Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

La crisi al Monte di Pietà

Oggi è la Giornata internazionale di lotta alla povertà e scopriamo che gli italiani poveri che hanno chiesto un pacco alimentare o un pasto gratuito, ai canali no profit che distribuiscono le eccedenze alimentari, sono aumentati per effetto della crisi ed hanno toccato quota 3,3 milioni (i dati sono Coldiretti/Agea). Un allarme che si estende a tutti i Paesi ricchi dove negli ultimi 3 anni le persone che non hanno disponibilita’ di cibo sufficiente per alimentarsi correttamente sono aumentate del 7 per cento, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Fao relativi al triennio 2010-2012 rispetto al triennio 2007-2009.

”Un andamento che ha contribuito a far crescere nel triennio il numero totale di affamati nel mondo a 868 milioni, nonostante – precisa la Coldiretti – sia rimasto pressoche’ stabile nei paesi piu’ poveri. La spesa alimentare e’ il problema principale che devono quotidianamente affrontare le famiglie povere in Italia”. E altro dato importante è che la stragrande maggioranza dei poveri (circa il 69 per cento) ha modificato anche quantita’ e/o qualita’ dei prodotti acquistati.
La fotografia di un’Italia che fatica ad andare avanti e soffre è nel Rapporto povertà 2012 curato dalla Caritas, nel quale si specifica che gli aumenti più consistenti riguardano le casalinghe(+177,8%), gli anziani (+51,3%) e i pensionati(+65,6%). Le richieste di aiuto sono per lo più legati a povertà economica, lavoro e casa.
Ma la crisi si tocca con mano facendo un giro nei Compro oro che oramai invadono le città, si permettono cartelli pubblicitari enormi e ovunque, nelle metro sugli autobus. Negozi che poi, nella stragrande maggioranza,fanno capo al crimine organizzato l’unica ad avere una disponibilità di cash flow da far impallidire anche le banche.
Ma che la vita sia diventata difficile e che siamo veramente arrivati a “raschiare il fondo del barile” ce lo dice la moltitudine di persone che affolla il salone del Monte di Pietà a Roma, proprio dietro Campo dei Fiori nel cuore della città, il più antico dei sette presenti nella capitale.
Questa è la zona dei negozi, dei turisti.Una zona sempre affollata. E qui in una piazzetta c’è l’edificio del Monte dei Pegni gestito da Unicredit. In questo palazzo dopo la guerra sono passate intere famiglie in difficoltà. Poi sembrava che non ci fosse più bisogno di impegnare. La società era cambiata, c’erano i soldi, i prestiti in banca e il Monte sembrava un’istituzione destinata solo ai poveri, agli emarginati.Un vecchio ricordo sbiadito della povertà che fu.
Adesso a salire quelle scale arrivano in tanti. Una delle operatrice dice che il lunedì e il venerdì sono i giorni di maggior affluenza. La Banca d’Italia ha stimato una media di 30.000 prestiti su pegno al mese. La dimesione del fenomeno è difficile da misurare oggi, nel 2009 il volume d’affari era di 320milioni di euro!
Il salone, che circa 50 posti a sedere è pieno, la gente è anche in piedi. Lo sportello apre alle 7,40 di mattina e alle 9,00 ci sono già un centinaio di “clienti”.
Marito e moglie siedono in fondo alla sala. Ben vestiti, silenziosi.Lei stringe la borsa in cui c’è il pegno. Il marito la guarda un po’ assorto. Sono sicuramente pensionati ma non da pensione sociale, sono clienti. L’operatore li chiama per nome.Lei si alza, il marito gli toglie la giacca e si risiede.Perchè è lei ad andare ad impegnare.
Poi c’è la signora della upper class ( come si direbbe a New York). Tailleur grigio di sartoria, impermeabile, capello fatto. Si sente un po’ fuori luogo ma questa è l’unica soluzione che ha. Aspetta anche lei il suo turno.
Poi c’è la signora che gioca con l’iphone e sbuffa un po’, c’è troppa fila! Più in là un signore con l’Ipad che deve rinnovare una polizza. Ha già impegnato il possibile e ora cerca di allungare i tempi per poter recuperare qualcosa. C’è il ragazzo che impegna il bracciale d’oro e l’uomo di mezza età con l’argenteria di casa.
Alle 12 in quella sala ci sono oltre 100 persone. Lo sportello chiude alle 14,30 e tutti sperano di farcela prima di quell’ora altrimenti bisognerà tornare domani mattina e risalire quelle scale. Ma meglio quello che andare a vendere tutto dai compro oro che pullulano lì intorno. Si esce con la speranza che fra sei mesi si risaliranno quelle scale per riscattare una collana, un ciondolo. Magari il ricordo di una vita.
(pubblicato su www.malitalia.it e www.malitalia.globalist.it)

Lettura della settimana: Operazione Penelope

“I modelli culturali cui cercavo con fatica di ispirarmi erano da sempre Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, giudici capaci di innovare le tecniche e le modalità di conduzione delle indagini sulla criminalità organizzata e di proporre, fra non poche polemiche, un nuovo modo di intendere il magistrato.”
Raffaele Cantone, prima sostituto procuratore a Napoli poi alla Direzione Distrettuale Antimafia e dal 2007 magistrato presso l’Ufficio del massimario della Corte di Cassazione, nella sua introduzione al suo ultimo libro, Operazione Penelope edizioni Mondadori, spiega cosa è per lui un magistrato.
Parte dai suoi punti di riferimento,Falcone e Borsellino, per parlare del ruolo “..non ho mai creduto che il comportamento di un magistrato sia parificabile a quello di un qualsiasi cittadino, tanto da poter rivendicare le stesse piene libertà di quest’ultimo; la delicatezza della funzione svolta e i valori che tratta nel suo lavoro (l’altrui libertà e proprietà) richiedono un necessario self restraint. Così come deve fare attenzione alle frequentazioni personali, il magistrato deve anche saper dosare il diritto di manifestare pubblicamente il suo pensiero”.
Queste parole sono la base per affrontare questo libro che ci fa viaggiare dentro il crimine organizzato. Che ci racconta come si possa morire a 18 anni per un paio di scarpe firmate “a che serve arrestare persone, sgominare clan,sequestrare beni ai boss, se i modelli culturali di questi ragazzi erano gli abiti e gli accessori firmati, e per ottenerli erano disposti ad ammazzare e farsi ammazzare?”.
Parole dense di malinconia.
Il viaggio attraversa il business dei rifiuti e la crisi economica che diventa una miniera d’oro per la criminalità organizzata. Un libro che è un dizionario della camorra con nomi,dati,fatti . I legami con la politica e i servizi. L’emergenza che scatta l’estate, i morti per strada ma anche la camorra e i nuovi network e le mani sull’amministrazione dello Stato e i legami del crimine con la Chiesa “certo, nel Mezzogiorno permangono zone d’ombra,aree di vischiosità cui gli uomini di Chiesa non sono mai stati estranei”.
Una fotografia del passato e dell’esistente. Una fotografia di un lavoro, quello del magistrato, fatto con rispetto delle regole e dell’altro, sempre pronto a tessere come Penelope una tela che raccoglie le informazioni di tanti anni passati a scontrasi, ogni giorno, con la realtà del crimine. Una tela tessuta incessantemente da tanti uomini dello Stato che nonostante qualche volta ci sia la voglia di mollare sono sempre pronti ad intervenire.
L’autore si sofferma anche sui nuovi media e soprattutto della “curiosità” che un fenomeno come la camorra desta in personaggi noti al grande pubblico “Un calciatore famoso e i protagonisti di Gomorra:un incontro che non poteva passare inosservato. E infatti il tour di Mario Balotelli nell’estate 2010 a Scampia, in compagnia di due soggetti ritenuti vicini alla camorra, ha suscitato non poche polemiche e, soprattutto, un considerevole interesse mediatico. Quello di Baltotelli può essere letto come un gesto avventato di un ragazzo inesperto, ma si carica di significati simbolici inquietanti se consideriamo le numerose inchieste giudiziarie nelle quali il calcio si riduce a mero strumento di attività criminali, a partire dalle scommesse clandestine legate alla compravendita delle partite”.
Un libro non solo per conoscere la camorra in sé ma soprattutto per conoscere cosa gli ruota intorno e che tocca anche tutti quanti noi.

Euro, quale il problema?

“Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei Paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno dei risparmiatori”. Questa frase è di Federico Caffè, economista scomparso nel nulla il 15 aprile 1987.
Un presagio o una visione realistica di dove stava andando il mondo? E dall’allievo che gli fu più vicino arriva il ritratto, forse più vero, del grande economista italiano. Il 4 aprile esce “Federico Caffè” di Bruno Amoroso, per Castelvecchi, collana Le Navi.
Il colloquio di oggi con il professor Amoroso è un’anticipazione, un ricordo del suo maestro ma anche l’occasione per “leggere” la realtà economica di oggi con una lente diversa, completamente lontana dalla visione ottimista che circola in tutti gli ambienti culturali e politici d’Europa.
Bruno Amoroso, laureato proprio con Caffè, dal 1972 ha insegnato Economia internazionale in Danimarca, nelle università di Copenhagen e di Roskilde. Attualmente è docente alla facoltà di Economia di Hanoi, in Vietnam. È presidente del Centro Studi Federico Caffè dell’Università di Roskilde ed è condirettore della rivista italo-canadese «Interculture». È membro del consiglio di amministrazione del FEMISE (Forum Euroméditerranéen des Instituts de Sciences conomiques), e coordinatore del comitato scientifico della Fondazione per l’Internazionalizzazione dell’impresa sociale. Fa parte, inoltre, del comitato scientifico FLARE Network (Freedom, Legality and Rights in Europe), la rete internazionale per la lotta alla criminalità e alla corruzione.
– Professore chi era Federico Caffè?
Federico Caffè era un’economista con un rapporto profondo con l’etica della propria professione. Pensava che non bisognava mai diventare “il consigliere del Principe” ma bisogna rimanere “il consigliere dei cittadini”. Un uomo che alla fine della sua vita viveva della sua pensione, perché solo quella aveva, e contava, con attenzione, i propri soldi. E che, forse, con la sua decisione di sparire ha voluto comunicare una “non volontà” ad adeguarsi ad un mondo in cui non si riconosceva. Federico Caffè ricordava sempre che un’economista deve sempre difendere la sua autonomia senza prestarsi al sindacato o alla politica.

Passiamo all’euro è destinato a morire?
L’euro è già finito come moneta comune. L’euro è una camicia di forza per costringere alcuni paesi, soprattutto quelli dell’area mediterranea, a seguire una politica economica prestabilita che impedirà la crescita. L’Europa è costituita da 27 paesi che hanno forti diversità e all’inizio l’Europa doveva essere quella della cooperazione tra le diversità mentre oggi è l’Europa della competizione e della guerra.

-Cosa vuole dire con queste parole?
Che in Europa siamo in una situazione in cui c’è la contrapposizione tra i Paesi del sud Europa e quelli del Nord, soprattutto la Germania . Abbiamo assistito ad una germanizzazione dell’Europa un po’ come prima della seconda guerra mondiale e sembra che la storia non ci abbia insegnato nulla e siamo arrivati ad un paradosso ideologico per cui nella stessa comunità europea si parla di “paesi straccioni”, si insultano le nazioni del bacino del Mediterraneo. Ci sarebbe voluta una politica franco-italiana più forte ma la Francia ha pensato di appoggiare la Germania nella speranza di trarne qualche beneficio.

-E quindi professore torneremo alla lira?
La cosa più realistica che potrà avvenire è la creazione di due monete una per l’area sud e l’altra per Germania,Olanda. Queste. 2 aree valutarie ci riporterebbero al concetto del serpentone monetario dove anche l’inflazione aveva una sua dinamica.

– Siamo veramente in mano ai governi delle banche?
La finanza ha preso in mano la politica. I governi sono “infestati” dai poteri finanziari e il grande capitale domina il sistema delle borse. E per grande capitale intendiamo anche i soldi provenienti dal crimine organizzato ( mafie, prostituzione,droga,traffico di esseri umani e di organi). E sono tutti stipendiati dai maggiori centri della finanza. E non si parla più di conflitto di interessi chi ricorda che Mario Draghi (anche lui allievo di Federico Caffè ndr), quale responsabile Europa della Goldman Sachs ha patteggiato, presso il Tribunale di Pescara, una condanna per il reato di frode fiscale? Oggi il conflitto di interessi è assunto come garanzia

– Professore lei che ha di questa crisi?
Per spiegarle il mio pensiero ricorro ad un episodio che ho vissuto anni fa a Napoli, in viaggio con il professor Caffè. Una mattina esco e vado a comperare i giornali e attraverso una piazzetta, nelle vicinanze del nostro alloggio. Ai tavolini dei bar sono seduti degli avventori che tranquillamente parlano o leggono il giornale. Al ritorno mentre attraverso la piazza inizia una lite con spintoni, parole. Anche io vengo spintonato più volte. Dopo qualche minuto torna tutto tranquillo. Al rientro racconto l’accadauto al professore il quale serenamente mi dice “ ti hanno rubato il portafoglio”. Ecco negli ultimi 10 anni la nostra vita è stata fatta di grandi risse tra le parti contrapposte mentre ci toglievano il portafoglio. Tutto è stato preparato e la finanza ha espropriato la politica.

– Cosa si aspetta?
Non mi aspetto nulla di buono. Solo un inasprimento dei conflitti sociali perché non c’è una politica che li orienti. Siamo in una situazione di non ritorno. Per anni siamo vissuti nell’ottimismo ecologico e cioè inquiniamo tanto arriveranno nuove tecniche che ci permetteranno di ripulire ciò che abbiamo sporcato. E invece non è sempre così. E noi non possiamo più illuderci.

(pubblicato su www.lindro.it)

Vite sospese

Secondo uno studio dell’Eures solo nel 2009 ci sono stati 357 suicidi per disoccupazione. Un bollettino di guerra che rischia di aggravarsi.
357 suicidi per disoccupazione. Uno al giorno, praticamente. Questi sono i dati emersi da una ricerca Eures (il centro studi economici e sociali) sull’Italia in crisi. E risalgono al 2009 ma anche nel 2010 e 2011 non è andata molto meglio delineando una fotografia dell’Italia che evidenzia come al sud i suicidi siano in maggior numero di lavoratori rimasti disoccupati mentre al Nord si trovano più gli imprenditori che si uccidono.
Cosa succede nel nostro Paese? Si vedono gli effetti dell’onda d’urto della crisi. E’ un po’ come vedere un territorio dopo il passaggio di uno tsunami. Vedi le case distrutte, i corpi a terra e si fa il conto delle vittime.
Questa è l’Italia di oggi. La crisi iniziata nel 2008 incomincia (perché ci dobbiamo aspettare altro) a far vedere i propri colpi adesso. Le aziende fino a poco tempo fa avevano ancora qualche margine di manovra, oggi hanno dato fondo ad ogni loro riserva. E’ di dicembre 2011 l’intervista di un imprenditore della zona di Mestre che dichiarava di non aver potuto pagare le tredicesime ai suoi operai e di vedersi costretto a breve alla chiusura. Lo scorso anno era ricorso ad un fido in banca per poter pagare i lavoratori e permettergli un Natale decente. Questo anno niente fido nonostante debba ricevere dallo Stato ( o meglio da Enti Locali del Veneto) il pagamento di una fornitura risalente a alla prima parte del 2011. Perché gli Enti e lo Stato oramai pagano con oltre 6 mesi di ritardo e questo perché prima pagano e prima le loro casse si vuotano. Insomma un cane che si morde la coda e chi non ce la fa a sostenere questo corto circuito soccombe.
Una lunga scia di morte e desolazione. Torniamo indietro all’ottobre 2010 un trentottenne laureato con merito all’Università Cattolica di Milano e disoccupato, si è lanciato da un treno in corsa verso Ostuni, sua città d’origine . Aveva tentato diversi concorsi per un lavoro stabile, aveva svolto lavori occasionali, aveva lavorato nelle campagne pugliesi sino ad approdare ad un call center a Milano. E poi aveva perso anche questo lavoro e l’unica soluzione che ha intravisto è stata la morte.
Nell’aprile 2011 un quarantenne che da tempo non riusciva a trovare lavoro, sposato e padre di due figli, si è ucciso lanciandosi dal punto più alto del cavalcavia che collega Agrigento con Porto Empedocle.
A Catania a maggio, un trentottenne si è tolto la vita gettandosi in mare con la sua auto. E non ci vergogna nemmeno più di morire o di non farcela, tanto che il ragazzo lo aveva annunciato su Facebook.
E poi ancora a giugno un giovane giornalista pubblicista del brindisino si è impiccato nella casa dove abitava con madre e fratello.
Mentre al Nord abbiamo 30 casi di suicidio, solo in Veneto, dal 2008. Come il caso dell’imprenditore padovano che si è ucciso perché non riusciva a riscuotere i suoi crediti privati e quelli pubblici (che ammontavano a circa 300 mila euro).

Il bollettino di questa guerra racconta che negli ultimi giorni ben cinque gli imprenditori si sono tolti la vita.. A Trani un piccolo commercianti di 49 anni si è impiccato nel box che utilizzava come deposito del suo piccolo negozio di climatizzatori. È successo a Trani. Antonio era vittima dell’usura a cui era ricorso per tenere in vita la sua piccola attività.
A Robecco sul Naviglio un piccolo imprenditore di 64 anni si è sparato un colpo alla tempia, nel suo furgoncino all’ingresso della ditta individuale.
A Catania il titolare, quarantasettenne,di una concessionaria di moto Honda, si è tolto la vita ingoiando un’intera scatola di antidepressivi.
Ad Ascoli Piceno un agricoltore si è ucciso impiccandosi nel magazzino dove teneva gli attrezzi per i campi. “Temeva di non farcela, di non superare le difficoltà del 2012”, hanno raccontato i parenti.
E ancora un pensionato di Bari di 74 anni, gestore di alcuni negozi in città, si è ucciso gettandosi dal quarto piano del suo palazzo, in un’elegante zona del capoluogo pugliese.
Le difficoltà, la paura di non farcela, la sensazione di non avere un futuro, la perdita totale della propria stima. Queste sono le sensazioni più forti che prova chi vive la realtà della crisi di oggi dove un sistema bancario tarato più sulla grande azienda che sulla piccola e una rete criminale ricca e potente stringono il cappio intorno a chi lotta ogni giorno per sopravvivere.
Un punto importante è anche legato all’inadeguatezza di reggere il peso di un tracollo così improvviso e devastante. Eravamo abituati ad una società opulenta dove tutto era possibile e non si doveva rinunciare a nulla e siamo stati catapultati in un mondo dove non si getta più nulla. Dove si fa la spesa con il contagocce. Dove il pane, che una volta si gettava anche fresco, viene consumato fino all’ultima mollica.
Avevamo dimenticato la miseria che invece è tornata tra noi, forse con un abito diverso ma è sempre lei.
E se al Nord non reggono quelli che fino a ieri erano piccoli proprietari con le spalle coperte al sud muore chi non riesce a portare finanche un pezzo di pane a tavola.
Due mondi sopraffatti dalla stessa crisi e non vale consolarsi con gli studi che dicono che al sud si supererà meglio questo momento perché si è più abituati ad avere poco e a stringere la cinghia!

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

I Gattopardi

Berlusconi: le luci della ribalta si spengono e lui sente la fine avvicinarsi.

 Non so perché sono giorni che lo vedo aggirarsi,Berlusconi, tra Palazzo Grazioli e Monte Citorio. Ascolto le sue dichiarazioni e mi par di vedere un fantasma.

E’ un uomo alla fine che nel suo voler essere sempre in video ( che è stata la sua malattia di sempre), somiglia tanto ad Al Capone,interpretato da De Niro, nel film “Gli Intoccabili” quando, arrestato, dice al poliziotto Kevin Costner, in senso dispregiativo “Sei tutto chiacchiere e distintivo” .

Ecco Berlusconi  è così: un uomo alla fine della sua carriera. Messo da parte dai mercati e da un uomo che lui ha sempre ridicolizzato anche perché  lo considerava vecchio e rimbambito.

Un uomo che cerca di riconquistare lo spazio sui giornali oramai tutti al seguito di SuperMario e del suo programma ( che  anche un po’ il suo ma che a tutti sembra un altro chissà perché).

Un uomo che dice “La democrazia è sospesa  in questo paese” sperando di sollevare polemica, ma nessuno se lo fila. E che non vedendo reazione dice “Noi stacchiamo la spina quando vogliamo”. Una minaccia in stile mafioso ma anche l’emblema  di un uomo in preda ad una crisi di nervi. Un uomo che cerca disperatamente ancora di farsi sentire.

I riflettori si sono spenti su di lui. Ogni tanto  si accende una luce ma oramai le tavole del teatro della politica sono calcate da altri.

Certo il berlusconismo con la sua voglia di apparire è ancora tra noi. C’è  ancora quello che vuole fregare l’altro e sentirsi così più furbo, c’ è chi pensa che fatta la legge trovato l’inganno, c’è qualcuno, come l’On.le Laboccetta che ha come assistente parlamentare il figlio di un mafioso e gli sembra normale e siede pure in Commissione Antimafia.

C’ ancora la ragazzina tutte curve che pensa che il fisico  è il suo passaporto per il futuro  e non le interessa se deve passare per un letto o per il divano…..

Ma si avverte il cambiamento e Berlusconi sa che non può far spegnere i riflettori su di lui altrimenti sarà la fine, ma è già finito. Il giorno in cui Giorgio Napolitano ha diramato un comunicato ufficiale in cui si metteva nero su bianco il momento delle dimissioni del premier.

L’uomo dell’apparire messo all’angolo dall’uomo del silenzio. L’uomo da cinepanettone e l’uomo del teatro di Eduardo. Parole contro sostanza.

E quello che brucia ancora di più a Berlusconi è che questo governo sotto sotto sembra la vendetta di Romano Prodi, basta guardare bene tra le pieghe dei curriculum dei vari ministri.

E così il nuovo, l’imprenditore che scende in politica per cambiare il mondo viene esautorato da quell’asse DC-PCI che ha governato l’Italia dal dopoguerra e che negli ultimi venti anni sembrava assopito. Ma i Gattopardi, quelli veri, sono sempre vivi.

(pubblicato su www.malitalia.it e www.lindro.it)

Come decrescere felici

 

 

Robert Kennedy, nel 1968, diceva”Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.” 

E chissà se al CNEL (Comitato Nazionale Economia e Lavoro) hanno pensato a queste parole presentando il progetto su “benessere equo e sostenibile” e quando, insieme all’ISTAT, hanno individuato i 12  indicatori del benessere e cioè: ambiente, salute, benessere economico, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, relazioni sociali, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ricerca e innovazione, qualità dei servizi, politica e istituzioni.

Ma possiamo pensare ad una nuova economia? Usciremo da questa crisi e come? E quanto dobbiamo crescere per vedere la luce?

Forse c’è un modo nuovo di leggere questa crisi e c’è anche una ricetta nuova, alternativa che farà molto discutere: la decrescita felice.

Cosa vuol dire ? Semplicemente “meno e meglio” come il titolo del libro di Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la decrescita felice.

Quindi Professore meno è meglio?

Certamente si. Questa non è una crisi finanziaria ma un crisi economico produttiva. Oggi produciamo più di quello che consumiamo e negli anni ci siamo sempre più indebitati perché  c’è stata una spinta ad acquistare e questo per far fronte ad un’offerta maggiore della domanda. L’utilizzo di tecnologie sempre più performanti ha spinto sempre più verso il taglio del lavoro e l’aumento della produzione. Ma a cosa serve tutto ciò se poi non c’è richiesta? E ogni politica che parla di crescita non fa che aggravare questa situazione

E quindi cosa dovremmo fare? 

Liberare risorse per riacquistare denaro. Faccio un esempio in Italia, per riscaldare le nostre case, consumiamo 300 kwh per metro quadrato. In Germania viene data l’abitabilità sole se non si superano i 70 kwh anno per m.quadrato. In sintesi il rapporto, in media, è 15 kwh7anno in Germania e 200 in Italia. Gli sprechi energetici di edifici mal coibentati fanno crescere il pil ma comportano un peggioramento della qualità della vita perché fanno aumentare le emissioni di CO2 e le spese per l’acquisto di fonti fossili. Gli unici a trarne vantaggio sono i bilanci delle aziende energetiche. E i partiti politici.

 Ci può spiegare meglio….

Se nei paesi industrializzati la quota della produzione agricola di sussistenza fosse rimasta significativa, si sarebbe valorizzata la biodiversità e la fertilità dei suoli, ma le vendite si sarebbero limitate alle eccedenze, il pil sarebbe cresciuto di meno e la base imponibile sarebbe stata molto inferiore rispetto a quella di un’agricoltura basata sulla monocultura e finalizzata alla vendita. La crescita del pil comporta la crescita degli introiti fiscali, di cui i partiti attraverso le pubbliche amministrazioni definiscono l’entità, stabiliscono i contributi percentuali a carico delle differenti classi di reddito e decidono gli usi finali (una quota significativa dei quali destinata agli emolumenti dei propri rappresentanti nelle pubbliche amministrazioni e nelle aziende da esse partecipate). Pertanto la crescita del pil è un interesse specifico degli imprenditori, dei commercianti, dei professionisti, dei partiti e delle aziende a cui i partiti commissionano i lavori pubblici, delle quali spesso sono i principali azionisti, direttamente (cooperative) o indirettamente (banche, ex municipalizzate trasformate in società private a prevalente capitale pubblico).

 E cosa dice dei rifiuti?

Che andrebbero ridotti e questo si può fare migliorando l’utilizzo delle risorse. Lo sa che nell’Oceano pacifico galleggia tanta plastica grande quanto il continente americano?

 Un consiglio?

Essere meno bulimici. Negli ultimi anni abbiamo fagocitato qualsiasi cosa ci venisse venduta. Abbiamo vissuto per la quantità. Oggi  è tempo della qualità. E’ come mangiare di meno e più variato e quindi con più gusto. E dobbiamo ridurre l’impronta tecnologica. Tutto questo non vuol dire tornare indietro ma solo ottimizzare le nostre risorse.

 Questa crisi potrebbe quindi essere un’opportunità per cambiare stili di vita, gestione delle risorse. E’ un  cambio culturale come lo fu il passaggio dall’economie della campagna a quella delle industrie. Forse lo schock di questa crisi globale potrebbe invece essere una svolta.

 (pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
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    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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