Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Notizie dall'Italia

Lampedusa

 

porta d'europa

Lampedusa.Lì dove inizia e finisce l’Europa. Ma da dove partire dal raccontarla? Forse dal viaggio per arrivare. Ben sei ore (e il ritorno non è stato da meno, ce ne sono volute 8 più che da New York), accumulando ritardi su ritardi. Si arriva stremati sul piccolo aereo da 70 posti. Ti accoglie una roccia in mezzo al mare e i volti salati di isolani, migranti, volontari, forze dell’ordine e delle migliaia di turisti che la popolano.
Da dove partire per raccontarla? Forse dalle parole di Pietro Bartòlo, medico dell’isola volto oramai noto a tutti grazie a “Fuocammare”, che il tre ottobre, data del naufragio con 366 morti, 20 dispersi, 155 sopravvissuti ( di cui 41 minori), era al lavoro, come sempre (nonostante fosse stato colpito da un’ischemia cerebrale qualche settimana prima).
“Tutti uscirono quella notte. Ad un certo punto rientrò un peschereccio lampedusano. Aveva salvato 20 persone e a poppa aveva quattro corpi. Erano morti, mi dissero. Io iniziai l’ispezione cadaverica, tre erano certamente deceduti ma la quarta aveva ancora un flebile polso…era già in un sacco, lo feci togliere e fu portata subito in ospedale. Si è salvata e adesso vive in Finlandia. Ma il momento più brutto arrivò quando mi trovai davanti le 366 salme, chiuse nei sacchi di diversi colori, e dovevo iniziare l’ispezione cadaverica. C’erano tutti, il sindaco, le forze dell’ordine. Io non volevo iniziare, giravo intorno al primo sacco. Non volevo farlo. Ma dovevo. Mi avevano detto che tra i morti c’erano molti bambini. Alla fine mi decisi e aprii il primo sacco e il volto di quel bambino di due anni NON LO DIMENTICHERO’ MAI”.
Ecco Lampedusa si inizia a raccontarla così con le parole di Pietro che come nel 2013 ancora in questi giorni è in banchina ad accogliere chi sbarca, a visitarlo, ad accudirlo e curarlo. Pietro che è diventato il simbolo di questa isola, ma qui tanti sono come lui, tanti ogni giorno, anche con piccoli gesti, hanno fatto di questa roccia la terra della speranza per molti.

lillo maggiore
Lillo Maggiore e sua moglie Piera sono i genitori affidatari di Seidou, che viene dal Senegal. Per loro è come Eleonora e Maria le loro figlie grandi. Ne parlano con l’orgoglio di due genitori che ti raccontano i successi, i cambiamenti . Cosa preferisce, come va a scuola. Piera rimprovera Lillo di essere troppo permissivo. Le ragazze si preoccupano di sapere sempre “dove è u nicu?” (dove è il piccolo). Ma Lillo e Piera seguono anche altri ragazzi che passano per Lampedusa. Uno di loro adesso è in Norvegia, un altro in una comunità a Rocca Santa Maria (Teramo) e Piera ogni sera lo sente per sapere come è andata la giornata e augurargli la buona notte. Lo chiamiamo insieme perché mi spieghi esattamente in quale comunità si trova e lui subito mi chiede “Mamma Piera dov’è?”. Il suo unico e primo pensiero.
Certo i malumori ci sono a Lampedusa. Non tutti sono d’accordo con la sindaca Giusy Nicolini: chi perché non fa asfaltare le strade verso le calette “solo per far contente le tartarughe?!”, chi perché in questi giorni l’isola è un cantiere per la fibra ottica, chi perché i ragazzi dell’hotspot girano ( seguiti con discrezione da polizia e carabinieri) per il centro dell’isola. Ma l’sola è piena di turisti e alla fine tutto rientra nei ranghi.
Intanto nel Museo della fiducia e del dialogo per il Mediterraneo, voluto fortemente dal Comitato 3 Ottobre, aperto a giugno arrivano altri ricordi di chi “attraversando l’acqua salata” ha perso la vita: la macchinina di un bambino, un sacchetto con la terra del proprio Paese, un passaporto, una borsetta. E nel Museo si può fare anche un’esperienza virtuale realizzata da Medici Senza Frontiere. Con un visore si ripercorre lo stesso viaggio di un migrante, dal centro Africa o dalla Siria e per quanto si sia preparati ad un certo punto ti devi aggrappare alla sedia perché la sensazione è così forte che ti sembra di essere in mezzo al mare in tempesta.

Lampedusa è il racconto della Guardia Costiera che con le sue motovedette esce di giorno e di notte, con il mare in qualsiasi condizione. Gente di mare che parla poco. Parlano però delle immagini di un video che ci ricorda che dal 1991 sono 690 mila le persone salvate, tra cui molte donne e bambini. Perché, come dice anche Pietro Bartòlo, è da 25 anni che arrivano i migranti.

E tra quelli che vanno in mare ci sono anche i volontari del CISOM (Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta), medici e infermieri volontari. In questi giorno il gruppo è formato da tre medici, Suor Angela –Alessia Muru e Claudia Marota, e tre infermieri, Stefano Baldo-Giuseppe Menzo e Claudio Di Franco.
Stefano arriva da Rovigo, dal cuore del leghismo duro e puro ( confessa anche di aver avuto simpatie per Salvini) , dove lavora nel 118. Ha scelto di venire qui per capire meglio il fenomeno delle migrazioni ma anche per ampliare ed aumentare le sue capacità professionali. Giuseppe viene da Piana degli Albanesi (Palermo), Suor Angela è arrivata dal Congo 10 anni fa. Claudio, di Chieti, si è appena laureato in Scienze Infermieristiche e Claudia, di Limatola (Caserta), e Alessia, da Frosinone, sono neo dottoresse alla loro prima esperienza da volontarie, proprio qui a Lampedusa.

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Mi raccontano che oggi i migranti arrivano direttamente sulle motovedette della Guardia Costiera perché oramai nel Canale di Sicilia tra navi miliari, mercantili e pescherecci è un flusso continuo e i barconi vengono soccorsi a poche miglia dalla partenza. Ma il racconto di quando vanno in mare a raccoglierli è comunque forte. “Il Canale di Sicilia non è un mare semplice, le correnti cambiano continuamente ed è difficile per una motovedetta immagina per un barcone….. “ e mi raccontano delle onde alte 5/6 metri…del fatto che a quel punto vomitano tutti, equipaggio, loro e i migranti. Gli spazi di manovra sono piccolissimi e loro devono, in pochi secondi, decidere, come in un triage ospedaliero con tutte le strutture, chi curare subito…chi è in ipotermia come racconta Stefano “In pieno inverno viaggiano con i calzoncini ed una maglietta di cotone…mi è capitato di soccorrere una persona con soli 33 gradi corporei” e Suor Angela “ e poi devi subito pensare alle malattie infettive come scabbia o varicella…ci sono sempre più casi” e Giuseppe “sai mettono le latte di carburante a poppa, molte non hanno il tappo e il gasolio scorre verso il centro dove ci sono donne e bambini…abbiamo trovato ustioni anche di terzo grado e pensa che il quarto è la carbonizzazione”.
Mi raccomandano di parlare degli altri volontari che ogni giorno si occupano dei migranti come quelli della Misericordia di Crotone “ che sono senza stipendio da mesi e mesi ma continuano a lavorare. I soldi per loro sono finiti nel pozzo senza fine del disastro della sanità regionale calabrese….chissà dove sono andati a finire quelli destinati a loro”.
I migranti sono un business e lo hanno capito in tanti: vedi Mafia capitale e il CARA di Mineo, i soldi dati agli albergatori per i migranti ( alberghi chiusi che rifioriscono anche grazie ai soldi stanziati da Stato e Regioni per il fenomeno), le società che gestiscono il catering nei centri di accoglienza etc.etc…. La gestione oltre che l’accoglienza determinano interessi economici che fanno si che a nessuno interessi “realisticamente intervenire sui flussi migratori…perché i soldi e l’interesse personale superano tutto, al di là delle parole e dei bei gesti che servono solo per i media” .
Ma nulla è ancora sufficiente a capire come dice Luca Cari, ufficio stampa dei Vigili del Fuoco, che sta seguendo il recupero della nave naufragata, nel Mediterraneo, il 18 aprile 2015 con 700 persone a bordo. La nave è stata recuperata e portata ad Augusta e qualche giorno fa i Vigili del Fuoco hanno aperto un varco nel ventre della nave e Luca dice: “ Pensavo di aver capito tutto ma quando ho visto i corpi dei bambini abbracciati alle loro madri, un piccolo scheletro dentro uno scheletro più grande mi sono reso conto CHE NON AVEVO CAPITO NULLA”.

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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