novembre 2019)

La migrazione 2.0 che impoverisce l’Italia. Storia della donna che dirige l’importante centro di ricerca

Posted on | Notizie dal mondo | novembre 27, 2019

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Maria Cristina Polidori appartiene a quei cinque milioni di italiani che dagli anni 90 a oggi ha cercato fortuna altrove. Il dato è serio: il 56% di “expat” ha tra i 18 e i 44 anni. e oltre il 60 per cento hanno il diploma o la laurea.
Le migrazioni sono cicliche, dipendono da guerre, carestie. Potremmo dire che la spinta a lasciare il proprio paese è data dalla povertà, dalla mancanza di un futuro e di prospettive. E questi sono i fattori che hanno segnato la prima grande ondata di migrazione italiana ( quella dal 1861 al 1985) ha portato fuori dei nostri confini oltre 30 milioni di nostri concittadini. Come se l’intera popolazione italiana di inizio Novecento se ne fosse andata in blocco.Ma c’è una seconda ondata migratoria, iniziata negli anni novanta, e i numeri ci dicono che al 2018 sono circa 5,1 milioni. Il 56% degli “expat” ha tra i 18 e i 44 anni. E il grado di istruzione di chi se ne va è più alto rispetto al passato: “il 34,6% ha la licenza media, il 34,8% è diplomato e il 30% è laureato“. Insomma una migrazione che nasce da fattori diversi dalla precedente e spesso riguardante il nostro sistema universitario, concorsuale, la burocrazia e una società ancora molto segnata dai “rapporti familiari” o “di appartenenza”.
Una di queste storie oggi vive e lavora in Germania, a Colonia, dopo qualche anno a Boston dove ha incontrato il suo futuro marito. Classe 1969, capelli ben pettinati, occhiali sfumati sull’azzurro, vestito perfetto. Eloquio fluente, padronanza di se stessa e del momento. Insomma “teutonica” si direbbe al primo approccio.

Chi è Maria Cristina Polidori
Un curriculum invidiabile: laureata nel 1993 a Perugia, nel 1995 si é trasferita a Boston per un doppio contratto presso il dipartimento di Neurologia del Massachusetts General Hospital dell’Universitá di Harvard e presso il Cardiovascular Institute della Boston University. Nel 2000 arriva in Germania, a Dusseldorf per continuare i suoi studi sul ruolo dello stile di vita, in particolare della nutrizione, nell’invecchiamento di successo. I suoi studi sotto la guida del pioniere delle ricerche sui radicali liberi e lo stress ossidativo, Helmut Sies, hanno condotto all’identificazione di importanti meccanismi biomolecolari legati al mantenimento della salute.

Parliamo di Maria Cristina Polidori, che dal 2015 è stata chiamata a lavorare all’Universitá di Colonia, dove dal 2015 dirige il Centro di Ricerca Clinica per l’Invecchiamento presso il Dipartimento II di Medicina Interna e Centro di Medicina Molecolare del Policlinico Universitario di Colonia. Maria Cristina lascia la sua Perugia, città amata e in cui torna spesso, per una serie di circostanze legate a persone amate ma soprattutto parte per quello che lei definisce una “costellazione privata e professionale difficoltosa”!

È questa l’Italia delle piccole province: chiuse, familistiche con pochi spazi per chi non fa parte del “giro”. Un’aria pesante e allora Maria Cristina decide di andare via in America. Una partenza anticipata, aveva già deciso di fare un’esperienza all’estero ma la situazione che si era creata la spinge ad anticipare tutto. Qui la vita le si presenta un mondo diverso dove le capacità, la dignità umana e del lavoro sono sostanziali.

Qui conosce suo marito, ricercatore tedesco ad Harvard, e decidono insieme di tornare in Europa. L’America non era per loro soprattutto per lo stile di vita. Cercano una soluzione in Italia ma non è possibile e così vanno in Germania. “All’inizio – racconta Maria Cristina – è stato uno schock soprattutto culturale per i rapporti interpersonali. Ma mi sono barcamenata bene anche perché il potenziale umano del Sud del mondo è fondamentale per il Nord.”

All’estero ma con l’Italia nel cuore
A Colonia, Maria Cristina organizza da anni concerti di musica classica e contemporanea (The Wall) e mostre di pittura e incontri di lettura. È parte integrante della comunità italiana che lei specifica “si divide in due gruppi la generazione 1.0 (20 dicembre del 1955 Italia e Germania siglarono un accordo per il reclutamento di manodopera italiana temporanea nella Germania federale) i gastarbeiter e i 2.0 che sono persone che hanno studiato, stanno benissimo ma con molta nostalgia dell’Italia anche se sanno che oggi da noi non potrebbero avere le stesse possibilità. Ma è un peccato capire che in Italia non ci possiamo vivere con lo stesso standard e soprattutto non possiamo, come medici, contribuire alla salute dei propri connazionali come se fossimo potuti rimanere”.

La sua voce, pacata anche quando parla dei momenti difficili della sua vita, ha come un guizzo quando parla del suo lavoro e degli obiettivi raggiunti “la creazione di dati di evidenza scientifica a favore della medicina basata sulla persona e non sulla malattia affinchè le funzioni cognitive e motorie rimangano intatte, anche nella fase dell’invecchiamento, grazie alla prevenzione e ad un attenta gestione delle risorse del fisico”.

La passione, la determinazione traspaiono dalle parole di Maria Cristina Polidori ma anche il sottile dolore di essere andati via da casa, di aver dovuto mettere a disposizione il suo sapere in un altro luogo. Ma in un mondo globale come il nostro, dove tutto oramai viaggia e viene condiviso velocemente, le sue scoperte, i suoi lavori sono patrimonio di tutti e non solo del Paese in cui lavora.

(Pubblicato su Tiscalinews 2 novembre 2019)

Libano, i religiosi si schierano con i manifestanti per chiedere l’attenzione della comunità internazionale

Posted on | Notizie dall'Italia | ottobre 31, 2019

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Il patriarca maronita Bishara Rai ha riunito il consiglio dei patriarchi cattolici e ortodossi e ha invitato il presidente della Repubblica, il maronita Michel Aoun, ad “assumere le necessarie decisioni riguardo alle richieste della gente”.
“Il popolo ha ragione a manifestare per esprimere il proprio dissenso sulle scelte politiche che negano anche i diritti minimi. Basta con le promesse, e’ tempo di fatti concreti”. Queste le parole di Padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano a cui fanno da eco quelle del patriarca maronita Bishara Rai che ha riunito il consiglio dei patriarchi cattolici e ortodossi e ha invitato il presidente della Repubblica, il maronita Michel Aoun, ad “assumere le necessarie decisioni riguardo alle richieste della gente”. I patriarchi hanno denunciato “la deviazione e la corruzione” del sistema politico.
L’esercito è intervenuto a Beirut, Sidone, Tiro ma le strade e le piazze sono comunque piene di gente. A Roueisset, periferia della capitale libanese, le Suore del Buon Pastore hanno un dispensario che ogni anno offre cure e medicine gratuite a oltre 21mila persone. È uno di quei luoghi dove è più facile capire cosa sta succedendo in Libano.
Suor Antoinette parla “ dell’economia che è ai minimi, il 40% dei giovani non ha lavoro, forse anche di più di questa percentuale. La gente vuole un nuovo governo più onesto e trasparente”. Ma la lotta di questi giorni è anche per la dignità delle persone come racconta Rima Karaki, giornalista conduttrice televisiva.

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Rima qual è il tuo punto di vista sull’attuale situazione in Libano?
Prima di tutto questa è la rivoluzione della “dignità” e della “integrità”, prima ancora che delle richieste economiche. Noi viviamo sotto il potere di “una banda di ladri”, una mafia, mascherata sotto un altro nome o titolo sporco come l’originale “protettori di sette”. Ci hanno diviso per rubare meglio,e questo è andato avanti per molti anni. I politicanti in Libano sono come i “ladri”, “re del crimine di ogni sorta”: affari sospetti, rapina del paese drenando risorse per arricchire se stessi,ruberie con il risultato di un inimmaginabile disoccupazione,povertà, repressione e chissà cosa altro può accadere!
La corruzione non è molto diversa da un oppressore che occupa il tuo paese ma a differenza di questo è più feroce…Tutte e due lo distruggono ma mentre l’identità dell’oppressore è chiara, la corruzione è la traditrice della nazione e merita la prigione! I politici libanesi non hanno avuto pietà di noi, hanno preso tutto in nome della “protezione della setta”. Hanno piantato il seme dell’odio tra le persone nella stessa nazione, suddividendone le risorse e la ricchezza e riducendo in frantumi i nostri diritti. Hanno condannato i nostri bambini e gettato nella disperazione la nostra gioventù. Sono l’espressione peggiore della corruzione! Noi li odiamo tutti e ci devono ridare ciò che ci hanno tolto. Questa è una rivoluzione per la dignità!

Rima perché il popolo è sceso in piazza ora?
Perché loro non potevano ridere ancora del popolo, perché la gente è consapevole dei propri interessi e di quelli della loro patria, perché hanno pagato un prezzo esorbitante per la propria sussistenza, perché hanno sacrificato la loro vita per andare dietro questi criminali. La pazienza è finita e non abbiamo più nulla da perdere. Il Libano non può vivere nell’ombra del settarismo che è l’arma della sopravvivenza dei ladri al potere.

Rima quali sono le prospettive della protesta?
C’è la grande speranza che si posso arrivare ad una revisione della legge e della costituzione e abbiamo fede di costruire una “vera “ nazione! Una patria. Le parole di Rima Karaki non sono molto diverse da quelle di Padre Paul Karam “Il Governo ha il dovere e la responsabilita’ ultima di operare riforme e cambiamenti per dare risposte concrete al popolo”

Ma Padre Karam si rivolge anche alla gente “ il popolo, a sua volta, deve essere fedele alla sua storia e non lasciarsi andare in atteggiamenti violenti, facilmente strumentalizzabili”. E lancia un appello alla comunità internazionale richiamandola ad un sostegno deciso del Libano soprattutto nell’accoglienza dei rifugiati siriani (1,5 milioni) e “non restare a osservarlo mentre brucia”.
(pubblicato su Tiscalinews del 24 ottobre 2019)

Libano in fiamme. Nel Paese dei cedri la pazienza è finita: perché il popolo scende in piazza

Posted on | Notizie dal mondo | ottobre 31, 2019

Joumana

Le manifestazioni di cittadini sono ormai quotidianità: tutto parte dalla proposta di tassare Whatsapp e Facetime, ma le ragioni sono molto più complesse.
Beirut da giorni è una città sconvolta dalle manifestazioni dei cittadini libanesi. Tutto parte della proposta di tassare Whatsapp e Facetime (e già i prezzi della telefonia in Libano sono altissimi). Ma è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha portato migliaia di persona nella grande Piazza dei Martiri che ricorda la sanguinosa guerra civile degli anni tra il 1975 e il 1990. Una piazza simbolo per la città.
La crisi attanaglia il Paese dei Cedri da anni ma si è fatta sempre più grave anche con la guerra in Siria ed in Iraq che ha visto arrivare nel piccolo paese milioni di profughi (circa la metà della popolazione effettiva). La disoccupazione, le diverse etnie presenti – ricordiamo solo che ci sono ben 18 diverse confessioni religiose – i campi profughi, la presenza di Hezbollah, le frizioni geopolitiche di tutto il Medio Oriente sono solo alcune delle cause di queste proteste. Giornalisti, scrittori, intellettuali sono in piazza con la popolazione. Bandiere e canti. Ma anche morti e feriti.
Una rivolta che riguarda il benessere sociale e la sanità
Omar Nashabe, analista dei diritti umani, giornalista e professore alla American University di Beirut, così descrive quello che sta succedendo in questi giorni: “Questa è una reazione delle persone alle affiliazioni politiche. Una rivolta che riguarda il benessere sociale, la sanità, i beni di prima necessità, le infrastrutture. Per molto tempo i governanti hanno fatto promesse su promesse, chiedevano più tempo. Per la prima volta in Libano che c’è una rivolta di questo tipo e cioè per il sostentamento quotidiano. Le persone si sono ribellate al seme della corruzione. Il gap, la disparità tra ricchi e poveri è così forte ed è diventata sempre più grande e questo ha fatto esplodere tutto. Il governo vuole aumentare le tasse, è corrotto mentre manca un sistema scolastico pubblico, un sistema sanitario e questo ha portato le persone ad andare dove non erano mai andate prima. Le persone stanno rifiutando i loro leader mentre fino a poco tempo non si poteva parlare di loro perché erano forti ed influenti e il popolo aveva paura”.
“Ma adesso – continua il docente – è sparito tutto, in piazza i leader vengono anche insultati ed è la prima volta. Tutte le donne, le insegnanti, tutte le persone considerate dedite alle famiglie sono scese in piazza. Tutti i partiti hanno promesso ai loro elettori che le cose sarebbero migliorate. E alla fine gli elettori si sono ribellati. Non c’è un leader che muove le persone. Sono le persone stesse il leader di questa rivolta. Sono spontanee, non sono organizzate. Stanno esprimendo la loro rabbia contro il sistema politico, contro tutti i partiti. Questo significa che ogni libanese, uomo o donna, ha abbandonato i propri riferimenti politici, le proprie affiliazione e dice che importante sono il pane, la scuola, la sanità più dei partiti. Questo è quello che sta succedendo oggi”.

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La poetessa ed attivista Joumana Haddad, candidata nelle elezioni di maggio 2018, è scesa in piazza. Attraverso le sue foto e le dirette Facebook fa conoscere al mondo la situazione della sua gente. La giornalista Rima Karaki, lei che tolse la parola in tv ad uno sceicco che non rispettava il suo ruolo di donna e conduttrice, dice che “il popolo libanese è testardo e si riprenderà la sua dignità”.
In un Medio Oriente percorso da nuovi venti di guerra e da evidenti nuove spartizioni in atto la rivolta libanese è la fotografia di un territorio da sempre meta di affari di personaggi internazionali spesso poco limpidi, di traffici di armi, di spie e doppi giochi.
Una capitale, Beirut, dove incontri bancomat ad ogni palazzo e il numero delle banche è forse maggiore di quello di altri esercizi commerciali. Una città dove ancora ci sono i blocchi di cemento dei check point della guerra civile perché come dice un abitante: “Non si sa mai! servono da monito. Qui da noi si vive sapendo che la mattina dopo puoi essere in guerra”. Una capitale che ospita dal 1942 i profughi palestinesi, che ha visto le atrocità di Sabra e Chatila, che ha accolto i profughi siriani e iracheni. Una capitale e un territorio che hanno fatto gola a molti e che sono stati la via di passaggio o anche la base per le varie politiche “globali”, e conseguenti ricadute sulle popolazioni, del Medio Oriente.
Se il Libano brucia e si destabilizza, se in Siria ci saranno, come evidente nuovi equilibri, mentre in Israele ancora non si riesce a formare un governo, chi ci guadagnerà nello scacchiere mondiale? Servirà a ridare forza al terrorismo che si chiami Isis o altro?

(Pubblicato su Tiscalinews il 22 ottobre 2019)

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