Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Un libro verde

Antonio e io siamo seduti davanti al mare che bagna la spiaggia di Marinella di Selinunte. Dall’altra parte c’è l’Africa.Il maestrale scuote il mare e anche noi. Così ci sediamo all’interno del ristorante. Sedie dipinte di azzurro ci accolgono. Parliamo un po’ del mare, del vento, di questa strana stagione e del terremoto in Emilia e così parliamo anche di Abruzzo e di quello di L’Aquila.
Ad Antonio si illuminano gli occhi. Mi chiede come sta la città.Gli mostro delle foto. Lo sguardo si incupisce e poi torna a sorridere. “Sai io sono arrivato a L’Aquila con la Protezione Civili siciliana. Facevamo i sopralluoghi per stabilire i danni e capire cosa si poteva ricostruire. Ad ognuno di noi era affidata una zona. Sai io ero nella zona del Palazzo di Governo. Ce l’hai presente?”
E come non avere presente quella piazza. Lì dietro c’è la chiesa dove facevamo riunione con gli scout e poi un poco più in là c’è la trattoria dove si andava ai temnpi dell’Università per mangiare degli gnocchi strepitosi.
E Antonio continua “una mattina sono entrato nella casa in fondo alla piazza. Ho superato il cortile e ho visto un violoncello appoggiato ad una sedia pieno di polvere, più in là un pianoforte , al centro della stanza, completamente ricoperto di pezzi di muro, calcinacci.Sono uscito di corsa. Era una scena insopportabile. Esco e la luce mi indirizza verso una montagna di macerie da cui spunta di tutto. Ma vengo attratto da qualcosa di verde . Sembra un libro. Mi avvicino.Lo estraggo e il cuore mi esplode.Non potevo credere ai miei occhi. Un libro, forse della fine del 1700, sulla Sicilia!Sulla mia terra. Lo guardo e decido di portarlo con me. Sai l’ho fatto restaurare. E’ quasi pronto.Voglio restituirlo alla città perché essere lì in quei giorni è stata un’esperienza indimenticabile e perché quello è il suo posto”.
E a L’Aquila quel libro tornerà presto molto presto.

Lettura della settimana: Chi ha ucciso Pio La Torre?

Ore 9,30 del 30 aprile 1982 . Vengono assassinati l’on.le Pio La Torre, segretario regionale del PCI, e il suo autista, e compagno di lotte, Rosario Di Salvo
Un anno, 1982, che ha molto da dire sulle mafia e sul contrasto al crimine organizzato e che oggi torna alla ribalta sia per la ricorrenza sia perchè in questi giorni è uscito un libro dal titolo “Chi ha ucciso Pio La Torre” ( di Mondani e Sorrentino ed. RX Castelvecchi) ma anche per l’inaugurazione, il 12 aprile scorso, dell’archivio digitale su Pio La Torre, un progetto promosso dalle Presidenze della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica, della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e della Fondazione della Camera dei deputati, su iniziativa del Centro di studi ed iniziative culturali “Pio La Torre” di Palermo (archiviopiolatorre.camera.it)
Un lavoro certosino che ci permette di leggere i suoi scritti, i suoi interventi e soprattutto ci permette di leggere gli atti del processo e trovare, accanto ai nomi dei mafiosi, anche quelli di personaggi come Fioravanti,Cavallini, Izzo.
E allora ci rimane più chiaro quello che Mondani e Sorrentino dicono nel loro libro.Un omicidio di mafia, semplicemente, o un delitto politico? Il libro ricostruisce quegli anni, dall’omicidio Moro a Piersanti Mattarella e Pio La Torre e la sua scelta di tornare in Sicilia dopo tanti anni. Le sue paure, i suoi appunti e quella frase detta a Emanuele Macaluso “Ora tocca a noi”. Gladio, la base aerea di Comiso, il Mediterraneo e i fermenti di quegli anni. Quante cose Pio La Torre ha visto, guardato sin nell’intimo, raccontato. Un uomo contro tempo che già nel 1980, in Parlamento, spiegava l’omicidio Mattarella con il caso Sindona e con il ritrovato interesse degli americani per la mafia siciliana. Nel 1976 la sua relazione di minoranza in commissione parlamentare antimafia sarà il primo, vero e grande,atto d’accusa contro la DC dei Lima, Gava,Andreotti.
Ma anche le indagini e il processo relativo. La richiesta di Falcone di un supplemento di istruttoria negato dal Procuratore Capo Giammanco che nel settembre 1991 annuncia al Corriere della Sera “clamorosi sviluppi” nelle indagini per i delitti politico-mafiosi a cominciare da quello di La Torre ed evidenzia “depistaggi compiuti da organi dello Stato”: A fronte di queste dichiarazioni nemmeno un’indagine fu aperta.
Il racconto del libro si snoda tra il Pio La Torre, uomo e politico, e le vicende che attraversano l’Italia in quel periodo.e racconta come il segretario del PCI siciliano facesse una netta distinzione tra “mafia e sistema di potere mafioso” che è quello composto “uomini politici e uomini che sono in posti chiave in Sicilia”. Una visione anticipatrice di quello che da allora si è sviluppato proprio nel rapporto tra la politica e le mafie.
Un uomo controtempo.
Nel libro di Mondani e Sorrentino la prefazione è fatta da Andrea Camilleri che racconta il “suo” Pio La Torre e la frase finale racchiude il senso di perdita che avvertiamo ancora dopo 30 anni da quell’aprile del 1982 “La Torre è stato per me una rivelazione, io non l’avevo capito quell’uomo.L’ho stimato, l’ho apprezzato ma non l’avevo capito. E’stata un’occasione persa. Da mangiarsi le dita”.

Lettura della settimana: Controvento

“A cinque anni Antonio già pascolava le vacche. Erano una decina, le chiamava per nome. I soliti nomi che i contadini danno alle mucche:Carolina,Fistina, Rubina”.
Inizia così, quasi un inno ai contadini, il nuovo libro di Antonello Caporale.

Controvento il titolo di un amaro e commosso racconta di un’Italia sconosciuta ai più. Quella vera, senza luci dei riflettori e che scopri solo se ci vai in quei posti. Solo se hai la voglia di scoprirla.
E Antonello Caporale lo fa anche perché questo viaggio si trasformi in un’inchiesta sul business dell’eolico in Italia.
Un paese ricco di sole e di vento e che potrebbe sfruttare queste risorse “con il vento potevamo fare lo scatto successivo. Raggiungere l’autosufficienza. Autoprodurre. E l’avevo detto, e scritto. Più ricchezza per tutti, energia gratis……L’eolico rende?e allora facciamocelo da noi…a parole tutti annuivano”. Così racconta l’ex sindaco di Falerna, nella piana di Lamezia Terme.
Dal Molise, al Salento,alla Calabria, alla Sicilia il racconto di chi si batte e chi si adegua al nuovo business nel quale hanno investito i mafiosi. Il pacchetto-vento, ci racconta l’autore, di vende alla burocrazia. E nasce anche la figura del developer ( lo sviluppatore). Chi si occupa di tutte le relazioni, delle connessioni. Un faccendiere. Un po’ come, in Gomorra, c’era chi piazzava i luoghi dello smaltimento alle aziende del Nord. E anche nel racconto di Caporale si evince che aziende pulite e irreprensibili del Nord si sono ritrovate, per esempio, in una grande operazione, “Eolo”, proprio sul “traffico” del vento. Implicati imprenditori e mafiosi. Il vento “è un affarone”.
Tutto questo raccontato con le voci, i volti delle persone che vivono questa nostra Italia. E il libro ci parla anche del sole, l’altro grande bene che noi abbiamo. E di come spesso il proprio egoismo, la coltivazione del proprio orticello sia sempre davanti il bene comune. Ma anche spesso la pigrizia o anche l’ignoranza non aiutano.
Il libro ci spiega bene il meccanismo che ha permesso di “espropriare” per pubblica utilità in favore dei privati.
E ci restituisce anche un’Italia dal sapore vero. Gente comune che fa il proprio lavoro con passione, che crede nelle proprie battaglie. In questo libro ci sono le persone umili e i più fortunati. Insomma ci siamo noi, i nostri parenti e anche la nostra indifferenza, spesso, a quello che ci succede intorno.

Siculiana “tra le righe” e “un libro tra le mani”

Siculiana aveva colpito Alberto Moravia, rimasto affascinato dai suoi tetti. Ma  per molti è nota per le cronache relative alle infiltrazioni mafiose. Per le “famiglie” che avevano i loro affari all’estero (soprattutto Canada e Stati Uniti). Due anni di commissariamento e poi a maggio le elezioni e il nuovo Sindaco. Si riparte da una donna,come in altri due comuni siciliani. Maria Giuseppa (Mariella per tutti) Bruno ha voluto subito dare un segnale, con la sua giunta, per un futuro diverso per il piccolo centro dell’agrigentino. Un premio letterario,“Torre dell’orologio”, ed una settimana dedicata alla cultura “Siculiana tra le righe… un libro tra le mani”, con una madrina d’eccezione come Simonetta Agnello Hornby. La scrittrice, avvocato dei minori nel Regno Unito, è una discendente della famiglia Angello proprio originaria di Siculiana.

E così a 700 anni dalla sua fondazione, Siculiana riparte dalla cultura e dalla “parola scritta”.Nel raccontare la “Malitalia” ci piace anche segnalare la sua controparte, “Ma l’Italia”, quella che si batte per una società diversa, che crede che la conoscenza sia un investimento fruttifero con il quale sconfiggere anche il crimine organizzato.

Cerchiamo di capire come e perché Mariella Bruno è diventata  Sindaco e dove vuole arrivare.

Lei è una delle 3 donne sindaco elette nell’ultima tornata elettorale. La sua è una scelta o una sfida?

Anzitutto è stata una scelta condivisa con un gruppo formato in prevalenza da giovani e strutturata secondo un progetto ben definito. Progetto che ho condiviso con entusiasmo nella consapevolezza che molto si può fare perché questo paese esca  dallo stato di abbandono e appiattimento  in cui  si trovava. La nostra idea mira, da un lato ad una rinascita socio- culturale e, dall’altro,  allo sfruttamento delle tante risorse naturali presenti nel nostro territorio, che ha una vocazione turistica innata ma poco sviluppata. E’ stata anche una sfida non solo perchè donna in un contesto in cui la politica è stata patrimonio esclusivo degli uomini,  ma anche perchè sono fermamente convinta che un futuro migliore per Siculiana è possibile e la mia Amministrazione ha le carte in regola per potere lavorare bene

Siculiana è stata commissariata per infiltrazioni mafiose. Quanto è difficile amministrare un comune con questo passato? Quali sono, secondo lei, i pericoli maggiori?

Siculiana è stata commissariata per mafia ,però il fenomeno non è radicato qui più che altrove.E’ chiaro che esistono dei centri di potere che caratterizzano la realtà siciliana in genere e, per un comune che vuole puntare al turismo quale principale risorsa economica , l’immagine riveste una notevole importanza ed il passato che ci troviamo a gestire certamente non ci  aiuta. Ma  siamo determinati e convinti  ad imprimere un nuovo corso al paese, evidenziando tutte le positività presenti.Il maggiore pericolo è che questo nostro impegno non venga recepito dai siculianesi, con il rischio che non avvenga il processo di emancipazione culturale necessario affinchè il nostro lavoro possa produrre i risultati che ci attendiamo.

Omertà, collusioni, compiacenze. Come dice Don Luigi Ciotti bisogna “togliere l’acqua di cui il pesce si alimenta”. Quanto è cresciuta in Sicilia la consapevolezza della legalità? O siamo solo ad una legalità “sostenibile”?

Io credo fermamente che, oggi, i siciliani abbiano una maggiore consapevolezza del concetto di legalità, perchè non posso credere che il sacrificio di grandi uomini sia stato vano. Sono, altresì, consapevole che ancora molto ci sia da fare poichè , ancora oggi, ci sono, purtroppo, fenomeni riconducibili alla mafia che impediscono l’affermazione completa del concetto di legalità, quale elemento fondante della nostra società. Comunque, io interpreto la mia vittoria  come manifestazione della volontà di cambiare  dei siculianesi e mi fa riflettere sul fatto che , quando un progetto è credibile può imprimere segnali importanti.

Si parla di educazione alla legalità. Della cultura come strumento di crescita. E’ per questo che ad un mese dal suo insediamento ha dato vita a “Siculiana tra le righe… un libro tra le mani”? E cosa spera di ottenere?

Nessun processo di rinnovamento e sviluppo economico può affermarsi senza il supporto di una valida crescita culturale.L’idea del concorso letterario è un primo passo in questa direzione.Il fatto che una scrittrice del calibro di Simonetta Agnello Hornby abbia sposato a pieno la nostra idea mi inorgoglisce e mi fa bene sperare che la strada intrapresa sia quella giusta.

Un altro scampolo di Italia diversa da raccontare e conoscere.

(Pubblicato su www.malitalia.it il 31 agosto 2010)

Libero Grassi

Per ricordare Libero Grassi e la sua lotta contro il “pizzo” non servono le nostre parole, che suonano spesso vuote o retoriche, bastano le sue: “Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.

Così scriveva il commerciante palermitano in una lettera pubblicata, dal Giornale di Sicilia, il 10 gennaio del 1991. Sette mesi dopo, il 29 agosto alle 7.36, morirà sotto i colpi della mafia. Uno degli esecutori, Marco Favaloro, così descrive l’omicidio “… Salvino Madonia mi disse allora di trasferirmi sulla sua automobile affiancando quella di Libero Grassi che era posteggiata sotto casa. Da una borsa prese due pistole, una piatta e una a tamburo e Madonia mi raccomandò di tenere il motore acceso e lo sportello anteriore destro aperto per facilitare la fuga. Quando quell’uomo uscì dal portone dell’edificio dove abitava, Madonia scese dall’automobile con la pistola nascosta in mezzo ad un giornale, gli si avvicinò e sparò tutti i colpi della pistola, quindi rientrò in macchina e fuggimmo”.

Libero Grassi era un uomo dalla schiena dritta, onesto, che non arretrò mai neanche di fronte alle minacce e che pose all’attenzione dell’opinione pubblica quello che tutti sapevano ma di cui nessuno voleva parlare: il pizzo. Condannò pubblicamente il giudice istruttore di Catania, Luigi Russo, per la sentenza del 4 aprile del 1991 con la quale veniva sancito che “non è reato pagare la protezione ai boss mafiosi”. Il pizzo contro cui si è battuto Libero Grassi era e rimane una base sostanziosa dell’economia mafiosa. Nel tempo anche l’esazione della protezione ha cambiato pelle, adesso “bravi” commercialisti aiutano negozianti, imprese a contabilizzare il tutto come un costo, dimostrando così anche il “buon cuore” dei vari boss che è vero che ti chiedono i soldi ma ti fanno anche la consulenza per poterlo scaricare dalla contabilità!

Certo la morte di Libero Grassi ha mosso le coscienze. Dopo di lui molti sono stati di esempio come Vincenzo Conticello, Rodolfo Guajana. E’ nato Addiopizzo, ma la battaglia è ancora lunga e oggi, più che mai, si combatte a livello sociale, culturale e non solo repressivo. Non c’è bisogno che il Ministro Maroni, coppola in testa, dica “attenti a me”. Loro non hanno paura di lui!

  • Chi sono


    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

  • In compagnia

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  • In viaggio

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  • A tavola

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