Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Notizie dal mondo

In nome di #GiulioRegeni

TITOLO GIULIO

Il 3 febbraio 2016 il corpo di Giulio Regeni, 28 anni dottorando dell’Università di Cambridge, è stato ritrovato in un tratto dell’autostrada che da Il Cairo porta ad Alessandria d’Egitto.
Da quel giorno, di sei mesi fa, molte le versioni e depistaggi sulla sua morte: amicizie omosessuali, un incidente, le sue ricerche, la superficialità dell’Università ….
E siamo passati dalla dichiarazione “La morte di Giulio Regeni è un atto isolato”, del ministro degli esteri egiziano Sameh Shourk di sabato 2 aprile, alla “velina” dei servizi egiziani, arrivata all’agenzia Reuters, riportata sul sito oggi, in cui si fa strada il sospetto che a tradire il giovane ricercatore sia stato proprio Mohamed Abdallah, il capo di quel sindacato ambulanti al centro della ricerca di Giulio Regeni al Cairo. Due fonti della sicurezza egiziana, coperte da anonimato come riportato sul sito della Reuters, hanno dichiarato che il capo del sindacato “ha visitato di frequente uno dei quartier generali della sicurezza egiziana e sei mesi prima della morte dell’italiano ha anche incontrato un ufficiale…….Non si sa se fosse proprio un collaboratore, ma era monitorato. Uno del genere ha un mutuo beneficio ad avere un rapporto con la sicurezza.”

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Ma la morte di Giulio Regeni “non è un caso isolato”, come ha ricordato la mamma,Paola, nella conferenza stampa tenuta al Senato lo scorso 29 marzo e non lo è perchè a dirlo sono i dati dell’Egyptian Centere for Economic and Social Rights che parla di 22 mila arresti per terrorismo da luglio 2014 a ottobre 2015, ai quali si aggiungono, i circa 41 mila tra arresti, rinvii a giudizio e sentenze di colpevolezza tra luglio 2013 e maggio 2014. È così che i rari casi di liberazione, come quello dei due giornalisti di al-Jazeera,Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, sono solo una fessura, e non un’apertura, in confronto alle migliaia di oppositori ancora dietro le sbarre del regime. Una detenzione alla quale, spesso, si aggiungono le frequenti violenze e torture da parte delle forze di polizia. Come nel caso, riportato da Amnesty International, di un ragazzino di 14 anni che ha denunciato di essere stato violentato con un bastone di legno dai suoi carcerieri e di essere stato sottoposto a elettroshock ai genitali. Secondo le indagini di un’organizzazione per i diritti umani egiziana citata da Human Rights Watch, sono 465 le persone che hanno dichiarato di aver subito torture o violenze da parte delle autorità tra ottobre 2013 e agosto 2014. Si parla di 47 prigionieri morti mentre erano in custodia nelle prigioni del regime nei primi sei mesi del 2015, mentre altri 209 hanno perso la vita per “negligenze mediche ” da quando Al-Sisi ha preso il potere.
Un giovane attivista egiziano ha rivolto un appello alla mamma di Giulio: “Tenga duro, affinché suo figlio non diventi una semplice statistica, e che non ci siano altri Giulio Regeni a fare da eroi di fronte ad un regime fra i piu barbari e sanguinari che esistono”.
Una mamma che ha potuto riconoscere suo figlio “solo dalla punta del naso” e che sul suo viso ha visto “tutto il male del mondo” e che da sei messi aspetta verità, nel suo composto silenzio insieme al marito e alla sorella di Giulio.
Una madre alla quale non si danno risposte e che da sei mesi si vede proporre ipotesi di vario genere,evidentemente fasulle perché il corpo di Giulio “parla” e ci racconta le torture, i soprusi che ha patito. Perché tutto questo?
In tutto ciò si inserisce anche la nostra politica. Il Governo ha richiamato il nostro ambasciatore in Egitto, il Senato blocca forniture per F16 al Cairo. E c’è la posizione dell’Università di Cambridge. I professori di Giulio, da molte parti, sono stati indicati come superficiali e di non voler collaborare con l’autorità giudiziaria italiana. La risposta dell’università è apparsa sul sito di Cambridge il 20 giugno 2016 : “Comprendiamo la frustrazione dei pubblici ministeri italiani rispetto alle conclusioni alle quali sono finora pervenute le autorità egiziane. L’università ha esercitato pressione sulle autorità egiziane per riuscire a trovare una spiegazione alla morte di Giulio. Abbiamo, inoltre, invitato il governo britannico ad esercitare pressioni e sostenuto gli sforzi del governo italiano per accertare la verità…….. Per essere chiari, le autorità centrali dell’Università non hanno ricevuto alcuna richiesta di aiuto da parte dei pubblici ministeri italiani e rimangono disponibili a rispondere rapidamente a qualsiasi richiesta di collaborazione. Soltanto un professore di Cambridge ha ricevuto una richiesta di informazioni da parte dei procuratori italiani e ha già risposto a tutte le loro domande in due distinte occasioni. Questa morte non è soltanto una tragedia per la famiglia, ma un attacco alla libertà accademica. Giulio era un ricercatore esperto che utilizzava metodi accademici standard per studiare le organizzazioni sindacali presenti in Egitto. …… Dobbiamo opporci a chi cerca di mettere a tacere gli altri. La missione di Cambridge è “offrire un contributo alla società attraverso il perseguimento di istruzione, apprendimento e ricerca”. Rendiamo omaggio a Giulio, che ha incarnato questa missione e i nostri valori. (Professor Leszek Borysiewicz Vice-chancellor, University of Cambridge da http://www.valigiablu.it/regeni-cambridge-procura/
Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it)

In tutto ciò bisogna ricordare che Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, ong che offre consulenza ai legali del ricercatore torturato e ucciso al Cairo, è stato arrestato il 26 aprile scorso e da allora non ha più lasciato le prigioni di Al-Sisi, così come Malek Adly, l’avvocato per i diritti umani che per primo si è occupato del caso di Giulio.
Paola e Claudio Regeni hanno diritto ad una verità che non vada ricercata, fecendo lo slalom, tra depistaggi, posizioni di governi che giocano con la vita delle persone, tra affari ufficiali e non. Che non debba essere cercata facendo scaricabarile e magari arrivando a dire “beh però se l’è cercata”.
Giulio Regeni, e i tanti come lui di cui ci parlano i dati di Human Rights Watch, meritano la verità, quella vera.
(pubblicato su www.malitalia.it e primapaginaweb.it)

Libero taxi in libero mercato

Il momento economico per l’Italia è molto difficile. Lo è per il presidente del Consiglio Mario Monti, chiamato a gestire una fase delicatissima. Ed è ancora più difficile se si pensa che, in un editoriale, il Washington Post sostiene che il futuro dell’economia mondiale dipenderà dalla capacità dell’Europa di risolvere la sua crisi del debito e probabilmente non riuscirà a farlo fino a quando l’Italia non rimetterà in ordine i suoi conti.
Una battaglia e una scommessa quella a cui si sta dedicando il Presidente del Consiglio. Una scommessa perché tra gli obiettivi della fase 2 del governo ci sono le liberalizzazioni.
Campo minato, lobby in azione,spinte, pressioni e c’è già chi giura che Monti non ce la farà. Molta della carta stampata ha già titolato che l’uomo che ha battuto Bill Gates cadrà sotto i colpi di tassisti farmacisti, notai….Non c’è che dire, il cammino sembra segnato ma sarebbe opportuno ricordare che il professore potrebbe riservarci qualche sorpresa come la domenica della conferenza stampa sulla manovra dove, per tutto il pomeriggio, lanci di agenzia avevano fornito notizie su cosa si stava decidendo e poi gran parte di quello annunciato e pubblicato su siti on line non era presente nel discorso del Presidente Monti.
Quindi attenti ma intanto proviamo a capire cosa ruota, per esempio, intorno al mondo dei taxi sui quali, forse, si deciderà proprio oggi in Consiglio dei Ministri.
16 dicembre giornata di sciopero generale. Non ci sono mezzi in giro. La scelta è tra andare a piedi o chiamare un taxi. Non se ne trovano. Per 20 minuti provo con tutti i radio taxi. Niente da fare: o i centralini sono occupati o non ti rispondono proprio o dopo 10 minuti di attesa al telefono ti dicono “non ci sono taxi disponibili”. Alla fine stremata in netto ritardo su tutto provo il telefono di un posteggio ed oplà il taxi c’è ed arriva in pochi minuti.
Ma come non c’erano taxi? Chiedo al tassista che mi spiega che forse al posteggio ci sono quelli che non hanno il radio taxi (oramai delle mosche bianche) e comunque mi dice che pochi conoscono i numeri dei posteggi, che non viene fatta la pubblicità giusta sul servizio. E soprattutto mi dice che le cooperative, che raccolgono il maggior numero dei taxi, è contraria al numero unico che ridurrebbe questi contrattempi, chiamiamoli così, e che aprirebbe il mercato a tutti senza discriminazione su chi ha la radio o meno.
Natale altra ricerca affannosa di un taxi. Una signora molto gentile mi risponde che “è Natale sono pochissimi a lavorare”. Perdo quasi la speranza di trovare un mezzo quando in una deserta Piazza Mazzini, a Roma, arriva un taxi. Un miraggio ma un viaggio veramente interessante nel mondo del trasporto della capitale.
Il Comune di Roma obbliga al riposo forzato tra Natale e Capodanno per cui degli 8000 taxi in circolazione ce ne dovrebbero essere solo 4000 divisi nei vari turni.
Ma il problema , secondo il mio tassista natalizio, è che mentre una volta ognuno lavorava per sé adesso il business sono le cooperative. Mi dice “ si faccia un conto su una cooperativa con 2000/2500 macchine. Ognuna paga 170 € mese ( una media di oltre 350000 euro mensili ndr). Per entrare nella cooperativa si pagano dagli 8000 ai 12000 euro ( una parte sono la quota di ingresso ed una parte per l’impianto radio)”. Che dire un bel volume d’affari!
Insomma gestire una cooperativa di taxi è un potere e se ne era già accorto Bersani (la città di Roma bloccata per giorni dalla rivolta dei tassisti e che fece il giro del mondo) e ne sta sentendo la presenza anche Monti.
I taxi non si liberalizzano non solo perché ce ne sono a sufficienza ma soprattutto perché si toglierebbe il predominio di alcuni così come non si vuole il numero unico perché in questo modo il cliente non dovrebbe passare per i numeri dei radio taxi .
Secondo il tassista natalizio le macchine a sufficienza ci sono ( 8000 taxi e circa 4000 vetture noleggio con conducente) ma non sono utilizzati con cognizione.
Ma soprattutto si è contrari alle liberalizzazioni perché finiribbe “l’affare” delle cooperative. Una gestione che porta nelle tasche delle cooperative, solo a Roma, oltre 500 mila euro mese per un giro d’affari annuo di oltre 50 milioni di euro. Il problema infatti è che ci sono tanti tassisti che non solo hanno pagato la licenza ma hanno versato una quota di ingresso “salata” per entrare nelle cooperative e che ogni mese, al di là di quanto incassano, devono la loro quota di “affiliazione” che serve, tecnicamente, per coprire le spese di servizio e assistenza. Se il mercato si liberalizza hanno paura che non recupereranno più quanto hanno speso (perché sanno che devono rimanere vincolati alla loro centrale radio) e chi è a capo delle cooperative sa che perderà il proprio potere, che significa soldi, vantaggi elettorali, scambi di favori. Insomma la rappresentazione del familismo amorale di Banfield. Una fotografia della “famiglia” da proteggere a tutti i costi. E chi è disponibile a perdere tutto questo?

(pubblicato su www.malitalia.it)

Sartori: “noi retti da buffoni”

Una piccola libreria “Nero su Bianco”, a Roma, al centro di Trastevere, a Piazza San Cosimato, la passione di Mariangela Mincione e la voglia di portare la cultura e le grandi storie tra la gente. Con questi ingredienti ( e con la complicità delle telecamere di RAI Millepagine e Vittorio Castelnuovo) nasce il colloquio con il professor Giovanni Sartori, politologo di fama internazionale, nato a Firenze nel 1924 compagno di Università di Giovanni Spadolini che “aveva in testa di diventare Presidente della Repubblica e non ci riuscì per un voto”.

Ha appena pubblicato un libro “Logica,metodo e linguaggio nelle scienze sociali” in cui enuncia la sua convinzione che nessun progresso scientifico può essere raggiunto quando mancano basi concettuali e metodologiche precise poiché nulla si produce se non si è “criticamente” consapevoli di ciò che si sta studiando ed analizzando. La coscienza critica, per il professor Sartori, rende lo scienziato sociale un “pensatore consapevole” che guarda al suo oggetto di analisi senza lasciarsi fuorviare dai miraggi delle tecnologie contemporanee.

Ma il Professore parla anche del fatto che la nostra vita è un mix di caso, fortuna e ostinazione. Ma parlare con Giovanni Sartori è un’avventura che parte dai suoi studi e dall’Università e che arriva ad oggi: alla crisi, ai giovani, alle prospettive di questo mondo.

-Professore partiamo dalla questione Bankitalia. Un “pasticciaccio” brutto

Del problema di Bini Smaghi si sapeva già da tre mesi, la carica ha una durata fissa e quindi Berlusconi non poteva promettere a Sarkozy nulla. Quando si fanno le offerte devono essere accettabili. Ma il nostro governo è  nella totale disorganizzazione, siamo nelle mani di dilettanti di terza categoria. Siamo retti da buffoni.

-Parole forti professore, passiamo alla politica estera: dopo la Libia la Siria?

Non credo, la situazione è completamente diversa. Dietro la Siria c’è l’Iran e finchè c’ è questo sostegno non succederà nulla. Intanto anche la Turchia sta diventando un riferimento. Comunque si tratta di lotte legate al petrolio. Adesso ci sarà un po’ di confusione, qualche cambiamento e poi si tornerà ad un sistema di banditi.

-Per quanto riguarda la Libia quali le possibilità dell’Italia per la ricostruzione?

La Libia l’abbiamo persa. Siamo riusciti in un’impresa impossibile.

(Qualcuno dal pubblico dice “Berlusconi ha portato male a Gheddafi.Gli ha baciato la mano e guardate come è finito!” e il Professore subito, pronto, risponde “Lo dirò a Putin anche se lui è  più in gamba! “.Ndr)

 -Passiamo alla crisi. Quanto durerà?

Sarà molto lunga. Ricordiamoci che la grande depressione del ’29 durò fino all’inizio della seconda guerra mondiale e solo l’industria bellica  aiutò gli Stati ad uscirne. Inoltre questa  è gestita male: troppi attori in campo e troppo litigiosi. Durerà tantissimo perché ci sono molti derivati occultati ovunque e nessuno sa quanti sono e le banche non lo dicono. Sono carta straccia. E comunque gli altri paesi sono messi meglio di noi che siamo subito dopo la Grecia.

-Una riflessione sui giovani e il loro futuro

I giovani dalla loro parte hanno solo l’energia. Ci vuole una scuola più forte e in questo momento non mi sembra che in Italia goda di buona salute.

 Forse questa intervista può essere conclusa proprio da una frase del Professor Sartori “Il pessimismo dell’intelligenza va combattuto da un ottimismo della volontà”.

(pubblicato su www.malitalia.it e www.lindro.it)

 

Forze dell’ordine a secco

Questa mattina, davanti a Palazzo Chigi e nel pomeriggio davanti al Senato, un gruppo di sigle, dal SIULP, UGL, SAP CISL, che rappresentano le Forze dell’Ordine, hanno manifestato contro i tagli al settore, circa 60 milioni di euro, esprimendo il loro disagio e la loro preoccupazione.

La manifestazione di sabato è ancora viva. Le polemiche e i problemi che ha posto. Nel pomeriggio il Ministro Roberto Maroni ne riferisce in Senato. “Non bastano i ringraziamenti di questo Governo per il lavoro svolto”, afferma il Co.ce.r. E ancora più strano suona il fatto che se da una parte si taglia dall’altro si stanziano i fondi per la festa delle Forze Armate del 4 novembre.

Si ha quasi l’impressone di figli e figliastri. C’è chi scende in piazza a chiedere un aiuto per acquistare la benzina per quelle macchine che dovrebbero girare e sorvegliare le nostre città mentre lo Stato li lascia a piedi -i sindacati di polizia hanno organizzato una simbolica raccolta fondi, “stiamo chiedendo l’elemosina ai cittadini per poter rifornire le nostre macchine” spiega Gianluca Guerrisi, Segretario Provinciale di Consap Roma- dall’altra parte ci sono le foto ricordo da mostrare quasi come un trofeo. Il Governo della forma più che della sostanza. D’altra parte il Capo della Polizia, Prefetto Antonio Manganelli, ha detto che “la politica è stata sostituita dalla polizia”.
Non ci sono neanche i soldi per cambiare gli scudi e comprare la benzina per le volanti” denunciano i poliziotti. “I nostri stipendi sono esigui e poi ci sono persone troppo anziane che non hanno la forza del ventenne che veniva reclutato fino a qualche tempo fa”. L’insicurezza percepita si trasformerà presto nella certezza dell’insicurezza.

Altresì sorge spontanea la domanda se anche quanto accaduto sabato non sia figlio di una difficoltà delle forze dell’ordine. Un funzionario di polizia, presente sabato, parla di errori di gestione: troppe forze dinanzi ai palazzi. Ma forse, e comunque, servivano più uomini comunque e non solo, per esempio, una cinquantina alla fine di Via Labicana. Ma perché non averne di più? Forse perché gli organici già nel 2010 erano sotto di 17 mila unità. Forse perché c’è gente che va in pensione e non c’è un rinnovamento delle forze. Sempre perché non ci sono i soldi. E poi come chiedere gli straordinari se quelli di un anno fa non sono stati pagati?

Quattro miliardi di tagli in tre anni e mezzo al comparto sicurezza: sono queste le cifre che la dicono lunga sulle reali priorità di questo Governo, nonostante i proclami e la propaganda. Il Governo che più di ogni altro ha fatto della sicurezza la sua bandiera ideologica, che ha promesso di sconfiggere le mafie e che oggi fa la voce grossa contro gli autori delle violenze di Roma, in realtà ha assestato un colpo mortale alla capacità delle forze di polizia di contrastare efficacemente la criminalità con l’azione preventiva e repressiva. La mancanza di mezzi e strumenti a disposizione degli agenti e dei commissariati sta neutralizzando l’efficacia delle norme esistenti. Per queste ragioni siamo al fianco della protesta delle forze di polizia: più risposte e meno propaganda per chi compie il proprio dovere con grande dedizione e grandi rischi. Altrimenti, le lacrime di coccodrillo e le leggi speciali non servono a niente e a nessuno”. Questo dice Pina Picierno, parlamentare del PD.

Intanto Maroni al Senato riferisce sugli scontri, parla di un popolo manifestante pacifico, promette nuove leggi. E Antonio Di Pietro ci riporta indietro con la legge Reale, quella degli anni di piombo, della morte di Giorgiana Masi e di tanti altri ragazzi di quella che fu la primavera del 77! Un ritorno indietro che va ben oltre Genova e il G8. Mentre Rosa Villecco Calipari, vicepresidente dei deputati del PD afferma che “non è di leggi speciali abbiamo bisogno, ma di risorse e intelligence perché le Forze dell’Ordine non siano lasciate disarmate di fronte alla richiesta e alle esigenze di sicurezza del Paese

Il Co.ce.r dei Carabinieri esprime la propria rabbia e la propria amarezza : “I Carabinieri sono stanchi di sottacere e di subire le imposizioni di un Governo che continua imperterrito a penalizzarli economicamente per giustificare i propri sprechi (auto blu con scorta, autisti/maggiordomi, segretari, vigilanze, etc) e che continua a chieder loro sacrifici economici senza la minima idea di una riforma sostanziale e strutturale che possa garantire certi margini di miglioramento nel breve, medio o lungo periodo. Senza veli di retorica e senza polemiche, oggi abbiamo un dato di fatto oggettivo: la sicurezza per l’italiano è gravemente compromessa . Garantire sicurezza, per i Carabinieri vuol dire lavorare gratis, per i nostri amabili parlamentari vuol dire aumento di servizi di esclusiva utilità gratuiti perché pagati con i sacrifici dei cittadini tutti e con i tagli ai servitori dello Stato garanti dell’ordine e della sicurezza pubblica . La Giustizia Sociale è l’imperativo categorico di un Paese civile. Ma qui di civile non è rimasto proprio nulla. Siamo nel pieno ciclone alimentato da una classe politica che pensa più che a salvaguardare, ad aumentare i propri privilegi. Qualcuno spieghi al Presidente del Consiglio il significato dei sacrifici che il Carabiniere pone in essere per garantire la giustizia sociale ed i diritti del cittadino. I Carabinieri rimandano al Governo le belle parole ed i ringraziamenti ipocriti”.

Lo Stato sta perdendo i suoi pezzi, quelli a cui i cittadini affidano la propria sicurezza. A qualcuno, in mezzo alle manifestazioni delle Forze dell’Ordine viene in mente Indro Montanelli: “Esiste una borghesia codarda che pretende di appaltare alle Forze dell’Ordine il compito di farsi sputacchiare, pestare e ammazzare per tenere a riparo se stessa. E non vuole nemmeno pagargli uno stipendio decente”.

 (pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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