Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Notizie dal mondo

I cecchini di Mosul

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(di Laura Aprati e Marco Bova)
Occhi scuri, sorriso, la voglia di parlare, di avere un contatto con l’esterno. Un pezzo di pane, un po’ di riso in una ciotola. Come letto un giaciglio di gommapiuma e una coperta che con gli oltre 46 gradi all’ombra è decisamente superflua.
Uno stanzone al buio condiviso con i compagni. Uomini che da mesi vivono chiusi nei palazzi di Mosul Ovest e che diventano,ogni giorno, la trincea di una guerra combattuta porta a porta contro il Daesh. D’altra parte i palazzi con i terroristi jiadisti, i nemici. Si spara giorno e notte,a turno ci si mette in postazione. La radio trasmittente gracchia qualche informazione, anche qualche risata.
Pronti a terra, il fucile puntato attraverso il buco nella parete. Fino a qualche giorno fa attraverso il foro si vedeva il minareto della moschea di Al Nuri. Adesso il simbolo del Califfato è raso al suolo ma circa 100 miliziani dello stato islamico sono ancora dentro la medina, la parte più antica della città della piana di Ninive. Molti di loro sono ceceni, qualcuno proviene dalla guerra in Afghanistan. Non hanno nulla da perdere, sono pronti a tutto e questo gli sniper iracheni lo sanno.
Con i jiadisti ancora circa 100mila civili, usati come scudi umani.

http://notizie.tiscali.it/esteri/video/detail/le-strade-di-mosul/cf9d69e1d1728ad77872729515ccb8e1/

Le giornate scorrono lente al buio e al caldo dell’appartamento. Sotto la trincea. I sacchetti di sabbia. Le postazioni delle mitragliatrici. Il soldato osserva immobile uno specchio parabolico che riflette i palazzi vicini. Spia le mosse nel nemico. Quasi senza respirare.
Poco più in là c’è Hamin con la sua arma. Ha finito un turno al buio del quinto piano. È sceso alla luce. Una coperta lo occulta al nemico dall’altra parte il muro del palazzo. Schiacciata e nascosta contro di esso c’è la sua amica, Alia.
Hamin decide di rispondere a qualche domanda.
Perchè sei qui?QMa nouanti anni hai? “Ho 22 anni e quando l’Isis è arrivato noi giovani abbiamo capito che dovevamo combattere. Non c’era altra strada”

Ma non hai paura di morire? “La morte può arrivare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Perché non morire da martire per una giusta causa?”

E chi è questa bambina che è qui con te? “ Lei è Alia mi fa compagnia. E non ha paura anzi mi dice

Una piccola bambina di 5 anni vestita di azzurro, occhi spenti che si illuminano solo quando parla con lui. Lo guarda con adorazione, ne scruta i movimenti, sa quando lui è pronto a sparare ed allora si sposta, si allontana. Per poi tornare puntuale a fianco a lui e al suo elmetto pieno di bossoli. Per lei gli spari, il suono della mitraglia,le bombe che esplodono sono parte della vita, una triste quotidianità. L’innocenza perduta è lei. Non ha paura di morire. Ha già visto tutto della vita. Fame,sete,sangue, dolori, grida passano nel suo sguardo. Impressi per sempre. Non potrà mai dimenticare. Le rimane il suo amico Hamin che spara. Quando Hamin non ha il dito fisso sul grilletto, ed è libero, sorride e le fa una carezza.
(pubblicato su Tiscalinews del 29 giugno 2017)

Battaglia di Mosul: pronti a combattere casa per casa

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Ieri mattina alle 8, ora di Baghdad, è arrivato l’annuncio dell’inizio dell’offensiva per riprendere la parte ovest della città di Mosul.
La parte est è in mano irachena, la liberazione completa, iniziata ad ottobre, è avvenuta il 18 gennaio scorso. Come ad ottobre scorso, due giorni
fa l’aviazione irachena ha effettuato il lancio di volantini con i quali si annunciava alla popolazione, ancora nelle mani del sedicente stato islamico, l’imminente avanzata delle forze armate irachene e la liberazione dei territori dai terroristi del Daesh.

L’offensiva è partita dalla parte sud, a tenaglia, sull’asse che parte dal villaggio di Atbah e dal villaggio di Hamam Ali. Obiettivo è l’aeroporto della città irachena. Nell’operazione sono coinvolte sia la Polizia Federale ( FEDPOL ), che da tempo stazionava in quell’area in attesa dell’offensiva, la nona divisione corazzata e le forze antiterrorismo che dopo essere state protagoniste nella parte est, si accingono ad un altra dura battaglia. Anche le milizie popolari, a maggioranza sciite, hanno annunciato i loro coinvolgimento nelle operazioni per la liberazione della parte ovest di Mosul , dove risultano esserci ancora 750000 abitanti, molti di fede sunnita.

Anche Stati Uniti e Francia prendono parte all’operazione con bombardamenti sulla postazioni dell’Isis nella zona ovest.

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Il Primo Ministro iracheno, Al Abadi, ha dichiarato che le operazioni saranno orientate a salvaguardare la popolazione civile cercando di ridurre al minimo ogni loro coinvolgimento nella battaglia.

Questo conferma che le operazioni dureranno a lungo e che si combatterà “casa per casa”. Tutte le fonti sono concordi nel riferire che le attività,con molta probabilità, arriveranno fino alla prossima estate. Una battaglia che si protrarrà così a lungo pone dei problemi ai terroristi dell’Isis: i rifornimenti.

In questo momento loro sono stretti tra gli iracheni che spingono da est e da sud, i curdi, che non intervengono,ma che li chiudono a nord ovest. E sulla via per la Siria, cioè verso Raqqa unica fonte per i rifornimenti, sono schierate per circa 10 km di profondità, le milizie sciite e i curdi. Questo nella zona di Tal Afar, dove si pensa sia nascosto il Califfo Al Baghdadi, e dove due giorni fa il Daesh ha provato a sfondare. Ma le milizie di Al Hashd al Shaabi hanno avuto la meglio dei 150 miliziani dello stato islamico che hanno provato a riaprire il corridoio verso la Siria ( da Qaiyara a Tal Afar, tutte le linee di rifornimento verso la Siria e Raqqa, sono state tagliate con l’occupazione dei territori da parte delle milizie sciite che si sono ricongiunte a Nord con i Curdi.)

La via per Raqqa è l’unica possibilità di salvezza, ma in questo momento non sembra praticabile e se la situazione rimane questa i terroristi, chiusi come topi, a Mosul, venderanno cara la pelle e la battaglia di liberazione della città potrebbe diventare una vera tragedia umanitaria.
(pubblicato su globalist.it)

Benvenuti in Kurdistan 3: pronti ad attaccare Mosul Ovest

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La notizia corre veloce sui siti, almeno quelli che si occupano di politica internazionale. Al Baghdadi, il leader del Daesh, avrebbe lasciato Mosul per riparare forse a Tal Afar o comunque nelle vicinanze del confine iracheno-siriano. La sciando così il “cuore” della battaglia e “scappando” di fronte alla promessa e imminente (alcune fonti ci dicono “questione di giorni”) battaglia per Mosul ovest dove, secondo le stime, abitano ancora 750mila persone. Sarà una battaglia lunga a detta di tutti. Ci vorranno mesi per l’effettiva liberazione.
Intanto il Primo Ministro iracheno, Al Abadi, in un’intervista a France 24, ha dichiarato che Al Baghdadi “è al momento isolato. Noi monitoriamo i suoi movimenti anche se le comunicazioni con i suoi sono quasi nulle”. Non ha voluto però dire dove sia e non ha voluto rilasciare commenti alla notizia che sia a Tal Afar, la città a nord di Mosul, ultima roccaforte , in terreno iracheno, dei takfiri (ndr: secondo la definizione più recente di Robert Baer “ La missione dei takfiri è di ricreare il Califfato in accordo ad un’interpretazione letterale del Corano”). Ma le ultime notizie che giungono dal Kurdistan, da fonti non ufficiali, dicono che è stato bombardato il nascondiglio di Al Baghdadi ma non si spingono a dire dove e a confermare il fatto che lui sia rimasto ferito (notizia trapelata da fonte sciita).
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Quindi sembra tutto pronto per l’ultimo attacco a Mosul Ovest. Una battaglia che dovrà essere combattuta “casa per casa”, come dicono alcuni osservatori sul campo, un combattimento “urbano” puro non senza incognite. Quanta parte della città è con il Daesh? Quali le zone a maggiore presenza terroristica? Si inizierà a capire nelle prossime settimane.

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Intanto i Peshmerga si sono arroccati su quella che loro definiscono “Kurdish defense line”, cioè entro quella linea di confine con l’Iraq che si è molto modificata dal riconoscimento, nel 2008. La guerra al Daesh per i curdi ha significato riappropriarsi di aree curde, ma non sotto il governo della Regione autonoma, e si sono spinti anche un po’ più in là (vedasi la regione di Sinjar abitata in gran parte dalla comunità yazida,martoriata dai terroristi islamici, e che i curdi hanno difeso).
I curdi a questo appunto attendono e non saranno presenti nella battaglia di Mosul ( anche se i Peshmerga vengono addestrati dalle forze della coalizione proprio alla guerriglia urbana) perché, sempre come confermano le fonti locali, “non vogliono sprecare risorse umane e militari in vista della liberazione dal Daesh che aprirà una “trattativa” con il governo iracheno per i “territori contesi” e potrebbe non essere una passeggiata”. Quindi braccia conserte a guardare cosa succede. Forti anche di una distribuzione, nel proprio territorio, di quello che sarà la vera merce di scambio: il petrolio.

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Se si leggono le mappe si nota che sul territorio del Kurdistan c’è il maggior numero di siti di estrazione (di gas e petrolio). Ci sono 3 raffinerie contro le 4 del resto dell’Iraq, il potenziale estrattivo era stimato, nel 2014, in 45 miliardi di barili secondo solo alla Libia, che ne vantava 48.
Un tesoro che interessa molti, oltre ai curdi, da Gazprom a American Mobil, Chevron e alla Total francese che nel 2012 avevano stretto accordi con il KRG (Kurdistan Regional Governament). Inoltre la riserva naturale di gas del Kurdistan potrebbe essere una delle fonti per il progetto della pipeline “Nabucco” che lo farebbe arrivare, passando per la Turchia, sino in Germania.
Si aspetta la fine del Daesh e si preparano gli accordi futuri.
Accordi che dovranno anche tener conto dei due uomini forti del Kurdistan: Barzani che detiene il potere a Nord e Talabani che lo gestisce per il Sud. Due famiglie storiche che da dodici anni si dividono risorse, affari e territorio.
Alla famiglia Barzani per esempio appartiene la compagnia telefonica Korek e a Talabani invece quella denominata Asia.
C’ è in atto uno scontro per la vendita del petrolio: alla Turchia o all’Iran? E adesso tutto diventa delicato anche per la posizione che sta prendendo il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. L’attacco all’Iran, il muslim ban che il primo Ministro iracheno ha commentato così “Nessun paese ha il diritto di umiliarne altri”.

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In tutto questo è sempre più strategica l’area della diga di Mosul, a sud-est di Tal Afar e a 15 kilometri dal fronte. Una sorta di cerniera, inoltre, tra i militari iracheni e quelli curdi, presenti nell’area e per ora alleati nella guerra al comune nemico.
La diga è strategica perché la gestione dell’acqua, come in tutti i paesi e soprattutto quelli in guerra, è determinante per le popolazioni circostanti. E’ strategica perché i terroristi del Daesh potrebbero decidere di farla saltare in aria, come ultima e possibile azione, allagando e portando via Mosul e tutta la valle a sud. Anche se questa è un’ipotesi molto lontana. Sempre fonti e osservatori locali confermano che la possibilità è infondata: per distruggerla servirebbe un armamento nucleare. L’unico problema potrebbe essere un cedimento strutturale ( la diga infatti è costruita su tratti rocciosi con strati di gessi e calcari,che danno luogo a fenomeni di carsismo e vicino a zone sismiche), da molte parti, soprattutto da esperti iracheni,annunciato a breve e che pare scongiurato dai lavori di consolidamento realizzati ad oggi. Ed è strategica perché è un’opera importante nell’economia locale e delle imprese che lavorano alla ristrutturazione.
È strategica per la presenza dei militari italiani, circa 500 bersaglieri della Task Force Praesidium, che, come dice il Generale Francesco Maria Ceravolo, Comandante dell’Italian National Contingent Command Land in Iraq “Sono fondamentali per il supporto al governo iracheno, per la messa in sicurezza della struttura e degli operai che ci lavorano che non sono solo italiani ma anche di altri paesi oltre che locali”.
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Una scacchiera dove si muovono molti protagonisti e dove il Daesh partecipa ma non è detto che abbia il ruolo fondamentale o che non sia un semplice strumento.
Intanto ci sono prove di dialogo tra il Pdk di Barzani e il Puk di Talabani, dopo l’incontro dell’11 gennaio scorso, sia per fare fronte comune al terzo partito, Goran, nato da poco, e forse anche perché sentono vicina la fine del Daesh e bisogna preparare strategie comuni per la definizione dei confini con l’Iraq!

Il Capo della Sicurezza del distretto di Kirkuk ( città curda ma arabizzata con Saddam Hussein), Azad Jabary, ci dice “Appena il Daesh sarà sconfitto potremo applicare la giustizia sociale in Iraq”.
Quale? Ridare il Kurdistan ai curdi?
(pubblicato su malitalia.ie e globalist.it)

SPECIALE IRAQ- Benvenuti in Kurdistan 2

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Dibaga, campo profughi da trentaseimila persone. Siamo a sud di Mosul, a Ovest di Erbil e a Nord Ovest da Kirkuk.
Sono alloggiati nelle tende, anche in 12/15 in ognuna di loro ( d’altra parte non è inusuale un numero così perché secondo le regole mussulmane della composizione della famiglia non è strano dover ospitare anche tre donne con loro bambini e con un solo marito).

Qui arrivano gli sfollati di Mosul e Hawija. Arrivano a piedi, come possono, sui carri dei militari ( almeno quelli che erano a Mosul Est quando è stata liberata).
Qui le organizzazioni internazionali, visto il flusso continuo dei profughi che arriva, hanno finito le loro provviste di cibo. Sono intervenute le piccole ONG che lavorano in Iraq, come Focsiv che ha distribuito, tra il 28 e 29 gennaio scorsi, ben 1300 confezioni di viveri da 10 kg. composto da riso, olio, concentrato di pomodoro, lenticchie, grano trattato, fagioli, zucchero, sale, thè.
Le persone si sono messe in fila rigorosamente. I ragazzini si sono attrezzati con delle carriole –taxi per trasportare i pacchi.
Ed è in questo momento che è più evidente la struttura della società: gli uomini si affannano a cercare una carriola-taxi mentre le donne, quasi tutte velate, si caricano i 10 kg. sulle spalle e tornano nelle tende.
Questo spaccato di società è quello che si incontra ovunque. Le donne hanno reagito alla guerra, si sono adattate e arrangiate per sopravvivere. Gli uomini, molti dei quali hanno perso il lavoro, hanno ceduto ogni potere all’interno della famiglia. Molti sono caduti in depressione. Si sono arresi insomma.
Le donne sono maggioranza, come in molte altre parti del mondo. Ma esserlo in un paese in guerra cambia la prospettiva con cui guardi la vita. E lo si percepisce anche dai racconti delle bambine fuggite dall’orrore e devastazione del Daesh.
Bambine che raccontano, con apparente tranquillità, di come i miliziani imponevano lo hijab a tutte loro e di come le donne del Daesh fossero violente verso la popolazione.

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Bambine che parlano di decapitazioni di uomini sorpresi a fumare o di soldati che fratturano le gambe.
Sono calme, precise. Hanno ben chiaro che hanno attraversato l’inferno e sanno che non è ancora finito. Sono determinate anche nel loro essere pulite, attente a se stesse. C’è chi ha i disegni caratteristici sulle mani, fatti con un hennè fatto in casa, ma che dà la sensazione di una vita quasi normale.
Questa è la realtà dei campi. Nelle città non è molto diverso, anche a Kirkuk, città a maggioranza musulmana, dove le donne nella quasi totalità sono velata. Chi interamente, compresi i guanti, chi solo il capo. Ma sono poche quelle che accettano un futuro predestinato. Un futuro “velato” e “religioso”. Molte di loro vestono il hijab più come un segno di identità che come segno religioso. E’ abbinato a vestiti occidentali, a scarpe con tacchi alti , ad un trucco che mette in risalto occhi e labbra ed ad una visione della vita che non si ferma davanti alla guerra. “Il mio futuro è qui, per ora,vorrei fare qualcosa per il mio paese ma se avessi l’opportunità andrei a lavorare all’estero. Lascerei la mia terra, la mia famiglia.” Chi parla è un ingegnere civile che adesso lavora per un’organizzazione internazionale arrivata a Kirkuk con la guerra. Non si sente diversa dai colleghi con cui lavora. I suoi problemi sono gli stessi delle sue coetanee occidentali. Ti guarda dritto negli occhi durante l’intervista, non abbassa mai lo sguardo, non si tocca il velo, non si sente a disagio rispetto a chi non lo porta. E’ una giovane donna aperta al futuro e agli altri, disposta a confrontarsi.

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E come lei anche un altro ingegnere, circa 40 anni, dipendente dell’impresa di Stato che gestiste l’energia elettrica nella provincia di Kirkuk. Si è rimessa a studiare per un corso di aggiornamento su AUTOCAD, software di progettazione, “non mi voglio fermare. Non voglio rimanere indietro perché quando finirà la guerra ci saranno opportunità e io voglio essere pronta”.

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Tra di loro però c’è anche chi è estremamente religioso e alla domanda perché vesti il hijab e porti anche i guanti risponde “Perché è scritto nel Corano” e abbassa lo sguardo per non incontrare i tuoi occhi e,forse, anche gli occhi delle altre donne. Sono decisamente la minoranza le donne che seguono strettamente la religione, per di più giovani e di buona cultura. Segno di imposizioni familiari più che di scelte autonome che possono mutare nel tempo.
D’altra parte in Kurdistan le donne hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella società tanto che ad Erbil, nelle vicinanze della cittadella, la vecchia città fortificata, c’è un mausoleo all’aperto dedicato alle donne che nella loro vita si sono battute per questo territorio, per le sue tradizioni e per i valori di uguaglianza e tolleranza.

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(continua)
(pubblicato su malitalia.it e malitalia.globalist)

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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