Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Notizie dall'Italia

SPECIALE IRAQ- Benvenuti in Kurdistan 2

IMG_3468-Le file ordinate

Dibaga, campo profughi da trentaseimila persone. Siamo a sud di Mosul, a Ovest di Erbil e a Nord Ovest da Kirkuk.
Sono alloggiati nelle tende, anche in 12/15 in ognuna di loro ( d’altra parte non è inusuale un numero così perché secondo le regole mussulmane della composizione della famiglia non è strano dover ospitare anche tre donne con loro bambini e con un solo marito).

Qui arrivano gli sfollati di Mosul e Hawija. Arrivano a piedi, come possono, sui carri dei militari ( almeno quelli che erano a Mosul Est quando è stata liberata).
Qui le organizzazioni internazionali, visto il flusso continuo dei profughi che arriva, hanno finito le loro provviste di cibo. Sono intervenute le piccole ONG che lavorano in Iraq, come Focsiv che ha distribuito, tra il 28 e 29 gennaio scorsi, ben 1300 confezioni di viveri da 10 kg. composto da riso, olio, concentrato di pomodoro, lenticchie, grano trattato, fagioli, zucchero, sale, thè.
Le persone si sono messe in fila rigorosamente. I ragazzini si sono attrezzati con delle carriole –taxi per trasportare i pacchi.
Ed è in questo momento che è più evidente la struttura della società: gli uomini si affannano a cercare una carriola-taxi mentre le donne, quasi tutte velate, si caricano i 10 kg. sulle spalle e tornano nelle tende.
Questo spaccato di società è quello che si incontra ovunque. Le donne hanno reagito alla guerra, si sono adattate e arrangiate per sopravvivere. Gli uomini, molti dei quali hanno perso il lavoro, hanno ceduto ogni potere all’interno della famiglia. Molti sono caduti in depressione. Si sono arresi insomma.
Le donne sono maggioranza, come in molte altre parti del mondo. Ma esserlo in un paese in guerra cambia la prospettiva con cui guardi la vita. E lo si percepisce anche dai racconti delle bambine fuggite dall’orrore e devastazione del Daesh.
Bambine che raccontano, con apparente tranquillità, di come i miliziani imponevano lo hijab a tutte loro e di come le donne del Daesh fossero violente verso la popolazione.

IMG_3677-Hala

Bambine che parlano di decapitazioni di uomini sorpresi a fumare o di soldati che fratturano le gambe.
Sono calme, precise. Hanno ben chiaro che hanno attraversato l’inferno e sanno che non è ancora finito. Sono determinate anche nel loro essere pulite, attente a se stesse. C’è chi ha i disegni caratteristici sulle mani, fatti con un hennè fatto in casa, ma che dà la sensazione di una vita quasi normale.
Questa è la realtà dei campi. Nelle città non è molto diverso, anche a Kirkuk, città a maggioranza musulmana, dove le donne nella quasi totalità sono velata. Chi interamente, compresi i guanti, chi solo il capo. Ma sono poche quelle che accettano un futuro predestinato. Un futuro “velato” e “religioso”. Molte di loro vestono il hijab più come un segno di identità che come segno religioso. E’ abbinato a vestiti occidentali, a scarpe con tacchi alti , ad un trucco che mette in risalto occhi e labbra ed ad una visione della vita che non si ferma davanti alla guerra. “Il mio futuro è qui, per ora,vorrei fare qualcosa per il mio paese ma se avessi l’opportunità andrei a lavorare all’estero. Lascerei la mia terra, la mia famiglia.” Chi parla è un ingegnere civile che adesso lavora per un’organizzazione internazionale arrivata a Kirkuk con la guerra. Non si sente diversa dai colleghi con cui lavora. I suoi problemi sono gli stessi delle sue coetanee occidentali. Ti guarda dritto negli occhi durante l’intervista, non abbassa mai lo sguardo, non si tocca il velo, non si sente a disagio rispetto a chi non lo porta. E’ una giovane donna aperta al futuro e agli altri, disposta a confrontarsi.

20170111_112036

E come lei anche un altro ingegnere, circa 40 anni, dipendente dell’impresa di Stato che gestiste l’energia elettrica nella provincia di Kirkuk. Si è rimessa a studiare per un corso di aggiornamento su AUTOCAD, software di progettazione, “non mi voglio fermare. Non voglio rimanere indietro perché quando finirà la guerra ci saranno opportunità e io voglio essere pronta”.

20170111_134153

Tra di loro però c’è anche chi è estremamente religioso e alla domanda perché vesti il hijab e porti anche i guanti risponde “Perché è scritto nel Corano” e abbassa lo sguardo per non incontrare i tuoi occhi e,forse, anche gli occhi delle altre donne. Sono decisamente la minoranza le donne che seguono strettamente la religione, per di più giovani e di buona cultura. Segno di imposizioni familiari più che di scelte autonome che possono mutare nel tempo.
D’altra parte in Kurdistan le donne hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella società tanto che ad Erbil, nelle vicinanze della cittadella, la vecchia città fortificata, c’è un mausoleo all’aperto dedicato alle donne che nella loro vita si sono battute per questo territorio, per le sue tradizioni e per i valori di uguaglianza e tolleranza.

20170112_161623

(continua)
(pubblicato su malitalia.it e malitalia.globalist)

Viaggio in Italia: un borgo utopico

A 3 km da Caserta e dalla mitica Reggia c’è un borgo costruito alla fine del 1700 da Ferdinando IV di Borbone. Cosa avrai mai di straordinario questo borgo?Sicuramente ha rappresentato un’utopia che oggi vediamo magari perfezionata e adottata come stile di vita da alcuni imprenditori illuminati. Ma a San Leucio, così si chiama il borgo,alla fine del XVIII secolo si è sperimentato un modello di comunità che si potrebbe invidiare.
Il re e la regina Carolina,austriaca intrisa della cultura illuminista, decidono di fondare una cittadella dedicata alla seta, lavorazione che ha resistito nei secoli e che ancora oggi è a base di una fetta dell’economia casertana (non necessariamente legata alla camorra e ai casalesi).

La cosa che sconvolge è che Ferdinando IV aveva creato un borgo dove donne e uomini erano uguali,avevano stessi diritti e stessi doveri. Dove le donne potevano rifiutare il pretendente. Dove l’istruzione era per tutti. Dove gli operai avevano case,tutti uguali, e fornite,alla fine del ‘700 di un bagno in casa.

La seta era il centro di un’attività commerciale e artigianale che produceva reddito per tutti. Certo c’è lo sfarzo dell’appartamento reale ma ci sono le macchine tessili ancora funzionanti e i due grandi torcitoi ancora attivi e che erano alimentati dal fiume che scorre sotto il palazzo.
Nelle case,come quella del tessitore a due piani, c’erano il camino, la sala per lavorare, la cucina, il bagno e la camera da letto. Ogni abitazione aveva un piccolo giardino.
Insomma un villaggio utopico con delle conquiste per gli operai e le donne che sembrano lontani anni luce.Eppure il borgo è lì a ricordarci che le cose si possono fare ma poi è importante anche saperle mantenerle.

La moglie del Presidente

Clio Bittoni è dal 1959 moglie di Giorgio Napolitano ma non per questo ha rinunciato alla sua autonomia e indipendenza.
Il marito è stato l’uomo dell’anno per il 2011.
I giornali stranieri l’anno incoronato re. E lei? Forse vale la pena conoscerla un po’ di più proprio in questo momento di passaggio da un’epoca in cui le donne, spesso anche se non sempre, erano ridotte al ruolo solo di belle ma, diciamo, con poco ingegno tanto che una delle tante giovani donne che hanno ruotato intorno all’ex Presidente del Consiglio Berlusconi, arrivò a teorizzare che “se una è racchia deve stare a casa”.
Ora la signora Clio Napolitano non è assimilabile al club delle racchie ( di cui però non si conoscono dettagli più precise) ed è di certo una donna che sa esattamente da dove viene, quanta strada ha fatto e le sua decisioni non l’hanno mai resa succube di nessuno.
Poche interviste, apparizioni centellinate ma sempre a fianco del marito nei momenti istituzionali della vita del Paese.
Proviamo a raccontarla partendo da una delle più lunghe interviste che la signora Clio abbia rilasciato, a Paola Severini per il suo libro “Le mogli della Repubblica”.
Prima di tutto il suo nome Clio, un regalo ad un amico greco dei genitori al confino a Ponza ed anche un nome laico che non fosse legato a nessun santo. Ma forse pochi sanno che è stata battezzata con il nome di Maria . Avvocato, fra le poche in Italia, in quegli anni, quelli del dopoguerra. Uno dei primi impegni è quello di occuparsi dell’applicazione di una legge sull’equo canone in agricoltura e racconta un episodio, che poi è anche la fotografia del suo rapporto con il Presidente, “mi ricordo che una volta ad Acerra, mio marito andò a fare un’assemblea di carattere politico, e quindi c’erano molti di questi agricoltori. E ad un certo punto sussurravano fra di loro vedi, quello è il marito dell’avvocato nostro!”.
Avvocato donna agli inizi degli anni 60. Bisognava avere molta forza perché i clienti dovevano fidarsi prima di tutto proprio perché di genere femminile. Una scelta fatta in tutta coscienza da parte di chi aveva masticato la politica da piccola in giro con la mamma, socialista, nelle sezioni, nelle manifestazioni.
Una donna nata e cresciuta nella politica e che ha legato la sua vita proprio ad un politico. Una vita segnata quindi dall’impegno ma certamente una donna autonoma, indipendente che ancora oggi va in giro da sola, va a fare la spesa dal suo macellaio di fiducia. Una donna che però la sera della prima alla Scala si presenta con un abito firmato Muriel, solare e raffinato. La sua autonomia nulla toglie al suo essere donna. Forse perché ricorda la battaglia per il voto alle donne, forse per il lavoro che ha scelto ( e ricorda che fino al 9158 le donne non potevano nemmeno fare, per esempio, il concorso in magistratura e forse anche per la sua capacità di trovare il giusto equilibrio tra la sua indipendenza e la vita con un marito con una carriera politica molto impegnativa. Quando lui è diventato Presidente della camera dei Deputati lei ha lasciato il suo incarico presso il centro studi legislativi di Montecitorio.
Eppure un matrimonio che dura dal 1959 anche se all’inizio, come la signora Clio racconta a Paola Severini, “quando ho iniziato a uscire con lui ero a Roma per fare la pratica d’avvocato, quindi non avevo soldi….allora nella mia famiglia si diceva !”.
Un matrimonio che ha attraversato gli anni difficili dell’Italia del 68 e degli anni di piombo. Una vita fatta degli amici di sempre, del partito ( a cui, una volta, bisogna devolvere una parte del proprio stipendio da deputato o senatore), dei figli e soprattutto della passione per la cultura:musica, cinema, teatro.
Ha fatto scalpore quando la coppia presidenziale ha acquistato, per proprio conto, i biglietti per una prima al festival di Roma, spiazzando gli organizzatori che normalmente sono subissati da richieste di ingressi gratuiti. E durante le ultime feste natalizie, a Napoli, si sono presentati al botteghino di un cinema in centro e si sono seduti, tranquillamente, tra il pubblico.
Ecco Clio Napolitano può essere considerata l’interprete più “laica” della moglie di un Presidente della Repubblica. E forse se è vero che l’Italia sta cambiando forse lo stile del futuro potrebbe essere il suo.
(pubblicato su www.lindro.it)

Noi donne

Noi donne ci siamo, forse, perse per strada. Noi donne, forse, abbiamo cercato tanto l’emancipazione che alla fine  questa ricerca  è diventata una gabbia.

Una gabbia dorata in cui ci siamo rinchiuse. Un gabbia che ci ha rese schiave della forma. E’ vero che possiamo parlare di come la società e la cultura siano cambiate negli ultimi 20 anni, ma la domanda è: quanto ci siamo opposte noi a questo cambiamento?

Quanto conta essere belle, sempre giovani, tutte uguali?

Un noto chirurgo, Roy De Vita, dice che le donne vanno dal chirurgo estetico perché vogliono piacere ad una platea e non lo fanno per loro stesse. La richiesta del mercato è questa ed allora tutte a rifarsi il naso, a inseguire punturine di botulino……

Quindi siamo merce che si offre  ( tanto che una delle ragazze del giro di Berlusconi ha detto che se una è  brutta deve stare a casa). Quindi siamo tante belle mele lucide nella cesta davanti al fruttivendolo. Quelle che rimangono delle mele ranette non vengono nemmeno esposte. E così anche essere donne “diverse” diventa un ulteriore problema. Qualcosa difficile da capire in un mondo stereotipato e fatto di caselle: alta, bionda, tette rifatte o rialzate, labbra a cuore, trucco evidente e tacco 12 oppure mora, capelli lunghi, sempre con il tubino nero, scarpe un po’ fetish anche di prima mattina.

Insomma, abbiamo conquistato la parità perché siamo libere di andare dal chirurgi estetico e diventare quel simbolo di femminilità omologata che domina la nostra società? E soprattutto  era questo che volevamo e per cui ci siamo tanto battute?

  • Chi sono


    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

  • In compagnia

    rovereto rimaandI Peshmerga IMG_3527 IMG_3516 IMG_3510 IMG_3508 DSCN8265 DSCN8262 DSCN8243
  • In viaggio

    06 (1) 32 (1) 40 IMG-20170406-WA0021 - Copia 3 5 9 12 18 KF2-2206
  • A tavola

    bakhtiari-kebab Falafel-mahshi fichi IMG-20150413-WA0001 lipari1 1 3 4 7 8
  • Ultime immagini inserite

    pizzadello scarto lipari1 IMG-20150413-WA0010 IMG-20150413-WA0001 fichi Falafel-mahshi bakhtiari-kebab rovereto rimaandI Peshmerga
  • -->