Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Notizie dal mondo

Dal Cile all’Australia passando per l’Italia. Un viaggio lungo tre continenti

rizzoli tiscali

Francesca Rizzoli, una donna che spinta dalla sua passione ha cambiato spesso la sua vita. Ha conosciuto Sud America, Europa e Oceania, ma il suo pensiero (amaro) torna spesso all’Italia.
Ha un sorriso contagioso, una personalità che mette insieme le origini trentine dei suo genitori e la terra dove è nata, il Cile e dove torna ogni dicembre. Una donna che spinta dalla sua passione ha cambiato spesso la sua vita. Ha conosciuto 3 continenti totalmente diversi fra loro: Sud America, Europa e Oceania. Demoralizzata, forse, in qualche momento, ma combattiva non ha mai mollato anche quando è servito cambiare paese, abitudini: cambiare la propria vita, insomma. Francesca Rizzoli, reporter – fotografa e giornalista oggi vive e lavora a Melbourne in Australia. Molti i suoi lavori come “Dear Syria” o “Dear Iraq” o “Old loves, new language: The 66 Syrian refugees being resettled in Chile”per la SBS Australia. Francesca ha ripercorso alcuni dei momenti della sua vita da quando ha lasciato il Cile per l’Inghilterra al Cile della rivolta di questi giorni.

Francesca sei nata in Cile, poi sei arrivata in Italia e infine l’Australia… come è stato il percorso? Andare in Australia una fuga o una scelta?
Sono nata in Cile, si e sono cresciuta lì. Quando avevo 18 anni ho iniziato l’università a Santiago, dove mi sono iscritta alla facoltà di giornalismo. Ho frequentato il primo anno e poi ho deciso di fare un’esperienza all’estero. All’epoca – siamo nel 2000– non era ancora cosi comune andare fino all’altro capo del mondo da sola, ma volevo esplorare il mondo, raccontare storie e dal Sud America il fascino per l’Europa era molto forte, quindi sono partita per l’Inghilterra. Volevo migliorare il mio inglese, ne avevo bisogno per fare la giornalista, e quindi sono andata a Londra, dove sono stata per 4 mesi e dove ho vissuto a casa di una signora Indiana, Mrs Agarwala, ricordo ancora il suo nome. E poi è arrivata l’Italia, la mia seconda casa visto che i miei genitori sono trentini. Mi sono trasferita a Milano, dove mi sono iscritta all’università, prima a scienze politiche e poi sono passata, come molti nei primi anni della riforma universitaria, a una laurea triennale in comunicazione, con indirizzo giornalistico. Ho vissuto a Milano per 12 anni, vicino a Piazzale Lotto, oggi una zona completamente ristrutturata dopo l’expo 2015, e ho fatto tantissime esperienze: di vita e lavorative che, nel bene e nel male, mi hanno insegnato tantissimo, ma ho anche vissuto gli anni della crisi, e quindi il forte precariato e la conseguente mancanza di opportunità nel paese, e quindi ho velocemente capito che se stavo nel paese non sarei riuscita a realizzare i miei sogni perché l’Italia non era, e forse non è ancora, un paese per giovani.
A Milano ho conosciuto anche quello che oggi è il mio attuale compagno di vita, quindi andare via non era più una scelta individuale, come quella che avevo preso diversi anni prima. Ci siamo messi a cercare insieme un posto che andasse bene a entrambi e…. Beh, è arrivata l’occasione dell’Australia. Tornando quindi alla domanda: l’Australia, una fuga o una scelta? Un po’ entrambe: ce ne volevamo andare dall’Italia, tantissimo. Non vedevamo per nessuno dei due molto futuro per realizzare i nostri progetti, e quindi è stata l’occasione perfetta per una fuga organizzata.

Come è stato l’impatto con il nuovo paese? Cosa ti ha colpito di più?

L’impatto è stato molto più forte di quanto lo sia stato quando ero emigrata prima in Inghilterra e poi in Italia 12 anni prima. L’Inghilterra era un avventura, l’Italia era un po’ una seconda casa, ma l’Australia era totalmente sconosciuta. Non avevo mai viaggiato da questa parte dell’emisfero sud, ed era tutto così profondamente diverso… Mi hanno colpito tante cose, come la luce potente ed il cielo enorme. Non ci sono montagne qui, lo spazio è infinito. E la natura ti inghiotte, è maestosa. Mi ha colpito da subito la diversità della Melbourne multiculturale, in centro mi sembrava di essere in Asia più che in Australia, dove immaginavo tutti biondi e abbronzati… E poi un’altra cosa che mi ha colpito, parlando anche con altri ragazzi immigrati dall’Italia, era che qui tutti sentivano che le opportunità erano tantissime e che almeno ci potevi provare… forse perché in Italia era tutto cosi difficile per tutti, che qui sembrava di respirare una boccata d’aria fresca…

In Australia ci sono tanti italiani e tu lavori in una radio multietnica…ma d’altra parte l’Australia ha anche una posizione anti migratoria molto decisa….

Si, l’Australia ha una politica migratoria molto rigida, soprattutto per quanto riguarda i richiedenti asilo che si trovano a vivere in condizioni disumane nei campi di detenzione su Manus Island, tanto che Salvini l’ha spesso citata come un esempio da seguire. L’altra faccia della medaglia però, e questo andrebbe ricordato, è che qui ci sono anche delle politiche sul multiculturalismo che vedono la diversità come un valore da promuovere all’interno della società. Uno degli esempi concreti è proprio SBS, l’emittente multiculturale dove lavoro, nata con la finalità di valorizzare e dare spazio alla diversità più di 40 anni fa e da dove trasmettiamo in 68 lingue diverse. Riceviamo finanziamenti dal governo australiano e questo è un enorme riconoscimento sia agli immigrati come persone che all’immigrazione come processo di arricchimento per una società. E’ chiaramente un discorso complesso quello sulla migrazione, dico una banalità, ma l’Australia ha anche tanti aspetti positivi riguardo a questa tematica, con degli esempi di politiche virtuose, da cui molti a livello internazionale prendono spunto.

Cosa sei riuscita a realizzare in Australia che non avresti potuto realizzare in Italia… e torneresti indietro?
Chi lo sa che cosa avrei potuto realizzare in Italia, non lo so, non mi piace guardarmi indietro, ma non penso di tornarci a vivere. Seguo le news, ma soprattutto parlo con i miei amici e parenti e purtroppo non mi pare che le cose siano tanto diverse da come le ho lasciate. Ci torno poco, visito di più il Cile quando vado a trovare la mia famiglia, ma devo dire che quando l’anno scorso sono tornata dopo tre anni l’Italia è come sempre bellissima, ma vista di passaggio, da turista. In Australia faccio la giornalista, non so se in Italia avrei potuto continuare a fare questo lavoro per molto tempo vista la precarietà della professione. Il mio non è un lavoro facile neppure qui perché è una professione che sta cambiando profondamente e rapidamente e la competizione è fortissima. Inoltre qui la mia esperienza è sempre quella di un’immigrata, quindi comunque gli obiettivi qui sono più complicati da raggiungere, ma certamente posso dire che l’Australia è comunque un paese più meritocratico dell’Italia. Certamente la percezione di questo paese è cambiata da quando sono arrivata qui, sei anni e mezzo fa, ma la sensazione è sempre la stessa, ovvero le possibilità di metterti in gioco qui ce l’hai e se le cerchi, opportunità ci sono.

Cosa pensi della crisi cilena di oggi?

Ero molto felice all’inizio, Chile desperto’ finalmente! Ma ultimamente la sto vivendo con molta preoccupazione e tristezza a dire la verità. Quella che sta avvenendo è assolutamente una crisi annunciata, da tempo. È montata per 30 anni e ora è scoppiata a causa di una profonda disuguaglianza. E’ una crisi sicuramente positiva per molti aspetti, il cambiamento e’ necessario e fondamentale se vogliamo davvero essere una democrazia a tutti gli effetti. Ho parlato con diversi colleghi e mi raccontano di assemblee cittadine spontanee, in cui le persone si stanno riunendo a discutere sul da fare e su proposte concrete al governo. Ci sono tante piccole manifestazioni pacifiche ogni giorno, i cacerolazos – persone in strada con le pentole a manifestare – ma allo stesso tempo mi preoccupano le proteste violente, che non stanno aiutando sicuramente il paese. Anzi. La diseguaglianza non si cancella in un attimo, il paese ha bisogno di tempo per elaborare delle riforme sostenibili, e la pressione dei gruppi più estremi non aiuta. Il paese e’ nel caos, tante persone stanno lavorando la metà’ di prima, tanti negozi sono chiusi, le persone stanno diventando sempre più negative… e’ una crisi molto più complessa di come la vedi rappresentata, soprattutto dai media internazionali.

Per Francesca quindi l’Italia non è il paese delle possibilità, delle occasioni ma solo un luogo da visitare da turista! Le sue parole hanno il sapore delle mandorle amare.

(Pubblicato su Tiscalinews 15 novembre 2019)

La migrazione 2.0 che impoverisce l’Italia. Storia della donna che dirige l’importante centro di ricerca

polidori

Maria Cristina Polidori appartiene a quei cinque milioni di italiani che dagli anni 90 a oggi ha cercato fortuna altrove. Il dato è serio: il 56% di “expat” ha tra i 18 e i 44 anni. e oltre il 60 per cento hanno il diploma o la laurea.
Le migrazioni sono cicliche, dipendono da guerre, carestie. Potremmo dire che la spinta a lasciare il proprio paese è data dalla povertà, dalla mancanza di un futuro e di prospettive. E questi sono i fattori che hanno segnato la prima grande ondata di migrazione italiana ( quella dal 1861 al 1985) ha portato fuori dei nostri confini oltre 30 milioni di nostri concittadini. Come se l’intera popolazione italiana di inizio Novecento se ne fosse andata in blocco.Ma c’è una seconda ondata migratoria, iniziata negli anni novanta, e i numeri ci dicono che al 2018 sono circa 5,1 milioni. Il 56% degli “expat” ha tra i 18 e i 44 anni. E il grado di istruzione di chi se ne va è più alto rispetto al passato: “il 34,6% ha la licenza media, il 34,8% è diplomato e il 30% è laureato“. Insomma una migrazione che nasce da fattori diversi dalla precedente e spesso riguardante il nostro sistema universitario, concorsuale, la burocrazia e una società ancora molto segnata dai “rapporti familiari” o “di appartenenza”.
Una di queste storie oggi vive e lavora in Germania, a Colonia, dopo qualche anno a Boston dove ha incontrato il suo futuro marito. Classe 1969, capelli ben pettinati, occhiali sfumati sull’azzurro, vestito perfetto. Eloquio fluente, padronanza di se stessa e del momento. Insomma “teutonica” si direbbe al primo approccio.

Chi è Maria Cristina Polidori
Un curriculum invidiabile: laureata nel 1993 a Perugia, nel 1995 si é trasferita a Boston per un doppio contratto presso il dipartimento di Neurologia del Massachusetts General Hospital dell’Universitá di Harvard e presso il Cardiovascular Institute della Boston University. Nel 2000 arriva in Germania, a Dusseldorf per continuare i suoi studi sul ruolo dello stile di vita, in particolare della nutrizione, nell’invecchiamento di successo. I suoi studi sotto la guida del pioniere delle ricerche sui radicali liberi e lo stress ossidativo, Helmut Sies, hanno condotto all’identificazione di importanti meccanismi biomolecolari legati al mantenimento della salute.

Parliamo di Maria Cristina Polidori, che dal 2015 è stata chiamata a lavorare all’Universitá di Colonia, dove dal 2015 dirige il Centro di Ricerca Clinica per l’Invecchiamento presso il Dipartimento II di Medicina Interna e Centro di Medicina Molecolare del Policlinico Universitario di Colonia. Maria Cristina lascia la sua Perugia, città amata e in cui torna spesso, per una serie di circostanze legate a persone amate ma soprattutto parte per quello che lei definisce una “costellazione privata e professionale difficoltosa”!

È questa l’Italia delle piccole province: chiuse, familistiche con pochi spazi per chi non fa parte del “giro”. Un’aria pesante e allora Maria Cristina decide di andare via in America. Una partenza anticipata, aveva già deciso di fare un’esperienza all’estero ma la situazione che si era creata la spinge ad anticipare tutto. Qui la vita le si presenta un mondo diverso dove le capacità, la dignità umana e del lavoro sono sostanziali.

Qui conosce suo marito, ricercatore tedesco ad Harvard, e decidono insieme di tornare in Europa. L’America non era per loro soprattutto per lo stile di vita. Cercano una soluzione in Italia ma non è possibile e così vanno in Germania. “All’inizio – racconta Maria Cristina – è stato uno schock soprattutto culturale per i rapporti interpersonali. Ma mi sono barcamenata bene anche perché il potenziale umano del Sud del mondo è fondamentale per il Nord.”

All’estero ma con l’Italia nel cuore
A Colonia, Maria Cristina organizza da anni concerti di musica classica e contemporanea (The Wall) e mostre di pittura e incontri di lettura. È parte integrante della comunità italiana che lei specifica “si divide in due gruppi la generazione 1.0 (20 dicembre del 1955 Italia e Germania siglarono un accordo per il reclutamento di manodopera italiana temporanea nella Germania federale) i gastarbeiter e i 2.0 che sono persone che hanno studiato, stanno benissimo ma con molta nostalgia dell’Italia anche se sanno che oggi da noi non potrebbero avere le stesse possibilità. Ma è un peccato capire che in Italia non ci possiamo vivere con lo stesso standard e soprattutto non possiamo, come medici, contribuire alla salute dei propri connazionali come se fossimo potuti rimanere”.

La sua voce, pacata anche quando parla dei momenti difficili della sua vita, ha come un guizzo quando parla del suo lavoro e degli obiettivi raggiunti “la creazione di dati di evidenza scientifica a favore della medicina basata sulla persona e non sulla malattia affinchè le funzioni cognitive e motorie rimangano intatte, anche nella fase dell’invecchiamento, grazie alla prevenzione e ad un attenta gestione delle risorse del fisico”.

La passione, la determinazione traspaiono dalle parole di Maria Cristina Polidori ma anche il sottile dolore di essere andati via da casa, di aver dovuto mettere a disposizione il suo sapere in un altro luogo. Ma in un mondo globale come il nostro, dove tutto oramai viaggia e viene condiviso velocemente, le sue scoperte, i suoi lavori sono patrimonio di tutti e non solo del Paese in cui lavora.

(Pubblicato su Tiscalinews 2 novembre 2019)

Libano, i religiosi si schierano con i manifestanti per chiedere l’attenzione della comunità internazionale

libano-0029.jpg_997313609

Il patriarca maronita Bishara Rai ha riunito il consiglio dei patriarchi cattolici e ortodossi e ha invitato il presidente della Repubblica, il maronita Michel Aoun, ad “assumere le necessarie decisioni riguardo alle richieste della gente”.
“Il popolo ha ragione a manifestare per esprimere il proprio dissenso sulle scelte politiche che negano anche i diritti minimi. Basta con le promesse, e’ tempo di fatti concreti”. Queste le parole di Padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano a cui fanno da eco quelle del patriarca maronita Bishara Rai che ha riunito il consiglio dei patriarchi cattolici e ortodossi e ha invitato il presidente della Repubblica, il maronita Michel Aoun, ad “assumere le necessarie decisioni riguardo alle richieste della gente”. I patriarchi hanno denunciato “la deviazione e la corruzione” del sistema politico.
L’esercito è intervenuto a Beirut, Sidone, Tiro ma le strade e le piazze sono comunque piene di gente. A Roueisset, periferia della capitale libanese, le Suore del Buon Pastore hanno un dispensario che ogni anno offre cure e medicine gratuite a oltre 21mila persone. È uno di quei luoghi dove è più facile capire cosa sta succedendo in Libano.
Suor Antoinette parla “ dell’economia che è ai minimi, il 40% dei giovani non ha lavoro, forse anche di più di questa percentuale. La gente vuole un nuovo governo più onesto e trasparente”. Ma la lotta di questi giorni è anche per la dignità delle persone come racconta Rima Karaki, giornalista conduttrice televisiva.

rima dignity

Rima qual è il tuo punto di vista sull’attuale situazione in Libano?
Prima di tutto questa è la rivoluzione della “dignità” e della “integrità”, prima ancora che delle richieste economiche. Noi viviamo sotto il potere di “una banda di ladri”, una mafia, mascherata sotto un altro nome o titolo sporco come l’originale “protettori di sette”. Ci hanno diviso per rubare meglio,e questo è andato avanti per molti anni. I politicanti in Libano sono come i “ladri”, “re del crimine di ogni sorta”: affari sospetti, rapina del paese drenando risorse per arricchire se stessi,ruberie con il risultato di un inimmaginabile disoccupazione,povertà, repressione e chissà cosa altro può accadere!
La corruzione non è molto diversa da un oppressore che occupa il tuo paese ma a differenza di questo è più feroce…Tutte e due lo distruggono ma mentre l’identità dell’oppressore è chiara, la corruzione è la traditrice della nazione e merita la prigione! I politici libanesi non hanno avuto pietà di noi, hanno preso tutto in nome della “protezione della setta”. Hanno piantato il seme dell’odio tra le persone nella stessa nazione, suddividendone le risorse e la ricchezza e riducendo in frantumi i nostri diritti. Hanno condannato i nostri bambini e gettato nella disperazione la nostra gioventù. Sono l’espressione peggiore della corruzione! Noi li odiamo tutti e ci devono ridare ciò che ci hanno tolto. Questa è una rivoluzione per la dignità!

Rima perché il popolo è sceso in piazza ora?
Perché loro non potevano ridere ancora del popolo, perché la gente è consapevole dei propri interessi e di quelli della loro patria, perché hanno pagato un prezzo esorbitante per la propria sussistenza, perché hanno sacrificato la loro vita per andare dietro questi criminali. La pazienza è finita e non abbiamo più nulla da perdere. Il Libano non può vivere nell’ombra del settarismo che è l’arma della sopravvivenza dei ladri al potere.

Rima quali sono le prospettive della protesta?
C’è la grande speranza che si posso arrivare ad una revisione della legge e della costituzione e abbiamo fede di costruire una “vera “ nazione! Una patria. Le parole di Rima Karaki non sono molto diverse da quelle di Padre Paul Karam “Il Governo ha il dovere e la responsabilita’ ultima di operare riforme e cambiamenti per dare risposte concrete al popolo”

Ma Padre Karam si rivolge anche alla gente “ il popolo, a sua volta, deve essere fedele alla sua storia e non lasciarsi andare in atteggiamenti violenti, facilmente strumentalizzabili”. E lancia un appello alla comunità internazionale richiamandola ad un sostegno deciso del Libano soprattutto nell’accoglienza dei rifugiati siriani (1,5 milioni) e “non restare a osservarlo mentre brucia”.
(pubblicato su Tiscalinews del 24 ottobre 2019)

Libano in fiamme. Nel Paese dei cedri la pazienza è finita: perché il popolo scende in piazza

Joumana

Le manifestazioni di cittadini sono ormai quotidianità: tutto parte dalla proposta di tassare Whatsapp e Facetime, ma le ragioni sono molto più complesse.
Beirut da giorni è una città sconvolta dalle manifestazioni dei cittadini libanesi. Tutto parte della proposta di tassare Whatsapp e Facetime (e già i prezzi della telefonia in Libano sono altissimi). Ma è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha portato migliaia di persona nella grande Piazza dei Martiri che ricorda la sanguinosa guerra civile degli anni tra il 1975 e il 1990. Una piazza simbolo per la città.
La crisi attanaglia il Paese dei Cedri da anni ma si è fatta sempre più grave anche con la guerra in Siria ed in Iraq che ha visto arrivare nel piccolo paese milioni di profughi (circa la metà della popolazione effettiva). La disoccupazione, le diverse etnie presenti – ricordiamo solo che ci sono ben 18 diverse confessioni religiose – i campi profughi, la presenza di Hezbollah, le frizioni geopolitiche di tutto il Medio Oriente sono solo alcune delle cause di queste proteste. Giornalisti, scrittori, intellettuali sono in piazza con la popolazione. Bandiere e canti. Ma anche morti e feriti.
Una rivolta che riguarda il benessere sociale e la sanità
Omar Nashabe, analista dei diritti umani, giornalista e professore alla American University di Beirut, così descrive quello che sta succedendo in questi giorni: “Questa è una reazione delle persone alle affiliazioni politiche. Una rivolta che riguarda il benessere sociale, la sanità, i beni di prima necessità, le infrastrutture. Per molto tempo i governanti hanno fatto promesse su promesse, chiedevano più tempo. Per la prima volta in Libano che c’è una rivolta di questo tipo e cioè per il sostentamento quotidiano. Le persone si sono ribellate al seme della corruzione. Il gap, la disparità tra ricchi e poveri è così forte ed è diventata sempre più grande e questo ha fatto esplodere tutto. Il governo vuole aumentare le tasse, è corrotto mentre manca un sistema scolastico pubblico, un sistema sanitario e questo ha portato le persone ad andare dove non erano mai andate prima. Le persone stanno rifiutando i loro leader mentre fino a poco tempo non si poteva parlare di loro perché erano forti ed influenti e il popolo aveva paura”.
“Ma adesso – continua il docente – è sparito tutto, in piazza i leader vengono anche insultati ed è la prima volta. Tutte le donne, le insegnanti, tutte le persone considerate dedite alle famiglie sono scese in piazza. Tutti i partiti hanno promesso ai loro elettori che le cose sarebbero migliorate. E alla fine gli elettori si sono ribellati. Non c’è un leader che muove le persone. Sono le persone stesse il leader di questa rivolta. Sono spontanee, non sono organizzate. Stanno esprimendo la loro rabbia contro il sistema politico, contro tutti i partiti. Questo significa che ogni libanese, uomo o donna, ha abbandonato i propri riferimenti politici, le proprie affiliazione e dice che importante sono il pane, la scuola, la sanità più dei partiti. Questo è quello che sta succedendo oggi”.

joumana 2

La poetessa ed attivista Joumana Haddad, candidata nelle elezioni di maggio 2018, è scesa in piazza. Attraverso le sue foto e le dirette Facebook fa conoscere al mondo la situazione della sua gente. La giornalista Rima Karaki, lei che tolse la parola in tv ad uno sceicco che non rispettava il suo ruolo di donna e conduttrice, dice che “il popolo libanese è testardo e si riprenderà la sua dignità”.
In un Medio Oriente percorso da nuovi venti di guerra e da evidenti nuove spartizioni in atto la rivolta libanese è la fotografia di un territorio da sempre meta di affari di personaggi internazionali spesso poco limpidi, di traffici di armi, di spie e doppi giochi.
Una capitale, Beirut, dove incontri bancomat ad ogni palazzo e il numero delle banche è forse maggiore di quello di altri esercizi commerciali. Una città dove ancora ci sono i blocchi di cemento dei check point della guerra civile perché come dice un abitante: “Non si sa mai! servono da monito. Qui da noi si vive sapendo che la mattina dopo puoi essere in guerra”. Una capitale che ospita dal 1942 i profughi palestinesi, che ha visto le atrocità di Sabra e Chatila, che ha accolto i profughi siriani e iracheni. Una capitale e un territorio che hanno fatto gola a molti e che sono stati la via di passaggio o anche la base per le varie politiche “globali”, e conseguenti ricadute sulle popolazioni, del Medio Oriente.
Se il Libano brucia e si destabilizza, se in Siria ci saranno, come evidente nuovi equilibri, mentre in Israele ancora non si riesce a formare un governo, chi ci guadagnerà nello scacchiere mondiale? Servirà a ridare forza al terrorismo che si chiami Isis o altro?

(Pubblicato su Tiscalinews il 22 ottobre 2019)

Etiopia, 103 milioni di abitanti, il 70% sotto i 25 anni. Un paese alla ricerca del futuro

manifattura hawassa

(con la collaborazione di Marco Bova)
102 milioni di abitanti di cui il 70% sotto i 25 anni. 80 diversi gruppi etnici.
90 lingue diverse.
Una superficie di 1.100.000 kmq, nessuno sbocco a mare, confina con Eritrea,Gibuti, Somalia, Kenia, Sudan e Sud Sudan. È l’Etiopia, paese oggi di fronte a una delle sliding doors della sua storia.
Un paese molto povero, molto arretrato anche nella capitale Addis Abeba dove le baraccopoli crescono a vista d’occhio anche nelle aree centrali della città. Una povertà che si tocca ancora di più con mano attraversando il paese, tra zone desertiche e le poche aree agricole dove la sussistenza è data da ossuto bestiame, da qualche piccola coltivazione, dalle piante di banani. Dove l’unico mezzo di trasporto sono gli asini. Un Paese che è il più esposto di altri al rischio AIDS. Dove sono milioni le vittime di questa terribile malattia e milioni gli orfani malati. Un posto dove anche bere un sorso d’acqua diventa rischioso e dove il 10% dei bambini muore prima dell’anno d’età a causa del contagio.
Un Paese che dopo 27 anni di governo del Fronte democratico rivoluzionario dei popoli etiopi (EPRDF) ad aprile 2018 ha designato Primo Ministro Abiy Ahmed, protestante figlio di un padre musulmano e di una madre cristiano-ortodossa, laureato in filosofia ed ex militare. Parla alcune delle lingue etniche del paese e questo gli permette un’interlocuzione diretta con i vari gruppi. Si presenta con una visione mistica tra pace e amore che richiama quasi Martin Luther King.

Abiy è il volto nuovo dell’Etiopia. L’Italia, l’Unione Europea e grandi player mondiali come Stati Uniti e Cina, scommettono su questo Paese e sulla nuova dirigenza che ha da subito cercato di dare una svolta sia a livello regionale, nazionale che internazionale. Addis Abeba è anche la capitale diplomatica dell’Unione Africana. Vi hanno sede le ambasciate e le organizzazioni di quasi tutto il mondo. Il Primo Ministro ha da subito cercato di farsi riconoscere come leader moderno : un leader continentale oltre che locale. Sul piano regionale da subito, nel suo primo discorso lunedì 2 aprile 2018, ha immediatamente teso la mano contro la nazione che per venti anni ha rappresentato il nemico: l’Eritrea ed ha aperto un canale privilegiato con il suo Presidente, Isaias Afewerki ( con la segreta speranza, secondo alcune fonti, di avere così uno sbocco al mare con il porto di Massaua, in alternativa a Gibuti).Le buone intenzioni, però, non sono state tradotte in risultati pratici tanto che nel mese di maggio gli eritrei hanno nuovamente chiuso le frontiere.
Tanto è forte la sua figura nell’area che Abyi Ahmed è stato inviato,nei giorni scorsi, in Sudan dall’Igad, l’autorità intergovernativa degli Stati del Corno d’Africa, per tentare una mediazione tra la giunta militare al potere dopo l’uscita di scena dell’ex presidente Omar al-Bashir e l’Alleanza per la democrazia e la libertà, cartello che riunisce tutti i gruppi di opposizione. Il compito è arduo perché non è solo una mediazione tra opposizione e militari, ma una questione politica per trovare un punto d’incontro tra le potenze che sostengono l’una e l’altra parte: conciliare Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto che sono dalla parte dei militari, e Qatar, Turchia, Iran che rovescerebbero il regime al potere, certamente non per metterlo in mano ai dimostranti.
Si è liberato del dossier Sud Sudan impantanato da anni : l’Etiopia ha lasciato spazi ad altri attori regionali come Uganda e Sudan dando l’idea di un leader che ha a cuore la stabilità regionale. Ma con il Sudan e l’Egitto soprattutto rimane il nodo della diga Gerd (Great Ethiopian Reinassance Dam), che appena terminata sarà la più grande d’Africa e la settima al mondo, situata a pochi chilometri dal confine col Sudan e sorge sul Nilo Blu, tra i maggiori affluenti del Nilo. L’Egitto ha evidenziato il timore di dipendere dall’Etiopia per l’approvvigionamento di acqua poiché il proprietario unico della diga è l’Etiopia che rivenderà agli altri paesi l’energia prodotta e che sarà,una volta a pieno regime, di 6.000 MegaWatt, una potenza pari a quella dell’intero corno d’Africa! Il 10 giugno del 2018 il presidente egiziano Al Sisi e il primo ministro Abiy Ahmed hanno siglato un accordo di più proficua e stretta collaborazione ma le problematiche rimangono sul tappeto soprattutto quelle sociali: la popolazione locale, per fare posto al grande lago – che sarà riempito in un arco di tempo che va dai 5 ai 15 anni e che potrà fornire circa 7000 tonnellate di pescato l’anno- sarà intanto privata della foresta che è fonte di cibo, piante medicinali e materiali di costruzione. Inoltre, l’attuazione del progetto ha portato a spostare oltre 20000 persone.
La costruzione della diga apre anche lo scenario economico-finanziario internazionale che opera in Etiopia. Il costo complessivo dell’opera è di circa 4,8 miliardi di dollari ed è finanziata in parte da banche cinesi (1,8 miliardi) e dal governo etiope (3 miliardi, il più costoso investimento della storia dell’Etiopia) mentre la realizzazione del progetto è stata affidata alla ditta italiana Salini Impregilo Costruttori.
La Cina ha azzerato gli interessi sul debito etiopico sino al 2018, ha realizzato la ferrovia che dal porto di Gibuti (dove hanno anche stabilito l’unica base militare al di fuori dei propri confini) arriva nella capitale Addis Abeba, fornendo così quello sbocco a mare che manca al Paese. I cinesi sono presenti nelle costruzioni delle grandi arterie e in grandi opere come il termovalorizzatore della capitale, il primo in Africa, che è stato costruito dall’impresa britannica Cambridge Industries e da un consorzio di società cinesi che include la Cambridge Industries Ltd (CIL) e la China National Electric Engineering Co (CNEEC). Un impianto capace di trattare 1400 tonnellate di rifiuti urbani al giorno al fine di produrre 185 GWora di elettricità all’anno. Fermo per alcuni mesi, dopo essere stato inaugurato ad agosto 2018, per “adempimenti contrattuali”,ha ripreso a funzionare all’inizio di maggio 2019.
I cinesi sono così presenti che mentre prima in Etiopia c’erano gli autoctoni e i “ferengi” (i bianchi) oggi a queste due figure si aggiungono i “cina” evidenziando così la loro massiva presenza nel paese, che non è altro che la porta di accesso per il continente africano.
E la Cina è presente nelle piccole manifatture nate in Etiopia perché qui il costo del lavoro è più basso del Bangladesh, dello Sri Lanka e persino del Kenya. Se in Cina un operaio costa 370 euro mese qui costa dieci volte di meno. E con il paese che vuole diventare un hub manifatturiero per l’Africa entro il 2025 si è consolidata la presenza delle aziende straniere del settore come H&M, Tommy Hilfiger, Calvin Klein, Levi’s, Guess”,Calzedonia.
Il governo etiope, per attrarre le aziende del settore ha concesso l’esenzione fiscale sui profitti per i primi 5 anni di attività e sull’importazione di macchinari, beni capitali e componentistica varia. Ma soprattutto le aziende trovano una manodopera – principalmente proveniente dalle aree rurali e senza alcuna formazione nel settore- a poco più di 20 euro al mese. Nella legge etiope non è previsto un salario minimo nel settore privato (per gli impiegati pubblici è di 420 birr al mese, circa 13 euro), i sindacati sono sotto stretto controllo governativo. È impossibile a qualsiasi organizzazione indipendente di monitorare le condizioni di lavoro a meno di non essere finanziata almeno per il 90% da capitali etiopi. A vantaggio dei giganti del tessile che, facendo uscire i loro prodotti dall’Etiopia, possono approfittare anche delle favorevoli condizioni commerciali concesse dagli USA ai produttori sub-sahariani attraverso l’African Growth and Opportunity Act (Agoa).
Molte delle aziende manifatturiere hanno trovato “casa” nel parco industriale di Hawassa, nella Great Rift Valley circa 300 km a Sud di Addis Abeba. 300 ettari, 23 mila occupati con una proiezione di 60 mila nei prossimi anni. Costo del parco 250 milioni di dollari. Qui ci sono insediate 22 compagnie straniere. Dei 23 mila occupati circa 15 mila sono donne, tutte provenienti dalle campagne circostanti. Alle prime luci del giorno si formano le file ai cancelli d’ingresso del parco. Donne e uomini che lavorano per circa 20 euro al giorno,con ritmi forsennati nei momenti clou delle lavorazioni e con periodi di vuoto assoluto. Molte, soprattutto le ragazze, non resistono ai ritmi imposti anche perché molte di loro non hanno alcuna pratica con questo lavoro. Una delle tante giovani impiegata in un grande capannone, dietro una macchina da cucire, dice che nel suo futuro vede “un aumento del salario e una continuità nel lavoro”. Parole subito stroncate dal direttore dell’azienda. Ogni possibile richiesta, anche sotto forma di speranza, viene subito messa a tacere.
L’altro grande parco, “Eastern Industry Zone” costruito 10 anni fa, è a pochi km da Addis Abeba a Duken piccolo paese di campagna, e ospita oggi 20 compagnie, tutte cinesi che, logicamente, sono tra i finanziatori dei parchi.
Intanto l’attivismo internazionale del Primo Ministro Abiy Ahmed continua e proprio in questi giorni la Banca Mondiale ha concesso un finanziamento di 350 milioni di dollari – 280 di credito e 70 di donazione- all’Etiopia per lo sviluppo delle aree pastorali dove vive circa l’11% della popolazione.
La situazione politica ed economica dell’Etiopia filtra anche dalla stampa che ha vissuto anni di difficoltà. Per il Primo Ministro Abiy Ahmed l’informazione ha sicuramente un ruolo rilevante nella società se uno dei primi atti è stato la liberazione di centinaia di prigionieri politici e giornalisti detenuti tanto che,per la prima volta negli ultimi 15 anni, non ce n’è più nessuno in prigione. Un segnale dello stato delle libertà in un paese a cui ha fatto seguito una riforma importante per la libertà dei media. Seguita poi da quella delle leggi sulla società civile e quella per l’istituzione di una nuova Commissione elettorale nazionale, affidata ad una ex leader di un partito di opposizione, più volte incarcerata in passato e oggi incaricata di preparare il sistema per la elezioni del 2020. A febbraio 2019, secondo l’agenzia di stampa Fana, il governo ha amnistiato 45.875 prigionieri politici o di coscienza dopo l’approvazione della legge in materia da parte della camera bassa del parlamento, lo scorso giugno.
Tutti passi importanti per un Paese per troppo tempo stretto prima nelle maglie della dittatura di Menghistu e poi nei 27 anni di governo EPRDF anche se i giornalisti ancora hanno paura a parlare apertamente del loro lavoro, della situazione politica nel loro paese. Non è possibile registrare, in voce e men che mai in video, una loro intervista. Segno che la strada è ancora lunga.
LA PRESENZA ITALIANA
Un capitolo a parte va dedicato agli italiani in Etiopia, presenti nel Paese già dal secolo scorso. Gli eventi dell’occupazione colonialista sono presenti ma non incidono sui rapporti istituzionali tanto che per la prima volta, dalla seconda guerra mondiale è stato firmato un accordo di cooperazione nel settore della difesa ( firmato ad aprile 2019 dalla ministra Trenta e dal suo omologo etiope).
Forte l’azione dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione alla Sviluppo che ha molti progetti che vanno dal microcredito nel settore agricolo e manifatturiero, all’assistenza nei progetti per la sanità, contro le mutilazioni genitali femminili e l’Aids. Un interessante progetto riguarda l’agricoltura, e nello specifico l’allevamento di bestiame da carne, nella regione dell’Afar: piccoli impianti fotovoltaici che permetteranno ai piccoli allevatori di macellare gli animali e di poterli conservare fino alla vendita.
E poi ci sono gli storici costruttori italiani come Vernero e Elmi che hanno in parte partecipato all’espansione edile di Addis Abeba. C’è la Salini Impregilo. Ci sono le aziende del manifatturiero come Calzedonia.
Ma l’Italia non è sola anche gli altri Paesi europei sono presenti con attività di cooperazione e accordi economici come i tedeschi che, secondo fonti istituzionali, hanno già sottoscritto un accordo con il governo etiope per un impianto di assemblaggio della Volkswagen.
Insomma l’Etiopia è di fronte ad una sliding door della sua storia ma è anche un’opportunità per molti Paesi, tra cui l’Italia, per essere presenti in quello che è da tutti considerato il continente del futuro.
(pubblicato su FocusonAfrica.it il 12 giugno 2019)

È italiana l’unica scuola dalla quale “i ragazzi devo essere mandati via a forza”

Un’area felice quella della scuola italiana ad Addis Abeba. Una scuola internazionale frequentata in maggioranza da etiopi. Esempio di integrazione ed inclusione.
Addis Abeba è una capitale con molte facce: quella dei grandi grattacieli, in parte costruiti dai cinesi, dei mega alberghi e dei compound dove vive la gran parte delle delegazioni internazionali che pullulano nella capitale diplomatica dell’Africa. Dall’altra le baraccopoli che nascono sotto i grandi palazzi, in ogni luogo libero, dove si assiepano e vivono, senza acqua luce e men che meno servizi igienici, le migliaia di persone che arrivano dalle campagne, anche le più lontane, in cerca di un lavoro, di una vita migliore.

La scuola italiana
Migliore di quella in una capanna di fango e foglie in cui si vive nei villaggi a 100 km dalla capitale. Migliore perché anche una baracca con il tetto di lamiera dà l’idea di una casa vera e di una vita diversa.
Tra grattacieli e tetti di lamiera, tra i famosi “bajaj” (una sorta di ape taxi) e gli asini da soma girando per Addis Abeba, attraversando la “Piassa” quello che era il quartiere italiano dove ancora si trovano pasticcerie e locali di nostrana memoria, si arriva davanti al cancello che apre le porte alle scuola italiana, una delle tante internazionali della capitale etiope.

Aperta a tutti
Retta 450 euro l’anno contro i circa 28mila dollari della scuola americana. Uno degli 8 istituti statali scolastici italiani nel mondo (ce ne sono solo 2 in Africa), nasce nel 1953/54 come supporto alle maestranze italiane e poi nel tempo si trasforma in un istituto aperto a tutti. La maggior parte degli studenti è etiope, circa il 75%, e attraverso una convenzione la scuola italiana supporta anche i ragazzi che non possono permettersi la retta. Inoltre, come dice la preside Stefania Pasqualoni, sostiene l’ingresso e la frequenza anche a chi è portatore di handicap (come sindrome di down e spettro autistico) che altrimenti sarebbe destinato ad una totale esclusione dalla vita scolastica. Ci sono 29 docenti dall’Italia e 5 etiopi (in gran parte ex studenti della stessa scuola).

La testimonianza della preside
La Preside, arrivata ad Addis Abeba nel 2017, dice che lavorare qui è avvincente. Ha molti progetti: gli spogliatoi, la mensa, rifare gli impianti elettrici, le finestre. La scuola ha anche attività integrative pomeridiane di cui lei è molto fiera e ci dice pure che i ragazzi chiedono di rimanere a scuola il più a lungo possibile. L’edificio scolastico può essere definito “l’unica piazza di Addis Abeba” dove incontrarsi, chiacchierare, giocare. C’è un campo da calcio. Quando suona la campanella “i ragazzi devono essere mandati via a forza”.

In una bolla
I professori arrivano da tutta la penisola e qui, in questa scuola, dove non ci sono muri, si diventa “famiglia” anche con gli assistenti locali che, in un pomeriggio di maggio, festeggiano, con musica e cibo, la fine dell’anno scolastico. O con il professore Sergio Laverda da Vicenza che dice: “Certo l’impatto all’arrivo non è stato facile. Sono arrivato qui con la mia famiglia. Le mie figlie hanno frequentato questa scuola. L’unico rischio è che viviamo in una bolla, quella che ci siamo creati nella scuola. Non è semplice frequentare al di fuori del nostro ambiente. Si va al circolo della Juventus (punto di riferimento per gli italiani della capitale). Ci si ritrova tra di noi. Ma l’Etiopia è un paese da conoscere”. Il professore ha subito una rapina di sera. Nella piazza più famosa, Meskel Square, gruppi di ragazzi di strada spesso derubano i “ferengi” (i bianchi). Basta un telefonino in bella vista. Ma certo la criminalità locale non può essere paragonata a quella di altre capitali africane come Nairobi, Lagos.

Ma gli italiani restano “ferengi”
La scuola è stata costruita da una delle tante imprese nazionali di Etiopia. Perché qui gli italiani sono tanti, rimasti dopo il 1941 e dopo il “derg” di Menghistu. E Carlo Iori è uno di loro, nato qui, cresciuto ad Asmara e poi ritornato. Parla amarico, ha sposato una donna etiope e ha insegnato nella scuola italiana. “I ragazzi che sono usciti dalla scuola hanno tutti trovato un’occupazione soprattutto nell’edilizia”, ci racconta. E parla anche del rapporto tra gli italiani e questo paese che porta una profonda cicatrice il massacro, tra il 19 e il 21 febbraio del 1937, passato alla storia come “Graziani massacre”. Una ferita indelebile tanto che Carlo dice “vorrei che mio padre fosse ancora qui per chiedergli dove era in quelle notti”. Ma il rapporto tra Italia ed Etiopia, nonostante tutto, è sempre rimasto forte forse, come ci dicono, perché l’imperatore Hailesse Lassie ha preferito gli italiani agli inglesi!
Nella Addis Abeba di oggi comunque gli italiani sono “ferengi” come tutti gli altri bianchi diversi solo dai “cina” che sono arrivati numerosi e stanno conquistando pezzo pezzo l’Etiopia e il continente africano.
(pubblicato su Tiscalinews il 20 maggio 2019)

keep looking »
  • Chi sono


    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

  • In compagnia

    rovereto rimaandI Peshmerga IMG_3527 IMG_3516 IMG_3510 IMG_3508 DSCN8265 DSCN8262 DSCN8243
  • In viaggio

    06 (1) 40 20190509_110820 20190509_112258(1) 20190509_112413 asino bajaj 14 17 KF2-2206
  • A tavola

    Falafel-mahshi fichi IMG-20150413-WA0001 1 3 4 5 7 8 KF2-2206
  • Ultime immagini inserite

    stefania pasqualoni selfie1 pasticceria italiana bestiame in città bambini scuola bajaj asino 20190511_123006 20190509_165128(1) 20190509_112413
  • -->