Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Notizie dall'Italia

La sanità è una montagna di soldi e potere. Otto scandali dove il malato non conta nulla

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“Mia figlia senza voler essere…mia figlia…è dieci volte più brava, e poi dico io i nostri figli, tu immagina quando aggiusto le cose nei concorsi e se capita a mia figlia? Che pur essendo più brava di…non può andare avanti … e allora mi sento un verme … dico mi sa che faccio parte anche io di questo sistema! però veramente, se il figlio veramente … ma io provo ammirazione per le persone brave. Siccome lo so i mezzucci, mi … cioè una cosa alluci… cioè il mio cruccio… ma così, ma questo come farà… andrà sempre avanti così”. Così la dirigente Maria Benedetto, da ieri agli arresti, raccontava ad una collega il “sistema” di malaffare della sanità lucana. Concorsi truccati. Pizzini in puro stile mafioso. Turbativa d’asta. Falso ideologico. Distruzione di atti pubblici. Una lista “dei verdi”. Frode. Tutto in un unico atto, l’ordinanza di custodia cautelare del Tribunale di Matera nei confronti di oltre 30 soggetti tra cui il Presidente della Giunta Regionale lucana, Marcello Pittella, medico egli stesso, appartenente ad una delle famiglie più in vista sulla scena politica del territorio.

La “legge” che risale agli anni Settanta
Ma questa modalità di gestione del settore viene da lontano e non riguarda solo una regione. Ha inizio alla fine degli anni 70 con la nascita delle Regioni e il decentramento e l’attribuzione del sistema sanitario nazionale, nato con la Legge Anselmi, la n.833 del 1978, e che permette, ancor oggi, con tutti i limiti del caso, l’assistenza gratuita a tutti i cittadini.
Il decentramento però ha spalancato le porte ad un business quasi più lucroso delle opere pubbliche, basti pensare che, secondo il Report Istat, pubblicato il 4 luglio 2017, nel 2016 la spesa sanitaria corrente è stata di 149 miliardi e mezzo di euro e ha inciso sul Pil nella misura dell’8,9%, ed è sostenuta per il 75% dal settore pubblico e per la restante parte dal settore privato. La spesa sanitaria pesa su un bilancio regionale oltre il 60%. Una montagna di soldi, gestiti non nell’ottica dell’ottimizzazione del sistema sanitario quanto in quella del “sistema” personale, per ottenere maggiori consensi elettorali, per una migliore posizione, in cambio di soldi o benefit di diversa natura. Una montagna di soldi che si è riversata nelle regioni a partire da oltre 30 anni fa e che piano piano ha corroso persone, partiti e dove i sistemi criminali, soprattutto in alcune aree, hanno trovato terreno fertile.

La lezione di Provenzano
Lo stesso “Zi Binnu”, cioè Bernardo Provenzano, fui i primi ad intuire che il business era nella sanità pubblica. Nel 2006 la commissione d’accesso insediatasi nell’Asp di Locri a seguito dell’omicidio Fortugno, vice Presidente della Regione Calabria, aveva scritto: «Il quadro che emerge fa ragionevolmente presumere che forze mafiose locali si siano infiltrate nell’area dell’istituzione sanitaria. Il numero dei dipendenti non è quantificabile, in quanto in troppi sono stati arrestati o sospesi ma continuano a percepire lo stipendio». Ma non parliamo solo di Sud, o di un solo partito. E questo sistema è figlio di quel federalismo invocato, spinto e praticato come la panacea di tutti i problemi e come l’emblema di una parte che funziona,il Nord, contro il resto del Paese. E che ha portato alla bancarotta tanti territori, sulla pelle dei cittadini, favorendo spesso, e solo, gli interessi personali e privatistici. Se torniamo indietro con la memoria, dagli anni 90 ad oggi, da Roma a Torino a Milano, da L’Aquila a Bari e ora Matera molti sono i casi. Proviamo a fare un piccolo elenco, non esaustivo, che serve però per fotografare un fenomeno che non ha colore politico, appartenenza, ideologia e che ha come unico comune denominatore i soldi. La salute dei cittadini come strumento per fare affari, per acquisire potere personale, per la “famiglia”.

Tappa per tappa
1- 1994, il caso dell’ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, liberale, che viene arrestato in relazione a tangenti per circa nove miliardi di lire ottenute da industriali farmaceutici dal 1989 al 1992, durante il suo ministero. Per questo condannato in via definitiva a 5 anni e 4 mesi di reclusione. Nel 1991, insieme a Duilio Poggiolini, direttore generale del servizio farmaceutico nazionale e membro della P2, decise l’obbligatorietà del vaccino contro l’epatite B. La sua decisione era stata “spinta” da una tangente da 600 milioni di lire pagata dalla Glaxo SmithKline, unica azienda produttrice del vaccino. Duilio Poggiolini era già stato accusato, nel 1993, di prendere tangenti dalle case farmaceutiche e fu soprannominato “Il Re Mida della sanità”.

2- 1997, a Milano parte l’inchiesta “lastre pulite” , che porta alla luce un caso di corruzione ai danni delle Asl. Protagonista della vicenda Giuseppe Poggi Longostrevi, titolare di un Centro di medicina nucleare, il quale – secondo l’accusa – aveva corrotto centinaia di medici di famiglia affinché inviassero i propri pazienti nel suo centro, in cambio di tangenti. Poggi Longostrevi collaborò alle indagini ma alla vigilia del processo si suicidò.

3- Tra il 2001 e il 2003 tocca al Piemonte: una tangente versata da un’imprenditrice cuneese, Renata Prati, nelle mani di Luigi Odasso, direttore generale dell’ospedale Molinette di Torino, viene ripresa dalle telecamere nascoste dalla Guardia di Finanza del capoluogo piemontese. Oltre a Odasso ci sono una decina di altri indagati per un giro di tangenti pagate per favorire appalti di varia natura, sia edile sia di fornitura di materiale sanitario. Nel 2003, ancora in Piemonte, l’allora direttore generale dell’assessorato alla sanità, Ciriaco Ferro, finisce nell’occhio del ciclone per un giro di mazzette legate all’accreditamento di alcune cliniche private. Nell’autunno del 2002 alle Molinette di Torino scoppia il cosiddetto scandalo delle ‘valvole killer’. Dopo la confessione di un imprenditore, le indagini rivelano che negli anni precedenti erano state impiantate in 134 pazienti valvole cardiache difettose. Sette i morti. Indagati i due cardiochirurghi che dirigono il reparto, il direttore Michele Di Summa e il suo vice Giuseppe Poletti: l’ipotesi è che abbiano intascato tangenti per assegnare l’appalto per la fornitura di valvole e ossigenatori a due aziende, For.Med di Padova (che le importava dal Brasile) e Ingegneria Biomedica che, invece, forniva valvole della Sorin di Saluggia (Torino) e ossigenatori. Nel 2007 Di Summa viene assolto dall’accusa di omicidio colposo e lesioni, ma condannato a due anni, 10 mesi e 20 giorni per le tangenti. Anche Poletti viene assolto dall’accusa di omicidio e lesioni. Nel 2003 l’inchiesta di Torino si allarga a Padova, dove viene indagato l’ex primario di cardiochirurgia dell’ospedale Gallucci, Dino Casarotto, per corruzione, omicidio colposo e lesioni. Anche lui avrebbe impiantato le valvole cardiache provenienti dal Brasile e risultate poi difettose in 34 pazienti. Nel 2008 viene condannato a sette anni e 8 mesi e nel 2011 viene definitivamente assolto dalla Cassazione.

4- 2007, Milano Clinica Santa Rita , la Guardia di Finanza porta alla luce quanto accadeva all’interno della struttura: decine gli interventi chirurgici effettuati senza necessità, solo per ottenere i rimborsi dalla Regione. Quarantacinque i casi di lesioni accertate, quattro i morti. Il primario di chirurgia toracica, Pier Paolo Brega Massone è stato condannatoall’ergastolo anche in appello ma la Cassazione, con motivazione depositate il 3 aprile 2018, la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza impugnata limitatamente al dolo di omicidio e alla qualificazione giuridica dei reati, rinviando per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’assise d’appello di Milano.

5- 2011, Lombardia e la bancarotta della Fondazione San Raffaele. L’ipotesi è che Pierangelo Daccò, abbia sottratto milioni di euro all’ospedale attraverso fatture gonfiate e che li abbia ricevuti da Mario Cal, braccio destro di Don Verzé, morto suicida il 18 luglio dello stesso anno. Per questa vicenda non ha ancora ricevuto un verdetto definitivo dalla Cassazione. Nel 2012 il nome di Daccò finisce anche nel caso Maugeri, che coinvolge – tra gli altri – pure l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni, l’ex assessore alla Sanità della Lombardia, Antonio Simone e il presidente della Fondazione, Umberto Maugeri. Numerose le accuse: a vario titolo si va dal riciclaggio di denaro all’appropriazione indebita, dall’associazione per delinquere alla frode fiscale.Nel maggio 2018 ha rinunciato parzialmente ai motivi d’appello in seguito a un accordo sulla pena raggiunto con la procura generale.

6- 2015, Milano, caso Mantovani, ex assessore alla Sanità della giunta di Roberto Maroni, viene arrestato con l’accusa di corruzione e corruzione per appalti nel settore sanitario. A fine gennaio 2106 il pm di Milano Giovanni Polizzi chiede il rinvio a giudizio per lo stesso Mantovani e per altre 14 persone, tra cui l’assessore regionale all’Economia Massimo Garavaglia.

7- 2008, Abruzzo viene arrestato Ottaviano Del Turco, governatore dell’Abruzzo, assieme ad altre persone, nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Pescara sulla sanità regionale. L’accusa è di associazione per delinquere, corruzione e concussione per gestione privata nella sanità. Si parla di circa 14 milioni di euro passati da mano in mano. A scatenare la bufera le dichiarazioni di Vincenzo Angelini, patron della clinica Villa Pini di Chieti (poi assolto in Appello). A novembre 2015 De Turco viene condannato in Appello a 4 anni e due mesi. Il 27 settembre 2017 La Corte d’Appello ha ridotto la pena di Del Turco, confermando solo quella a 3 anni e 11 mesi per induzione indebita, dopo che la Cassazione aveva annullato la condanna per associazione a delinquere.

8- 2010, la sanità pugliese è finita più volte nell’occhio del ciclone, ma tra i casi più eclatanti c’è quello del 2010 che riguarda Lea Cosentino, ex direttrice generale dell’Asl Bari insieme all’ex senatore del Pd ed ex assessore regionale Alberto Tedesco, a Giampaolo Tarantini e decine di medici e dirigenti sanitari. Sono tutti coinvolti in vicende legate ad appalti truccati e alla presunta cattiva gestione della sanità pugliese.

(Pubblicato su TRiscalinews 11 luglio 2018)

L’energia pulita di Cosa Nostra

E’ di questi giorni la notizia  di arresti relativi agli appalti di Trenitalia. 42 indagati. Il cuore dell’operazione e’ Bologna. “Un sistema radicato e strutturato nel tempo “, cosi’ lo definisce il procuratore Giuseppe Quattrocchi. Anzi a dirla tutta si parla della gestione degli appalti con il metodo Siino ( il Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra). Un metodo consolidato in cui le aziende si sedevano intorno ad un tavolo e si partivano i lavori.

Un metodo non solo siciliano per la verita’ e con il quale tutti gli appalti, soprattutto le opere pubbliche, sono stati gestiti dal dopoguerra ad oggi.

Ma vogliamo anche parlare dei settori che oggi sono aggrediti dal sistema degli appalti e del crimine. E lo facciamo con  una storia che viene dalla Sicilia, che ha gia’ visto un processo concluso nel 2010, e che inizia nel lontano 2003 quando alcune imprese, fra le quali la ENERPRO e la SUD WIND S.r.l. presentarano al Comune di Mazara del Vallo l’autorizzazione a realizzare parchi eolici sul territorio comunale. Dalle indagini, condotte dalla Polizia e dai Carabinieri di Trapani, si evidenzia  come Melchiorre Saladino, imprenditore locale vicino al boss,latitante, Matteo Messina Denaro “u siccu”,sia divenuto il regista dell’operazione  su incarico ricevuto dal “reggente” del mandamento  mafioso di Mazara del Vallo, Matteo Tumbarello.

Il Saladino riesce a venire in possesso del progetto di una delle imprese, la “ENERPRO”, che veniva prelevato dagli uffici comunali in cui era custodito. Questa operazione favoriva la SUD WIND che poteva quindi fare il restayling al proprio potendo avere come pietra di paragone l’offertya del suo competiro. Intano i soci della SUD WINd, Franzelli e Aquara, concordavano con lo stesso Saladino ed un consigliere comunale di Mazara del Vallo, Vito Martino, un patto con cui gli stessi avrebbero ricevuto 150 euro in due tranches. La prima doveva anche servire a pagare “l’appoggio” di altri pubblici ufficiali coinvolti in questo scambio: appalti-soldi-potere. E soprattutto la gestione dei fondi destinati all’energie rinnovabili, nuova frontiera del business delle mafie.

  
Ignazio De Francisci procuratore aggiunto Dda di Palermo: «Cosa nostra cerca sempre appoggi nella pubblica amministrazione. La prima frontiera della lotta alla mafia, per questo motivo, è proprio l’azione sulle amministrazioni comunali.Nel progetto di realizzazione del parco eolico era necessario un diretto contatto col territorio e, in questo senso, Cosa nostra nel trapanese si muove benissimo». 

Giuseppe Linares,ai tempi dell’operazione ( 17 febbraio 2009) Capo della Squadra Mobile di Trapani e oggi a capo della sezione Anticrimine della Questura di Trapani, disse : «C’è un patto occulto tra Cosa nostra trapanese e alcuni imprenditori nel settore dell’energia eolica. C’era un vero e proprio accordo di corruttela tra imprenditori e funzionari comunali di Mazara del Vallo ma anche con un consigliere comunale dello stesso Comune. Cosa nostra preferisce l’approccio con le imprese al racket delle estorsioni. Cosa nostra è sempre attenta a valutare le nuove evoluzioni del settore imprenditoriale e a cogliere la moda del momento, che nel caso specifico è quella dell’energia eolica.”

 Dalle indagini  emerso anche che tutti sapevano, e soprattutto le imprese, sapevano che per lavorare bisognava rivolgersi al “Capo” del territorio e così fece anche  la società “Fri-El Green S.p.a.” di Bolzano che voleva entrare e lavorare nel campo dell’eolico. E per Mazara del Vallo la società trentina scelse come riferimento Vito Marino e lo sostenne per 30 mila euro nella sua campagna elettorale dle maggio 2006 . E così che per lavorare si innescano i meccanismi di corruttela e collusione.

Per questo sono stati condannati, anche in appello, l’ex assessore e consigliere comunale di Forza Italia, Vito Martino,  due anni per corruzioni, per i giudici, però, Martino non era al corrente dei progetti della famiglia mafiosa di Mazara sullo stesso impianto. Franzinelli è stato condannato ad 1 anno e 2 mesi, il suo socio Antonio Aquaro, ad 1 anno, 5 mesi, 24 giorni. I giudici di secondo grado hanno confermato la condanna a 8 anni e 4 mesi per Giovan Battista Agate, fratello del “padrino” di Mazara, “don” Mariano Agate. Sono stati condannati anche l’ex capo dell’ ufficio tecnico del Comune di Mazara del Vallo, ‘architetto Pino Sucameli, 7 anni e 1 mese, e Nino Cuttone, 6 anni e 7 mesi. L’imprenditore salemitano Melchiorre Saladino ha patteggiato in sede di udienza preliminare.

In questo caso la giustizia è  stata rapida e senza capovolgimenti di sentenze. Un esempio soprattutto per una regione, come la Sicilia, dove la “zona grigia” tra professionisti, imprenditori, politica e Cosa Nostra  è spesso labile. Ma anche la fotografia di un sistema economico, di lavoro, di impresa e politico che non lascia spazio se non all’onestà e alla trasparenza. E questo metodo in un momento in cui le banche non danno credito ( ultima stima il 70% del crdito bancario va al 10% di clienti medio –grandi ma che sono anche i più insolventi) per molti, troppi rimane l’unico modo di lavorare. E fanno sempre più gola gli appalti nelle aree dove arrivano i grandi finanziamenti europei che siano per le nuove tecnologie e per le energie pultie. Sempre a Trapani in un’altra operazione, Cosa  Nostra Resort,  stato confiscato un villaggio turistico di circa 12 milioni di euro arrivati con finanziamenti europei. La frode all’Unione è diventata uno dei meccanismi fondanti del nuosistema economico del crimine organizzato in tutta Europa tanto che Al jazeera ha dedicato un’inchiesta alla nuova frontiera del business non solo delle mafie.

Se fare giustizia costa

La cricca del G8. Gli appalti per l’Expò 2015 e quelli per i mondiali di nuoto. Ma anche gli appalti del terremoto dell’Irpinia del 1980. Gli appalti della Salerno Reggio Calabria ma anche quelli della piccola statale in Basilicata o nel nord della Lombardia.

Gli appalti per gli inceneritori o anche quelli delle mense scolastiche. Uguale la corruzione, uguali i meccanismi. Qualche volta più rozzi, qualche volta più raffinati.

Tangentopoli è servita per “rodare” la macchina degli appalti, per affinare le tecniche a partire dai bandi per le gare. Si sono studiate le griglie, le normative della comunità europea. E , come sempre in Italia, fatta la legge si  è trovato l’inganno.

E qualche volta l’inganno viene aiutato dalle normative nazionali come quella appena introdotta dell’aumento del tetto relativo alla trattativa privata negli appalti pubblici (ci si propone di passare da 500.000 a 1,5 milioni di euro così come esplicitato nel ddl da approvare in Senato, già approvato alla Camera). Tutto aiutato, forse anche dalla crisi economica  in atto, di decidere le gare basandosi sul criterio del massimo ribasso anche se poi nel bando si parla di offerta tecnica, di struttura aziendale.

Questo  il terreno degli appalti pubblici. Una volta erano i cartelli di imprese che decidevano il ribasso, che era minimo; e si spartivano territori e soldi.

Oggi la pratica richiede anche un po’ di abilità nel costruire l’offerta, nello scrivere una scheda tecnica tanto da far si che la commissione giudicatrice possa dare i punti necessari ed evitare ricorsi e grane di qualsiasi genere.

Ma forse sarà la crisi, forse questo spudorato senso di essere al di sopra di tutto che pervade gran parte della nostra Italia, forse sarà l’arroganza o forse anche un po’ di stupidità per cui si assiste sempre più spesso a qualcosa che se non fosse devastante per la nostra economia e per il lavoro potrebbe anche sembrare la commedia degli equivoci.

Vogliamo raccontarvi la storia di un appalto senza voler esprimere giudizi anche perché  il TAR, dopo aver negato la sospensiva, adesso vuole entrare nel merito.

L’inizio: la Regione Abruzzo indice una gara da 125000,00 euro per “la realizzazione di un nuovo claim, supporto di prodotti grafici e multimediali e proposta di piano mezzi per campagna pubblicitaria”. Attenzione però perchè questa gara, che tutto sommato sembra molto piccola, è  propedeutica ad un impegno, della Regione, per una campagna pubblicitaria tra i 1.300.000,00 e 1.600.00,00 euro. Attenzione perchè questo  è un meccanismo molto diffuso proprio per sottrarsi ad una gara ufficiale ed  un modo perchè chi ha poi vinto la gara dell’importo inferiore possa avere direttamente quella di  importo superiore. I partecipanti alla gara in questione sono 12 .

I criteri di valutazione erano 70 punti per l’offerta tecnica (composta da 40 punti per coerenza della strategia, 20 per il piano mezzi e 10 per la qualificazione e quantificazione del gruppo di lavoro) e 30 per quella economica ( e i punti, in questo caso, sono attribuiti con una formula matematica che privilegia il massimo ribasso).

 Ma cosa accade?

Accade che la prima classificata vince per 10,45 punti sulla seconda ( e con un ribasso del 44%) la quale decide di andare a leggere i verbali della Commissione e qui le cose si complicano perché, per dirla chiaramente, le gare si vincono proprio sui punteggi e se c’è la possibilità, diciamo, di “parlare” con la commissione si sa su quale punto ci si aggiudicherà l’appalto. Questo però richiede che tutto il meccanismo sia perfetto. In questo caso deve essere sfuggito qualcosa ai membri della Commissione poiché  leggendo gli atti si nota come ad un punteggio massimo, per la società che poi ha vinto, corrisponda un giudizio negativo. Ci sono discordanze tra le tavole presentate e le valutazioni  In una tavola si fa esplicito riferimento ad un’altra regione (facendo desumere ch il piano era già stato presentato per altra gara). Forse c’è stata una violazione della par condicio di gara, una violazione dei criteri di interpretazione delle offerte in relazione all’oggetto della gara. Forse.

Ora  è tutto in mano al TAR che deve entrare nel merito. Per fare questo la seconda classificata ha dovuto sborsare 4000 euro,oltre le spese legali ( e questo perché  la manovra finanziaria ha raddoppiato il costo del contributo unificato e pensare che nel 2009 lo stesso contributo era di 500,00 euro!).

Si potrebbe ricorrere anche al Consiglio di Stato senza attendere il TAR ma ci vogliono altri 4000,00 oltre le spese legali e comunque occorrono almeno 2 mesi per avere una sentenza ed  più o meno il tempo che occorrerà al TAR per entrare nel merito.

Nel frattempo la ditta aggiudicatrice potrà firmare il contratto, iniziare i lavori ed essere pronta per il successivo step della gara più corposa.

Conclusione: cosa succederà se chi ha fatto ricorso avesse ragione? Il contratto firmato dall’attuale aggiudicataria sarà valido?

Una riflessione amara: siamo in un momento storico dove la presupponenza della propria forza pensa di poter schiacciare chiunque e anche di rendere la verità un optional. D’altra parte è sempre più difficile battersi per il giusto perché, in ogni settore, la crisi ma anche la paventata soluzione alla crisi, non fa altro che aumentare la diseguaglianza tra le parti e sarà sempre più difficile per una piccola o media impresa partecipare ad una qualsivoglia gara di appalto a meno che non si pieghi agli scambi con i più forti.

Ma soprattutto se continuiamo a far si che le gare siano al massimo ribasso cosa rischiamo? Ad esempio il caso di cui abbiamo parlato  un lavoro di intelletto e chi ha vinto ha espresso un ribasso del 44% il che vorrà dire poca creatività probabilmente. Ma se quel 44% fosse su un appalto di opere pubbliche cosa potrebbe significare?Meno cemento, meno garanzie sul lavoro, meno ferro?

Quindi  sempre più ristretta la possibilità di una libera impresa in un libero mercato.

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

Appalti, il “cuore” del problema

“Tangentopoli  è servita, purtroppo, per migliorare il sistema di corruzione soprattutto negli appalti”. Questa frase, riportata da Nando Dalla Chiesta all’interno di un dibattito su legalità e sviluppo,  la dice lunga su qual sia la situazione oggi nel settore. D’altra parte  su tutti i giornali, in questi giorni, campeggia  il racconto delle vicende che riguardano il presidente Berlusconi ma anche i meccanismi a cui si  è ricorsi per arrivare ad avere appalti, lavori o comunque favori.

Un tempo c’era la segretaria che per fare carriera assecondava le voglie del capo ufficio. Una volta c’erano le case chiuse dove si andava a cercare qualcosa di eccitante e diverso. Oggi tutto questo si è fuso in un sistema di feste, pranzi e cene cambiando anche ruolo e nome a chi le requenta.

Insomma il marketing applicato alla realtà: cosa vuoi? Le donne? E io le metto sul mercato e faccio il prezzo ( un’opera pubblica, una concessione, un vitalizio, un seggio in parlamento).

Ma tornando agli appalti sono sempre stati vitali nell’economia del nostro Paese, dal dopoguerra in poi. Basta ricordare le scene di “Mani sulla città”, film di Francesco Rosi del 1963 e di come veniva gestito lo sviluppo della città.

E dopo sono arrivati i Mario Chiesa, i Craxi, i Gardini , le grandi imprese di opere pubbliche. Nel 1987 si inizia a parlare di “turbativa d’asta”, del cartello che gestiva le gare dell’ANAS e che si divideva i lavori su tutto il territorio nazionale. Tra le imprese di allora qualcuna oggi ha veramente il predominio di alcuni settori di lavori. Allora le riunioni tra imprenditori sembravano quelle dei carbonari, si chiudevano le buste tutti insieme in qualche angolo buio. Poi pian piano non si è  avuta più paura e allora, magari sotto qualche ufficio pubblico, ci si ritrovava, alla luce del sole, per decidere come far andare una gara. Poi arriva Tangentopoli. Mani pulite sembra aver spazzato via il marciume. Ma non  era vero. Il baratto, lo scambio, l’arte di arrangiarsi e fare favori in cambio di qualcosa sembra quasi connaturato al carattere degli italiani.

 Il piccolo imprenditore vuole diventare sempre  più grande e allora si avvicina a quello un po’ più forte di lui, cerca di entrare nel suo giro. Poi capisce che “oliando” un po’ la macchina può avere dell’altro. Inizia così il vortice della corruzione e della collusione. La famosa frase di Franco Evangelisti, deputato DC, “a Frà che te serve?” è diventato il dogma degli appalti, il motivetto che accompagnava lo scambio di favori. E nel tempo di  perfezionato l’ingranaggio. E’ sempre più difficile trovare la prova della corruzione, ma non impossibile e come diceva Giovanni Falcone “follow the money” (segui i soldi)!

La crisi sta intanto stritolando il Paese, il sistema economico, quello creditizio ( con buona pace delle banche che sono state salvate e lo saranno ancora a scapito dei loro clienti). I piccoli sono sempre più piccoli e i grandi sono oramai dei pescecani.  Sono così forti da sentirsi sicuri di poter fare qualsiasi cosa: da manipolare una gara, da potersela costruire a propria immagine e somiglianza ( e questo lo si ritrova anche nei concorsi pubblici). Ma soprattutto sono così forti perché il sistema italiano non dà certezze a chi deve ricorrere alla giustizia. Burocrazia, tempi lunghi ma anche costi così elevati che alla fine rinunci a fare ricorso. Con l’ultima manovra finanziaria un’impresa è  costretta a pagare un contributo unificato per la richiesta di ricorso ad un atto amministrativo, che da luglio ad agosto è passato  da 2.000 euro a 4.000 euro ( solo per  le spese di bolli e carteggi vari). Poi ci sono poi le spese legali. E questo equivale a dire che anche se c’è stata una ingiustificata aggiudicazione (chiamiamola così) se non hai abbastanza soldi da opporti vincerà chi ha imbrogliato.

Quindi se prima, diciamo venti anni fa, comunque il senso di legalità e la voglia di opporsi al malaffare era forte oggi serpeggia lo scoramento per una situazione che sembra senza uscita: solo se hai soldi puoi combattere. E la sensazione che la frase “la legge è uguale per tutti” sia una beffa per chi voglia vivere e praticare la legalità.

 

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

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