Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Vito Bigione “il commercialista” arrestato in Romania

Posted on | Notizie dall'Italia | ottobre 6, 2018

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Vito Bigione, uno dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia, detto “il commercialista “, ha finito la sua fuga in Romania nella provincia di Timisoara , nella città di Oradea, dopo un pedinamento durato circa 10 giorni. Viveva, da solo, un’abitazione al 4 piano e si è presentato con il nome di “Matteo”, aveva con sé 10 mila euro. È stato arrestato in base ad un mandato di cattura europeo emesso il 4 luglio scorso dalla Procura di Reggio Calabria dopo la sentenza di Cassazione che avevo reso definitiva la sua condanna a 15 anni.

Le indagini sono partite ad agosto scorso e sono state coordinate dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato con la Squadra Mobile di Trapani e la Squadra Catturandi e con la Squadra Mobile di Palermo.
Il 6 giugno, infatti la Cassazione aveva chiesto ai carabinieri di Trapani di “ agire per prevenire eventuali sottrazioni a provvedimenti di esecuzione della pena”. Ma Bigione aveva già iniziato la sua latitanza.
Una sua ultima traccia lo posiziona a Locri, in provincia di Reggio Calabria, durante un controllo dei locali carabinieri, il 26 maggio scorso. Una zona quella della locride che aveva già visto transitare uomini vicini a Matteo Messina Denaro. A Platì, sempre in un controllo dei carabinieri, fu fermata una macchina,una decina di anni fa, e tra i passeggeri un avvocato vicino al boss del trapanese.
Ma chi è Vito Bigione, “il commercialista”?
Uomo organico alla famiglia mafiosa del trapanese viene intercettato nell’operazione “Anno Zero” ( 19 aprile 2018) mentre cercava di far recuperare un credito di 20 mila euro a un produttore caseario. Fedele a Mariano Agate e Vito Gondola aveva ripreso i contatti con la famiglia mazarese e con Dario Messina, arrestato proprio ad aprile “Nel mio piccolo me le sono abbracciate le mie cose, Dariù..il Signore qua mi guarda….Ora, una volta che non c’è più sto cristiano, per dire, cos’è che dobbiamo fare? Noi parlavamo di questo in campagna”.
La sua carriera di broker del narcotraffico è immortalata nelle carte dell’operazione Igres dove si disegna la sua figura di raccordo tra i cartelli colombiani e le famiglie di Mazara del Vallo (Agate) e Platì (Marando).
Svolge la sua attività in Africa prima in Camerun e poi in Namibia, dal 1998. Qui gestisce una flotta di 12 pescherecci e un ristorante di lusso “La Marina Resort”,4 lussuose carrozze di un vecchio treno affacciate sull’Oceano Atlantico, dove trovano ospitalità anche pezzi da novanta delle famiglie mafiose (vedi Giovanni Bonomo) e dove, secondo autorevoli fonti, è passato anche Matteo Messina Denaro.
Per Vito Bigione si parla anche di legami con i servizi segreti e quando nel 2000 ne viene chiesta l’estradizione dall’Italia per lui si mobilita uno dei più importanti studi legali del Sud Africa quello di Van Reenen Potgiete che riesce a dimostrare che la richiesta italiana non è corroborata da documenti tali da farlo estradare.
Per lui si batte la moglie Veronique Barbier che lo difende anche dall’attacco del sindacato, in Namibia. E fu proprio l’amore per lei a tradire Vito Bigione nel 2004 a Caracas quando fu arrestato, dopo essere fuggito dalla Namibia del governo di Windhoek, che l’aveva coperto e tutelato per anni ma che non gli garantiva più protezione.
Di certo Vito Bigione era tra i broker più importanti, aveva organizzato traffici tra Brasile, Colombia e Namibia e Italia, viaggiava in tutto il mondo e forse anche in Romania, dove è stato arrestato oggi, aveva i suoi traffici. D’altra parte “la latitanza si deve pagare” come ha detto in conferenza stampa il Capo della Squadra Mobile di Trapani, Fabrizio Mustaro.
E ricorrenti nella vita di Vito Bigione sono i rapporti con la Calabria e le cosche dell’Aspromonte.

(pubblicato su www.malitalia.it)

Altro che Messina Denaro, al comando di Cosa Nostra è tornata la Cupola. Ecco il documento che svela i nuovi capi

Posted on | Notizie dall'Italia | luglio 18, 2018

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A Palermo, qualche giorno fa l’arresto di Giuseppe Corona,finito in carcere per riciclaggio per le indagini del nucleo speciale di polizia valutaria, coordinate dalla procura, e che hanno fotografato una fitta rete di affari attorno al mafioso, che ha trascorso ben 16 anni in carcere dopo una condanna per omicidio. Sarebbe lui il tesoriere di “Cosa Nostra” e ha investito, proprio per conto delle famiglie mafiose, in bar, tabaccherie, negozi e in immobili.
Il procuratore aggiunto Salvatore De Luca, coordinatore del pool antimafia di Palermo, in un’intervista a Repubblica, dichiara: “L’errore più grave che potremmo fare in questo momento sarebbe quello di cominciare a sottovalutare la gravità del fenomeno mafioso. Cosa nostra è stata fiaccata dalle continue misure cautelari, rileviamo una minore forza dell’organizzazione, ma dall’altro lato c’è un dato allarmante: la resilienza della compagine criminale, che nonostante i gravi colpi subiti riesce in breve tempo a riorganizzarsi”.

In questo clima e in questo contesto si colloca anche il focus sulla successione a Totò Riina, che si trova negli atti della relazione semestrale della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) presentata in Parlamento. Cosa sta succedendo all’interno delle famiglie? Chi è il successore di “Totò ‘u curtu”? Problema di non semplice soluzione anche se il “capo dei capi” è scomparso da ben 8 mesi, tanti sono passati dal 17 novembre del 2017 dove è deceduto,alle 3,37, nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma.

Il Direttore della DIA, il Generale Giuseppe Governale, a proposito della successione di Totò Riina, ha rilasciato a Tiscali News questa dichiarazione: “Dopo la morte di Riina è finito il tempo dell’attesa per Cosa Nostra. È arrivato il momento delle scelte, dei nuovi equilibri. Di colmare progressivamente il gap con la ‘ndrangheta. Il nuovo capo avrà l’onere di reimpostare quest’azione di recupero operativo e finanziario. Il capo con ogni probabilità sarà un palermitano della città. È forse definitivamente finita l’epoca dei corleonesi. ”

La governance di Cosa Nostra è affare complesso che vede, come si evince dalla relazione, contrapposti fronti: uno che si ribella alla leadership corleonese, oligarchica e violenta, l’altro che riguarda proprio i sostenitori di quella leadeship. Non da ultimo vanno anche considerati “gli scappati” i perdenti della guerra di mafia vinta proprio dai corleonesi e riparati negli Stati Uniti. Molti sono tornati a Palermo e potrebbero trovare la strada per vendicarsi. E in tutto questo qual è il ruolo di Matteo Messina Denaro, latitante dal giugno 1993?

Per la DIA è improbabile che possa essere lui il successore “pure essendo egli l’esponente di maggior caratura tra quelli non detenuti, ed in grado di costituire un potenziale riferimento, anche in termini di consenso, a livello provinciale.“
E questo per due motivi: “In primo luogo, perché i boss dei sodalizi mafiosi palermitani, storicamente ai vertici dell’intera organizzazione, non accetterebbero di buon grado un capo proveniente da un’altra provincia. Inoltre, negli ultimi anni, si sarebbe disinteressato delle questioni più generali attinenti cosa nostra, per poter meglio gestire la latitanza e, semmai, gli interessi relativi al proprio mandamento ed alla correlata provincia. Lo stesso Riina, intercettato in carcere, si era lamentato di tale comportamento.”

Ma un sistema criminale come “Cosa Nostra” può rimanere senza un capo e non esporsi a rischi e pericolose ripercussioni? Negli atti della relazione si intravede una soluzione e cioè: “un organismo collegiale provvisorio, costituito dai capi dei mandamenti urbani più forti e rappresentativi della città, con funzioni di consultazione e raccordo strategico, che continui ad esprimere, in via d’urgenza ed immediata, una linea-guida nell’interesse comune, specie se volta a regolare le scelte affaristico-imprenditoriali”. Una soluzione a tutela degli interessi economici più che delle forze in campo. I soldi sono il collante reale intorno al quale coagulare i poteri, gli interessi e le influenze territoriali.
(pubblicato su Tiscalinews del 18 luglio 2018)

La sanità è una montagna di soldi e potere. Otto scandali dove il malato non conta nulla

Posted on | Notizie dall'Italia | luglio 11, 2018

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“Mia figlia senza voler essere…mia figlia…è dieci volte più brava, e poi dico io i nostri figli, tu immagina quando aggiusto le cose nei concorsi e se capita a mia figlia? Che pur essendo più brava di…non può andare avanti … e allora mi sento un verme … dico mi sa che faccio parte anche io di questo sistema! però veramente, se il figlio veramente … ma io provo ammirazione per le persone brave. Siccome lo so i mezzucci, mi … cioè una cosa alluci… cioè il mio cruccio… ma così, ma questo come farà… andrà sempre avanti così”. Così la dirigente Maria Benedetto, da ieri agli arresti, raccontava ad una collega il “sistema” di malaffare della sanità lucana. Concorsi truccati. Pizzini in puro stile mafioso. Turbativa d’asta. Falso ideologico. Distruzione di atti pubblici. Una lista “dei verdi”. Frode. Tutto in un unico atto, l’ordinanza di custodia cautelare del Tribunale di Matera nei confronti di oltre 30 soggetti tra cui il Presidente della Giunta Regionale lucana, Marcello Pittella, medico egli stesso, appartenente ad una delle famiglie più in vista sulla scena politica del territorio.

La “legge” che risale agli anni Settanta
Ma questa modalità di gestione del settore viene da lontano e non riguarda solo una regione. Ha inizio alla fine degli anni 70 con la nascita delle Regioni e il decentramento e l’attribuzione del sistema sanitario nazionale, nato con la Legge Anselmi, la n.833 del 1978, e che permette, ancor oggi, con tutti i limiti del caso, l’assistenza gratuita a tutti i cittadini.
Il decentramento però ha spalancato le porte ad un business quasi più lucroso delle opere pubbliche, basti pensare che, secondo il Report Istat, pubblicato il 4 luglio 2017, nel 2016 la spesa sanitaria corrente è stata di 149 miliardi e mezzo di euro e ha inciso sul Pil nella misura dell’8,9%, ed è sostenuta per il 75% dal settore pubblico e per la restante parte dal settore privato. La spesa sanitaria pesa su un bilancio regionale oltre il 60%. Una montagna di soldi, gestiti non nell’ottica dell’ottimizzazione del sistema sanitario quanto in quella del “sistema” personale, per ottenere maggiori consensi elettorali, per una migliore posizione, in cambio di soldi o benefit di diversa natura. Una montagna di soldi che si è riversata nelle regioni a partire da oltre 30 anni fa e che piano piano ha corroso persone, partiti e dove i sistemi criminali, soprattutto in alcune aree, hanno trovato terreno fertile.

La lezione di Provenzano
Lo stesso “Zi Binnu”, cioè Bernardo Provenzano, fui i primi ad intuire che il business era nella sanità pubblica. Nel 2006 la commissione d’accesso insediatasi nell’Asp di Locri a seguito dell’omicidio Fortugno, vice Presidente della Regione Calabria, aveva scritto: «Il quadro che emerge fa ragionevolmente presumere che forze mafiose locali si siano infiltrate nell’area dell’istituzione sanitaria. Il numero dei dipendenti non è quantificabile, in quanto in troppi sono stati arrestati o sospesi ma continuano a percepire lo stipendio». Ma non parliamo solo di Sud, o di un solo partito. E questo sistema è figlio di quel federalismo invocato, spinto e praticato come la panacea di tutti i problemi e come l’emblema di una parte che funziona,il Nord, contro il resto del Paese. E che ha portato alla bancarotta tanti territori, sulla pelle dei cittadini, favorendo spesso, e solo, gli interessi personali e privatistici. Se torniamo indietro con la memoria, dagli anni 90 ad oggi, da Roma a Torino a Milano, da L’Aquila a Bari e ora Matera molti sono i casi. Proviamo a fare un piccolo elenco, non esaustivo, che serve però per fotografare un fenomeno che non ha colore politico, appartenenza, ideologia e che ha come unico comune denominatore i soldi. La salute dei cittadini come strumento per fare affari, per acquisire potere personale, per la “famiglia”.

Tappa per tappa
1- 1994, il caso dell’ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, liberale, che viene arrestato in relazione a tangenti per circa nove miliardi di lire ottenute da industriali farmaceutici dal 1989 al 1992, durante il suo ministero. Per questo condannato in via definitiva a 5 anni e 4 mesi di reclusione. Nel 1991, insieme a Duilio Poggiolini, direttore generale del servizio farmaceutico nazionale e membro della P2, decise l’obbligatorietà del vaccino contro l’epatite B. La sua decisione era stata “spinta” da una tangente da 600 milioni di lire pagata dalla Glaxo SmithKline, unica azienda produttrice del vaccino. Duilio Poggiolini era già stato accusato, nel 1993, di prendere tangenti dalle case farmaceutiche e fu soprannominato “Il Re Mida della sanità”.

2- 1997, a Milano parte l’inchiesta “lastre pulite” , che porta alla luce un caso di corruzione ai danni delle Asl. Protagonista della vicenda Giuseppe Poggi Longostrevi, titolare di un Centro di medicina nucleare, il quale – secondo l’accusa – aveva corrotto centinaia di medici di famiglia affinché inviassero i propri pazienti nel suo centro, in cambio di tangenti. Poggi Longostrevi collaborò alle indagini ma alla vigilia del processo si suicidò.

3- Tra il 2001 e il 2003 tocca al Piemonte: una tangente versata da un’imprenditrice cuneese, Renata Prati, nelle mani di Luigi Odasso, direttore generale dell’ospedale Molinette di Torino, viene ripresa dalle telecamere nascoste dalla Guardia di Finanza del capoluogo piemontese. Oltre a Odasso ci sono una decina di altri indagati per un giro di tangenti pagate per favorire appalti di varia natura, sia edile sia di fornitura di materiale sanitario. Nel 2003, ancora in Piemonte, l’allora direttore generale dell’assessorato alla sanità, Ciriaco Ferro, finisce nell’occhio del ciclone per un giro di mazzette legate all’accreditamento di alcune cliniche private. Nell’autunno del 2002 alle Molinette di Torino scoppia il cosiddetto scandalo delle ‘valvole killer’. Dopo la confessione di un imprenditore, le indagini rivelano che negli anni precedenti erano state impiantate in 134 pazienti valvole cardiache difettose. Sette i morti. Indagati i due cardiochirurghi che dirigono il reparto, il direttore Michele Di Summa e il suo vice Giuseppe Poletti: l’ipotesi è che abbiano intascato tangenti per assegnare l’appalto per la fornitura di valvole e ossigenatori a due aziende, For.Med di Padova (che le importava dal Brasile) e Ingegneria Biomedica che, invece, forniva valvole della Sorin di Saluggia (Torino) e ossigenatori. Nel 2007 Di Summa viene assolto dall’accusa di omicidio colposo e lesioni, ma condannato a due anni, 10 mesi e 20 giorni per le tangenti. Anche Poletti viene assolto dall’accusa di omicidio e lesioni. Nel 2003 l’inchiesta di Torino si allarga a Padova, dove viene indagato l’ex primario di cardiochirurgia dell’ospedale Gallucci, Dino Casarotto, per corruzione, omicidio colposo e lesioni. Anche lui avrebbe impiantato le valvole cardiache provenienti dal Brasile e risultate poi difettose in 34 pazienti. Nel 2008 viene condannato a sette anni e 8 mesi e nel 2011 viene definitivamente assolto dalla Cassazione.

4- 2007, Milano Clinica Santa Rita , la Guardia di Finanza porta alla luce quanto accadeva all’interno della struttura: decine gli interventi chirurgici effettuati senza necessità, solo per ottenere i rimborsi dalla Regione. Quarantacinque i casi di lesioni accertate, quattro i morti. Il primario di chirurgia toracica, Pier Paolo Brega Massone è stato condannatoall’ergastolo anche in appello ma la Cassazione, con motivazione depositate il 3 aprile 2018, la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza impugnata limitatamente al dolo di omicidio e alla qualificazione giuridica dei reati, rinviando per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’assise d’appello di Milano.

5- 2011, Lombardia e la bancarotta della Fondazione San Raffaele. L’ipotesi è che Pierangelo Daccò, abbia sottratto milioni di euro all’ospedale attraverso fatture gonfiate e che li abbia ricevuti da Mario Cal, braccio destro di Don Verzé, morto suicida il 18 luglio dello stesso anno. Per questa vicenda non ha ancora ricevuto un verdetto definitivo dalla Cassazione. Nel 2012 il nome di Daccò finisce anche nel caso Maugeri, che coinvolge – tra gli altri – pure l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni, l’ex assessore alla Sanità della Lombardia, Antonio Simone e il presidente della Fondazione, Umberto Maugeri. Numerose le accuse: a vario titolo si va dal riciclaggio di denaro all’appropriazione indebita, dall’associazione per delinquere alla frode fiscale.Nel maggio 2018 ha rinunciato parzialmente ai motivi d’appello in seguito a un accordo sulla pena raggiunto con la procura generale.

6- 2015, Milano, caso Mantovani, ex assessore alla Sanità della giunta di Roberto Maroni, viene arrestato con l’accusa di corruzione e corruzione per appalti nel settore sanitario. A fine gennaio 2106 il pm di Milano Giovanni Polizzi chiede il rinvio a giudizio per lo stesso Mantovani e per altre 14 persone, tra cui l’assessore regionale all’Economia Massimo Garavaglia.

7- 2008, Abruzzo viene arrestato Ottaviano Del Turco, governatore dell’Abruzzo, assieme ad altre persone, nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Pescara sulla sanità regionale. L’accusa è di associazione per delinquere, corruzione e concussione per gestione privata nella sanità. Si parla di circa 14 milioni di euro passati da mano in mano. A scatenare la bufera le dichiarazioni di Vincenzo Angelini, patron della clinica Villa Pini di Chieti (poi assolto in Appello). A novembre 2015 De Turco viene condannato in Appello a 4 anni e due mesi. Il 27 settembre 2017 La Corte d’Appello ha ridotto la pena di Del Turco, confermando solo quella a 3 anni e 11 mesi per induzione indebita, dopo che la Cassazione aveva annullato la condanna per associazione a delinquere.

8- 2010, la sanità pugliese è finita più volte nell’occhio del ciclone, ma tra i casi più eclatanti c’è quello del 2010 che riguarda Lea Cosentino, ex direttrice generale dell’Asl Bari insieme all’ex senatore del Pd ed ex assessore regionale Alberto Tedesco, a Giampaolo Tarantini e decine di medici e dirigenti sanitari. Sono tutti coinvolti in vicende legate ad appalti truccati e alla presunta cattiva gestione della sanità pugliese.

(Pubblicato su TRiscalinews 11 luglio 2018)

La Calabria fuori dai clichè

Posted on | Il mio diario | marzo 3, 2018

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A San Ferdinando dove è morta Becky Moses, 26 anni, giovane nigeriana morta il 27 gennaio 2018, bruciata viva nella sua tenda.
Qui vivono circa 1000 migranti. A fianco la nuova tendopoli con le tende del Ministero dell’Interno, docce, lavandini…sempre situazioni provvisorie comunque per un problema che è presente da decenni.
Khadim, uno degli abitanti di questo luogo, mi ha detto che una cassetta di arance vale 0,50 centesimi.
Nel campo ci sono la Chiesa e la Moschea, piccoli negozi e mercatini improvvisati. Fino a poco tempo fa non c’erano donne oggi sono circa una quarantina. Una decina le etnie ospitate. Chi è qui ha il permesso di soggiorno, molti di loro, finito il raccolto, si trasferiscono, molti decidono di rimanere perchè “meglio San Ferdinando che Saluzzo” (dove, pare le condizioni, siano peggiori).
A Riace, dove Becky Moses ha vissuto fino a dicembre 2017. Il ricordo di lei attraverso del sindaco Mimmo Lucano: “Era venuta a chiedermi la carta d’identità perché le era scaduta”. Il calvario di Becky dalla Nigeria all’Italia per una nuova vita. I due anni passati a Riace in questa piccola comunità diventa esempio di accoglienza, citata da Forbes e set del mini film di WimWenders “Il volo”. Il ritorno alla clandestinità e soprattutto il ritorno alla prostituzione fino alla morte tra la fiamme .

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Una vita fatta di soprusi come quelli della giuovane Ester, che adesso vive nella comunità di Drosi. Oggi ha 19 anni ma ha soli 15 è stata violentata e “messa sulla strada”. Adesso vuole solo studiare.
Il senso di questi luoghi sono nel volto della maestra di Riace accompagnata da uno dei suoi giovani alunni, un bimbo nigeriano di circa 9 anni. Seduti uno accanto all’altro.
Cosa può essere il futuro di questa terra è in questi volti che pur nelle difficoltà dell’uno e dell’altro hanno trovato il modo di stare insieme.

I cecchini di Mosul

Posted on | Notizie dal mondo | luglio 2, 2017

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(di Laura Aprati e Marco Bova)
Occhi scuri, sorriso, la voglia di parlare, di avere un contatto con l’esterno. Un pezzo di pane, un po’ di riso in una ciotola. Come letto un giaciglio di gommapiuma e una coperta che con gli oltre 46 gradi all’ombra è decisamente superflua.
Uno stanzone al buio condiviso con i compagni. Uomini che da mesi vivono chiusi nei palazzi di Mosul Ovest e che diventano,ogni giorno, la trincea di una guerra combattuta porta a porta contro il Daesh. D’altra parte i palazzi con i terroristi jiadisti, i nemici. Si spara giorno e notte,a turno ci si mette in postazione. La radio trasmittente gracchia qualche informazione, anche qualche risata.
Pronti a terra, il fucile puntato attraverso il buco nella parete. Fino a qualche giorno fa attraverso il foro si vedeva il minareto della moschea di Al Nuri. Adesso il simbolo del Califfato è raso al suolo ma circa 100 miliziani dello stato islamico sono ancora dentro la medina, la parte più antica della città della piana di Ninive. Molti di loro sono ceceni, qualcuno proviene dalla guerra in Afghanistan. Non hanno nulla da perdere, sono pronti a tutto e questo gli sniper iracheni lo sanno.
Con i jiadisti ancora circa 100mila civili, usati come scudi umani.

http://notizie.tiscali.it/esteri/video/detail/le-strade-di-mosul/cf9d69e1d1728ad77872729515ccb8e1/

Le giornate scorrono lente al buio e al caldo dell’appartamento. Sotto la trincea. I sacchetti di sabbia. Le postazioni delle mitragliatrici. Il soldato osserva immobile uno specchio parabolico che riflette i palazzi vicini. Spia le mosse nel nemico. Quasi senza respirare.
Poco più in là c’è Hamin con la sua arma. Ha finito un turno al buio del quinto piano. È sceso alla luce. Una coperta lo occulta al nemico dall’altra parte il muro del palazzo. Schiacciata e nascosta contro di esso c’è la sua amica, Alia.
Hamin decide di rispondere a qualche domanda.
Perchè sei qui?QMa nouanti anni hai? “Ho 22 anni e quando l’Isis è arrivato noi giovani abbiamo capito che dovevamo combattere. Non c’era altra strada”

Ma non hai paura di morire? “La morte può arrivare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Perché non morire da martire per una giusta causa?”

E chi è questa bambina che è qui con te? “ Lei è Alia mi fa compagnia. E non ha paura anzi mi dice

Una piccola bambina di 5 anni vestita di azzurro, occhi spenti che si illuminano solo quando parla con lui. Lo guarda con adorazione, ne scruta i movimenti, sa quando lui è pronto a sparare ed allora si sposta, si allontana. Per poi tornare puntuale a fianco a lui e al suo elmetto pieno di bossoli. Per lei gli spari, il suono della mitraglia,le bombe che esplodono sono parte della vita, una triste quotidianità. L’innocenza perduta è lei. Non ha paura di morire. Ha già visto tutto della vita. Fame,sete,sangue, dolori, grida passano nel suo sguardo. Impressi per sempre. Non potrà mai dimenticare. Le rimane il suo amico Hamin che spara. Quando Hamin non ha il dito fisso sul grilletto, ed è libero, sorride e le fa una carezza.
(pubblicato su Tiscalinews del 29 giugno 2017)

La normalità del dolore

Posted on | Notizie dal mondo | aprile 14, 2017

Giornalismo 2.0, infotainment, giornalismo da talk, giornalismo da blog. Tutti, oggi, hanno la loro infallibile ricetta per tentare di rivitalizzare un mestiere in crisi profonda. Personalmente di ricette nuove non ne ho, conosco quelle antiche, so quali devono essere i ferri del mestiere da usare. Curiosità, voglia di conoscere i fatti direttamente e di non farseli raccontare dagli altri, buoni piedi per lunghe camminate, capacità di osservare luoghi e persone. Una guerra puoi raccontarla facendo il pieno delle notizie “ufficiali” e ricavandone una sintesi, oppure puoi andare nei posti, parlare con uomini, donne e bambini, ascoltare le loro storie di disagi e tragedie, scrutare le loro vite. Ma sopra ogni altra “regola” ce n’è una: il cronista non è mai un protagonista, gli attori del dramma che osserva sono altri. Al giornalista tocca solo documentare. Con coraggio, umiltà e rispetto degli esseri umani. Solo così renderà un buon servizio al lettore. Ecco, noi, Laura Aprati,Marco Bova e il sito Malitalia, questo abbiamo fatto. Raccontare, con scritti, filmati e foto, l’immenso dramma della guerra.(Enrico Fierro)

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Una donna, avvolta nel suo burqa integrale, nero come la notte, cammina nella desolazione del villaggio di Hammam Al Alili, a pochi chilometri da Mosul Ovest.
Il villaggio è stato liberato nell’attacco a Mosul Est e si trova a sud della città. Da qui è partito l’attacco alla parte ovest. Qui ha sede il quartier generale delle truppe irachene che, con il sostegno degli americani, sta sferrando l’attacco conclusivo al Daesh sul fronte di Mosul.
Tutto il villaggio è stato trasformato in una zona militare. Molte case sono state requisite ed adibite a caserme.

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Nelle vicinanze anche uno degli ospedali di Medici Senza Frontiere per i feriti più gravi che dopo la stabilizzazione partiranno per Erbil o altri centri.
A Mosul Est invece l’ospedale americano.
La cittadina che prima della guerra, aveva circa cinquantamila abitanti, oggi ne conta oltre 100mila con i due campi per gli sfollati che arrivano in pullman dalla città assediata. A fianco del primo campo se ne è aggiunto uno nuovo che ospita circa 60mila persone e l’UNHCR (Alto Commissariato per i Rigufiati) sta già approntando nuove tende dove poter ricevere una parte dei 400 mila sfortunati rinchiusi nella medina, la città vecchia, ancora in mano al Daesh.
Si combatte casa per casa dopo che i bombardamenti di marzo hanno provocato centinaia di vittime tra i civili. Una guerriglia cittadina, senza esclusione di colpi. La popolazione vive barricata in casa per evitare i colpi incrociati dei cecchini o di finire nelle mani dei terroristi che li utilizzano come scudi umani. Non c’è acqua ( se non in alcune zone che vengono rifornite dalla Organizzazioni Internazionali), né cibo.

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Una bambina esce timidamente dalla sua casa, le offrono una caramella. Per lei è come un pasto intero.

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Il senso della vita ha dimensioni diverse in questa città spettrale, devastata dai colpi di mortai e cannoni. Il minareto della moschea di Al Nuri si staglia sulle case distrutte. Sulla sua punta ha sventolato per due anni la bandiera nera dell’Isis. Oggi segna la trincea da superare per sconfiggere definitivamente lo stato del terrore.
I pochi civili che escono dalle case cercano qualcosa tra le rovine . I soldati iracheni quando è possibile offrono un po’ di cibo e acqua, ma non basta. Chi è nell’inferno di Mosul ha fame e sete, bisogno di medicine e letti sicuri. Uomini, donne, bambini che da troppo tempo convivono con la paura e la guerra, è quella l’unica “normalità” che conoscono. La loro speranza è di riuscire a raggiungere un campo profughi. E a quella si aggrappano con tutte le forze, le poche che rimangono.

Lo scontro tra i soldati iracheni e i terroristi del Daesh è spietato. Colpo su colpo, uomo su uomo, finestra per finestra. I boia del terrore si dichiarano pronti a tutto per ottenere le “vergini” che promette Maometto, gli iracheni hanno le loro certezze: presto arriverà la vittoria.
E’ anche una guerra psicologica di resistenza tra uomini che parlano la stessa lingua, venerano lo stesso dio. Ma si odiano. In una tranquilla normalità del terrore.

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Vediamo la casa dei cecchini iracheni in uno dei palazzi vicini alla medina. Due stanze. In una si vive con un braciere improvvisato per scaldarsi, materassi e coperte gettati per terra. Questa è la vita. Nell’altra si inquadra il nemico e si spara. Dai buchi nelle pareti potenti cannocchiali sui fucili da sniper puntano il nemico, il cecchino prende la mira. Spara. Uno in meno. Così da giorni. E’ una guerra lenta, a piccoli passi, di trincea.

Intanto dalla città, ogni giorno, escono migliaia di persone. Vengono raccolte su autobus del governo e portati nei campi di Hammam Al Alili. Alcuni si sono sistemati alla bene e meglio fuori dal campo ufficiale. Gli altri vengono portati dentro un recinto, hanno un pezzo di carta con un numero e chiedono a chiunque che fine faranno. I bambini si accoccolano per terra, giocano, nonostante tutto. Una signora è scappata con la figlia e il marito è rimasto a Mosul, un’altra ha perso tutto ma dice “Grazie a Dio sono viva e questo mi basta”.

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Ad oggi dalla città sono uscite circa 250mila persone.
Ma la vera emergenza riguarda la quotidianità. Dal 19 febbraio, l’ospedale di Medici senza Frontiere ha accettato 1400 pazienti. L’80% codici rossi ( ferite che richiedono operazioni chirurgiche urgenti) e gialli ( fratture). I traumi più frequenti sono da armi da fuoco, esplosioni, mortai, schiacciamento (i muri di una casa che ti crollano addosso). Moltissimi i casi di malnutrizione tra i bambini.
Tante le ferite invalidanti, soprattutto tra i bambini, che rappresentano il 20% dei ricoveri mentre il 40% sono donne.
All’interno della città ci sono cliniche mobili che stabilizzano i feriti gravi, ma non possono operare e quindi i pazienti vengono trasportati a 30 minuti dalla città. Qui vengono assistiti i più gravi, quelli che se non soccorsi entro un’ora rischiano la vita. Gli altri vengono distribuiti negli altri ospedali tra Erbil e dintorni.

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Nella città del Kurdistan ha riaperto l’ospedale di Emergency, lasciato agli iracheni dal 2004, e riaperto a febbraio. La situazione era gravissima: infezioni ospedaliere all’80%, poca igiene, personale scarso. A oggi la situazione è nettamente migliorata anche se gli arrivi ogni giorno sono tanti soprattutto per quanto riguarda la fascia d’età sotto i 15 anni. Bambini che hanno perso i genitori mentre fuggivano oppure feriti durante i bombardamenti di marzo. Una ragazza ricorda il momento in cui un uomo del Daesh le ha puntato il fucile contro e le ha sparato. Nei suoi occhi ancora il terrore di quel momento.
C’è anche chi ha cercato di uccidersi, come l’uomo, già invalido dal 1998, che ha cercato di sparasi perché sopraffatto dalla disperazione.

Ma crea ancora più apprensione quello che potrà succedere tra poco nei campi quando le temperature saliranno oltre i 30 gradi sino ad arrivare ai 50 dei mesi estivi. Mancano strutture sanitarie all’interno che possano aiutare i rifugiati nella quotidianità (un parto, una gastroenterite, una cardiopatia, la pressione alta). L’onda dell’emergenza sta facendo dimenticare che oltre i feriti ci sono tante persone che hanno bisogno di assistenza, di cure. E di cibo. Le ONG internazionali fanno i salti mortali per riuscire a distribuire il cibo. Ci sono loro e piccole organizzazioni come FOCSIV che ogni giorno, nei tanti campi che da Mosul arrivano fin verso Kirkuk, distribuiscono i pacchi alimentari: 10kg. a famiglia. Una goccia in un mare di fame e sete.

(pubblicato su www.malitalia.it e www.malitalia.globalist.it)

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