Trapani

Il malaffare, tra pizzo finanziamenti e stili di vita. La zona grigia tra potere e mafia

Trapani In Calabria si salta per aria e si muore ammazzati quasi ogni giorno. La camorra “diffida” giornalisti e magistrati direttamente dentro le aule dei tribunali. In Sicilia prendono fuoco i mezzi di chi si ribella allo strapotere della malavita. Ma oggi tutto questo può essere assimilato semplicemente alla parola “pizzo”o ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso? È finito il periodo della “mediazione” e vincono le frange più dure ed irriducibili del malaffare? Quelle che conservano intatto un codice fatto di forza, potere, sopruso ed annichilimento del nemico che sia lo Stato o un semplice cittadino, reo di non essere in linea con i “comandamenti” del capo?

Il pensiero comune dice che mafia, camorra e ‘ndrangheta (come, forse, ogni altra organizzazione criminale mondiale) vivono, in gran parte di estorsione, di “pizzo” o di droga.
Il pizzo è il pane quotidiano che serve per pagare i ragazzi che fanno da palo, i piccoli trasportatori di beni e notizie, le famiglie dei reclusi…
È una consuetudine come ringraziare l’omino dell’anagrafe che ci ha fatto un certificato, fare il regalo alle maestre dei propri figli… insomma una parte della nostra vita quotidiana.
Intanto le vittime sono imprenditori grandi e piccoli, del Sud come del Nord perché le mafie sono ovunque e non hanno più una localizzazione definita e ristretta dalla geografia ma sono globalizzate, internazionalizzate. Rimangono i “quartieri generali” nelle città di origine ma oramai parlano tante lingue e non più dialetti. Hanno studiato nelle migliori Università, si vestono con eleganza, possono parlare con il politico come con il bracciante e non sono subalterni a nessuno.

Tutto ciò è possibile grazie ad una capillare penetrazione nel mondo economico, amministrativo, sociale. Dalle banche, alla politica, alle gare di appalto, ai finanziamenti europei. Una rete di interconnessioni che ha cambiato, nel tempo, il volto del pizzo e dell’estorsione. E oggi il pizzo, come lo abbiamo sempre inteso, è relegato alla piccola criminalità, alla gestione del quartiere. I grandi non estorcono più, entrano in affari e non hanno neanche bisogno di chiedere. E questo vale per mafia, camorra ‘ndrangheta e distingue, all’interno delle stesse le famiglie, i gruppi più forti.
Così nasce la differenza tra i “casalesi” e la camorra di Napoli, fatta di gruppi legati ai quartieri, allo scippo e al piccolo furtarello e magari alla distribuzione del pane. Mentre i primi primeggiano negli appalti edili e sono i “capi” indiscussi dello smaltimento dei rifiuti a livello europeo.
Così per la “cosca di San Luca” in Calabria e le altre 148 che operano nel territorio. Mentre la prima, tranne il passo falso di Duisburg, vive in un cono d’ombra da cui gestisce appalti internazionali, mercati ortofrutticoli, attività turistiche in Europa e nel mondo intero le altre vivono di quello che la Calabria stessa può offrire: un villaggio turistico, un’azienda olivicola.

TrapaniIn Sicilia, terra martoriata dalla mafia, si contrappongono più realtà di cui due sono esemplari: Trapani e Palermo. Nella seconda, oramai sotto i riflettori da anni, si assiste all’estorsione (quella classica) del bar, del ristorante. Insomma delle attività commerciali. È finita l’era dei grandi boss e si percepisce. Nella prima regna sovrano l’ultimo grande capo di “Cosa Nostra”: Matteo Messina Denaro. Forse giovane, forse piacente, forse colto ma sicuramente una mente che ha messo in pratica ciò che Provenzano, circa 40 anni fa, aveva indicato come via prioritaria: “entrare nei gangli vitali della società ” facendo si che la zona grigia tra malaffare e legalità sia sempre più sottile, anzi non ci sia più.

Tutto reso possibile da un’area solo lambita dalle rivolte culturali (ma vale la pena ricordare che ad Alcamo, proprio in provincia di Trapani, nel lontano 1967 una ragazza, Franca Viola, per la prima volta nella storia rifiutò il matrimonio riparatore). Sicuramente Trapani è stata ed è cruciale nella lotta alla mafia. In fondo Borsellino iniziò proprio da lì il suo “viaggio” all’interno di Cosa Nostra che lo portò a grandi risultati ma anche a firmare la sua condanna a morte.
Una città che ricorda il Nord dell’Africa stretta nelle sue viuzze, che vive di porto e di scambi e con intorno una campagna a volte desolata, a volte colorata e profumata dal mare…
Una donna ambigua, ben vestita, acconciata bene e con un bel profumo. Poi la svesti e ti accorgi che è malata di lebbra, che ha cicatrici profonde e che il suo non è profumo ma olezzo… di morti ammazzati, di soldi provenienti dal malaffare, di truffe, di raggiri.
Una città che vive ancora come l’Italia di oltre mezzo secolo fa: si batte il petto in chiesa e poi esce e ammazza, si prostituisce, vende i propri figli… Una città che fa rivivere la Napoli de “Le mani sulla città “ di Francesco Rosi dove il tuo vicino di casa può essere anche un assassino ma è servito e riverito perché rappresenta il potere, economico-sociale o politico che sia. La tua vita è scandita dai riti quotidiani ormai secolarizzati più della Chiesa, le tue scelte sono decise dal “decoro” comune e alla fine, per quanto tu voglia batterti, diventi come loro per non essere e sentirti sempre “un diverso”. È una città che ti avvolge e ti travolge e dove il colore principale è il grigio anche nella giornata di più limpido sole che il Mediterraneo possa offrirti.

TrapaniUna città che sarebbe da amare per quanta storia, quante tradizioni, quanti profumi e quanti sapori ti può regalare. Per la luce abbacinante che ti accoglie in una giornata di primavera, per lo “sciauro” del mare che ti risale in gola e ti rende vivo, per una cassata di ricotta finissima o per le pale delle saline che si stagliano nell’azzurro.
Qui, in questo lembo estremo di Sicilia, c’è la roccaforte della mafia. Lo zoccolo duro. La gente più determinata e conservatrice. Te ne accorgi passeggiando lungo il corso principale, ascoltando il parlare sottovoce o guardando verso le persiane appena socchiuse. Tutti ti scrutano ma tu non vedi nessuno. Ma quello che più colpisce è l’omertà diffusa, come la tela di un ragno. Tutti sanno, tutti conoscono parentele, giri e raggiri. Conoscono il capo, i suoi sottoposti. Riconoscono il potere del boss e snobbano la legge, quella vera, dello Stato. E anche quando la riconoscono è proprio per disconoscerla. Qui siamo proprio nel regno del Gattopardo dove tutto cambia perché nulla cambi.

Ma possiamo dire che Trapani sia un caso isolato? E la “zona grigià di cui tanto parlava Provenzano dove è arrivata? Forse ci è affianco e cammina con noi…