Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

La scuola è un diritto per tutti?

Essere autistici e non poter andare a scuola. Avere la leucemia e non potere avere assistenza a casa. Avere la sindrome di Angelmann e non trovare un asilo nido. Avere una malattia degenerativa di natura sconosciuta e non avere un sostegno
Quattro storie emblematiche della nostra scuola e del rapporto che ha non tanto con l’handicap, diciamo conclamato, come può essere la sindrome di Down, ma con chi ha altri tipi di ritardi o malattie di cui si conosce poco o nulla. Storie che percorrono l’Italia da Nord a Sud. Non c’è linea di confine per queste cose.I problemi sono uguali ovunque.
L’autismo è una malattia che fa ancora paura. Non la capiamo. Tanti genitori si privano della loro vita e vivono a fianco dei figli, in qualche caso si murano dentro casa con loro.
E spesso sono le mamme. Non così ha fatto Maria Rosaria , di origini napoletane, trapiantata a Poggio Rusco,nel mantovano,Lei si batte per la sua sara, quindici anni affetta da autismo che potrebbe andare alle scuole superiori, un Istituto Alberghiero a 100 metri da casa, ma no. Il preside dice no e allora Maria Rosaria, caparbiamente, fa ricorso al TAR e adesso Sara, piano piano,entrerà alle superiori. E Mariarosaria si batte per altri dodici ragazzi autistici “Io sono anche consigliere comunale se non l’avessi fatto avrei mancato anche la mio mandato” e cerca di aiutare quei genitori che ancora si vergognano della malattia dei propri figli.
E c’è Arianna, mamma di Tommaso di 5 anni, affetto da morbo di Angelmann.Chi lo sa di cosa parliamo? Forse qualcuno ne ha sentito parlare in questi giorni perché un nonno è affogato (si parla di suicidio-omicidio) con il nipotino affetto proprio da questo morbo. Arianna si è battuta perché Tommaso potesse andare a scuola. Ha lasciato il suo lavoro due anni fa, si è dedicata a lui completamente. Lo porta 4 volte a settimana a fare fisioterapia. Quando,a scuola, non c’era l’insegnante di sostegno rimaneva lei.
E poi c’è Angela,strong>la mamma di Napoli ,che scrive a Renzi perché a sua figlia sia possibile studiare. E in paese in cui l’abbandono scolastico è quasi da primato, questa richiesta sembra un paradosso.
E poi c’è Giuseppe, meccanico che lascia l’officina di mattina e accompagna la figlia a scuola. Una figlia che da un anno è su una sedia a rotelle, ha subito una tracheotomia per una malattia degenerativa di cui non si conosce la natura. Lui la porta e poi aspetta nella sua macchina la fine delle lezioni. Qualche volta entra quando la sua piccola ha bisogno, magari per andare alla lavagna o per essere interrogata. O quando le si forma il muco in gola e deve essere pulita.
Mamme e padri che lottano, che non hanno mai mollato ma che soprattutto non hanno fatto sentire i figli dei “diversi”, fuori dalla società “normale”.Ma cosa è la normalità? L’esclusione dalle scuole, la diversità fatta pesare più di un handicap? E perché continuare ad avere così paura delle malattie come se fossero la peste e a tenere lontano chi le ha come se fossero untori?
Una domanda,in ultimo, a questa nostra società : cosa ne sarà di loro quando non ci saranno più i genitori a difenderli? Verranno gettati via come gli scarti e i rifiuti?
(pubblicato su www.malitalia.it)

Omertà e paura

Una giovane donna si toglie la vita in Calabria con l’acido muriatico. Una morte violenta e dolorosa per una madre che aveva deciso di collaborare con la giustizia e per cercare di uscire dalla morsa della ‘ndrangheta.

Il suicidio è  l’atto estremo di chi cerca una soluzione alla propria disperazione. Per chi sa che il proprio gesto libererà i propri figli  e gli renderà più semplice il futuro.

Una madre che preferisce morire e salvare così ciò che ha di più caro.

Non la pensano così però i genitori della giovane Maria, 31 anni appena.

Per loro lei  è morta perché “spinta” in modo ingannevole a collaborare, con promesse non mantenute:un messaggio per chi deve capire. Noi non siamo dalla parte della giustizia. Siamo con voi, con i boss, con la ‘ndrangheta. Quante e quali pressioni devono aver ricevuto per rinnegare pubblicamente il gesto della figlia suicida?

E soprattutto l’altro messaggio è: non vi affidate alla giustizia e ai magistrati perché non mantengono le promesse, meglio la ‘ndrangheta, l’antistato,  più corretta e leale.

Sembrava che queste storie fossero alle spalle. Mi ricordo la madre di Rita Atria che spaccò la lapide della figlia per dimostrare che lei era diversa. Penso alle donne di Cosa Nostra che bruciavano i vestiti dei mariti pentiti. Sembrava tutto lontano ed invece la verità amara  che “loro” hanno ancora un potere di vita e di morte sulle persone che li circondano e lo Stato, soprattutto in Calabria, non appare un interlocutore credibile.

Questa storia ci riporta indietro e riporta indietro anche lo Stato, quello stesso Stato che spesso ha due pesi e due misure con i collaboratori e testimoni di giustizia. E così ha buon gioco l’antistato che nelle terre più devastate  dalle mafie può continuare a dire “Affidatevi a noi, siamo più sicuri, più forti, più leali”.

Quante Maria ci vorranno per cambiare le cose?

(pubblicato su www.malitalia.it)

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
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    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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