Laura Aprati

Una vita in viaggio.

In nome di #GiulioRegeni

Posted on | Notizie dal mondo | agosto 4, 2016

TITOLO GIULIO

Il 3 febbraio 2016 il corpo di Giulio Regeni, 28 anni dottorando dell’Università di Cambridge, è stato ritrovato in un tratto dell’autostrada che da Il Cairo porta ad Alessandria d’Egitto.
Da quel giorno, di sei mesi fa, molte le versioni e depistaggi sulla sua morte: amicizie omosessuali, un incidente, le sue ricerche, la superficialità dell’Università ….
E siamo passati dalla dichiarazione “La morte di Giulio Regeni è un atto isolato”, del ministro degli esteri egiziano Sameh Shourk di sabato 2 aprile, alla “velina” dei servizi egiziani, arrivata all’agenzia Reuters, riportata sul sito oggi, in cui si fa strada il sospetto che a tradire il giovane ricercatore sia stato proprio Mohamed Abdallah, il capo di quel sindacato ambulanti al centro della ricerca di Giulio Regeni al Cairo. Due fonti della sicurezza egiziana, coperte da anonimato come riportato sul sito della Reuters, hanno dichiarato che il capo del sindacato “ha visitato di frequente uno dei quartier generali della sicurezza egiziana e sei mesi prima della morte dell’italiano ha anche incontrato un ufficiale…….Non si sa se fosse proprio un collaboratore, ma era monitorato. Uno del genere ha un mutuo beneficio ad avere un rapporto con la sicurezza.”

IMG-20160424-WA0024

Ma la morte di Giulio Regeni “non è un caso isolato”, come ha ricordato la mamma,Paola, nella conferenza stampa tenuta al Senato lo scorso 29 marzo e non lo è perchè a dirlo sono i dati dell’Egyptian Centere for Economic and Social Rights che parla di 22 mila arresti per terrorismo da luglio 2014 a ottobre 2015, ai quali si aggiungono, i circa 41 mila tra arresti, rinvii a giudizio e sentenze di colpevolezza tra luglio 2013 e maggio 2014. È così che i rari casi di liberazione, come quello dei due giornalisti di al-Jazeera,Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, sono solo una fessura, e non un’apertura, in confronto alle migliaia di oppositori ancora dietro le sbarre del regime. Una detenzione alla quale, spesso, si aggiungono le frequenti violenze e torture da parte delle forze di polizia. Come nel caso, riportato da Amnesty International, di un ragazzino di 14 anni che ha denunciato di essere stato violentato con un bastone di legno dai suoi carcerieri e di essere stato sottoposto a elettroshock ai genitali. Secondo le indagini di un’organizzazione per i diritti umani egiziana citata da Human Rights Watch, sono 465 le persone che hanno dichiarato di aver subito torture o violenze da parte delle autorità tra ottobre 2013 e agosto 2014. Si parla di 47 prigionieri morti mentre erano in custodia nelle prigioni del regime nei primi sei mesi del 2015, mentre altri 209 hanno perso la vita per “negligenze mediche ” da quando Al-Sisi ha preso il potere.
Un giovane attivista egiziano ha rivolto un appello alla mamma di Giulio: “Tenga duro, affinché suo figlio non diventi una semplice statistica, e che non ci siano altri Giulio Regeni a fare da eroi di fronte ad un regime fra i piu barbari e sanguinari che esistono”.
Una mamma che ha potuto riconoscere suo figlio “solo dalla punta del naso” e che sul suo viso ha visto “tutto il male del mondo” e che da sei messi aspetta verità, nel suo composto silenzio insieme al marito e alla sorella di Giulio.
Una madre alla quale non si danno risposte e che da sei mesi si vede proporre ipotesi di vario genere,evidentemente fasulle perché il corpo di Giulio “parla” e ci racconta le torture, i soprusi che ha patito. Perché tutto questo?
In tutto ciò si inserisce anche la nostra politica. Il Governo ha richiamato il nostro ambasciatore in Egitto, il Senato blocca forniture per F16 al Cairo. E c’è la posizione dell’Università di Cambridge. I professori di Giulio, da molte parti, sono stati indicati come superficiali e di non voler collaborare con l’autorità giudiziaria italiana. La risposta dell’università è apparsa sul sito di Cambridge il 20 giugno 2016 : “Comprendiamo la frustrazione dei pubblici ministeri italiani rispetto alle conclusioni alle quali sono finora pervenute le autorità egiziane. L’università ha esercitato pressione sulle autorità egiziane per riuscire a trovare una spiegazione alla morte di Giulio. Abbiamo, inoltre, invitato il governo britannico ad esercitare pressioni e sostenuto gli sforzi del governo italiano per accertare la verità…….. Per essere chiari, le autorità centrali dell’Università non hanno ricevuto alcuna richiesta di aiuto da parte dei pubblici ministeri italiani e rimangono disponibili a rispondere rapidamente a qualsiasi richiesta di collaborazione. Soltanto un professore di Cambridge ha ricevuto una richiesta di informazioni da parte dei procuratori italiani e ha già risposto a tutte le loro domande in due distinte occasioni. Questa morte non è soltanto una tragedia per la famiglia, ma un attacco alla libertà accademica. Giulio era un ricercatore esperto che utilizzava metodi accademici standard per studiare le organizzazioni sindacali presenti in Egitto. …… Dobbiamo opporci a chi cerca di mettere a tacere gli altri. La missione di Cambridge è “offrire un contributo alla società attraverso il perseguimento di istruzione, apprendimento e ricerca”. Rendiamo omaggio a Giulio, che ha incarnato questa missione e i nostri valori. (Professor Leszek Borysiewicz Vice-chancellor, University of Cambridge da http://www.valigiablu.it/regeni-cambridge-procura/
Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it)

In tutto ciò bisogna ricordare che Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, ong che offre consulenza ai legali del ricercatore torturato e ucciso al Cairo, è stato arrestato il 26 aprile scorso e da allora non ha più lasciato le prigioni di Al-Sisi, così come Malek Adly, l’avvocato per i diritti umani che per primo si è occupato del caso di Giulio.
Paola e Claudio Regeni hanno diritto ad una verità che non vada ricercata, fecendo lo slalom, tra depistaggi, posizioni di governi che giocano con la vita delle persone, tra affari ufficiali e non. Che non debba essere cercata facendo scaricabarile e magari arrivando a dire “beh però se l’è cercata”.
Giulio Regeni, e i tanti come lui di cui ci parlano i dati di Human Rights Watch, meritano la verità, quella vera.
(pubblicato su www.malitalia.it e primapaginaweb.it)

Lampedusa

Posted on | Notizie dall'Italia | luglio 12, 2016

 

porta d'europa

Lampedusa.Lì dove inizia e finisce l’Europa. Ma da dove partire dal raccontarla? Forse dal viaggio per arrivare. Ben sei ore (e il ritorno non è stato da meno, ce ne sono volute 8 più che da New York), accumulando ritardi su ritardi. Si arriva stremati sul piccolo aereo da 70 posti. Ti accoglie una roccia in mezzo al mare e i volti salati di isolani, migranti, volontari, forze dell’ordine e delle migliaia di turisti che la popolano.
Da dove partire per raccontarla? Forse dalle parole di Pietro Bartòlo, medico dell’isola volto oramai noto a tutti grazie a “Fuocammare”, che il tre ottobre, data del naufragio con 366 morti, 20 dispersi, 155 sopravvissuti ( di cui 41 minori), era al lavoro, come sempre (nonostante fosse stato colpito da un’ischemia cerebrale qualche settimana prima).
“Tutti uscirono quella notte. Ad un certo punto rientrò un peschereccio lampedusano. Aveva salvato 20 persone e a poppa aveva quattro corpi. Erano morti, mi dissero. Io iniziai l’ispezione cadaverica, tre erano certamente deceduti ma la quarta aveva ancora un flebile polso…era già in un sacco, lo feci togliere e fu portata subito in ospedale. Si è salvata e adesso vive in Finlandia. Ma il momento più brutto arrivò quando mi trovai davanti le 366 salme, chiuse nei sacchi di diversi colori, e dovevo iniziare l’ispezione cadaverica. C’erano tutti, il sindaco, le forze dell’ordine. Io non volevo iniziare, giravo intorno al primo sacco. Non volevo farlo. Ma dovevo. Mi avevano detto che tra i morti c’erano molti bambini. Alla fine mi decisi e aprii il primo sacco e il volto di quel bambino di due anni NON LO DIMENTICHERO’ MAI”.
Ecco Lampedusa si inizia a raccontarla così con le parole di Pietro che come nel 2013 ancora in questi giorni è in banchina ad accogliere chi sbarca, a visitarlo, ad accudirlo e curarlo. Pietro che è diventato il simbolo di questa isola, ma qui tanti sono come lui, tanti ogni giorno, anche con piccoli gesti, hanno fatto di questa roccia la terra della speranza per molti.

lillo maggiore
Lillo Maggiore e sua moglie Piera sono i genitori affidatari di Seidou, che viene dal Senegal. Per loro è come Eleonora e Maria le loro figlie grandi. Ne parlano con l’orgoglio di due genitori che ti raccontano i successi, i cambiamenti . Cosa preferisce, come va a scuola. Piera rimprovera Lillo di essere troppo permissivo. Le ragazze si preoccupano di sapere sempre “dove è u nicu?” (dove è il piccolo). Ma Lillo e Piera seguono anche altri ragazzi che passano per Lampedusa. Uno di loro adesso è in Norvegia, un altro in una comunità a Rocca Santa Maria (Teramo) e Piera ogni sera lo sente per sapere come è andata la giornata e augurargli la buona notte. Lo chiamiamo insieme perché mi spieghi esattamente in quale comunità si trova e lui subito mi chiede “Mamma Piera dov’è?”. Il suo unico e primo pensiero.
Certo i malumori ci sono a Lampedusa. Non tutti sono d’accordo con la sindaca Giusy Nicolini: chi perché non fa asfaltare le strade verso le calette “solo per far contente le tartarughe?!”, chi perché in questi giorni l’isola è un cantiere per la fibra ottica, chi perché i ragazzi dell’hotspot girano ( seguiti con discrezione da polizia e carabinieri) per il centro dell’isola. Ma l’sola è piena di turisti e alla fine tutto rientra nei ranghi.
Intanto nel Museo della fiducia e del dialogo per il Mediterraneo, voluto fortemente dal Comitato 3 Ottobre, aperto a giugno arrivano altri ricordi di chi “attraversando l’acqua salata” ha perso la vita: la macchinina di un bambino, un sacchetto con la terra del proprio Paese, un passaporto, una borsetta. E nel Museo si può fare anche un’esperienza virtuale realizzata da Medici Senza Frontiere. Con un visore si ripercorre lo stesso viaggio di un migrante, dal centro Africa o dalla Siria e per quanto si sia preparati ad un certo punto ti devi aggrappare alla sedia perché la sensazione è così forte che ti sembra di essere in mezzo al mare in tempesta.

Lampedusa è il racconto della Guardia Costiera che con le sue motovedette esce di giorno e di notte, con il mare in qualsiasi condizione. Gente di mare che parla poco. Parlano però delle immagini di un video che ci ricorda che dal 1991 sono 690 mila le persone salvate, tra cui molte donne e bambini. Perché, come dice anche Pietro Bartòlo, è da 25 anni che arrivano i migranti.

E tra quelli che vanno in mare ci sono anche i volontari del CISOM (Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta), medici e infermieri volontari. In questi giorno il gruppo è formato da tre medici, Suor Angela –Alessia Muru e Claudia Marota, e tre infermieri, Stefano Baldo-Giuseppe Menzo e Claudio Di Franco.
Stefano arriva da Rovigo, dal cuore del leghismo duro e puro ( confessa anche di aver avuto simpatie per Salvini) , dove lavora nel 118. Ha scelto di venire qui per capire meglio il fenomeno delle migrazioni ma anche per ampliare ed aumentare le sue capacità professionali. Giuseppe viene da Piana degli Albanesi (Palermo), Suor Angela è arrivata dal Congo 10 anni fa. Claudio, di Chieti, si è appena laureato in Scienze Infermieristiche e Claudia, di Limatola (Caserta), e Alessia, da Frosinone, sono neo dottoresse alla loro prima esperienza da volontarie, proprio qui a Lampedusa.

porta d'europa2

Mi raccontano che oggi i migranti arrivano direttamente sulle motovedette della Guardia Costiera perché oramai nel Canale di Sicilia tra navi miliari, mercantili e pescherecci è un flusso continuo e i barconi vengono soccorsi a poche miglia dalla partenza. Ma il racconto di quando vanno in mare a raccoglierli è comunque forte. “Il Canale di Sicilia non è un mare semplice, le correnti cambiano continuamente ed è difficile per una motovedetta immagina per un barcone….. “ e mi raccontano delle onde alte 5/6 metri…del fatto che a quel punto vomitano tutti, equipaggio, loro e i migranti. Gli spazi di manovra sono piccolissimi e loro devono, in pochi secondi, decidere, come in un triage ospedaliero con tutte le strutture, chi curare subito…chi è in ipotermia come racconta Stefano “In pieno inverno viaggiano con i calzoncini ed una maglietta di cotone…mi è capitato di soccorrere una persona con soli 33 gradi corporei” e Suor Angela “ e poi devi subito pensare alle malattie infettive come scabbia o varicella…ci sono sempre più casi” e Giuseppe “sai mettono le latte di carburante a poppa, molte non hanno il tappo e il gasolio scorre verso il centro dove ci sono donne e bambini…abbiamo trovato ustioni anche di terzo grado e pensa che il quarto è la carbonizzazione”.
Mi raccomandano di parlare degli altri volontari che ogni giorno si occupano dei migranti come quelli della Misericordia di Crotone “ che sono senza stipendio da mesi e mesi ma continuano a lavorare. I soldi per loro sono finiti nel pozzo senza fine del disastro della sanità regionale calabrese….chissà dove sono andati a finire quelli destinati a loro”.
I migranti sono un business e lo hanno capito in tanti: vedi Mafia capitale e il CARA di Mineo, i soldi dati agli albergatori per i migranti ( alberghi chiusi che rifioriscono anche grazie ai soldi stanziati da Stato e Regioni per il fenomeno), le società che gestiscono il catering nei centri di accoglienza etc.etc…. La gestione oltre che l’accoglienza determinano interessi economici che fanno si che a nessuno interessi “realisticamente intervenire sui flussi migratori…perché i soldi e l’interesse personale superano tutto, al di là delle parole e dei bei gesti che servono solo per i media” .
Ma nulla è ancora sufficiente a capire come dice Luca Cari, ufficio stampa dei Vigili del Fuoco, che sta seguendo il recupero della nave naufragata, nel Mediterraneo, il 18 aprile 2015 con 700 persone a bordo. La nave è stata recuperata e portata ad Augusta e qualche giorno fa i Vigili del Fuoco hanno aperto un varco nel ventre della nave e Luca dice: “ Pensavo di aver capito tutto ma quando ho visto i corpi dei bambini abbracciati alle loro madri, un piccolo scheletro dentro uno scheletro più grande mi sono reso conto CHE NON AVEVO CAPITO NULLA”.

Colonia e la violenza sulle donne: riflessioni e domande

Posted on | Notizie dal mondo | gennaio 11, 2016

manifestazione colonia

 

I fatti di <strong>Colonia</strong> hanno rilanciato il tema della violenza sulle donne. Poche le voci fuori dal coro: tutti concordi sul fatto che siano stati gli immigrati e da lì ci è mossi tra commenti, articoli, talk show.
Ad oggi, dalle ultime notizie fornite dalla Polizia tedesca, <strong>sono indagate 19 persone di cui 10 richiedenti asilo e 9 probabili clandestini. 4 di loro sono in stato di fermo per furto. Dall’elenco dei sospettati sono spariti il serbo, i due tedeschi e l’americano di cui si era fatta menzione qualche giorno fa.</strong>
I titoli dei giornali stanno virando su “<strong>presunte violenze”</strong>. Si è anche scoperto che il video postato sul web per dimostrare le “violenze a Colonia” era stato girato a Il Cairo nel 2012 Le immagini sono relative all’aggressione ad una giornalista tedesca a piazza Tahrir, nei giorni della cosiddetta “Primavera araba”. <strong>Il falso</strong> è stato svelato da Julia Leeb- la giornalista che subì l’attacco-, sulla sua pagina Facebook.
Intanto in Germania tre giornalisti, come riportato anche da Chiara Saraceno in un articolo su Micromega 8 gennaio 2016, Dagmar Dehmer – Hans Monath e Andrea Dernbach propongono una riflessione sul fatto che forse la focalizzazione dell’attenzione sull’origine etnico-nazionale degli aggressori potrebbe essere un modo di <strong>sottovalutare ancora una volta la violenza specifica di genere </strong>dei fatti di Colonia (e di altre città).
Secondo una ricerca Eurostat, una donna europea su tre dai 15 anni in su dichiara di aver subito violenze fisiche e/o sessuali, in stragrande maggioranza da un famigliare, amico o conoscente, ovvero non in luoghi aperti e da sconosciuti. E sulla Germania i dati confermano l’opinione comune che i giovani maschi mussulmani praticanti sono più disponibili alla violenza ma “ non si deve trascurare che oltre il 70% degli aggressori sessuali sono tedeschi, il 30% straniero. Ed è tuttavia molto più difficile che un tedesco sia condannato e denunciato rispetto a uno straniero.”
E quindi tutto quello che è successo in questi giorni può diventare,anzi sta diventando, <strong>strumento nel conflitto politico</strong>, aperto in Germania e in tutta Europa, su migranti e richiedenti asilo. Tanto è vero questo che su face book ci sono gruppi che organizzano “la caccia” all’immigrato.
E la violenza di genere passerà in secondo, ma anche terz’ordine…se mai se ne volesse discutere con buona pace di chi dice “no pasaran sul corpo delle donne”.

confesercentipordenone

E dove erano le voci del “no pasaran…”, e dove eravamo tutti noi quando a Pordenone, dicembre 2015, <strong>la Confesercenti</strong> avviava una campagna pubblicitaria utilizzando il quadro <strong>“L’origine del mondo”</strong> del pittore realista Gustave Courbet ? Nel dipinto appare una donna sdraiata con le gambe aperte. La Confesercenti lo ha “guarnito” di una ragnatela sulle parti intime della donna aggiungendo “Torniamo alle origini, la felicità di fare impresa, la forza di costruire un futuro e di ricominciare a sognare… Togliamo la ragnatela… Campagna di sensibilizzazione contro il malcostume, il malgoverno e la burocrazia. Iscriviti alla Confesercenti”. Che ne dite? E’ violenza di genere?E quante voci, a livello nazionale, si sono alzate contro il manifesto?

(pubblicato su Malitalia.it 11 gennaio 2016)

Sulle tracce di Matteo Messina Denaro

Posted on | Notizie dall'Italia | settembre 27, 2015

Il 3 agosto 2015 un’operazione della Polizia di Stato arresta alcuni degli uomini del boss di Cosa Nostra. Il latitante Matteo Messina Denaro che dal 5 giugno 1993 nessuno ha più visto.

Tutti lo cercano.Per alcuni è nel suo territorio ma forse potrebbe essere a Roma o Milano o magari ancora più lontano. Un boss che vive di simbologie ed atti legati alla “tradizione” più stretta della mafia ma che ha avuto la capacità di mimetizzarsi e vivere a pieno nel mondo globalizzato degli affari e del crimine.

 

Terra dei fuochi ma non solo

Posted on | Il mio diario | febbraio 13, 2015

Ha il viso che sembra tagliato nella pietra. Capelli scuri, viso olivastro. Potrebbe essere greco, spagnolo, arabo. Certamente un uomo del Mediterraneo. E come lo senti parlare pensi a Masaniello o ai rivoluzionari francesi di “libertè, fraternitè, egalitè”.
E con la stessa forza ti parla di melanzane, zucchine o del grano “Senatore Cappelli”. Siamo a Palma Campania, in piena “terra dei fuochi”, dove tutto ti ricorda i bambini malati di tumore, le battaglie, gli sversamenti, i rifiuti che quella terra l’hanno ammazzata perché qualcuno facesse “ ‘o business”.
E’ un giovane che in questa terra è voluto tornare “ perché stanco di sentire che chi voleva avere fortuna doveva andarsene”. E’ voluto tornare perché sua nonna Nannina gli aveva raccontato che per quella terra che coltivava i suoi avevano dovuto “attraversare l’acqua salata”.

“Attraversare l’acqua salata”. La frase di per sé è un viaggio. Il bastimento che i suoi antenati hanno preso da Napoli per andare negli Stati Uniti a fare i migranti, a spaccarsi la schiena per raccogliere i soldi e tornare a casa ed acquistare un pezzetto di terra da zappare,curare…..

E nella cultura della terra Pietro Parisi, cuoco per scelta e per passione, è stato cresciuto dalla nonna. Lui dice “ io non sono uno chef, non faccio spettacolo. Per me fare il cuoco è una ragione di vita”.

Pietro, 33 anni, un ristorante a Palma Campania che dà lavoro a 20 dipendenti, circa 1 milione di euro di fatturato e 38 famiglie contadine che sono i fornitori ufficiali. Ma la ristorazione per Pietro è anche un impegno sociale “con i prodotti delle serre e con la grande distribuzione abbiamo perso i sapori veri”. Menù sociale tra 8 e 15 euro, perché “tutti devono poter entrare nel mio locale, il muratore e l’imprenditore”.Prodotti di stagione a km zero provenienti dall’agro sarno-nocerino. Ti racconta come si specula sui piccoli produttori e come i grandi marchi e la grande distribuzione hanno “strangolato” i contadini dopo il dramma della “terra dei fuochi”. Insalata pagata sotto il minimo, trasportata al Nord impacchettata e rivenduta a 10 volte di più come prodotto non campano.
Ti parla dei disagi dell’agricoltura, di chi si alza tutte le mattine all’alba perché sulle tavole arrivino ortaggi freschi e sani. Di quanto sia difficile, in una terra some questa, cadere e rialzarsi senza finire in mano del crimine.
Ma lo fa con la leggerezza di chi sa che la sua scelta è irreversibile,lo fa perché sua figlia viva in quella terra e non sia costretta ad andare via. Lo fa per sua nonna, che quella terra ha amato.
E ha deciso che una parte del suo impegno deve essere dedicato alla legalità, a raccontare la sua storia e quella dei suoi fornitori dalle facce scavate dalle fatiche. Signore dalle facce piene, i sorrisi materni, le mani callose per il lavoro. Ha dato voce e volto anche a loro, e lo ha fatto con dei giovani impegnati in un’avventura editoriale a Scampia, altro luogo simbolo della Campania.
(pubblicato su Malitalia)

La scuola è un diritto per tutti?

Posted on | Il mio diario | ottobre 21, 2014

Essere autistici e non poter andare a scuola. Avere la leucemia e non potere avere assistenza a casa. Avere la sindrome di Angelmann e non trovare un asilo nido. Avere una malattia degenerativa di natura sconosciuta e non avere un sostegno
Quattro storie emblematiche della nostra scuola e del rapporto che ha non tanto con l’handicap, diciamo conclamato, come può essere la sindrome di Down, ma con chi ha altri tipi di ritardi o malattie di cui si conosce poco o nulla. Storie che percorrono l’Italia da Nord a Sud. Non c’è linea di confine per queste cose.I problemi sono uguali ovunque.
L’autismo è una malattia che fa ancora paura. Non la capiamo. Tanti genitori si privano della loro vita e vivono a fianco dei figli, in qualche caso si murano dentro casa con loro.
E spesso sono le mamme. Non così ha fatto Maria Rosaria , di origini napoletane, trapiantata a Poggio Rusco,nel mantovano,Lei si batte per la sua sara, quindici anni affetta da autismo che potrebbe andare alle scuole superiori, un Istituto Alberghiero a 100 metri da casa, ma no. Il preside dice no e allora Maria Rosaria, caparbiamente, fa ricorso al TAR e adesso Sara, piano piano,entrerà alle superiori. E Mariarosaria si batte per altri dodici ragazzi autistici “Io sono anche consigliere comunale se non l’avessi fatto avrei mancato anche la mio mandato” e cerca di aiutare quei genitori che ancora si vergognano della malattia dei propri figli.
E c’è Arianna, mamma di Tommaso di 5 anni, affetto da morbo di Angelmann.Chi lo sa di cosa parliamo? Forse qualcuno ne ha sentito parlare in questi giorni perché un nonno è affogato (si parla di suicidio-omicidio) con il nipotino affetto proprio da questo morbo. Arianna si è battuta perché Tommaso potesse andare a scuola. Ha lasciato il suo lavoro due anni fa, si è dedicata a lui completamente. Lo porta 4 volte a settimana a fare fisioterapia. Quando,a scuola, non c’era l’insegnante di sostegno rimaneva lei.
E poi c’è Angela,strong>la mamma di Napoli ,che scrive a Renzi perché a sua figlia sia possibile studiare. E in paese in cui l’abbandono scolastico è quasi da primato, questa richiesta sembra un paradosso.
E poi c’è Giuseppe, meccanico che lascia l’officina di mattina e accompagna la figlia a scuola. Una figlia che da un anno è su una sedia a rotelle, ha subito una tracheotomia per una malattia degenerativa di cui non si conosce la natura. Lui la porta e poi aspetta nella sua macchina la fine delle lezioni. Qualche volta entra quando la sua piccola ha bisogno, magari per andare alla lavagna o per essere interrogata. O quando le si forma il muco in gola e deve essere pulita.
Mamme e padri che lottano, che non hanno mai mollato ma che soprattutto non hanno fatto sentire i figli dei “diversi”, fuori dalla società “normale”.Ma cosa è la normalità? L’esclusione dalle scuole, la diversità fatta pesare più di un handicap? E perché continuare ad avere così paura delle malattie come se fossero la peste e a tenere lontano chi le ha come se fossero untori?
Una domanda,in ultimo, a questa nostra società : cosa ne sarà di loro quando non ci saranno più i genitori a difenderli? Verranno gettati via come gli scarti e i rifiuti?
(pubblicato su www.malitalia.it)

keep looking »
  • Chi sono


    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

  • In compagnia

    10-laura-aprati_margherita-de-bac 11-laura-dacia 9 5 7 6 3 4 1 08
  • In viaggio

    2 3 6 8 11 12 13 14 16 18
  • A tavola

    1 2 3 4 5 7 8 KF2-2206
  • Ultime immagini inserite

    aprati_14 aprati_05 aprati_02 aprati_08 aprati_04 aprati_13 aprati_12 aprati_03 aprati_11 aprati_09
  • -->