Laura Aprati

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La migrazione 2.0 che impoverisce l’Italia. Storia della donna che dirige l’importante centro di ricerca

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Maria Cristina Polidori appartiene a quei cinque milioni di italiani che dagli anni 90 a oggi ha cercato fortuna altrove. Il dato è serio: il 56% di “expat” ha tra i 18 e i 44 anni. e oltre il 60 per cento hanno il diploma o la laurea.
Le migrazioni sono cicliche, dipendono da guerre, carestie. Potremmo dire che la spinta a lasciare il proprio paese è data dalla povertà, dalla mancanza di un futuro e di prospettive. E questi sono i fattori che hanno segnato la prima grande ondata di migrazione italiana ( quella dal 1861 al 1985) ha portato fuori dei nostri confini oltre 30 milioni di nostri concittadini. Come se l’intera popolazione italiana di inizio Novecento se ne fosse andata in blocco.Ma c’è una seconda ondata migratoria, iniziata negli anni novanta, e i numeri ci dicono che al 2018 sono circa 5,1 milioni. Il 56% degli “expat” ha tra i 18 e i 44 anni. E il grado di istruzione di chi se ne va è più alto rispetto al passato: “il 34,6% ha la licenza media, il 34,8% è diplomato e il 30% è laureato“. Insomma una migrazione che nasce da fattori diversi dalla precedente e spesso riguardante il nostro sistema universitario, concorsuale, la burocrazia e una società ancora molto segnata dai “rapporti familiari” o “di appartenenza”.
Una di queste storie oggi vive e lavora in Germania, a Colonia, dopo qualche anno a Boston dove ha incontrato il suo futuro marito. Classe 1969, capelli ben pettinati, occhiali sfumati sull’azzurro, vestito perfetto. Eloquio fluente, padronanza di se stessa e del momento. Insomma “teutonica” si direbbe al primo approccio.

Chi è Maria Cristina Polidori
Un curriculum invidiabile: laureata nel 1993 a Perugia, nel 1995 si é trasferita a Boston per un doppio contratto presso il dipartimento di Neurologia del Massachusetts General Hospital dell’Universitá di Harvard e presso il Cardiovascular Institute della Boston University. Nel 2000 arriva in Germania, a Dusseldorf per continuare i suoi studi sul ruolo dello stile di vita, in particolare della nutrizione, nell’invecchiamento di successo. I suoi studi sotto la guida del pioniere delle ricerche sui radicali liberi e lo stress ossidativo, Helmut Sies, hanno condotto all’identificazione di importanti meccanismi biomolecolari legati al mantenimento della salute.

Parliamo di Maria Cristina Polidori, che dal 2015 è stata chiamata a lavorare all’Universitá di Colonia, dove dal 2015 dirige il Centro di Ricerca Clinica per l’Invecchiamento presso il Dipartimento II di Medicina Interna e Centro di Medicina Molecolare del Policlinico Universitario di Colonia. Maria Cristina lascia la sua Perugia, città amata e in cui torna spesso, per una serie di circostanze legate a persone amate ma soprattutto parte per quello che lei definisce una “costellazione privata e professionale difficoltosa”!

È questa l’Italia delle piccole province: chiuse, familistiche con pochi spazi per chi non fa parte del “giro”. Un’aria pesante e allora Maria Cristina decide di andare via in America. Una partenza anticipata, aveva già deciso di fare un’esperienza all’estero ma la situazione che si era creata la spinge ad anticipare tutto. Qui la vita le si presenta un mondo diverso dove le capacità, la dignità umana e del lavoro sono sostanziali.

Qui conosce suo marito, ricercatore tedesco ad Harvard, e decidono insieme di tornare in Europa. L’America non era per loro soprattutto per lo stile di vita. Cercano una soluzione in Italia ma non è possibile e così vanno in Germania. “All’inizio – racconta Maria Cristina – è stato uno schock soprattutto culturale per i rapporti interpersonali. Ma mi sono barcamenata bene anche perché il potenziale umano del Sud del mondo è fondamentale per il Nord.”

All’estero ma con l’Italia nel cuore
A Colonia, Maria Cristina organizza da anni concerti di musica classica e contemporanea (The Wall) e mostre di pittura e incontri di lettura. È parte integrante della comunità italiana che lei specifica “si divide in due gruppi la generazione 1.0 (20 dicembre del 1955 Italia e Germania siglarono un accordo per il reclutamento di manodopera italiana temporanea nella Germania federale) i gastarbeiter e i 2.0 che sono persone che hanno studiato, stanno benissimo ma con molta nostalgia dell’Italia anche se sanno che oggi da noi non potrebbero avere le stesse possibilità. Ma è un peccato capire che in Italia non ci possiamo vivere con lo stesso standard e soprattutto non possiamo, come medici, contribuire alla salute dei propri connazionali come se fossimo potuti rimanere”.

La sua voce, pacata anche quando parla dei momenti difficili della sua vita, ha come un guizzo quando parla del suo lavoro e degli obiettivi raggiunti “la creazione di dati di evidenza scientifica a favore della medicina basata sulla persona e non sulla malattia affinchè le funzioni cognitive e motorie rimangano intatte, anche nella fase dell’invecchiamento, grazie alla prevenzione e ad un attenta gestione delle risorse del fisico”.

La passione, la determinazione traspaiono dalle parole di Maria Cristina Polidori ma anche il sottile dolore di essere andati via da casa, di aver dovuto mettere a disposizione il suo sapere in un altro luogo. Ma in un mondo globale come il nostro, dove tutto oramai viaggia e viene condiviso velocemente, le sue scoperte, i suoi lavori sono patrimonio di tutti e non solo del Paese in cui lavora.

(Pubblicato su Tiscalinews 2 novembre 2019)

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    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
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