Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Politica e provvisorietà

L’Italia è un Paese dove la provvisorietà è l’unica certezza. Così dice il Professor Ferrarotti. Ed è proprio vero.Viviamo in una nazione dove negli ultimi 20 anni siamo cresciuti senza sapere dove stavamo andando passando da un’elezione all’altra, di un governo all’altro, da politici con una casacca abituati a cambiarla repentinamente.
Una società che si è “forgiata” come un reality continuo. Dove il linguaggio, il linguaggio degli show televisivi è diventata non solo di moda ma quello corrente, quello con cui esprimersi in ogni situazione. Dalla volgarizzazione dell’italiano (scritto e parlato), al turpiloquio dove “cazzo,puttana,coglioni” sono i vocaboli preferiti.
In una società come questa che si è adattato, forse anche adagiata, alla precarietà civile è calata come una manna la crisi mondiale. La tempesta finanziaria che ha spazzato via aziende, persone e di cui non sappiamo anche se e quando finirà.
Una crisi che ci ha riportato verso una realtà dura, difficile da digerire e in cui la politica ha sguazzato per un po’ con i suoi giochetti dell’ottimismo. Poi la politica ha ceduto le armi. Bisognava fare scelte drastiche,impopolari . E non le potevano fare i politici che si basano sul consenso popolare e quindi sui voti. E allora meglio passare la mano ai tecnici, farli scornare con i problemi del lavoro, delle pensioni, del precariato, della scuola, giustizia, a cui loro mai avevano messo mani. Anzi, leggi, scuola e università, avevano fatto di tutto per affossarla.
Intanto la crisi avanza i soldi scarseggiano anche per chi vince appalti miliardari, la torta da dividere non basta a tutti e piano piano le gole si sciolgono e raccontano di traffici di soldi, mazzette, corruzioni varie. E anche nei partiti tira brutta aria e tra faide interne e qualche scivolone di troppo escono fuori i giochi di prestigio dei fondi consiliari di vari gruppi dalla maggioranza all’opposizione. Sì, sta finendo la seconda repubblica e per la terza si preparano funamboli come Grillo, abile a parlare ad essere al centro dell’attenzione di tutti e a usare metodi da caserma con i tanti “grillini” che lo seguono, anche un po’ maschilista volgare e becero. E poi c’è Renzi, il nuovo in politica, da quando era ragazzino una vita spesa tra DC,boy scout e i poteri forti di Firenze (editoria & Co).
Ma intanto i partiti hanno cominciato a rialzare la testa. Siamo in campagna elettorale e bisogna “apparire” all’elettorato come quelli che ci stanno salvando dalla politica del “rigore” voluta da Monti (politica e provvedimenti sui quali discutere ampiamente e lo si poteva fare anche in parlamento oltre che nelle piazze) e da loro sostenuta ma senza essere in prima linea. Adesso sono pronti a gettare a mare Monti per essere loro i protagonisti. Tutte dichiarazioni contro questo governo che, come ha detto Berlusconi, “tecnici un anno di disastri”. A lui sono serviti 20 anni per abbattere il sistema paese, per decerebrare la nostra cultura e per diffondere e radicare in ognuno di noi una dose di berlusconismo, quella sorta di qualunquismo egoistico (come diceva Banfield “familismo amorale”)che ci permette di adattarci a tutto purchè ci sia un piccolo tornaconto per noi. E a questo punto non ce ne frega nemmeno nulla se i politici ci prendono in giro. Perchè è evidente che ci hanno preso in giro e che lo faranno ancora, che non hanno avuto il coraggio di fare delle scelte e che anche adesso non hanno risposte precise su come ridurre le diseguaglianze sociali, come ottimizzare le risorse sanitarie, come risolvere il problema degli esodati, come migliorare la riforma delle pensioni, come aiutare i giovani precari ma anche gli over 45, come riconvertire intere aree industriali, quali piani di sviluppo per il turismo e l’agricoltura. Possono dirci esattamente questi politici quanta carta straccia dobbiamo ancora pagare per uscire dalla crisi?E che effetti avranno da qui a 20 le loro proposte, quando ce le hanno? Ma adesso sono pronti a riprendersi il loro posto e ci sarà anche chi penserà che loro spazzeranno via tutto ciò che Monti ha fatto: come se si potesse tornare indietro e si potessero riaprire i rubinetti delle banche, del credito, del lavoro. Crozza ieri diceva che in questo Paese “vittime e carnefici” hanno le stesse colpe. Ed è vero perché questa classe politica l’abbiamo coltivata e resa possibile noi. Noi siamo un popolo senza memoria: chi lo scorso anno voleva tagliare le province oggi fa le barricate per mantenerle. Chi ha “promosso” gli accreditamenti in sanità ( senza avere un progetto chiaro in mente ma solo pensando alle persone da sistemare)oggi si lamenta dei tagli nella sanità, fa blocco (UDC PDL PD) a che i medici non siano obbligati a scrivere il principio attivo di una medicina, perché ciò è contrario alle grandi case farmaceutiche che sovvenzionano i partiti e sono una lobby di pressione potentissima. E sono sempre loro che preferiscono mantenere in vita tre consigli regionali con gravi problemi di corruzione, concussione e una spesa che supererà il milione di euro ( consideriamo una media di 6000 euro a consigliere x 50 unità x 3 mesi )perché è più utile, per qualcuno o per tutti forse, andare a votare più in là. Tanto non si preoccupano delle nostre esigenze e ancor meno delle nostre reazioni. Non ne abbiamo.

(pubblicato su www.malitalia.it)

Lettura della settimana: Chi ha ucciso Pio La Torre?

Ore 9,30 del 30 aprile 1982 . Vengono assassinati l’on.le Pio La Torre, segretario regionale del PCI, e il suo autista, e compagno di lotte, Rosario Di Salvo
Un anno, 1982, che ha molto da dire sulle mafia e sul contrasto al crimine organizzato e che oggi torna alla ribalta sia per la ricorrenza sia perchè in questi giorni è uscito un libro dal titolo “Chi ha ucciso Pio La Torre” ( di Mondani e Sorrentino ed. RX Castelvecchi) ma anche per l’inaugurazione, il 12 aprile scorso, dell’archivio digitale su Pio La Torre, un progetto promosso dalle Presidenze della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica, della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e della Fondazione della Camera dei deputati, su iniziativa del Centro di studi ed iniziative culturali “Pio La Torre” di Palermo (archiviopiolatorre.camera.it)
Un lavoro certosino che ci permette di leggere i suoi scritti, i suoi interventi e soprattutto ci permette di leggere gli atti del processo e trovare, accanto ai nomi dei mafiosi, anche quelli di personaggi come Fioravanti,Cavallini, Izzo.
E allora ci rimane più chiaro quello che Mondani e Sorrentino dicono nel loro libro.Un omicidio di mafia, semplicemente, o un delitto politico? Il libro ricostruisce quegli anni, dall’omicidio Moro a Piersanti Mattarella e Pio La Torre e la sua scelta di tornare in Sicilia dopo tanti anni. Le sue paure, i suoi appunti e quella frase detta a Emanuele Macaluso “Ora tocca a noi”. Gladio, la base aerea di Comiso, il Mediterraneo e i fermenti di quegli anni. Quante cose Pio La Torre ha visto, guardato sin nell’intimo, raccontato. Un uomo contro tempo che già nel 1980, in Parlamento, spiegava l’omicidio Mattarella con il caso Sindona e con il ritrovato interesse degli americani per la mafia siciliana. Nel 1976 la sua relazione di minoranza in commissione parlamentare antimafia sarà il primo, vero e grande,atto d’accusa contro la DC dei Lima, Gava,Andreotti.
Ma anche le indagini e il processo relativo. La richiesta di Falcone di un supplemento di istruttoria negato dal Procuratore Capo Giammanco che nel settembre 1991 annuncia al Corriere della Sera “clamorosi sviluppi” nelle indagini per i delitti politico-mafiosi a cominciare da quello di La Torre ed evidenzia “depistaggi compiuti da organi dello Stato”: A fronte di queste dichiarazioni nemmeno un’indagine fu aperta.
Il racconto del libro si snoda tra il Pio La Torre, uomo e politico, e le vicende che attraversano l’Italia in quel periodo.e racconta come il segretario del PCI siciliano facesse una netta distinzione tra “mafia e sistema di potere mafioso” che è quello composto “uomini politici e uomini che sono in posti chiave in Sicilia”. Una visione anticipatrice di quello che da allora si è sviluppato proprio nel rapporto tra la politica e le mafie.
Un uomo controtempo.
Nel libro di Mondani e Sorrentino la prefazione è fatta da Andrea Camilleri che racconta il “suo” Pio La Torre e la frase finale racchiude il senso di perdita che avvertiamo ancora dopo 30 anni da quell’aprile del 1982 “La Torre è stato per me una rivelazione, io non l’avevo capito quell’uomo.L’ho stimato, l’ho apprezzato ma non l’avevo capito. E’stata un’occasione persa. Da mangiarsi le dita”.

La fine del mondo?

Breve colloquio di fine anno con Piero Angela, scrittore autore di programmi televisivi di scienza,storia e economia che, nel suo ultimo libro , “A cosa serve la politica”, ne valuta le scelte .

“………Quello che intendo dire è che oggi ci preoccupiamo molto,giustamente, dell’ambiente naturale, dei suoi equilibri….ma non ci preoccupiamo dell’ambiente artificiale che abbiamo creato. Anche questo è un ecosistema complesso, composto da tanti elementi diversi che interagiscono tra loro.”

Ma quando parliamo di ambiente artificiale cosa intendiamo?
Intendiamo quel mondo che è passato, negli ultimi 150 anni, da una società agricola ad una industriale. Nel 1861 il 70% della popolazione lavorava nei campi. Ci si lavava poco, il bagno era fuori casa. Le donne passavano la giovinezza tra una gravidanza e l’altra. La mortalità era altissima pari a circa il 23% e l’analfabetismo era la regola, il 78% della popolazione era analfabeta con punte del 90 per cento. La scienza e la tecnologia hanno cambiato completamente la nostra società. Nel XIX secolo la gran parte era analfabeta oggi abbiamo 10 milioni di nuovi studenti e solo un milione di nuovi insegnanti. Il nostro mondo oggi è composto da case,strade,autori TV, sale concerto, case editrici,professionisti,impiegati. Questo è un mondo complesso che richiede un’adeguata cultura mentre noi abbiamo una politica brevi mirante che non si crea il problema di essere all’altezza del sistema complessivo. Non esiste più l’idea, per esempio, del valore legato al merito ( cioè il saper fare bene il proprio mestiere). Si entra nel mercato secondo l’appartenenza all’area politica e così si è persa anche la fiducia. Ogni ecosistema umano è, in un certo senso, “un pacchetto” di pro e contro. Potremmo forse dire che non è importante se una società è arretrata o avanzata. E’ importante che sia adatta al suo ambiente, naturale o artificiale che sia. E per vivere bene in un “ambiente” occorre un software, anche politico, adeguato e compatibile con il livello di sviluppo. Se questo manca c’è il rischio di una crisi. Per fare un esempio è come essere su una macchina con un cruscotto con gli indicatori dei vari flussi e sistemi ( benzina, acqua,velocità etc.). Se noi non controlliamo il cruscotto o non rispettiamo i semafori che incontriamo rischiamo l’incidente. Questo succede anche nelle nostre società “artificiali” ed è per questo che oggi si parla molto di “decrescita” cioè di un rallentamento che permetta di mantenere i vantaggi che lo sviluppo ha consentito.

Cosa può fare la cultura per migliorare il mondo?
Sicuramente può stimolare la consapevolezza di questi problemi. Ciò non vuol dire che i poeti, i pittori, gli scrittori o i musicisti debbano occuparsi di ecosistemi tecnologici ma possono promuovere lo sviluppo delle capacità culturali. Per esempio negli ecosistemi naturali, per esempio, si è sviluppata una consapevolezza molto diffusa nei confronti dei problemi dell’inquinamento, sui problemi e sui possibili rimedi. E abbiamo visto nascere e crescere il settore dei libri, riviste, programmi televisivi , dibattiti proprio sul tema. Ed è anche nato un Ministero per la tutela del nostro ambiente. Quindi la cultura può essere il motore di un cambiamento. Per ora non si vede nulla del genere per quanto riguarda il nostro ambiente artificiale. Non c’è stata una vera elaborazione di questi temi, un approfondimento.
Ma per essere veramente una guida bisogna saper “leggere” il proprio periodo, capire cosa succede. Perchè se non si riesce a leggere non si può neanche scrivere e quindi diventa difficile per la “cultura” assumere il ruolo di guida. In Italia possiamo dire che la cultura scientifica è rimasta marginale mentre è quella “classica” ad essere rimasta il pilastro della conoscenza e il punto di riferimento per la comprensione dell’uomo e del mondo. Ma questo tipo di cultura non ci ha aiutato a capire le forze che hanno cambiato il mondo e il destino degli uomini. Oggi viviamo nel mondo che abbiamo costruito, una società educata per sviluppare strumenti e dove la politica distribuisce ricchezza ma non la crea. Dove, in Italia, siamo gli ultimi per resa scolastica, merito e per la ricerca e siamo all’80 posto per investimenti. Questo è il nostro mondo.
“…..Abbiamo parlato di certi cambiamenti, necessari alla nostra società,che per essere realizzati richiedono tempi lunghi, e che quindi hanno bisogno di una visione lungimirante, di medio-lungo termine. Qui la televisione potrebbe fare molto, documentando bene la portata dei problemi e le “traiettorie” di una società moderna……bisogna,come dice il proverbio, “prevedere per provvedere e prevenire”

Cosa si aspetta per il 2012?
Adesso c’è un nuovo governo di persone di qualità che dimostrano che si può fare politica in maniera diversa. Bisogna anche rendersi conto che dobbiamo sanare il nostro debito con il merito, con la scuola, con la televisione. In questi settori siamo decisamente in rosso rispetto ad altri paesi europei. C’è bisogno di un’impronta diversa fatta di meno litigiosità e più lungimiranza. Bisogna pensare di più al domani perché le crisi degli ultimi decenni sono frutto del disinteresse di ieri per il futuro e rischiamo, oggi, di preparare le crisi che verranno. Non si possono più fare debiti per altri due miliardi di euro, continuando a vivere oltre i propri mezzi.
Potremmo chiudere questo colloquio con una frase di Bertrand Russel, riportata nel libro, che dice “Ogni progresso deriva proprio da chi ha saputo prendere decisioni impopolari”.

Ha perso questa politica

Fiorello, nel suo show su RAI 1, ha descritto così Mario Monti :“È alto 1,75, ha un sacco di capelli e ha la stessa moglie da 40 anni…”. Sembra forse eccessivo iniziare in questo modo un articolo ma proprio quelle parole servono per capire perché molti italiani sono disposti ad affidarsi a lui- il 78% degli intervistati secondo il sondaggio di ieri di Demopolis, mentre soltanto il 22% degli italiani preferirebbero le elezioni subito, secondo la statistica dello scorso 11 novembre dell’Istituto Piepoli – a Mario Monti, il tecnocrate, per uscire da questa crisi.

Un uomo normale che non ha bisogno di ’trucco e parrucco’ per essere intervistato, che ha una vita privata di cui si sa ben poco. Una necessità di normalità, di valori condivisi che fa diventare eccezionale il suo comportamento.

Anche in Grecia è successo più o meno lo stesso. E quindi cosa succede quando la politica abbandona il campo? La fotografia di oggi è affidata a Marino Niola, antropologo e docente universitario.
“Non è che la politica abbia abdicato al suo ruolo ma è questa politica che ha perso. Quella degli ultimi 17 anni che ha dato di sé un’immagine penosa. Il cittadino comune pensa che chi siede in Parlamento sia un inetto, un incapace. Dei buoni a nulla insomma. L’idea che si ha è quella del Parlamento dei peggiori. E qui non si parla dei vecchi politici che avevano scelto questa strada come proprio mestiere, ma di quelli arrivati in parlamento negli ultimi 15 anni: dei mestieranti. Infatti chi ha una professione non si butta nella mischia della politica. C’è una forte disistima verso la classe politica e una disapprovazione, come d’altra parte è successo anche in Grecia.”

Tecnocrati o tecnici?
Tecnico perchè i tecnocrati sono quelle persone che pensano che con la tecnologia si possa risolvere tutto. Monti è un grande tecnico, stimatissimo e tutti abbiamo l’idea consolidata, e non solo percepita, che lui sappia dove mettere le mani quando si parla di economia

Ma in fondo Monti rappresenta proprio quelle banche che, per molti, sono state causa di questa crisi
Ma cosa c’è di meglio? E quelli che dicono queste cose hanno proposto una soluzione?

1993 governo Ciampi oggi governo Monti, si può fare un paragone?
Sono molto simili, ma oggi Monti trova un paese peggiore di quello che trovò Ciampi, che per me rappresenta il miglior governo dell’età repubblicana. Oggi l’Italia è livida, depressa, divisia, sull’orlo di una crisi di nervi. Monti è una figura di primissimo piano ma rispetto ad allora raccoglie il Paese in un momento molto più drammatico. Abbiamo avuto altre crisi ma mai siamo stati così in basso dal punto di vista della moralità.

Di chi la colpa di tutto ciò?
In questi 20 anni c’è stato uno scardinamento delle nostre tradizioni e della nostra storia. Anche la sinistra per paura di sentirsi diversa ha gettato il bambino con l’acqua sporca. C’è stato un disastro formativo ed un allontanamento dalla realtà della politica, della televisione e di molti giornali. Potremmo dire, con una frase che Pasolini mette in bocca a Orson Welles nel film ’La ricotta’, che “l’Italia ha il popolo più analfabeta con la borghesia più ignorante d’Europa”

Quindi siamo perduti?
No, assolutamente: c’è una grande risposta e reazione da parte del popolo che non quello che viene raccontato nelle televisioni. Intanto anche perché il baricentro dell’informazione non transita più solo attraverso il tubo catodico. I giovani usano molto il web e anche quando guardano la Tv sanno discernere cosa guardare e cosa no. Quindi non siamo perduti.

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

Italia, si bella e perduta

Sabato 30 luglio è morto uno dei giornalisti più rappresentativi della stampa italiana:Giuseppe D’Avanzo. Oltre il dolore, forse parola eccessiva per chi non è stato un suo familiare o amico stretto, ma è quello che provo, la sua morte mi ha portato a fare delle riflessioni sul sentimento che pervade il nostro paese.

Su face book sotto la notizia della morte di D’Avanzo, qualcuno ha scritto: “mi unisco al cordoglio per il grande cronista. sarebbe bello poter pensare che sarà rimpiazzato da giovani talentuosi. Ma è difficile, non perché non ci siano i giovani talentuosi, ma perché sono strozzati, sottopagati e tenuti sott’acqua dai “grandi” editori. il che dovrebbe farci pena almeno quanto la morte di Giuseppe D’avanzo.

Sulle pagine de Il Giornale , sotto l’articolo del collega Stefano Zurlo (che ha scelto di parlare non tanto dell’uomo ma della frattura tra guelfi e ghibellini di questa nostra Italia), sono apparsi una serie di commenti che riporto così come sono stati scritti: “Come ipocrisia vuole… i morti son sempre meglio da morti che da vivi. “ oppure “Ipocrisie melense. D’Avanzo era un pessimo soggetto, e l’unico vuoto lo avrà lasciato – forse – fra i pari suoi. Tutti peraltro ansiosi di riempirlo con uguali o maggiori veleni facendo a gara per chi ne sputa di più. Gentaglia da vivi, il sol fatto d’essere morti non è valida ragione d’un benchè minimo riscatto.” O ancora “Ekkisenefrega “ e per finire “In più occasioni ho commentato le iniziative di D’Azanzo . Parlarne male ora che è morto , non me la sento , sarà difficile scordarselo …………….ma farò il possibile.”

Ecco la nostra Italia è proprio divisa tra guelfi e ghibellini: o di qua o di là nessuna possibilità di capire, entrare nel problema. Una frattura insanabile ancor più di quella del dopoguerra. Una frattura fatta di odii e rancori. Di chi una volta è stato a sinistra ed ora si trova dall’altra parte e riversa su chiunque i propri malumori, i propri insuccessi, quello che non ha avuto e che avrebbe voluto.

Ma queste frasi rappresentano anche la pancia del Paese e non sono di persone semplici, cioè  coloro che hanno poca cultura e scolarizzazione, ma di chi ha avuto non solo la possibilità di studiare e capire. L’odio e la rivalsa di parte non servono all’Italia, non servono alla sua crescita e al superamento di questa crisi brutale che l’assale. Essere divisi da un’idea politica non deve significare la mancanza delle basi elementari della vita civile. Siamo comunque il paese dove un signore di 71 anni per una lite ad un semaforo ha ucciso brutalmente uno scooterista passandogli sopra due volte con la scusa che “avevo perso la testa”.

E quello che vediamo nelle nostre strade non è altro che il tipo di atteggiamento che troviamo in Parlamento o in televisione.

Scrivendo questo mi viene in mente l’immagine di Giorgio Almirante che rende omaggio al feretro di Enrico Berlinguer a Botteghe Oscure. Una società civile nasce da questi gesti.

(pubblicato su www.malitalia.it)

Gli elettori senza potere

(di Michele Ainis – La Stampa 28 luglio 2010)

C’è un fantasma nella nostra scena pubblica: la legge elettorale. La sua riforma non ha mai occupato i desideri della maggioranza di governo, ora non interessa più nemmeno all’opposizione. Perché dovrebbe? È così comodo manovrare un esercito di soldatini di piombo travestiti da parlamentari.

Niente capricci, niente alzate d’ingegno: altrimenti la volta prossima te ne rimani a casa, anche se la tua pagina su Facebook conta un popolo di lettori e di elettori. E poi nell’agenda politica incalzano altre urgenze, altre questioni: la manovra finanziaria, le intercettazioni, il federalismo, l’università. Perché mai dovremmo attardarci sugli alambicchi del maggioritario o del proporzionale?

Eppure c’è un nesso tra i funerali della legalità e il battesimo della nuova classe dirigente. Basta misurare le reazioni dei politici finiti sotto torchio. Verdini: una congiura mediatica. Cosentino: un complotto giudiziario. Brancher, Dell’Utri, Caliendo: idem. E comunque l’essenziale è mantenere la fiducia del Capo, chissenefrega dei giornali. Tanto è lui, soltanto lui, che decide il tuo posto in Parlamento. L’insubordinazione, ecco il delitto più infamante.

Per i disobbedienti s’agita il randello dell’epurazione, oggi dal Pdl contro il finiano Granata, ieri dal Pd verso Riccardo Villari, dal Pdci verso Marco Rizzo, da Idv verso Nicola D’Ascanio, dalla Lega con una lista di proscrizione lunga come l’elenco del telefono. D’altronde Bossi l’ha detto chiaro e tondo, inaugurando nei giorni scorsi la sezione di Travedona Monate: «chi pianta casino è fuori dal partito». Berlusconi usa un linguaggio più tornito, ma anche per lui la «lealtà» costituisce la prima virtù dei suoi parlamentari. Insomma ai padroni del vapore sta a cuore la fedeltà, non certo l’onestà. Le nomine si fanno per appartenenza, non per competenza. Sicché gli incompetenti disonesti sono ormai il grosso della nostra classe dirigente.

Negli Stati Uniti o in Inghilterra non succederebbe. Lì, se un deputato viene sorpreso con le dita nella marmellata, la sua constituency gli sbatte la porta in faccia senza troppi complimenti, e lui poi difficilmente trova un altro collegio elettorale. Lì l’accountability, la responsabilità dell’eletto verso l’elettore, è l’olio che fa girare il motore democratico. Lì la reputazione dei politici è come la verginità: quando l’hai persa è per sempre, non c’è chirurgo plastico che tenga. Noi, in Italia, questa medicina non l’abbiamo mai bevuta. Neanche ai tempi della Dc, un partito che ha pietrificato per 45 anni ogni alternanza di governo. Sarà che abitiamo in un Paese cattolico, dove il confessionale monda ogni peccato. Sarà l’eredità delle corporazioni medievali, un mondo dove il mestiere dei padri spettava di diritto ai figli, senza concorrenza, senza ricambio d’uomini e di idee. Ma certo dal 2005, da quando abbiamo in circolo questa legge elettorale, lo spettacolo è scaduto ulteriormente. Servirebbe l’uninominale, uno contro uno. Servirebbe la possibilità di revocare gli eletti immeritevoli. Invece la politica italiana ha revocato gli elettori.

michele.ainis@uniroma3.it

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
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    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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