Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Banche, quando il denaro non è tutto

Posted on | Il mio diario | aprile 8, 2010

Una domenica mattina. Agosto a Roma. Niente ferie si lavora e allora l’unico refrigerio si trova in piscina. Una bella, di un albergo a “la page”. Uno sfizio per compensare la stanchezza, lo stress, il caldo, i postumi di un brutto incidente…
La piscina è in alto, domina la città, è silenziosa, pochi gli ospiti e poi arriva una specie di Pippi Calzelunghe, con lentiggini capelli rossi e un incedere un po’ incerto, l’aria spavalda di chi ha in pugno il mondo.
Poggia le sue cose sul lettino e poi chiede al bagnino di spalmarle la crema sulle spalle. Lancio un’occhiata all’amica che mi accompagna. Pensiamo, ma non lo diciamo, “la solita viziata”.

Mai pensiero fu più sbagliato. Più tardi al bordo della piscina capiamo il perché del suo camminare un po’ sbilenca. Ha avuto un ictus. Antonietta è una giovane donna di 37 anni che a 33 è stata colpita all’improvviso  da qualcosa che le ha stravolto la vita. Istruttrice di nuoto, vitale, bella, brava economista. La vita davanti e poi il buio, il gelo di una parte di te che non funziona, non risponde ai comandi.

Quanti si arrenderebbero, quanti cadrebbero in depressione. Ma lei no vuole vivere e lotta con i denti per tornare ad essere quella che era e trova un alleato inaspettato: la banca in cui lavora. Che non la lascia sola, che non le chiede di lasciare l’azienda, che la continua a pagare mentre lei si cura tra la Svizzera e la gelida Chicago pre Obama (dove va da sola). Poi finalmente torna a lavorare e la banca le trova una collocazione adeguata vicino ad un centro riabilitativo.

Lei vive sola, forse qualche volta volendo strafare per dimostrare, come se ce ne fosse bisogno, che lei può farcela. Lavora e pensa al suo futuro, ai suoi obiettivi professionali e lavora come tutti i suoi colleghi.
In una società dove la discriminazione è forte, dove essere portatori di un handicap ti esclude, dove lavora chi è giovane e forte e dove le banche, tutte, sono “truffatrici e usuraie”. Le banche, oggi, spesso non guardano ai bisogni dei propri clienti, quando è possibile ne sfruttano i depositi, sono contigue ai sistemi criminali. Capita di sovente che, nell’ambito della criminalità organizzata, chi denuncia e passa nella legalità si veda chiudere i conti dalla banca.

Insomma le banche oggi sono il diavolo. Eppure questo “diavolo” è stato capace di dare una speranza a chi pensava di aver perso tutto e forse anche se stessa.

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