Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Notizie dall'Italia

Gli elettori senza potere

(di Michele Ainis – La Stampa 28 luglio 2010)

C’è un fantasma nella nostra scena pubblica: la legge elettorale. La sua riforma non ha mai occupato i desideri della maggioranza di governo, ora non interessa più nemmeno all’opposizione. Perché dovrebbe? È così comodo manovrare un esercito di soldatini di piombo travestiti da parlamentari.

Niente capricci, niente alzate d’ingegno: altrimenti la volta prossima te ne rimani a casa, anche se la tua pagina su Facebook conta un popolo di lettori e di elettori. E poi nell’agenda politica incalzano altre urgenze, altre questioni: la manovra finanziaria, le intercettazioni, il federalismo, l’università. Perché mai dovremmo attardarci sugli alambicchi del maggioritario o del proporzionale?

Eppure c’è un nesso tra i funerali della legalità e il battesimo della nuova classe dirigente. Basta misurare le reazioni dei politici finiti sotto torchio. Verdini: una congiura mediatica. Cosentino: un complotto giudiziario. Brancher, Dell’Utri, Caliendo: idem. E comunque l’essenziale è mantenere la fiducia del Capo, chissenefrega dei giornali. Tanto è lui, soltanto lui, che decide il tuo posto in Parlamento. L’insubordinazione, ecco il delitto più infamante.

Per i disobbedienti s’agita il randello dell’epurazione, oggi dal Pdl contro il finiano Granata, ieri dal Pd verso Riccardo Villari, dal Pdci verso Marco Rizzo, da Idv verso Nicola D’Ascanio, dalla Lega con una lista di proscrizione lunga come l’elenco del telefono. D’altronde Bossi l’ha detto chiaro e tondo, inaugurando nei giorni scorsi la sezione di Travedona Monate: «chi pianta casino è fuori dal partito». Berlusconi usa un linguaggio più tornito, ma anche per lui la «lealtà» costituisce la prima virtù dei suoi parlamentari. Insomma ai padroni del vapore sta a cuore la fedeltà, non certo l’onestà. Le nomine si fanno per appartenenza, non per competenza. Sicché gli incompetenti disonesti sono ormai il grosso della nostra classe dirigente.

Negli Stati Uniti o in Inghilterra non succederebbe. Lì, se un deputato viene sorpreso con le dita nella marmellata, la sua constituency gli sbatte la porta in faccia senza troppi complimenti, e lui poi difficilmente trova un altro collegio elettorale. Lì l’accountability, la responsabilità dell’eletto verso l’elettore, è l’olio che fa girare il motore democratico. Lì la reputazione dei politici è come la verginità: quando l’hai persa è per sempre, non c’è chirurgo plastico che tenga. Noi, in Italia, questa medicina non l’abbiamo mai bevuta. Neanche ai tempi della Dc, un partito che ha pietrificato per 45 anni ogni alternanza di governo. Sarà che abitiamo in un Paese cattolico, dove il confessionale monda ogni peccato. Sarà l’eredità delle corporazioni medievali, un mondo dove il mestiere dei padri spettava di diritto ai figli, senza concorrenza, senza ricambio d’uomini e di idee. Ma certo dal 2005, da quando abbiamo in circolo questa legge elettorale, lo spettacolo è scaduto ulteriormente. Servirebbe l’uninominale, uno contro uno. Servirebbe la possibilità di revocare gli eletti immeritevoli. Invece la politica italiana ha revocato gli elettori.

michele.ainis@uniroma3.it

Tiziano Terzani: giornalismo e potere

(Tratto da Malitalia – di Nicola Lillo)

È bello poterlo immaginare seduto con le gambe incrociate, la schiena dritta. La barba lunga e bianca, i capelli legati. I vestiti candidi, che fanno un tutt’uno con l’uomo. Un mantello rosso gli copre le spalle, mentre sorseggia il tè, appena preparato nella sua piccola “gompa” costruita sull’Appennino Tosco-Emiliano. A Orsigna, piccolo paesino in provincia di Pistoia; il suo Himalaya.

Una terra ricca di colori, odori e spiritualità.

Sono sei anni che Tiziano Terzani ha lasciato il suo corpo, come amava dire. Ed è in periodi di crisi come quelli che stiamo vivendo che si sente di più la sua mancanza.

Un giornalista “sui generis”, viaggiatore instancabile. Reporter, fotografo e, alla scoperta del cancro, un uomo diverso, nuovo, capace di far riflettere con poche e semplici parole.

Era questo e tanto altro Tiziano. Impossibile da definire, impossibile da inquadrare. Sempre sorprendete, coinvolgente, emozionante.

Ma, nonostante oggi non ci sia più, a noi giovani, che non abbiamo ancora superato la soglia degli “anta”, aspiranti giornalisti e non, ha lasciato un bagaglio di insegnamenti sconfinato.

Il giornalismo per Terzani era una missione. “Una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo”. Un concetto che, oggi più che mai, deve essere fatto proprio dai giornalisti o da aspiranti tali.

Ma Tiziano non solo di informazione si è occupato. La scoperta del cancro lo ha portato a compiere un percorso inconsueto, inaspettato. Forse considerato un po’ “folle” per noi occidentali, legati ai nostri guadagni, alla nostra casa, a tutto quello che ci circonda: alla materialità. Trascorse mesi sull’Himalaya. Senza alcuno al suo fianco. Alla ricerca di se stesso.

E da questa esperienza è nato un Terzani differente, nuovo, “spirituale”. E tanti sono gli insegnamenti che noi giovani possiamo trarre dalle sue parole.

Dalla forza e dalle difficoltà della vita: “quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta”. Alla serenità e alla pace interiore: “Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia”.

Un pacifista lontano dall’utopia, ma comunque sognatore e fiducioso: “mi piaceva pensare che i problemi dell’umanità potessero essere risolti un giorno da una congiura di poeti: un piccolo gruppo si prepara a prendere le sorti del mondo perché solo dei poeti ormai, solo della gente che lascia il cuore volare, che lascia libera la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano, è capace di pensare diversamente. Ed è questo di cui avremmo bisogno oggi: pensare diversamente”.

È l’insegnamento più grande che ci ha lasciato. “Pensare diversamente”, non conformarsi al consumismo sfrenato di un’economia che tenta di appiattire tutto e tutti. Ed è forse proprio questo il motivo per cui questo grande giornalista è tanto apprezzato dai giovani. Perchè in lui vedono, vediamo, un qualcosa di diverso, lo spronarci a cambiare, noi stessi e gli altri, a cercare un mondo, una vita, migliore.

Hare Tiziano.

Il fresco profumo di libertà

“Poter ammirare la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Parole di Paolo Borsellino che oggi più che mai sono attuali. La contiguità, la complicità, il compromesso morale sono sotto gli occhi di tutti. Il Paese sembra inebetito, incapace di ribellarsi a questo stato di cose che ogni giorno riempie le pagine dei giornali e che pervade tutto il territorio italiano, basti pensare agli arresti tra Calabria e Lombardia. Anche la “Milano da bere”, il cuore della finanza è “colluso” e “compiacente” con i boss dell’Aspromonte. E anche qui tornano in mente le parole di Paolo Borsellino: “politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si accordano o si fanno la guerra. La sensazione netta e chiara è che si siano accordati e che il patto sia ancora più forte di quelli ( occulti o palesi) dei decenni passati.

Sono passati 18 anni da quel fumo, nero e denso, che si alzava nel cielo di Palermo in un’estate calda con le spalle curvate dal dolore della strage di Capaci. Sono passati 18 anni dal discorso di Paolo Borsellino alla Biblioteca di Marsala il 25 giugno 1992 quando sapeva già che la sua fine era vicina.

Paolo Borsellino usava parole desuete per il mondo di oggi “E’ bello morire per ciò in cui si crede: chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. E questo non è un grido di battaglia o il riconoscersi in una parte politica. E’ il testamento di un uomo onesto, di un magistrato fedele alla legge e alla Costituzione. Un magistrato che ha frapposto la sua integrità morale a quel potere  “colluso e compiacente”  che aveva deciso di scendere a patti con la criminalità organizzata.

Una legge contro la libertà

La libertà è la base di uno stato democratico. Lo diceva Aristotele, filosofo greco del 382 a.C. ( cioè praticamente circa 3000 anni fa). Eppure questo concetto, espresso in un periodo storico che ha visto dittatori, re e despoti, sembra oggi perdersi grazie ad una legge liberticida che vuole mettere in ginocchio la giustizia, le forze dell’ordine, l’informazione. Tutto in nome di un concetto di privacy da tutelare. Ma dietro la parola privacy cosa si nasconde: gli affari, le  cricche di tutti i generi e i tipi, i mafiosi? Una privacy che si deve rispettare, parola dell’On.le Daniela Santanchè, anche quando un mafioso parla con un suo familiare ( perché il mafioso quando parla con un suo familiare  mica lo fa per passargli ordini o informazioni, lo fa per scambiarsi  effusioni o per parlare del caldo dell’estate!). Ora una legge sulla privacy c’è già e tutela sufficientemente la “casta” di chi può (pagare un bravo avvocato per esempio). Un caso fra tutti: le foto di Berlusconi nella villa in Sardegna in mano al fotografo Zappadu. Il fido e obbediente Ghedini subito le blocca tramite il Garante. Provate voi a fare una cosa del genere: l’ufficio vi risponderà che dovete sporgere querela alle autorità competenti e quando ci sarà la sentenza si deciderà cosa fare…….Non c’era proprio bisogno di un’altra legge. L’obiettivo di oggi è chiaro: annullare l’informazione ( non solo con il bavaglio ma soprattutto con le multe) e piegare la giustizia alle necessità personali o della cricca di appartenenza.

La giustizia si occupa di mafie, di corruzione, di appalti, di sanità. Del bene pubblico insomma e le intercettazioni sono oggi uno strumento basilare. All’inizio si è detto le togliamo perché costano troppo ma poi di fronte all’evidenza che costa di più un pedinamento ( e non consideriamo che le società di telefonia si fanno pagare il costo della telefonata anche dallo Stato oltre che dal cliente cosa che non succede in nessun altro Paese Europeo!) siamo passati al fatto che ledono la privacy degli imputati, che siamo tutti intercettati e che le indagini, soprattutto quelle complesse di mafia o di corruzione si possono tornare a fare con i pedinamenti. Ora per esempio come denuncia l’ANFP (Associazione Nazionale Funzionari di Polizia) il turn over nelle forze dell’ordine è “stagnate” e quindi nelle zone ad alta densità criminale spesso i poliziotti sono gli stessi da anni ( e quindi ben conosciuti alla cittadinanza, buona e cattiva). Come è ipotizzabile che una persona riconoscibile per ruolo e funzioni possa pedinare il criminale della propria zona? Sarebbe scoperto dopo 5 minuti! E d’altra parte il Ministero dell’Interno non ha in programma né nuove assunzioni né nuovi concorsi ( l’ultimo è stato bandito nel 1999). Ma non parliamo solo di reati di mafia pensiamo allo scandalo della Clinica Santa Rita a Milano ( protesi innestate a pazienti che non ne avevano bisogno, interventi chirurgici non necessari….), una truffa sanitaria in grande stile. Pensiamo a Parmalat…..Ora però d’improvviso e in disprezzo ad ogni richiamo alla ragionevolezza bisogna approvare questa legge.

Una legge che impone agli editori di entrare in redazione per controllare cosa si scrive ed evitare multe salatissime. Tutto questo forse si può riscontrare in Cina, un paese che sta uscendo adesso dai rigidi vincoli di un sistema politico totalizzante. In America un giornalista può pubblicare intercettazioni, notizie di fonti anonime ( ricordiamo tutti “Gola profonda” che con le sue dichiarazioni aprì la strada alle dimissioni di Nixon). Certo però la privacy negli Stati Uniti la troviamo tutelata durante il processo. Esattamente il contrario di quanto avviene in Italia. Sarebbe utile fare un viaggio nei tribunali ed assistere, la mattina, alle udienze e così ascoltare, di fronte ad un pubblico eterogeneo, la dichiarazione e l’interrogatorio di una donna violentata, il racconto di una prostituta truffata da un rivenditore di telefonia o la causa per recupero credito di un signore che ha vergogna dei propri debiti. Perché questo sì e poi non possiamo sapere che Bertolaso è d’accordo con un gruppo d “amici” ai quali concede lavori per milioni di euro? Milioni che diventano miliardi perché gli imprenditori utilizzano materiale scadente o ne dimezzano la quantità o perché invece di bonificare un’area gettano in fondo al mare i rifiuti tossici (vedi Maddalena). La censura che si vuole adottare contro informazione e giustizia è peggio dell’olio di ricino del famoso ventennio anche perché vuole piegare gli spiriti con la fame. Come diceva Luigi Einaudi “ la libertà economica è la base della libertà politica” e in questo paese in piena crisi ( e dove la ripresa è molto lontana) la libertà economica è un sogno e rischia di offuscare la libertà politica.

Molte le voci autorevoli, di giuristi e storici, che chiedono la disobbedienza civile e forse questa rimane l’unica vera arma per battere l’esercito del potere.

(pubblicato su Calabria Ora il 5 luglio 2010)

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