Medici e infermieri: vivere il coronavirus e guardarlo negli occhi

La quotidianità degli uomini e delle donne del servizio sanitario nazionale nelle zone più colpiti.

Fabio Fedeli, Presidente dell’Ordine Professioni Infermieristiche di Lecco, 32 anni, infermiere di rianimazione cardiovascolare adesso in prima linea per l’emergenza Covid-19. Lui lavora all’ospedale cittadino, dove è nato da una famiglia che gli ha trasmesso la passione per questo lavoro e l’umanità il rispetto del paziente. Padre infermiere, madre ostetrica, impegnati anche nei paesi in via di sviluppo. Lui lavora a ritmi serrati. Dice “ all’inzio aveva 6 posti per la rianimazione ora siamo a 20 più altri 10 in un presidio vicino”. Parla delle carenze del personale, dei tagli fatti alla sanità negli ultimi anni mancano circa 12mila infermieri oggi. C’è bisogno di servizi territoriali più vicini alle persone (infermiere di famiglia, di comunità) bisogna spingere sulla telemedicina. Ma adesso l’emergenza ha la priorità su tutto. Grazie alle donazioni si stanno facendo acquisti per poter attrezzare e riorganizzare in un’ottica di terapia intensiva.

E poi c’è l’aspetto umano che tocca i sentimenti di chi lavora nelle terapie intensive: un impatto emotivo che riguarda anche le famiglie del personale sanitario. La paura di essere vettori della malattia tra i propri cari.Un impatto che riguarda le persone che arrivano che potrebbero essere “ i nostri genitori, i nostri nonni. Sono persone non numeri”. Fabio riflette anche su alcuni aspetti del virus. Quello negativo:la sottovalutazione che ha portato a minimizzare, a continuare a vivere una socialità che è stata un vulnus. A Fabio hanno fatto male le foto di chi ha continuato a incontrarsi e non ha rispettato le regole. Ma c’è anche l’aspetto positivo:la vicinanza dei cittadini “ in ospedale ci viene portato di tutto, cibi bigliettini poesie. Questo virus è stato un amplificatore emotivo, ci chiede di non dimenticare” e chiude dicendo “comunque noi non siamo eroi, facciamo il nostro lavoro come lo facevamo ieri!”.

Ospedale di Varese

Aurelio Filippini,Presidente Ordine professioni infermieristiche di Varese, segue i tamponi. Anche da lui i ritmi sono serrati e per lui il rischio più grande è la stanchezza e quindi un calo di attenzione laddove, invece, bisogna essere sempre vigili.Iniziano ad arrivare anche giovani con sintomatologie da coronavirus e l’ospedale di Varese accoglie pazienti da Cremona, Milano. Le carenze nel personale sono tante ma lui dice “Oggi è il momento del fare”. L’ospedale si sta riorganizzando per le unità operative soprattutto della rianimazione. Aurelio fa una riflessione “ ci sono due Italie: i preoccupati da subito e i mai preoccupati. In mezzo ci siamo noi, negli ospedali, e i malati”.

I turni sono di 12 ore, potrebbero piegare chiunque ma c’è la solidarietà dei cittadini che  riempie il cuore e fa andare avanti. Certo questa potrebbe essere “un’occasione per guardarsi dentro, per riflettere che sei un cittadino, che c’è bisogna di senso civico. Che questo è il momento del NOI e non dell’IO”.

Ospedale di Sassuolo

Silvia Vaccari, Vice Presidente della Federazione Nazionaledelle Ostetriche, lavora in Sanità dal 1980 ed è l’unica, in Italia ad occuparsi di risk managment all’interno degli ospedali. Racconta come il presidio ospedaliero di Sassuolo si è trasformato in un ospedale Covid-19. Le strategie applicate, la flessibiltà del personale sempre disponibilegià sperimentata nel terremoto del 2012. Ogni 4/5 ore si invertono i reparti in funzione delle emergenze e le priorità. Una parte dell’ospedale deve rimanere “pulito” cioè disponibile per gli ammalati con COVID-19. L’ospedale è come un campo di battaglia e Silvia dice “abbiamo imparato dai militari dell’Accademia di Modena”. Paragona il suo ospedale ad una squadra di pallavolo, una squadra unita che regge anche contro un avversario forte e subdolo come questo virus. Una squadra che quando entra in attività mette una tuta che non solo non gli permette di mangiare ma anche di fare pipì! Dalle 10 alle 12 ore in queste condizioni.

Sente forte il problema dell’addio: cioè far salutare dai parenti chi sta per morire. Hanno organizzato le video chiamate,ai familiari dei preagonici è stato permesso di entrare, con le tutte e tutte le precauzioni, perché “bisogna dirsi addio” e dalla prossima settimana l’ospedale avrà 20 unità video per permette sollegamenti skype tra pazienti e familiari.

Altro problema sono i parti: cesareo o naturale? Intanto i piccoli ospedali ospitano le donne gravide fino al momento del parto e la linea è scegliere il cesareo: nella stanza solo 3 persone con la puerpera. Un travaglio richiederebbe più persone ed aumento delle possibilità di contagio.

Ma Silvia parla anche della riconversione delle fabbriche del territorio: le manifatture fanno mascherine e i camici doppi per gli operatori sanitari, la Ferrari produrrà respiratori. Sono tornati al lavoro infermieri e medici in pensione come Don Debbi, diventato sacerdote nel 2018 con parrocchia a Correggio, e tornato a fare il pneumologo in corsia!

Fabio, Aurelio, Silvia non hanno mai pronunciato la parola “arrendersi”. Mai! Hanno esposto problemi, criticità ma hanno anche detto “noi siamo qui, questo è il nostro lavoro, non lasciamo indietro nessuno!”22 (Pubblicato su Tiscalinews il 22 marzo 2020)

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