Coronavirus, il manager della fabbrica italiana in Cina: “Così siamo riusciti a ripartire dopo un mese”

L’azienda è la LU-VE Group, gruppo varesino quotato su MTA e terzo operatore mondiale nel settore degli scambiatori di calore ad aria. “Mi chiudevo in ufficio e piangevo”.

Non è un’epoca di cambiamento, ma il cambiamento di un’epoca”. Inizia così il colloquio con Thomas Stiller, general manager della LU-VE Group in Cina. Lo stabilimento che ha appena riaperto si trova a Tianmen, nella provincia di Hubei a poca distanza da Whuan epicentro della pandemia da Coronavirus. La LU-VE Group è uno dei maggiori costruttori mondiali degli scambiatori di calore ad aria e ha 9 stabilimenti al di fuori del territorio nazionale. Un’azienda che ha la sede principale a Uboldo (Varese), con un fatturato di oltre 390 milioni di euro. Insomma un’azienda leader e che ha scelto la Cina, paese in forte espansione, per una nuova sede.

Un continente

Thomas Stiller conosce bene la Terra del Dragone essendoci stato prima dal 2001 al 2011 ed essendo poi tornato nel 2016 con LU-VE Group “La Cina non è un paese ma un continente praticamente sono 23 Taiwan anche per culture, religioni, lingue”: Ma la Cina è anche il paese che negli ultimi 10 anni si è sempre più aperto al mondo e al mercato globale grazie a quella che Stiller definisce “l’oligarchia capitalistica” che ha fatto crescere la “classe media” che oggi si aggira intorno ai 600 milioni di persone che acquistano, viaggiano, scambiano. La fabbrica di Tianmen nasce anche per la volontà politica cinese di sviluppare le aree rurali. E questo porta benefici a chi investe: costruzione dell’edificio, costo della manodopera, fitti ridotti.

Su tutto questo si abbatte il coronavirus, che inizia a circolare, racconta Stiller, intorno alla prima settimana di dicembre ma fino alla data del Capodanno cinese, 24 gennaio,non si decide per il “lockdown” che è stato attivo fino a lunedì scorso (12 marzo). La fabbrica ha chiuso, come tutte le altre. Tutto si è fermato. Il presidente di LU-VE, Iginio Liberali, a febbraio dichiara “Dall’Italia siamo in costante contatto con le massime autorità locali, con le quali si stanno coordinando interventi di supporto e fornitura di materiali sanitari. Tutto il nostro personale, italiano e cinese, è rimasto sul posto, per supportare questo sforzo straordinario.” E pensare che neanche 30 giorni dopo sono i cinesi adesso ad aiutare noi con mascherine, medici, infermieri!”

La produzione è ripartita

Ma la produzione è ripartita anche se tra mille difficoltà: in Cina la quarantena la fai ogni volta che ti sposti da o per la Provincia dello Hubei o se si arriva dall’estero. E non la fai a casa ma nei luoghi deputati dal governo. Thomas Stiller adesso sta facendo la sua in fabbrica. I suoi familiari in arrivo dall’Italia la faranno a Shangai e se lui vuole andarli a trovare dovrà fare un’altra quarantena.

E comunque i controlli continuano: 4 volte al giorno passano a misurare la febbre. Ma il Paese sta ripartendo si sente “l’odore” della ripresa, un po’ come si sente la primavera. In fondo la Terra del Dragone non si ferma mai. Stiller riporta un dato: la media dei giorni lavorati, in Cina, è di 250 giorni l’anno! Dice “nel prossimo mese spero che tutto torni alla normalità” e d’altra parte il sistema politico non potrebbe permettersi di non andare avanti: il rischio è che le 23 Taiwan che compongono la Cina si possano disintegrare.

Ma ci sono stati momenti di difficoltà “mi veniva da piangere e mi chiudevo nel mio ufficio” ma c’è la certezza di uscire dal tunnel e vedere la luce.

(Pubblicato su Tiscalinews il 24 marzo 2020)

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