Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Ecco perché le cose non cambiano

(Tratto da Calabria Ora – 24 febbraio 2010)

Avezzano, terremoto del 1915

Avezzano, terremoto del 1915 (Patrizia Ferri)

«Nel terremoto morivano ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza». Che però durava solo per poco perché: «Passata la paura la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie, e la ricostruzione edilizia per opera dello stato, a causa di brogli, frodi, furti, camorre, truffe, malversazioni d’ogni specie, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale».

Questo scriveva Ignazio Silone, nel 1965, in “Uscita di sicurezza” in cui raccontava il terremoto della Marsica del 1915. Cioè 100 anni fa. Ma con quelle parole si potrebbe iniziare qualsiasi editoriale di oggi.

Perché quello che sgomenta di più le persone non è la catastrofe ma il dopo. Considerando che a Messina e ad Avezzano ci sono ancora le baracche del terremoto di 100 anni fa e che il paese frana ogni giorno ad ogni pioggia più insistente e abbiamo una Protezione civile che non è più quello per cui era nata (almeno quella che aveva ideato Zamberletti) ma che è diventata il centro di smistamento di appalti per grandi opere, grandi eventi e qualche reale emergenza.

Senza voler condannare nessuno per via mediatica, come qualcuno ha detto nei giorni scorsi, rimane comunque la domanda di come sia possibile che una persona che gestisce la protezione civile per 15 anni, uomo apprezzato da ogni parte politica, si sia “lasciato sfuggire qualcosa”.
Come diceva Eugenio Scalfari, sere fa a “Ballarò”, un direttore di giornale risponde di ogni riga di un suo giornalista e perché a lui, che incarna in sé la figura di controllore e di controllato, può essere sfuggito qualcosa? E perché non ne deve rispondere? Forse perché questo paese è tornato ai tempi di Silone che scriveva «prima c’è Dio, poi ci sono i Torlonia, poi le guardie dei Torlonia, poi i cani dei Torlonia, poi il nulla, poi il nulla, poi i cafoni».

La cosa che, da cittadina, vorrei chiedere è perché dopo 15 anni una frana è sempre un’emergenza come se il Paese non fosse stato monitorato in questi anni. Anche l’alluvione del Tevere è stata una cosa che ha lasciato senza parole. È inutile dire che si sono gestiti bene i funerali del Papa (in concorso con il Comune di Roma) se poi le mappature dei rischi idrologici e sismologici non aiutano a nulla.

È vero si è costruito indistintamente ma forse la Protezione doveva e poteva intervenire. Le lacrime di coccodrillo, di Bertolaso, Lombardo, Loiero ed altri non servono ai cittadini che qualche colpa ce l’hanno anche loro. Forse la Protezione civile è andata in tilt perché voleva gestire troppe cose e chi troppo vuole…
Fortuna che non è diventata una Spa perché nel Paese tutto si sarebbe trasformato in emergenza. Dalla preparazione dell’America’s Cup (primo esempio di gestione di eventi da parte della Protezione civile “stroncato” da arresti che hanno portato alla luce spartizione di appalti, forniture fittizie in questi giorni di pioggia a Trapani si sono intasate le fogne realizzate proprio per il grande evento.

E soprattutto ce ne sono tracce nelle relazioni della Commissione antimafia del periodo, quindi qualcuno qualcosa l’aveva già vista) fino alla preparazione per il 150esimo dell’Unità d’Italia, attraverso L’Aquila, Giampilieri, Viareggio…

Forse da vero uomo delle istituzioni invece di rinunciare, in segno di rispetto e pudore, ad un premio che l’Abruzzo gli aveva concesso per il suo contributo, e volare in Calabria a decidere quanti soldi stanziare e in quanto tempo ricostruire avvicinando le persone come, forse, solo Gesù (e il grande Silvio) avevano fatto, forse, per pudore dovrebbe lasciare i suoi incarichi e far sì che la magistratura faccia il suo corso.
Ricordando che quella magistratura che oggi tanto si insulta è la stessa
a cui si inneggia quando si prendono i latitanti. Poche idee ma confuse come diceva Flaiano.

L’Europa a Rosarno

(Tratto da Calabria Ora)

La Calabria vista da Ida Gallo

Rosarno, da Calabrese a Calabrese, la vergogna di essere razzisti (Ida Gallo)

La Comunità europea è “scesa” a Rosarno per cercare di capire quello che da Bruxelles è sembrato solo un problema di immigrazione e razzismo.

Una delegazione mista (fatta di molti popolari tra cui Clemente Mastella) e con Mario Borghezio a ricordare che problema di immigrazione si tratta. Una delegazione che nell’arco di due giorni e mezzo ha dovuto capire quello che magistrati, investigatori, storici cercano di capire da anni, se non forse secoli. Ed allora chi gli parla solo di razzismo, chi gli dice che è solo la ‘ndrangheta a decidere tutto perché le arance non si vendono. Forse l’unico a dirgli le parole vere sarà stato don Pino de Masi. Ma certo a signore e signori parlamentari questo “mondo” deve essere sembrato strano, come è strano muoversi in questa terra.

Atterrati a Lamezia, poi una girandola di incontri istituzionali in una terra dove si viaggia sulla Salerno-Reggio (un’incompiuta da primato, difficile da trivare in nessuna altra parte d’Europa).

E poi una giornata intera a Rosarno tra sindacati, libera per cercare di vedere cosa? Cosa si può capire in mezza giornata tra domande, traduzioni, e magari un piccolo break per pranzo?
Ognuno ha la propria verità: i cittadini, i coltivatori, le associazioni e alla fine si riparte cercando di riportarsi, forse, solo il “buono” della situazione e poi via alla volta di Roma per incontrare altre istituzioni, il ministro Maroni che gli ha ricordato quanto questo governo fa contro la criminalità organizzata e contro l’immigrazione clandestina (peccato che i “neri” che sono dovuti andare via da Rosarno per il 90% erano con regolare permesso di soggiorno).

E poi dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso e quello che doveva esse un breve scambio di imformazioni si trasforma in un incontro dove almeno gli stranieri (tralasciamo i nostri parlamentari che a rigor di logica queste cose le dovrebbero conoscere a menadito) incominciano a guardare al fenomeno con occhi diversi. A distinguere le necessità di dominio del territorio della ‘ndrangheta dal concetto di convivenza e razzismo.
Si spiegano perché ad un certo punto, negli scontri, che sarebbero finiti come per le altre volte, sono degenerati e la ‘ndrangheta, con la sua famiglia più forte sul territorio, è scesa in campo e ha preteso la “cacciata” dei neri.

Hanno anche capito che quella gente vive lì ma i loro affari li fanno anche in alcuni dei loro paesi di provenienza… e allora si apre un altro mondo… tanto da chiedere al procuratore nazionale un’audizione a Bruxelles. Perché l’Europa non conosce se stessa.

Nessuno di loro è andato a vedere cosa succede fuori dai propri confini. Perché l’Europa è un paese unito ma nessuno sa chi è il proprio vicino.
E questa delegazione è sembrata fino alla fine una piccola classe in gita scolastica senza guida e allo sbando dove ci si abbuffa di parole e persone e poi alla fine non ti rimane niente.
E da domani nei confortevoli uffici di Bruxelles si torna alla routine e Rosarno, forse, sarà più lontana di prima.
Magari potrebbero chiedere informazioni al loro collega Mario Pirillo, ex potentissimo assessore all’agricoltura della giunta Loiero.

Un futuro alle spalle

imageAd un mese dalle elezioni regionali incominci a pensare chi e come voterai e ti assale uno strano senso di mal di stomaco, “un reflusso esofageo” che trattieni a stento.
Un’amara riflessione. Ci siamo venduti il nostro futuro, e quello dei nostri figli.
Lo abbbiamo venduto per l’abbaglio di una vita fatti di agi, di una casa piena di ogni ben di dio, di una laurea ad ogni costo, del posto fisso e della Milano da bere.
Lo abbiamo venduto al rampantismo degli anni 80. Lo abbiamo venduto per un piano rialzato in più, perché tanto c’è il condono.
Lo abbiamo venduto alla edificazione selvaggia perché c’è bisogno di casa e non fa niente se costruiamo su un costone di argilla. Lo abbiamo venduto alle università private perché la scalata sociale passa anche attraverso un pezzo di carta.
Lo abbiamo venduto ai soldi facili senza pensare a chi li toglievamo. Lo abbiamo venduto alle discariche abusive, magari a mare, mica è roba nostra! Lo abbiamo venduto a chi ci ha detto “va tutto bene, ci penso io siate ottimisti”.
Lo abbiamo venduto ad una classe politica, di destra e di sinistra, che ha gestito il nostro paese come se fosse sempre in emergenza e quindi è giusto che Bertolaso faccia il ministro: l’Italia è un paese da protezione civile. Ogni argomento viene affrontato con lo stesso piglio del fiume che straripa o della frana che si porta via 30 persone e paese interi. E quindi pezze a colore sulla scuola, che viene riformata ogni due anni. E allora pezze alla giustizia nascondendosi dietro il fatto che la nostra è peggio di quella del Gabon.

Questo è un paese dove la parola programmazione è bandita e dove parlare di riforme strutturali è come parlare di un veleno pericolosissimo. Certo pericoloso perché se fai riforme strutturali queste potrebbero andare in porto quando non sarai più ministro, assessore, sindaco… e allora meglio guardare a quello che puoi ottenere oggi alla faccia della crisi economica, della gente che rimane senza lavoro, dell’operaia che entra in fabbrica con il coltello da cucina per sapere quando sarà pagata perché il suo bambino di 8 mesi non ha da mangiare, alla faccia dell’operaio che si dà fuoco perché non c’è la fa più.

L’Italia paga oggi il prezzo di chi ha fatto accordi legati al momento sociale e non nel rispetto del paese che amministrava. Quindi tutti all’università senza sapere quanti alla fine troveranno lavoro, quindi tutti in fabbrica desertificando le terre agricole senza capire dove va il mondo, quindi un impianto siderurgico nel mezzo di una delle terre agricole più ricche d’Italia.
Ed adesso le terre agricole sono inquinate dai rifiuti, le scuole gli ospedali etc. Hanno più risorse di quelle da utilizzare. E nel frattempo i mestieri manuali, quelli che una volta facevano solo gli analfabeti, hanno un bel posto nella nostra economia e ci ricordano una cosa semplice “ se non c’è il contadino che raccoglie le verdure e munge le vacche difficile che qualcuno mangi!”
Eppure siamo capitanati da un imprenditore che ha detto che avrebbe trasformato questo stato in un’azienda efficiente ed efficace.
Efficace certo per lui e per il suo insieme e per tutti quegli italiani che credono che potranno comportarsi come lui tanto:” se lo fa il capo!” Provare per credere se è proprio così. La legge non è uguale per tutti. E sono riusciti a vendere come epocale una riforma scolastica aspettata da 50 anni. Infatti perché è la scuola che c’era in Italia 50 anni fa…
E nel frattempo l’opposizione per non perdere la sua rendita di posizione si trascina in beghe interne e non ha il coraggio di offrire un programma che si realizzerà magari in 10 anni, avendo il coraggio di dire le cose come stanno e non di stare zitti e tacere sperando di raccogliere qualche briciola.

Il paese se lo stanno mangiando e il famoso piano “solo” di cui si discuteva tanti anni fa è tornato con l’abito dei festini, delle leggi ad personam, di un certo giornalismo che dice non dice e che ammica. E l’abile venditore, come lo definiva, Indro Montanelli, sta portando tutta l’Italia dentro il grande fratello e chi la pensa in maniera diversa è fuori dal giro e dalla vita. Mi ricorda tanto il mio professore di marketing della Procter & Gamble (la più grande multinazionale mondiale) che mi ha insegnato i trucchi per vendere la varechina Ace.
Per il grande “Silvio” noi siamo tutti consumatori, dobbiamo spendere e non pensare.

Rai 1. Sabato & Domenica

La collaborazione con la Rai inizia nel 2002 con la collaborazione a Linea Verde. Nel 2005 anche “Italia che vai” e poi da settembre 2005 a settembre 2009 autrice di “Sabato & domenica”, programma del fine settimana di Rai 1, con Franco Di Mare e Sonia Grey.

Campania, rifiuti. Intervista a Enrico Fierro

Rubrica Visto si stampi

Vado a vivere in campagna

Autrice, produttrice e conduttrice del format “Vado a vivere in campagna” per il canale satellitare Rai Sat Gambero Rosso Channel in onda con tre puntate dedicate a Sicilia, Piemonte e Abruzzo. Vincitrice del Premio giornalistico internazionale Sicilia Madre Mediterranea.

Santo Stefano di Sessanio: la memoria ritrovata

Autore del documentario “Santo Stefano di Sessanio: la memoria ritrovata” presentato al Brixen Art Film Festival.

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