Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

La dignità, contro il pizzo

Tiberio Bentivoglio arriva con la sua scorta. E’ un signore distinto con un bel vestito grigio. L’aria serena. Ma appena iniziamo a parlare della sua storia senti la passione e l’amarezza fondersi insieme.
E’ un testimone di giustizia da 22 anni. Ha subito incendi,attentati e un tentato omicidio che gli è valso la “tutela” di due carabinieri, “ h24”, come dice lui.
La sua attività sta fallendo,ha licenziato i suoi dipendenti, il suo fatturato è diminuito del 75%.Nessuno acquista più nella sua sanitaria anche perché lui non può più comprare. Nel suo quartiere la gente si chiude dietro le finestre quando vedono passare la macchina dei carabinieri che va da lui. E alcuni sputano per terra, al suo passaggio. Un gesto di disprezzo. Ma lui dice “ Io ho tanta voglia di cambiamento perché quello che è successo a me non deve succedere ad altri. Occorrono leggi che sostengano i testimoni di giustizia,chi è in trincea. In ogni guerra che si rispetti c’è un ospedale da campo per i feriti. E anche noi, feriti dalle mafie, abbiamo bisogno di un ospedale da campo dove venire ricoverati quando subiamo incendi,attentati, quando veniamo distrutti psicologicamente. Dobbiamo essere curati per tornare in trincea. Ma noi non abbiamo nessun ospedale da campo. Bisogna smettere di pagare il “pizzo” ma quando vado dai miei colleghi loro mi dicono “non voglio fare la tua fine, continuo a pagare”. Abbiamo bisogno di aiuto per sconfiggere le mafie. Le leggi vanno cambiate in fretta, ne vanno fatte di nuove. Non si può aspettare un solo minuto. La velocità delle mafie è supersonica, lo Stato è lento. Le mafie non hanno bisogno di camminare armate o di usare il tritolo. Alle mafie basta una penna in tasca o una scrivania del potere e dettano le leggi. Io ho fatto questa scelta per dignità. Se avessi pagato il pizzo come avrei potuto guardare in faccia i miei figli?

Incendio Sanitaria 2005 015

Ma la sua famiglia, i suoi figli cosa dicono?
“ I miei stanno in silenzio. Soffrono e piangono. Spesso non servono le parole. Il più grande dolore è che devo spiegargli che questa è la strada giusta. Non bisogna pagare ma costa tanto. Psicologicamente, finanziariamente. Io ho perso tutto ma rifarei questa scelta anche se dolorosa e sofferta. Ma il governo ci deve aiutare. Vi chiedete mai perché le vittime di mafie sono tutte combinate male? Bisogna cambiare….”

E intanto, a 5 giorni dalla scadenza della sospensiva firmata dalla procura di Reggio Calabria, Equitalia ha inviato l’avviso di vendita all’asta della sua casa. Lui che si è autodenunciato per non poter pagare i contributi, con amarezza, dice “La casa di un testimone di giustizia, di chi sta dalla parte dello Stato andrà ad un mafioso, ad un pezzo di malacarne”.
E lancia una proposta, lui che si è visto chiedere ben 3000 euro mese per l’affitto di un bene confiscato alla ‘ndrangheta e chiuso da dieci anni, “perché lo Stato non concede i beni confiscai a chi è vittima della mafia, effettivamente riconosciuto come tale, e non solo ad Associazioni,Enti,Istituzioni? Sarebbe uno scacco ai mafiosi…Vedete i vostri beni finiscono nelle mani di chi sta dalla parte dello Stato. Di chi non paga il pizzo, di chi vi ha detto di no. Sarebbe un segnale forte”
(pubblicato su www.malitalia.it)

Un uomo in cammino

Questa storia inizia da lontano. Dal 1970 e dalla fine della guerra del Vietnam e dai barconi pieni di profughi in fuga da una guerra ingiusta,lunga,atroce. In quel frangente Padre Arrupe,allora Superiore della Compagnia di Gesù, i Gesuiti, capì che bisogna occuparsi di loro. Nacque così il Jesuit Refugee Service che ha come obiettivo accompagnare, servire e difendere i diritti dei rifugiati e degli sfollati, tutti coloro che sono allontanati dalle proprie case a causa di conflitti, tragedie umanitarie o violazioni dei diritti umani.”Rifugiati de facto” includendovi molte categorie di persone in situazioni simili. Ma lo spirito è quello dei fratelli gesuiti negli ultimi 460 anni. Uomini in cammino, pronti a cambiare residenza, occupazione, approccio.
E un uomo in cammino è Padre Giovanni Ladiana. Uomo semplice che fino a 26 anni ha lavorato come muratore, ha scaricato cassette, ha fatto il bracciante. Un uomo che la vita l’ha conosciuta “Quando hai fame qualsiasi lavoro va bene purchè fatto bene”. Un uomo recalcitrante alla pubblicità (altri si getterebbero a pesce). Di se stesso dice “SchienaRottaMaRitta”.E’ uomo di parole dirette,chiare. E dopo aver servito a Catania, in uno dei 70 centri dei Gesuiti per i rifugiati (altri sono a Roma,Vicenza,Padova,Palermo,Trento) nel 2004 è arrivato a Reggio Calabria dove il centro è gestito dalla Comunità “Vita Cristiana” che si occupa di migranti dal 1994. In questo centro ogni martedì e venerdì c’è un ambulatorio medico dove arrivano extracomunitari legali e clandestini. E arrivano senza paure. Padre Giovanni ci dice “Tutti sanno e tutti chiudono un occhio. D’altra parte siamo di fronte agli uffici della Procura”. E chiudono un occhio perché la loro attività è anche un’attività di prevenzione sanitaria,e non solo, nei confronti anche della città.

“Qui arrivano persone che scappano da situazioni difficili, abituati a fare una vita grama,miserabile. Hanno bisogno di riscatto”. E Padre Giovanni,la Comunità come gli altri centri per i rifugiati, offrono questa possibilità di riscatto. Con delle regole precise. Lui si impegna ,in prima persona, per i migranti. Fa tre colloqui e poi quando trova il lavoro fa da garante ma chiede un impegno ai migranti, la disponibilità a lavorare. Per 3 mesi li aiuta,”ma senza mai dare dei soldi”, con alimenti, vestiti. Alla fine dei tre mesi si tirano le somme. Se però il migrante ha perso il lavoro, non si è impegnato non potrà più bussare alla porta di Don Giovanni. Il suo motto è “Quando hai di fronte ad una persone che soffre rispondi alla sofferenza che vedi o rispondi alla tua paura”. E questa frase è alla base anche delle sue battaglie contro la ‘ndrangheta e il crimine. E questa è un’altra storia che ha bisogno di un altro racconto. Perché mentre scrivo queste poche righe su di lui è in strada a fare volantinaggio per l’assemblea che si terrà a Reggio Calabria con Libera il 24 gennaio.Un uomo in cammino,sempre.
(pubblicato su malitalia.it)

Reggio Calabria, una città in bilico

Si scioglie o non si scioglie. Questo è il ritornello che circola non solo nella città dello stretto ma anche a Roma, nella capitale, nelle aule del Parlamento, tra i corridoi del Ministero dell’Interno. Decidere le sorti di una città grande come Reggio non è cosa facile. Nulla trapela dal Ministero dell’Interno dopo che il Prefetto della città ha presentato la sua relazione. Le voci si rincorrono, ma dal Ministero nessuna parola. E le pressioni politiche si sprecano ma forse non bastano ed allora ecco gli appelli che salgono dal “basso”. Insomma bisogna far capire che il “popolo” non vuole lo scioglimento del comune. Si dichiara che è in atto una “diffamazione” della città. Diffamazione che nasce da inchieste della magistratura che hanno messo in luce le connessioni tra comune e crimine organizzato. Ma bisogna muoversi prima che il Ministro cancellieri decida e così ieri circa cinquecento cittadini, espressione del mondo del lavoro, dell’impresa, delle professioni, dell’associazionismo, dello sport, di varia tendenza politica, hanno sottoscritto un manifesto pubblico, che dovrebbe essere’ affisso oggii sui muri della citta’: ”contro l’ingiusta campagna di diffamazione che criminalizza una intera citta’, non distinguendo tra i delinquenti e le decine di migliaia di persone oneste”. Promotore dell’iniziativa è il prof. Giuseppe Bombino, docente alla facolta’ di Agraria dell’Universita’ ‘Mediterranea’. Tra i firmatari ci sono, i rappresentanti delle associazioni ‘Riferimenti, ‘Museo contro la ndrangheta’, ‘Ammazzateci tutti’, Confindustria provinciale, il presidente della Reggina Calcio, Lillo Foti. Nel manifesto si legge anche ”fiducia nell’operato delle istituzioni chiamate, in questo momento, ad assumere decisioni fondamentali per il futuro della nostra Reggio. Non si speculi sulla nostra pelle e su una citta’ – conclude l’appello – e su una citta’ che da sempre esprime civilta’, intelligenze e valori”. Tra i firmatari ieri era stata annunciata anche la presenza di Libera, l’associazione di Don Luigi Ciotti contro tutte le mafie, ma nella notte è arrivata una secca smentita che riportiamo integralmente

Reggio Calabria 18 settembre 2012 Comunicato stampa
MANIFESTO INDIGNAZIONE CITTA’ REGGIO CALABRIA
LIBERA, associazioni, nomi e numeri contro le mafie: ” Diffidiamo chiunque dall’usare il nostro nome e smentiamo la firma e l’adesione dell’associazione al manifesto ed al suo contenuto e ribadiamo la nostra piena fiducia nell’operato della magistratura. ”

Insomma una guerra senza esclusioni di colpi, con molti silenzi anche da parte di chi potrebbe schierarsi con decisione ma ha paura magari in vista delle prossime elezioni, con il tentativo di inquinare la comunicazione, di mistificare la realtà. D’altra parte lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria sarebbe un colpo durissimo a quel “modello Reggio” promosso e pubblicizzato in ogni sede dal Governatore Scopelliti che ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. Un modello fatto a base di Lele Mora e musica sul lungomare.”Panem e circensem dicevano i romani.

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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