Laura Aprati

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“Stiamo giocando una partita a scacchi con Messina Denaro. Ecco dove può nascondersi”

email feltre - foto - GENOVA SANFILIPPO DIRIGENTE SQUADRA MOBILE  F.TO ALESSANDRO MACCARINI (Agenzia: MACCARINI)  (NomeArchivio: SANFIv75.JPG)

email feltre – foto – GENOVA SANFILIPPO DIRIGENTE SQUADRA MOBILE F.TO ALESSANDRO MACCARINI (Agenzia: MACCARINI) (NomeArchivio: SANFIv75.JPG)

Dialogo esclusivo con il questore di Trapani, Claudio Sanfilippo noto per essere un cacciatore di latitanti. “È la sua intelligenza contro la nostra. La sua strategia contro la nostra. Usa la tecnologia per sfuggirci. Trapani città di massoni? La massoneria non è sinonimo di criminalità, non generalizziamo. Ma siamo attenti alle zone grigie”

Di Laura Aprati e Marco Bova

Due latitanti arrestati in una sola settimana e il ritrovamento di un arsenale di mafia sotterrato nelle campagne trapanesi. Vito Marino, erede di una famiglia di mafia condannato per la Strage Cottarelli di Brescia e Vito Bigione, narcotrafficante di calibro internazionale e detentore di molti segreti. I risultati sono di un team di “sbirri” della Polizia di Trapani che da luglio è guidata da Claudio Sanfilippo, questore e cacciatore di latitanti. Qui c’è la mafia di Matteo Messina Denaro ma anche qui “nessun latitante può essere sicuro di non essere preso”, dice Sanfilippo. Lui di latitanti se ne intende. Racconta di essere stato alla Catturandi della Squadra Mobile di Palermo dal 1990 fino al novembre del 2001. Era lì nel 1992, l’anno delle stragi, ed era di servizio il 23 maggio di quell’anno “ero il funzionario di turno. Credo di essere stato uno dei primi a intervenire sul posto e mi sono trovato a riscrivere la Catturandi di allora facendola diventare la Catturandi che è adesso.”

Chi sono i latitanti arrestati dalla Catturandi negli anni novanta ?
Da Giovanni Brusca a Pietro Aglieri, da Francesco Tagliavia a Francesco Onorato, killer dell’onorevole Lima, a Salvatore Grigoli, omicida di don Pino Puglisi. Sono tantissimi i latitanti presi in quel periodo. Tutti di grandissimo spessore criminale. Ogni cattura ha avuto le sue fasi, ogni cattura ha avuto dei momenti particolari. In quel periodo palermitano mi sono occupato anche della cattura di Matteo Messina Denaro e quindi, ho battuto il territorio del trapanese, soprattutto di notte, ma sono storie che non posso raccontare.

Una delle catture più importanti a cui ha partecipato è stata quella di Giovanni Brusca. Arrestato il 20 maggio 1996, all’epoca la sua foto finì sulla prima pagina del Time. Quale fu il momento in cui capì che potevate arrestarlo?
Pensi che eravamo nel 1996, l’anno in cui siamo passati dai telefoni Etax al Gsm. Quest’evoluzione ci aveva messo in difficoltà. I Gsm erano appena entrati in commercio e per noi erano impossibili da intercettare. Né localizzarli. Con gli Etax ci riuscivamo attraverso una banale triangolazione dei dati, con i Gsm eravamo spiazzati. Fummo dei pioneri nell’intercettazione di questi telefoni. Brusca accendeva il telefono alle 21, faceva una o due telefonate, e lo spegneva per riaccenderlo il giorno dopo alla stessa ora. Riuscivamo ad ascoltarlo ma la localizzazione era troppo vasta. Sapevamo che era nell’agrigentino ma non il luogo preciso. Apparentemente non c’erano soluzioni tecniche e la Telecom non sapeva aiutarci. Da qui parte l’inventiva dello sbirro, e io non mi dimentico mai di esserlo, che cerca soluzioni, mista a un pò di fortuna. Contattai un amico che era ingegnere elettronico e aveva lavorato per le centrali telefoniche. Chiesi cosa potevamo fare e mi consigliò di lavorare sul Timing Advance, un dato che ci da la distanza in metri del cellulare rispetto alla cella a cui è agganciato. La Telecom tergiversava ma con l’ausilio dell’autorità giudiziaria siamo riusciti a farci dare questo dato e dopo diversi incroci siamo arrivati alla cattura di Brusca. Per catturare un latitante devi entrare nella sua vita.

La tecnologia ora come venti anni fa è determinante nella ricerca del latitante?
La tecnologia è andata davvero molto avanti con grandi passi da gigante. Ci sono delle cose che noi non riusciamo tecnicamente a intercettare. Tuttora ci sono tantissimi limiti tecnologici . Ci ritroviamo sempre a quel momento del 1996, seppur con casistiche diverse. Oggi il gsm lo intercettiamo, lo localizziamo. Però se si utilizzano i programmi di messaggistica istantanea non dico che non si intercettano ma abbiamo alcune difficoltà. Così si crea un buco nell’attività di indagine che deve essere colmato diversamente rendendoci la vita più complicata e allungando i tempi.

Lei spesso dice che la cattura di un latitante è una partita a scacchi. Anche per Messina Denaro è così?
Si è vero, la sua intelligenza contro la nostra. La sua strategia contro la nostra. Tanti anni fa stavo lavorando alla cattura di un latitante e incontrai Francesco Marino Mannoia, già collaboratore di giustizia. Parlando il discorso cadde su Pietro Aglieri, all’epoca latitante, e mi disse “ dottore non lo prenderete mai perchè ha un intelligenza sopraffina”. Quando finimmo, questa frase mi restò in testa. Tornando a Palermo riuniì gli uomini della Catturandi dicendo che dovevamo iniziare subito a lavorare su Aglieri. La convinzione di Marino Mannoia era diffusa e non era possibile che un latitante fosse considerato imprendibile perchè più intelligente, più scaltro o più furbo. Ovviamente dopo riuscimmo ad arrestarlo. Oggi porto questo discorso su Messina Denaro. E’ estremamente intelligente, preparato, non ignorante. Sfrutta a suo vantaggio la tecnologia che ha a disposizione . Conosce bene i buchi in cui può inserirsi e che per noi sono difficili da individuare. Ma non per questo lo reputo più intelligente di me e dei nostri uomini che lavorano alla sua cattura “h24”. Se si lavora con calma, senza fretta, cadrà anche lui. Non so dove si trova ma so certamente che lo prenderemo. Lo so perchè il nostro impegno è massimo. Da parte mia non posso che mettere a disposizione il mio know how. Cosa che faccio quotidianamente. C’è un Servizio centrale, c’è una Squadra Mobile, c’è una Catturandi. Sono loro i dominus della caccia al latitante.

Si è molto parlato delle coperture, degli appoggi “dall’alto” ricevuti da Matteo Messina Denaro, ormai latitante da 25 anni. Lei che ne pensa?
Non credo assolutamente che Messina Denaro possa godere di protezioni così come si scrive. Voglio non crederci. Non mi pare che in tutti questi anni di attività investigativa ci siano stati dei ritorni in tal senso. Se ci fosse stata qualche anomalia in venti anni sarebbe venuta fuori. E non mi pare che sia venuta fuori. Si parla di Servizi segreti deviati, istituzioni che remano in senso inverso: non ci credo assolutamente. Non credo che Messina Denaro goda di favori da parte di chicchessia dalle Istituzioni statali e sono abbastanza certo di quello che sto dicendo. E’ un latitante difficile ma ce la faremo. E’ un latitante diverso dagli altri. Non si riesce a percepire sul territorio una sua presenza costante. Anche dalla politica, non ho mai avuto nella mia carriera la sensazione di avere un bastone fra le ruote nella richiesta di fare talune cose. Ho sempre avuto strada libera nelle mie indagini e penso sia così anche per gli altri. Poi la storia ci insegna che magari un domani scopri l’esistenza di un gruppo di persone deviate, come accadde con la Loggia P2 o la Loggia Scontrino a Trapani, persone infedeli. Quando lo scopriremo procederemo di conseguenza ma allo stato attuale non abbiamo nessun segnale del genere.

Questore, Trapani è considerata una città massone. Durante la perquisizione della Loggia Scontrino furono trovati anche nomi di uomini della Questura
Non penso di essere in un luogo masson-free. In questa provincia la massoneria è molto forte però attenzione: massoneria uguale criminali? Questa equazione non mi convince. Sarebbe come dire extracomunitario uguale criminale. La storia della massoneria non è quella di un accozzaglia di criminali. Se poi vogliamo inserire delle regole per cui se lavoro nel pubblico devo dichiarare la mia appartenenza, mi sembra ragionevole. Di certo essere massone non vuol dire delinquente. Altro discorso sono le logge segrete che vogliono scantonare le regole di ingaggio creando circuiti illeciti. Il softpower della massoneria può, però, essere molto pericoloso. Probabilmente ci sono delle zone grigie, le più pericolose. Chi percorre questa zona a volte riesce a tirarsi fuori dalle maglie della legge. E’ una cosa inevitabile.

E anche Messina Denaro batte questa zona?
Potrebbe batterla però noi le antenne le abbiamo accese. È chiaro che se la zona grigia non si manifesta con attività perseguibile come reati o perseguibili con azioni amministrative cosa si può fare? Essere attenti e colpire gli atteggiamenti che scantonano verso la zona “nera”. Bisogna identificare forme normative che qualifichino certe “pressioni” come zone nere. Per esempio la mancata segnalazione di alcune movimentazioni bancarie adesso ha solo sanzioni amministrative se fosse connotato come reato,avrebbe rilievo penale. Bisogna catalogare bene le attività che spesso definiamo border line.

Restano pochi sono i collaboratori di giustizia nel trapanese e ancora meno nella cerchia di Messina Denaro. Paura del latitante?
Sicuramente l’intelligenza di Messina Denaro ha limitato le collaborazioni. Lui conosce bene questi meccanismi. E’ un palermitano, ha passato gran parte della sua latitanza a Brancaccio con i Graviano. Sa che non si deve appoggiare ai vincoli criminali e lo sa bene ed è questo uno dei motivi per cui la cattura di questo latitante è difficile.

Questore, si è molto parlato della Calabria come luogo della latitanza di Matteo Messina Denaro
In Calabria, in passato, ci sono state tracce del suo passaggio ma anche di Riina e Provenzano. Ipotesi percorsa anche perché in Calabria ci si sentiva sicuri data la struttura familiare della ‘ndrangheta. Magari ci si affiancava ad un ‘ndrina della locride, faccio un esempio.

Quali sono i legami tra vecchia e nuova mafia?
A Trapani di vecchia mafia c’è ne poca. Trapani è una provincia in cui la mafia è un gradino superiore a quella palermitana. Qui vedo più una mafia da colletti mafia, quindi un’evoluzione del mafioso coppola e lupara, e la mafia non è più un’attività che si svolge nella provincia palermitana. Ha espanso le sue attività. ha sconfinato fuori dalla Sicilia si è accasata dove c’è potere e denaro, in Italia, in Europa nel mondo. La nuova mafia è in cravatta parla (3) tre lingue correttamente.
E’ cambiato anche il loro modo di approvvigionarsi economicamente: l’inserimento negli appalti pubblici per esempio. Questa è una delle tante trasformazioni della mafia. Da quando è nata nelle campagna, poi la guerra, la ricostruzione di Palermo-il sacco edilizio- ed era la mafia dei palermitani. Poi qualcuno pensa a reinvestirli nella droga- e questa fu la linea dei corleonesi. Fatto questo passaggio si sono ritrovati con fiumi di denaro. E qui cambiano ancora pelle e si buttano negli appalti. Angelo Siino, il “ministro degli esteri”, si sedeva ai tavolini e prendeva il 2° 3% degli appalti ed erano soldi senza rischi. In quel periodo “Cosa Nostra” cede il pacchetto stupefacenti ai calabresi e si tira fuori dal mercato. E cambiano ancora pelle e si buttano nei mercati, trasformando società paramafiose in società ripulite a tutti gli effetti.

Questore cosa pensa della scarcerazione di 59 mafiosi ? Il presidente della Commissione regionale Antimafia, Claudio Fava, si è detto preoccupato.
La scarcerazione di 59 boss è un problema. Un vecchio boss che torna sul suo territorio tornerà a fare quello che faceva ma il territorio e le regole sono cambiate. La vecchia mafia non ha più spazi. Il vecchio mafioso che pensa di tornare e di trovare un territorio fermo al 1977 o al 1980 sbaglia ha pochissimi spazi di manovra. E’ cambiata anche la gente. Negli anni 70/80 c’era il terrore del mafioso oggi c’è meno paura.
Negli anni scorsi la Questura ha eseguito diversi sequestri di beni. Adesso, alla luce degli effetti di quella stagione, cosa pensa dell’iter che va dai sigilli alla confisca dei beni dei mafiosi?
L’aggressione ai patrimoni è fondamentale. Se 10 anni fa questi patrimoni esistevano in capo al mafioso di turno e quindi le azioni erano più produttive perché realmente intestati a lui o facili prestanomi, oggi l’attività si è ridotta perchè nessuno di loro si intesterà nulla. L’azione di 10 anni fa è stata fondamentale ma il trend non può essere sempre lo stesso. Sostituirsi all’imprenditore mafioso è un’operazione molto delicata : lo Stato può gestire l’impresa nello stesso modo? L’aggressione incondizionata è sbagliata. Quella dei Niceta a Palermo è stata una grande sconfitta, a distanza di anni dobbiamo loro 50 milioni di euro! Io sono stato sempre dell’idea che se colpisco un bene non dovrà mai tornare in mano al mafioso. Lo prendo e lo faccio gestire ad un imprenditore che fa lo stesso tipo di lavoro e non ad un commissario.

Questore, in questi giorni nel processo al Senatore D’Alì. Si è riparlato delle pressioni esercitate per trasferire l’allora Capo della Mobile Giuseppe Linares
Non posso escludere condizionamenti e se questa cosa dovesse essere confermata il senatore D’Alì ne dovrà rispondere. Quante volte anche fuori dai nostri ambiti si è detto “promoveatur ut amoveatur!”. Il tentativo ci può sempre stare ma se l’organizzazione in cui la persona è incardinata resiste, il senatore D’Alì o il signor X , che hanno provato, ne dovranno rispondere.

Questore, il gruppo di lavoro per la cattura del latitante ha all’interno il Capo dello SCO, Alessandro Giuliano, il Questore di Palermo, Renato Cortese, e lei
Si , una linea rossa tra SCO, Palermo e Trapani. Siamo 3 colleghi con grandi esperienza in ambito di polizia giudiziaria, che l’hanno fatta su questo territorio. Io e Renato Cortese siamo stati insieme alla “Catturandi” di Palermo portando risultanti importanti. Abbiamo la stessa volontà di andare avanti. Abbiamo un’autorità giudiziaria di grande spessore e valore.
Questo è un momento molto positivo, con un personale assolutamente di valore.

(pubblicato su Tiscalinews.it del 21 ottobre 2018)

Vito Bigione “il commercialista” arrestato in Romania

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Vito Bigione, uno dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia, detto “il commercialista “, ha finito la sua fuga in Romania nella provincia di Timisoara , nella città di Oradea, dopo un pedinamento durato circa 10 giorni. Viveva, da solo, un’abitazione al 4 piano e si è presentato con il nome di “Matteo”, aveva con sé 10 mila euro. È stato arrestato in base ad un mandato di cattura europeo emesso il 4 luglio scorso dalla Procura di Reggio Calabria dopo la sentenza di Cassazione che avevo reso definitiva la sua condanna a 15 anni.

Le indagini sono partite ad agosto scorso e sono state coordinate dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato con la Squadra Mobile di Trapani e la Squadra Catturandi e con la Squadra Mobile di Palermo.
Il 6 giugno, infatti la Cassazione aveva chiesto ai carabinieri di Trapani di “ agire per prevenire eventuali sottrazioni a provvedimenti di esecuzione della pena”. Ma Bigione aveva già iniziato la sua latitanza.
Una sua ultima traccia lo posiziona a Locri, in provincia di Reggio Calabria, durante un controllo dei locali carabinieri, il 26 maggio scorso. Una zona quella della locride che aveva già visto transitare uomini vicini a Matteo Messina Denaro. A Platì, sempre in un controllo dei carabinieri, fu fermata una macchina,una decina di anni fa, e tra i passeggeri un avvocato vicino al boss del trapanese.
Ma chi è Vito Bigione, “il commercialista”?
Uomo organico alla famiglia mafiosa del trapanese viene intercettato nell’operazione “Anno Zero” ( 19 aprile 2018) mentre cercava di far recuperare un credito di 20 mila euro a un produttore caseario. Fedele a Mariano Agate e Vito Gondola aveva ripreso i contatti con la famiglia mazarese e con Dario Messina, arrestato proprio ad aprile “Nel mio piccolo me le sono abbracciate le mie cose, Dariù..il Signore qua mi guarda….Ora, una volta che non c’è più sto cristiano, per dire, cos’è che dobbiamo fare? Noi parlavamo di questo in campagna”.
La sua carriera di broker del narcotraffico è immortalata nelle carte dell’operazione Igres dove si disegna la sua figura di raccordo tra i cartelli colombiani e le famiglie di Mazara del Vallo (Agate) e Platì (Marando).
Svolge la sua attività in Africa prima in Camerun e poi in Namibia, dal 1998. Qui gestisce una flotta di 12 pescherecci e un ristorante di lusso “La Marina Resort”,4 lussuose carrozze di un vecchio treno affacciate sull’Oceano Atlantico, dove trovano ospitalità anche pezzi da novanta delle famiglie mafiose (vedi Giovanni Bonomo) e dove, secondo autorevoli fonti, è passato anche Matteo Messina Denaro.
Per Vito Bigione si parla anche di legami con i servizi segreti e quando nel 2000 ne viene chiesta l’estradizione dall’Italia per lui si mobilita uno dei più importanti studi legali del Sud Africa quello di Van Reenen Potgiete che riesce a dimostrare che la richiesta italiana non è corroborata da documenti tali da farlo estradare.
Per lui si batte la moglie Veronique Barbier che lo difende anche dall’attacco del sindacato, in Namibia. E fu proprio l’amore per lei a tradire Vito Bigione nel 2004 a Caracas quando fu arrestato, dopo essere fuggito dalla Namibia del governo di Windhoek, che l’aveva coperto e tutelato per anni ma che non gli garantiva più protezione.
Di certo Vito Bigione era tra i broker più importanti, aveva organizzato traffici tra Brasile, Colombia e Namibia e Italia, viaggiava in tutto il mondo e forse anche in Romania, dove è stato arrestato oggi, aveva i suoi traffici. D’altra parte “la latitanza si deve pagare” come ha detto in conferenza stampa il Capo della Squadra Mobile di Trapani, Fabrizio Mustaro.
E ricorrenti nella vita di Vito Bigione sono i rapporti con la Calabria e le cosche dell’Aspromonte.

(pubblicato su www.malitalia.it)

Dire no nella terra di Matteo Messina Denaro

Nel quartiere Badia a Castelvetrano, provincia di Trapani, sorge la casa del latitante Matteo Messina Denaro. Una casa in cui vive la madre Lorenza e in cui fino a qualche mese fa hanno vissuto la compagna e la figlia del boss. Aprire un’attività in questo luogo, anzi proprio in questa zona può essere una scommessa con il destino, che prima o poi verrà a bussare alla tua porta.
E un giorno, per la precisione l’11 aprile del 2012, qualcuno bussa alla porta di Elena Ferraro amministratrice della casa di cura Hermes. L’attività, come racconta Elena, nasce nel 2005 e per anni non ha avuto richieste, intimidazioni. Tutto tranquillo.
Elena non è di Castelvetrano viene da Montevago paesino di 3000 anime in provincia di Agrigento. Lei è laureata in filosofia ma la clinica Hermes è stata un modo per non lasciare la sua terra.
La tranquillità della vita di Elena e della clinica si interrompe con la visita di Mario Messina Denaro,cugino del boss. Un attimo la presentazione “Buongiorno è lei la responsabile? Sono Messina Denaro”. E’ l’inizio di una trattativa, chiamiamola così, per “estorcere” soldi alla clinica sotto forma di una sovrafatturazione e di un accordo con un’altra clinica compiacente,la IGEA di Partinico, e probabilmente con un’altra che ha sede a Ravenna (come si evince delle intercettazioni riportate nell’ordinanza di custodia cautelare che hanno portato all’arresto di 30 persone lo scorso 13 dicembre nell’ambito dell’operazione Eden).
“Mario Messina Denaro viene arrestato per il delitto di cui agli arti. 56, 629 c.p. commi le 7 DL. 152/91 convertito nella legge 12 luglio 1991 n. 203,per avere, avvalendosi delle condizioni di cui all ‘art. 416 bL c.p. e al fine di agevolare / ‘attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, mediante minaccia nei confronti di FERRARO Elena (e consistita nel prospettarle la necessità dell ‘associazione mafiosa di costituire riserve di denaro da destinare al sostentamento dei familiari dei detenuti in carcere), posto in essere atti idonei e diretti in modo non equivoco a costringere la predetta, quale presidente del consiglio di amministrazione della Hermes srl di Castelvetrano, a emettere o fare emettere fatture di importo superiore alle prestazioni sanitarie svolte dalla società e a consegnargli le somme di denaro equivalenti alla differenza tra l’importo fatturato e quello effettivamente
dovuto, alfine di procurare a se stesso e ad altri ignoti appartenenti all ‘associazione mafiosa denominata Cosa nostra un ingiusto profitto con altrui danno. Evento verificatosi per cause indipendenti dalla sua volontà.In Castelvetrano tra l’l11 aprile 2012 e il 14giugno 2012.………..”

Elena Ferraro è impaurita dopo la visita (dagli atti si evidenzia inoltre che uno dei dipendenti conosceva bene il cugino del boss). Gli viene proposto un accordo per cui la clinica Hermes fa una serie di esami ai pazienti che vengono lì convogliati, non li fa pagare e manda invece la fattura alla clinica IGEA logicamente con un sovrapprezzo. Il Messina Denaro alle domande della Ferraro su cosa fare di questi soldi gli risponde “li mette da parte” e alla domanda “lei chi è un mediatore?” lui risponde “…Il CAPO di tutto sono …”. Così come le spiega che “ama dare soldi”(dobbiamo dare i soldi) per poi spiegarle che servono per le famiglie di chi è in carcere.
Lei oppone il fatto che “come faccio a fatturare in più…..” , la risposta è netta “questo è un problema suo. Ci pensi”.
(dagli atti dell’ordinanza
ELENA. io metto sessanta euro … quindi che succede che io incasso sessanta euro … quindi giusto?
MAR/O: certo
ELENA: la Hermes incassa sessanta euro
MARIO: esattamente
ELENA. perfetto e poi che faccio con questi soldi io?
MARIO: in più?
ELENA. questi soldi in più
MARIO: li mette da parte … )

Elena piange, si mette le mani nei capelli. Sono giorni difficili. E’ spaventata, ha anche tanta rabbia dentro. Parla con i soci. Parla con loro del fatto che bisogna denunciare, non si può tacere. Si attivano per un contatto con la Questura di Trapani. La decisione è presa. Anche in casa di Matteo Messina Denaro si può parlare.
I suoi vicini non se lo aspettavano anche se gli attesti di solidarietà sono tanti. Ma anche molte amicizie sono sparite dalla sera alla mattina. E anche su solidarizza Elena si pone una domanda “quanti lo pensano realmente?”.
Un “gesto” storico è stato definito il suo. Lei non la pensa così. Sa che non è semplice in un luogo così permeato dalla presenza del latitante ma, dice “ io sono sta educata alla legalità”. Sa che è difficile cambiare la mentalità in luogo dove si va dal capo mafia a chiedere aiuto anche per la macchina rubata. Ma si può dire di no. E’ preoccupata ma si sente tutelata dice “Lo Stato c’è e dobbiamo dire che non si è soli. Il 90% ancora ha paura o sfrutta la mano mafiosa per crescere”. Ma si può dire di no. Lo ripete tante volte mentre ringrazia le associazioni antiracket che le sono state vicine. Si può dire di no a 38 anni. Si può dire di no anche se donna. Lo si può fare nel cuore di Castelvetrano, nelle vicinanze della casa del boss.

(pubblicato su www.malitalia.it)

L’energia pulita di Cosa Nostra

E’ di questi giorni la notizia  di arresti relativi agli appalti di Trenitalia. 42 indagati. Il cuore dell’operazione e’ Bologna. “Un sistema radicato e strutturato nel tempo “, cosi’ lo definisce il procuratore Giuseppe Quattrocchi. Anzi a dirla tutta si parla della gestione degli appalti con il metodo Siino ( il Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra). Un metodo consolidato in cui le aziende si sedevano intorno ad un tavolo e si partivano i lavori.

Un metodo non solo siciliano per la verita’ e con il quale tutti gli appalti, soprattutto le opere pubbliche, sono stati gestiti dal dopoguerra ad oggi.

Ma vogliamo anche parlare dei settori che oggi sono aggrediti dal sistema degli appalti e del crimine. E lo facciamo con  una storia che viene dalla Sicilia, che ha gia’ visto un processo concluso nel 2010, e che inizia nel lontano 2003 quando alcune imprese, fra le quali la ENERPRO e la SUD WIND S.r.l. presentarano al Comune di Mazara del Vallo l’autorizzazione a realizzare parchi eolici sul territorio comunale. Dalle indagini, condotte dalla Polizia e dai Carabinieri di Trapani, si evidenzia  come Melchiorre Saladino, imprenditore locale vicino al boss,latitante, Matteo Messina Denaro “u siccu”,sia divenuto il regista dell’operazione  su incarico ricevuto dal “reggente” del mandamento  mafioso di Mazara del Vallo, Matteo Tumbarello.

Il Saladino riesce a venire in possesso del progetto di una delle imprese, la “ENERPRO”, che veniva prelevato dagli uffici comunali in cui era custodito. Questa operazione favoriva la SUD WIND che poteva quindi fare il restayling al proprio potendo avere come pietra di paragone l’offertya del suo competiro. Intano i soci della SUD WINd, Franzelli e Aquara, concordavano con lo stesso Saladino ed un consigliere comunale di Mazara del Vallo, Vito Martino, un patto con cui gli stessi avrebbero ricevuto 150 euro in due tranches. La prima doveva anche servire a pagare “l’appoggio” di altri pubblici ufficiali coinvolti in questo scambio: appalti-soldi-potere. E soprattutto la gestione dei fondi destinati all’energie rinnovabili, nuova frontiera del business delle mafie.

  
Ignazio De Francisci procuratore aggiunto Dda di Palermo: «Cosa nostra cerca sempre appoggi nella pubblica amministrazione. La prima frontiera della lotta alla mafia, per questo motivo, è proprio l’azione sulle amministrazioni comunali.Nel progetto di realizzazione del parco eolico era necessario un diretto contatto col territorio e, in questo senso, Cosa nostra nel trapanese si muove benissimo». 

Giuseppe Linares,ai tempi dell’operazione ( 17 febbraio 2009) Capo della Squadra Mobile di Trapani e oggi a capo della sezione Anticrimine della Questura di Trapani, disse : «C’è un patto occulto tra Cosa nostra trapanese e alcuni imprenditori nel settore dell’energia eolica. C’era un vero e proprio accordo di corruttela tra imprenditori e funzionari comunali di Mazara del Vallo ma anche con un consigliere comunale dello stesso Comune. Cosa nostra preferisce l’approccio con le imprese al racket delle estorsioni. Cosa nostra è sempre attenta a valutare le nuove evoluzioni del settore imprenditoriale e a cogliere la moda del momento, che nel caso specifico è quella dell’energia eolica.”

 Dalle indagini  emerso anche che tutti sapevano, e soprattutto le imprese, sapevano che per lavorare bisognava rivolgersi al “Capo” del territorio e così fece anche  la società “Fri-El Green S.p.a.” di Bolzano che voleva entrare e lavorare nel campo dell’eolico. E per Mazara del Vallo la società trentina scelse come riferimento Vito Marino e lo sostenne per 30 mila euro nella sua campagna elettorale dle maggio 2006 . E così che per lavorare si innescano i meccanismi di corruttela e collusione.

Per questo sono stati condannati, anche in appello, l’ex assessore e consigliere comunale di Forza Italia, Vito Martino,  due anni per corruzioni, per i giudici, però, Martino non era al corrente dei progetti della famiglia mafiosa di Mazara sullo stesso impianto. Franzinelli è stato condannato ad 1 anno e 2 mesi, il suo socio Antonio Aquaro, ad 1 anno, 5 mesi, 24 giorni. I giudici di secondo grado hanno confermato la condanna a 8 anni e 4 mesi per Giovan Battista Agate, fratello del “padrino” di Mazara, “don” Mariano Agate. Sono stati condannati anche l’ex capo dell’ ufficio tecnico del Comune di Mazara del Vallo, ‘architetto Pino Sucameli, 7 anni e 1 mese, e Nino Cuttone, 6 anni e 7 mesi. L’imprenditore salemitano Melchiorre Saladino ha patteggiato in sede di udienza preliminare.

In questo caso la giustizia è  stata rapida e senza capovolgimenti di sentenze. Un esempio soprattutto per una regione, come la Sicilia, dove la “zona grigia” tra professionisti, imprenditori, politica e Cosa Nostra  è spesso labile. Ma anche la fotografia di un sistema economico, di lavoro, di impresa e politico che non lascia spazio se non all’onestà e alla trasparenza. E questo metodo in un momento in cui le banche non danno credito ( ultima stima il 70% del crdito bancario va al 10% di clienti medio –grandi ma che sono anche i più insolventi) per molti, troppi rimane l’unico modo di lavorare. E fanno sempre più gola gli appalti nelle aree dove arrivano i grandi finanziamenti europei che siano per le nuove tecnologie e per le energie pultie. Sempre a Trapani in un’altra operazione, Cosa  Nostra Resort,  stato confiscato un villaggio turistico di circa 12 milioni di euro arrivati con finanziamenti europei. La frode all’Unione è diventata uno dei meccanismi fondanti del nuosistema economico del crimine organizzato in tutta Europa tanto che Al jazeera ha dedicato un’inchiesta alla nuova frontiera del business non solo delle mafie.

Margherita e il 2 aprile

Il 2 aprile per Margherita è un giorno importante. Il 2 aprile di 26 anni fa la mafia le ha ucciso la mamma e i due fratellini. Per errore la bomba che doveva far saltare in aria il giudice Carlo Palermo esplose al passaggio della macchina con Barbara Rizzo e i gemellini Salvatore e Giuseppe Asta. Ma oggi non voglio parlare di loro ma di Margherita. La bambina che a 10 anni viene catapultata in un mondo fatto di orrore, morte, solitudine. Margherita che ha viaggiato attraverso la vita con la caparbietà di chi ha tanto sofferto. Margherita che ha curato, lungamente, la sua ferita.
La ricordo la prima volta che l’ho conosciuta di persona , tre anni fa circa. Veniva a raccontare la sua storia in TV. Piccola, capelli neri corvini , occhi scuri per il colore e il dolore. Timida, impacciata su quello sgabello di fronte a Franco Di Mare ma composta nel raccontare una tragedia che avrebbe distrutto anche una roccia…Eppoi passa un po’ di tempo e ci ritroviamo a Trapani per presentare Malitalia ed ecco la sorpresa. Margherita è un’altra persona. Un nuovo taglio di capelli, la luce negli occhi. Una donna nella pienezza della sua vita. Il mio pensiero fu “Margherita si è ripresa la sua vita”. E così era. Margherita aveva finalmente elaborato, sicuramente dolorosamente, il suo lutto e aveva deciso che era il momento di vivere non solo nel ricordo dei suoi, non solo nella lotta alla mafia – di cui è diventata un simbolo. Era il momento di vivere per Margherita.
Margherita si è fidanzata lontana dalla sua Trapani a Parma. Si sposerà il 30 aprile e avrà un papà d’eccezione ad accompagnarla all’altare, Don Luigi Ciotti che le è stato sempre vicino, che l’ha sostenuta in questi anni. E smessi gli abiti del padre civile diventerà il padre spirituale che celebrerà la nuova vita di Margherita.

Mafia sott’olio

Partanna, la città di Rita Atria.

Partanna teatro di faide mafiose.

Partanna cittadina della Sicilia occidentale, la patria della mafia “dura e pura”, quella di Matteo Messina Denaro.

Qui la notte  del 29 ottobre del 2008 una macchina prende fuoco.  Un uomo e una donna, guardano , dalla finestra, la loro auto in fiamme. Sono terrorizzati, abbracciati. Hanno chiamato i vigili ma devono arrivare da Mazara del Vallo e ci vorrà tempo. E allora l’uomo prende un sifone dell’acqua e prova a spegnere l’incendio dall’alto. Quell’uomo si chiama Nicola fa l’insegnante elementare da 20 anni a Castelvetrano. Ha una moglie, una bimba di tre anni ed un’altra in arrivo. “ Sono circondato dalle donne” dice Nicola e gli sorridono gli occhi. La notte del 29 ottobre ha scelto definitivamente da che parte stare. Se mai avesse avuto un dubbio quella notte è sparito. Ha scelto la legalità ed ha scelto la sua terra.

Quella notte rimarrà nella sua memoria perché proprio quel giorno nasce “il Consorzio di Tutela Valli Belicine”. Alla riunione di sottoscrizione erano stati invitati 70 aziende se ne presentano 150 e da allora sempre di più hanno deciso di non voler più sottostare al giogo mafioso ed hanno scelto di essere liberi da chi acquistare le sementi, da chi acquistare il concime o le bottiglie. Si sono “ribellati” in 243 che oggi producono olio ma anche vino, che hanno in mente di trasformare il triangolo tra Partanna, Palermo Agrigento ( in tutto 12 comuni) in un esercito culturale che parli non solo agli agricoltori ma a tutti. Nicola dice che la prima grande vittoria di questo consorzio non è stata quella di guadagnare ma di risparmiare perché acquistando in comune hanno ridotto i costi del 40% potendo così vendere il loro prodotto ad un prezzo adeguato. “Sempre superiore ai 3 euro a cui si vendeva prima l’olio” dice Nicola ”perché una delle prime cose che abbiamo subito denunciato è il fatto che quel prezzo si otteneva solo con la mano d’opera in nero, con le truffe, con lo sfruttamento”. Nicola parla come un fiume in piena: del suo territorio, della identità, di Selinunte e dei reperti archeologici che raccontano di come l’olio è stato sempre alla base dell’economia di questo lembo di Sicilia “qui l’economia legale – continua- è sparita per troppo tempo e ha lasciato il posto al malaffare. Qui non si poteva vendere l’olio o il vino se non passavi per il sensale. Noi abbiamo dimostrato che possiamo vendere, e acquistare, anche senza di loro. Su internet si trova tutto. Puoi scrivere in Francia e farti mandare le bottiglie e i tappi che ti servono senza pagare sensalie e a prezzi migliori. Eppoi io scrivo a tutti, magari con il mio francese scolastico ma scrivo a tutti”.

Ed infatti ha scritto al Presidente del Consorzio del Saint Emilion per parlargli della sua terra , del suo “terroir” . Ha convinto un tedesco a diventare suo socio. Vuole far adottare le piante di olivo. E chiama tutti, parla con tutti. Adesso si devono assolutamente vendere i 14mila litri di olio che rimangono perché “ dobbiamo dare i soldi in mano ai nostri soci. Così saranno ancora più convinti che si può fare”. Le resistenze,in questo territorio, sono tante: quando gli hanno incendiato la macchina non ha avuto solidarietà da nessuno. “Se tu sorvoli questo triangolo e fai una foto dall’alto hai anche l’immagine antropologica dei luoghi. Rustici non finiti, erbacce. Noi vogliamo che si veda la differenza tra il nostro terreno e quello degli altri. Dobbiamo averne cura. Anche il terreno ci deve distinguere, ci deve essere un segno preciso. E poi lo dobbiamo trattare bene il nostro ambiente perché è il nostro futuro”.

E così il consorzio segue regole precise: le olive vanno molite appena raccolte,nello stesso frantoio ( a due fasi), sempre nelle ore notturne e l’olio prodotto è stoccato  in unico silos. Si coltiva solo “Nocellara del Belice” e Nicola è fiero che il loro olio è stato usato da due grandi chef per un loro dolce “ non ci potevo credere, come era buono!”. Pensano anche alla fitodepurazione ma anche un turismo “sostenibile”. E il Consorzio non vuole fermarsi, anche se magari qualche socio andrà via, vuole fare di più. E superare i confini del triangolo Partanna, Palermo, Agrigento. Certo le difficoltà degli ultimi due anni sono state tante e Nicola dice che se non ci fosse stato il sostegno delle forze di polizia si sarebbero forse arresi perché, come ha scritto al Ministro Maroni, “ in questi luoghi la società pseudo civile ti lascia solo e il don di turno ha ancora il suo peso. Ecco perché la mafia culturale è la più pericolosa e bisogna fissare nel territorio sociale il volto umano e amicale della Giustizia.”. A marzo 2010 l’operazione Golem II ha portato in carcere 18 persone della rete più stretta del boss Matteo Messina Denaro tra cui il fratello Salvatore. Proprio in questa occasione Nicola stringe un’amicizia, forte e vera,  con gli uomini della Squadra Mobile di Trapani e di loro dice “ sono state le parole di questi uomini, e del loro capo il dott. Linares, che ci hanno dato il coraggio di continuare. Non ci hanno fatti sentire soli. Perché il pericolo maggiore è proprio quello di sentirsi soli e abbandonati, di essere considerati degli invalidi  da lasciare indietro”.

E adesso l’olio del Consorzio è sbarcato a Venezia alla Mostra del Cinema, con l’aiuto della Sicilia Film Commission – Addiopizzo e Libero Futuro –  a dimostrazione che, volendo, partendo da una bottiglia di olio si può cambiare la vita di una società intera. Come dice Don Luigi Ciotti la mafia si batte con le politiche sociali e con il lavoro e Nicola ricorda che “ questo anno a Partanna mancano 10 milioni di euro per la crisi dei prezzi agricoli e il Consorzio dimostra che uniti si può fare fronte anche a situazioni  come questa”. Luigi Enaudi diceva che “la libertà economica permette la libertà politica” ed essere liberi economicamente vuol dire anche non dover sottostare al “don” di turno.

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.strozzatecitutti.info il 7 settembre 2010)

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