Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Il cacciatore

Giuseppe Linares

Un divieto, un diniego. Una caparbia affermazione, “Lei chieda ma io non potrò venire”, mi spingono a cercare uno dei poliziotti meno noti ma anche tra i più importanti per la giustizia italiana. Un uomo conosciuto attraverso le righe di un libro che lo dipinge come “inespugnabile”, forte come una roccia anche nel fisico. Ma la curiosità di conoscere chi, oggi, è “il cacciatore”, di uno degli ultimi grandi boss di Cosa Nostra, nasce dalle pagine di un settimanale dove appare bello con la su scorta armata, forse troppo, e raccontato con i tratti del fumetto. A tutti i no ricevuti, per una sua intervista, cresce la curiosità innescata anche da una telefonata dai toni garbati e da una voce sincera. E così, dopo aver scambiato cordiali auguri di Natale, decido di andare a prendere un caffè con “il poliziotto più importante della Sicilia occidentale”: Giuseppe Linares, il capo della Squadra Mobile di Trapani.

Una giornata tersa mi aspetta in questa città, conosciuta forse più per le saline che per la mafia. Passate alle cronache per l’attentato a Carlo Palermo e perché qui sono passati Falcone e Borsellino. Ma per i più è una città di mare dove si passa per andare a Favignana o Mozia, isole mozzafiato arroccate nel Mediterraneo… C’è il vento e l’odore del mare risale sin dentro la città. Il piantone mi chiede il documento e poco dopo “il cacciatore” arriva con la sua scorta, decisamente meno armata di quella vista sul settimanale…

Un uomo prima ancora di essere poliziotto, una scrivania piena di carte con il computer aperto ma anche un po’ polverosa, per alcuni versi quasi sciatta. Libri di mafia, di diritto tra cui spicca anche un bel libro di Claudio Magris sul viaggio anche come esperienza interiore. Sulla scrivania anche un po’ di vita familiare.
Un colloquio di due ore, circa, che apre le porte ad un mondo conosciuto si nelle sue linee generali, ma sconosciuto nel particolare. Di Bernardo Provenzano come di Totò Riina o di Giovanni Brusca molto si è detto, scritto. I filmati della loro cattura sono circolati in tutto il mondo, hanno anche fatto la storia dei documentari. Insomma la mafia palermitana e dei dintorni è nota. I volti di Falcone e Borsellino sono diventati anche il simbolo di una realtà che non si piega e si muove verso un futuro diverso. Il pizzo è ancora una piaga ma ci sono tante voci che si ribellano. Insomma se la mafia fosse solo Palermo si potrebbe proprio dire che il sacrificio di molti uomini delle Istituzioni non è stato vano.

Ma la mafia non è solo Palermo. Oggi è soprattutto Trapani. Una città bella che sembra una tranquilla realtà di provincia fatta di mare, turismo e agricoltura. Poi provi a entrare in profondità e scopri un mondo fatto di malaffare, di contributi nazionali che diventano risorsa e cassa per la mafia, di gente per bene che ogni giorno convive e vive con la mafia.
Tutto questo lo scopri attraverso le sue parole, quelle di Giuseppe Linares che ritrae il suo territorio con pennellate precise, sicure senza dubbi e senza ma. Non sono certo tutti mafiosi i trapanesi (e lui li conosce bene essendoci nato, qui, quasi quarant’anni fa) ma certo le connivenze e le collusioni tra la società civile e la mafia sono molto forti, radicate e quasi inespugnabili. Quasi, perché questo poliziotto si batte anche per cambiare la mentalità dei suoi concittadini. È una vocazione civile che viene dai tempi del liceo, dalle frequentazioni di una vita e che ha forgiato un carattere deciso e che ha costruito anche una corazza difensiva necessaria in una vita oramai vissuta sotto scorta. Ogni momento della sua vita è scandito dalla presenza di suoi uomini, discreti ma sempre presenti: quando va a prendere i suoi bimbi a scuola o li porta in piscina, quando prende un caffè con gli amici, quando va pranzo o in campagna.

Una vita da recluso che, forse, somiglia a quella del latitante a cui sta dando la caccia: Matteo Messina Denaro. Simili per il tipo di vita e forse per alcune passioni, come la lettura. Distanti anni luce per la morale: uno, Giuseppe Linares, uomo di Istituzione, anche quando è difficile e pericoloso esserlo, che ha fatto una scelta etica, quella di essere “il bene” e che oggi appare anacronistica (e lui in qualche modo, forse per il suo modo di parlare, sembra di un altro secolo). L’altro, Matteo Messina Denaro, che incarna tutto ciò che il male può essere: crudele, senza scrupoli, dedito al potere con la stessa fede di una religione, con un’alta percezione di se stesso, con la presupponenza di chi sa di essere al sopra di tutto e di tutti e di avere tutti in mano, tranne lui “il cacciatore”. E un giorno dovrà farci i conti con questo uomo che non cerca pubblicità, che vive nell’ombra, che porta avanti il suo lavoro perché lo ha scelto e che lo vive come una missione. Il poliziotto ha idee certe su cosa fare contro la mafia e il malaffare.

Ha studiato questo mondo, lo ha vivisezionato. Ne ha analizzato punti di forza e debolezza. Con lucidità elenca le azioni che lo Stato potrebbe mettere in campo per sconfiggere malaffare, collusioni, connivenze. Ma le sue idee sono anche un impegno civile, una visione politica del mondo e forse precorrono troppo i tempi. D’altra parte ci sono voluti 15 anni per vedere i frutti dell’azione di Falcone e Borsellino e forse ce ne vorranno altrettanti perché il “verbo” di Linares penetri nella società, tra i suoi compagni di viaggio, nelle Istituzioni stesse. Ma lui non demorde e testardo come è va avanti tra momenti di esaltazioni e momenti di delusione. Tra gioie e amarezze. E il suo nemico lo aspetta e sa che arriverà, forse molto prima che poi.
Al termine delle due ore passate a farmi capire cosa cela Trapani sotto la sua apparenza, lascia il vestito di superpoliziotto e torna ad essere uomo tra gli uomini. Alla banale richiesta, infatti, di darci del tu per sancire un rapporto non più solo telefonico, sembra quasi arrossire come se la sua corazza di riserbo possa cedere.

Termina così il primo viaggio nella Sicilia della mafia ma è solo il primo appuntamento di un percorso di conoscenza, di approfondimento di un fenomeno che pervade e corrode non solo la bella isola del Mediterraneo ma anche gran parte dell’Italia e del mondo intero.

Il malaffare, tra pizzo finanziamenti e stili di vita. La zona grigia tra potere e mafia

Trapani In Calabria si salta per aria e si muore ammazzati quasi ogni giorno. La camorra “diffida” giornalisti e magistrati direttamente dentro le aule dei tribunali. In Sicilia prendono fuoco i mezzi di chi si ribella allo strapotere della malavita. Ma oggi tutto questo può essere assimilato semplicemente alla parola “pizzo”o ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso? È finito il periodo della “mediazione” e vincono le frange più dure ed irriducibili del malaffare? Quelle che conservano intatto un codice fatto di forza, potere, sopruso ed annichilimento del nemico che sia lo Stato o un semplice cittadino, reo di non essere in linea con i “comandamenti” del capo?

Il pensiero comune dice che mafia, camorra e ‘ndrangheta (come, forse, ogni altra organizzazione criminale mondiale) vivono, in gran parte di estorsione, di “pizzo” o di droga.
Il pizzo è il pane quotidiano che serve per pagare i ragazzi che fanno da palo, i piccoli trasportatori di beni e notizie, le famiglie dei reclusi…
È una consuetudine come ringraziare l’omino dell’anagrafe che ci ha fatto un certificato, fare il regalo alle maestre dei propri figli… insomma una parte della nostra vita quotidiana.
Intanto le vittime sono imprenditori grandi e piccoli, del Sud come del Nord perché le mafie sono ovunque e non hanno più una localizzazione definita e ristretta dalla geografia ma sono globalizzate, internazionalizzate. Rimangono i “quartieri generali” nelle città di origine ma oramai parlano tante lingue e non più dialetti. Hanno studiato nelle migliori Università, si vestono con eleganza, possono parlare con il politico come con il bracciante e non sono subalterni a nessuno.

Tutto ciò è possibile grazie ad una capillare penetrazione nel mondo economico, amministrativo, sociale. Dalle banche, alla politica, alle gare di appalto, ai finanziamenti europei. Una rete di interconnessioni che ha cambiato, nel tempo, il volto del pizzo e dell’estorsione. E oggi il pizzo, come lo abbiamo sempre inteso, è relegato alla piccola criminalità, alla gestione del quartiere. I grandi non estorcono più, entrano in affari e non hanno neanche bisogno di chiedere. E questo vale per mafia, camorra ‘ndrangheta e distingue, all’interno delle stesse le famiglie, i gruppi più forti.
Così nasce la differenza tra i “casalesi” e la camorra di Napoli, fatta di gruppi legati ai quartieri, allo scippo e al piccolo furtarello e magari alla distribuzione del pane. Mentre i primi primeggiano negli appalti edili e sono i “capi” indiscussi dello smaltimento dei rifiuti a livello europeo.
Così per la “cosca di San Luca” in Calabria e le altre 148 che operano nel territorio. Mentre la prima, tranne il passo falso di Duisburg, vive in un cono d’ombra da cui gestisce appalti internazionali, mercati ortofrutticoli, attività turistiche in Europa e nel mondo intero le altre vivono di quello che la Calabria stessa può offrire: un villaggio turistico, un’azienda olivicola.

TrapaniIn Sicilia, terra martoriata dalla mafia, si contrappongono più realtà di cui due sono esemplari: Trapani e Palermo. Nella seconda, oramai sotto i riflettori da anni, si assiste all’estorsione (quella classica) del bar, del ristorante. Insomma delle attività commerciali. È finita l’era dei grandi boss e si percepisce. Nella prima regna sovrano l’ultimo grande capo di “Cosa Nostra”: Matteo Messina Denaro. Forse giovane, forse piacente, forse colto ma sicuramente una mente che ha messo in pratica ciò che Provenzano, circa 40 anni fa, aveva indicato come via prioritaria: “entrare nei gangli vitali della società ” facendo si che la zona grigia tra malaffare e legalità sia sempre più sottile, anzi non ci sia più.

Tutto reso possibile da un’area solo lambita dalle rivolte culturali (ma vale la pena ricordare che ad Alcamo, proprio in provincia di Trapani, nel lontano 1967 una ragazza, Franca Viola, per la prima volta nella storia rifiutò il matrimonio riparatore). Sicuramente Trapani è stata ed è cruciale nella lotta alla mafia. In fondo Borsellino iniziò proprio da lì il suo “viaggio” all’interno di Cosa Nostra che lo portò a grandi risultati ma anche a firmare la sua condanna a morte.
Una città che ricorda il Nord dell’Africa stretta nelle sue viuzze, che vive di porto e di scambi e con intorno una campagna a volte desolata, a volte colorata e profumata dal mare…
Una donna ambigua, ben vestita, acconciata bene e con un bel profumo. Poi la svesti e ti accorgi che è malata di lebbra, che ha cicatrici profonde e che il suo non è profumo ma olezzo… di morti ammazzati, di soldi provenienti dal malaffare, di truffe, di raggiri.
Una città che vive ancora come l’Italia di oltre mezzo secolo fa: si batte il petto in chiesa e poi esce e ammazza, si prostituisce, vende i propri figli… Una città che fa rivivere la Napoli de “Le mani sulla città “ di Francesco Rosi dove il tuo vicino di casa può essere anche un assassino ma è servito e riverito perché rappresenta il potere, economico-sociale o politico che sia. La tua vita è scandita dai riti quotidiani ormai secolarizzati più della Chiesa, le tue scelte sono decise dal “decoro” comune e alla fine, per quanto tu voglia batterti, diventi come loro per non essere e sentirti sempre “un diverso”. È una città che ti avvolge e ti travolge e dove il colore principale è il grigio anche nella giornata di più limpido sole che il Mediterraneo possa offrirti.

TrapaniUna città che sarebbe da amare per quanta storia, quante tradizioni, quanti profumi e quanti sapori ti può regalare. Per la luce abbacinante che ti accoglie in una giornata di primavera, per lo “sciauro” del mare che ti risale in gola e ti rende vivo, per una cassata di ricotta finissima o per le pale delle saline che si stagliano nell’azzurro.
Qui, in questo lembo estremo di Sicilia, c’è la roccaforte della mafia. Lo zoccolo duro. La gente più determinata e conservatrice. Te ne accorgi passeggiando lungo il corso principale, ascoltando il parlare sottovoce o guardando verso le persiane appena socchiuse. Tutti ti scrutano ma tu non vedi nessuno. Ma quello che più colpisce è l’omertà diffusa, come la tela di un ragno. Tutti sanno, tutti conoscono parentele, giri e raggiri. Conoscono il capo, i suoi sottoposti. Riconoscono il potere del boss e snobbano la legge, quella vera, dello Stato. E anche quando la riconoscono è proprio per disconoscerla. Qui siamo proprio nel regno del Gattopardo dove tutto cambia perché nulla cambi.

Ma possiamo dire che Trapani sia un caso isolato? E la “zona grigià di cui tanto parlava Provenzano dove è arrivata? Forse ci è affianco e cammina con noi…

Banche, le mani sui beni confiscati

Sicilia occidentale. Calabria locride. Campania casertano. Lombardia varesotto. Emilia Romagna, modenese. Lazio litorale pontino. Tante confische, tanti beni tolti alle mafie, tante attività che tornano ad essere “legali”. Un esempio fra tutti la “Calcestruzzi Ericina”, nelle mani di Vincenzo Virga uomo dell’ultimo grande boss Matteo Messina Denaro, e poi passata allo Stato. Uomini contigui alla criminalità organizzata tentano di convincere l’allora Prefetto, Fulvio Sodano, a disfarsene. Ma lui ha tirato dritto, l’ha fatta funzionare nonostante i tentativi di farla fallire e di deprezzarla (dalla testimonianza di Antonino Birrittella ex mafioso oggi dichiarante di giustizia).

Il Prefetto ne ha voluto fare un esempio per il territorio. Il prezzo pagato è stato l’allontanamento dalla città, diciamo che non era in linea con il pensiero dominante, ma la Calcestruzzi ha resistito e grazie a Libera, don Ciotti e ad una banca, Unipol, oggi è sul mercato, produce inerti anzi, come dice il suo nome Rose, fa recupero omogeneizzato di scarti edilizi.

Ma quanti beni sono in questa situazione? Quanti hanno goduto di appoggi come Unipol? Don Luigi Ciotti si batte da anni dicendo che oltre il 30% dei beni confiscati non può essere usato perché gravato da ipoteche bancarie. E vista la legge sulla vendita dei beni confiscati loro saranno le prime a partecipare alle aste ricomprandoli anche in nome e per conto di personaggi in odor di mafia. Ma come è possibile parlare di Agenzia dei beni confiscati, parlare di togliere i beni ai mafiosi, inneggiare alla vittoria ad ogni confisca effettuata e non porsi il problema dell’utilizzo? Ma soprattutto come è possibile non affrontare il problema banche? Sono loro il punto nodale della gestione dei beni confiscati. Facciamo un esempio, sempre siciliano ma valido per tutti i territori.

Supermercati Despar gestiti da Grigoli, il “cassiere” di Matteo Messina Denaro. Confiscati, dati in gestione ed ora quasi al fallimento. Perché? Perché le banche non sono più così elastiche come quando apparteneva ai mafiosi. Lo scoperto non è ammesso. E in più i fornitori che una volta aspettavano anche 90 giorni per essere pagati adesso pretendono il pagamento entro 30 giorni (quando va bene). Una volta il pane, quello di Castelvetrano, si comperava solo in quei supermercati. Ora che è noto che il boss non li gestisce più si può andare a comperare il pane ovunque. E gli affari calano e si rischia la chiusura anche perché essendo sotto amministrazione giudiziaria non esistono pagamenti in “nero” né per fornitori né per lavoratori. E le tasse si devono pagare tutte.

Quanti uomini, imprenditori soprattutto, decidono di passare alla giustizia e si trovano sul lastrico perché le banche li considerano “a rischio”. Passare allo Stato è equiparato a non essere più un “buon pagatore”. La domanda nasce spontanea come potrà lo Stato battere la mafia, oramai sempre più finanziaria e imprenditoriale, se le banche abbandonano al loro destino chi non è più mafioso? E non sono parole di circostanza e di semplice demagogia ma sono le voci raccolte tra i tanti che hanno deciso di cambiare la loro vita e che per ottenere un finanziamento debbono produrre tanti di quei documenti che ti penti di voler essere un uomo onesto. Mentre d’altra parte ci sono aziende che ottengono fidi pur avendo sentenze passate in giudicato. “Due pesi due misure che sempre più ti fanno sentire l’inutilità di essere onesti” (Corrado Alvaro). Il problema non si affronta perché fare la guerra alle banche vuol dire toccare i fili della corrente. Perché le banche controllano i conti di tante persone che votano, che producono, che ti possono rifare la casa o arredartela.

E oggi si uccide molto di più con un conto corrente chiuso che con la pistola. Adesso si dice che l’Agenzia dei beni confiscati è la panacea di questi problemi. Ma già è iniziata la lotta per avere più sedi tra cui una a Palermo e forse a Roma. Non è che abbiamo, trasversalmente, creato un nuovo carrozzone? Tutto fumo e niente arrosto. Perché non chiediamo alle banche di diventare partner delle iniziative sui beni confiscati? Chiediamogli di tornare a fare quello che fu la spinta del Monte dei Paschi alla fine del ‘400. Aiutavano gli artigiani a diventare grandi e poi si riprendevano la loro parte. Non è un’utopia è un nuovo (vecchio) modo di gestire il futuro. Quello che gli americani chiamano “project financing” ma che è nato da noi secoli fa. Perché lasciare soli uomini come don Luigi Ciotti che hanno danno la spinta sociale al cambiamento? Adesso c’è bisogno di risorse. Non possiamo far morire un supermercato perché non è più dei mafiosi ridando così a loro quegli uomini che, da disoccupati, accetteranno qualsiasi lavoretto anche sporco.

Le banche hanno obiettivi finanziari ma vivono nella società e ci sono tante piccole realtà che dimostrano che è possibile fare affari ed essere vicini ai cittadini e questo senza dover scomodare il premio Nobel Yunus e il microcredito. Ma questo vale in piccole realtà, vale perché si incontra il direttore di banca che è anche un uomo giusto. Ma non vale per i grandi numeri.

Ultima provocazione perché il ministro Alfano non dice quanti soldi liquidi sono nel Fug (Fondo Unico di Giustizia) che provengono dalle confische? E quei soldi perché non vengono ripartiti in percentuale tra le terre dove sono avvenute le confische (non credo che la Lega possa opporsi: le confische sono anche al Nord) così come chiedono i deputati del Pdl Sicilia (cioè della sua parte)? Sono soldi che gestiti anche con le Banche potrebbero dare respiro ad iniziative economiche e sociali alle aree depresse ed oppresse dalle mafie. Altrimenti non ci rimane da pensare che è meglio far “aumentare” la disoccupazione: c’è più manovalanza tra cui scegliere e gli usurai avranno più uomini da “strozzare”. E a questo punto bisognerebbe pensare che lo Stato preferisce la criminalità organizzata alla legalità.

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
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    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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