Laura Aprati

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Altro che Messina Denaro, al comando di Cosa Nostra è tornata la Cupola. Ecco il documento che svela i nuovi capi

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A Palermo, qualche giorno fa l’arresto di Giuseppe Corona,finito in carcere per riciclaggio per le indagini del nucleo speciale di polizia valutaria, coordinate dalla procura, e che hanno fotografato una fitta rete di affari attorno al mafioso, che ha trascorso ben 16 anni in carcere dopo una condanna per omicidio. Sarebbe lui il tesoriere di “Cosa Nostra” e ha investito, proprio per conto delle famiglie mafiose, in bar, tabaccherie, negozi e in immobili.
Il procuratore aggiunto Salvatore De Luca, coordinatore del pool antimafia di Palermo, in un’intervista a Repubblica, dichiara: “L’errore più grave che potremmo fare in questo momento sarebbe quello di cominciare a sottovalutare la gravità del fenomeno mafioso. Cosa nostra è stata fiaccata dalle continue misure cautelari, rileviamo una minore forza dell’organizzazione, ma dall’altro lato c’è un dato allarmante: la resilienza della compagine criminale, che nonostante i gravi colpi subiti riesce in breve tempo a riorganizzarsi”.

In questo clima e in questo contesto si colloca anche il focus sulla successione a Totò Riina, che si trova negli atti della relazione semestrale della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) presentata in Parlamento. Cosa sta succedendo all’interno delle famiglie? Chi è il successore di “Totò ‘u curtu”? Problema di non semplice soluzione anche se il “capo dei capi” è scomparso da ben 8 mesi, tanti sono passati dal 17 novembre del 2017 dove è deceduto,alle 3,37, nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma.

Il Direttore della DIA, il Generale Giuseppe Governale, a proposito della successione di Totò Riina, ha rilasciato a Tiscali News questa dichiarazione: “Dopo la morte di Riina è finito il tempo dell’attesa per Cosa Nostra. È arrivato il momento delle scelte, dei nuovi equilibri. Di colmare progressivamente il gap con la ‘ndrangheta. Il nuovo capo avrà l’onere di reimpostare quest’azione di recupero operativo e finanziario. Il capo con ogni probabilità sarà un palermitano della città. È forse definitivamente finita l’epoca dei corleonesi. ”

La governance di Cosa Nostra è affare complesso che vede, come si evince dalla relazione, contrapposti fronti: uno che si ribella alla leadership corleonese, oligarchica e violenta, l’altro che riguarda proprio i sostenitori di quella leadeship. Non da ultimo vanno anche considerati “gli scappati” i perdenti della guerra di mafia vinta proprio dai corleonesi e riparati negli Stati Uniti. Molti sono tornati a Palermo e potrebbero trovare la strada per vendicarsi. E in tutto questo qual è il ruolo di Matteo Messina Denaro, latitante dal giugno 1993?

Per la DIA è improbabile che possa essere lui il successore “pure essendo egli l’esponente di maggior caratura tra quelli non detenuti, ed in grado di costituire un potenziale riferimento, anche in termini di consenso, a livello provinciale.“
E questo per due motivi: “In primo luogo, perché i boss dei sodalizi mafiosi palermitani, storicamente ai vertici dell’intera organizzazione, non accetterebbero di buon grado un capo proveniente da un’altra provincia. Inoltre, negli ultimi anni, si sarebbe disinteressato delle questioni più generali attinenti cosa nostra, per poter meglio gestire la latitanza e, semmai, gli interessi relativi al proprio mandamento ed alla correlata provincia. Lo stesso Riina, intercettato in carcere, si era lamentato di tale comportamento.”

Ma un sistema criminale come “Cosa Nostra” può rimanere senza un capo e non esporsi a rischi e pericolose ripercussioni? Negli atti della relazione si intravede una soluzione e cioè: “un organismo collegiale provvisorio, costituito dai capi dei mandamenti urbani più forti e rappresentativi della città, con funzioni di consultazione e raccordo strategico, che continui ad esprimere, in via d’urgenza ed immediata, una linea-guida nell’interesse comune, specie se volta a regolare le scelte affaristico-imprenditoriali”. Una soluzione a tutela degli interessi economici più che delle forze in campo. I soldi sono il collante reale intorno al quale coagulare i poteri, gli interessi e le influenze territoriali.
(pubblicato su Tiscalinews del 18 luglio 2018)

La mala capitale

Lunedì 17 ottobre  il Tribunale della Capitale ha messo i sigilli al Teatro Ghione ( in declino negli anni Settanta, riscattata nel 1980 da Ileana Ghione, una delle più grandi atrici del teatro italiano) di via delle Fornaci, a due passi dal Vaticano. L’operazione è scattata su richiesta della DIA di Reggio Calabria. Tutto nasce dall’operazione, di circa sei mesi fa, denominata “Overloading”, sul traffico di droga che ha visto 70 persone arrestate fra cui un colonnello dei Carabinieri in servizio a Bolzano.

L’operazione di lunedì ha portato al sequestro di trenta società di capitali, dieci dite individuali, nove fabbricati, 16 terreni, 28 automezzi e quote societarie, polizze vita ed altro. I riflettori degli investigatori sono stati puntati sull’imprenditore Federico Marcaccini, 34 anni, detto “il Pupone”, ritenuto proprietario dell’immobile e affiliato al clan degli Strangio di San Luca. Il patrimonio riconducibile a Marcaccini conterebbe anche due alberghi in Sicilia e nel Lazio, nonché numerose aziende in gran parte a Roma.

Ma cosa sta succedendo nella Capitale? 26 omicidi dall’inizio dell’anno. Alcuni in pieno giorno e in zone centrali. Quasi sembra di essere tornati ai tempi della Banda della Magliana.

Il Prefetto di Roma, dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia traccia un quadro della situazione attuale definendo ruoli, spazi e interessi di Cosa Nostra, ‘Ndranghtea, Camirra e delle mafie straniere.

Il bar De Paris, il George’s, il Bar Chigi tutti inclusi nelle inchieste legate alla ‘ndrangheta. Famiglie come gli Alavro, i Gallico, i Palamara .attive sul centro città ma anche nell’hinterland e nell’area dell’aeroporto di Fiumicino (espressamente per il traffico di stupefacenti).

Cosa Nostra è attiva con la famiglia Stassi, legata agli Accardo della famiglia di Trapani, con interessenze nella ristorazione. Mentre sul litorale romano troviamo il gruppo Triassi legato alla famiglia Cuntrera-Caruana. A Civitavecchia ( come da procedimento della DDA di Roma) sono interessati le famiglie gelesi dei Rinzivillo ed Emanuello.

La Camorra a maggio ha subito un duro colpo con l’operazione condotta contro la famiglia Mallardo di Giugliano. IL GICO di Roma ha arrestato 6 soggetti facenti parte della cellula camorristica che curava il riciclaggio e “lavaggio” dei proventi liquidi del clan.

A Roma  a luglio è  stato poi arrestato Emilio Esposito, un esponente di spicco del clan dei casalasei.

E questi solo alcuni dei dati riportati dal Prefetto di Roma alla Commissione: “sembra emergere una imprenditorialità mafiosa costituita da gruppi di imprenditori, professionisti ed altre figure che, in cambio di favori o altre utilità,cura gli interessi delle cosche.Questi ultimi soggetti, spesso di basso profilo criminale per gli organi investigativi, risultano comunque essere personaggi di non trascurabile spessore per le rispettive organizzazioni, attese le loro specifiche competenze e capacità individuali nella gestione delle attività economico-finanziarie”.

Insomma una città presa d’assedio dove la crisi economica ha aperto varchi di penetrazione a strutture criminali con grande capacità di gestire ingenti liquidità e che oramai non si dedicano più solo alla ristorazione ma che sono entrare anche nel settore cultura, che tra i tanti  quello che in questo momento sta segnando il passo più di altri. D’altra parte secondo il Ministro Tremonti la cultura non dà da mangiare. Smentito clamorosamente dalle organizzazioni criminali, che di affari se ne intendono!

(pubblicato su www.malitalia.it e www.lindro.it)

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