Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Il malaffare, tra pizzo finanziamenti e stili di vita. La zona grigia tra potere e mafia

Trapani In Calabria si salta per aria e si muore ammazzati quasi ogni giorno. La camorra “diffida” giornalisti e magistrati direttamente dentro le aule dei tribunali. In Sicilia prendono fuoco i mezzi di chi si ribella allo strapotere della malavita. Ma oggi tutto questo può essere assimilato semplicemente alla parola “pizzo”o ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso? È finito il periodo della “mediazione” e vincono le frange più dure ed irriducibili del malaffare? Quelle che conservano intatto un codice fatto di forza, potere, sopruso ed annichilimento del nemico che sia lo Stato o un semplice cittadino, reo di non essere in linea con i “comandamenti” del capo?

Il pensiero comune dice che mafia, camorra e ‘ndrangheta (come, forse, ogni altra organizzazione criminale mondiale) vivono, in gran parte di estorsione, di “pizzo” o di droga.
Il pizzo è il pane quotidiano che serve per pagare i ragazzi che fanno da palo, i piccoli trasportatori di beni e notizie, le famiglie dei reclusi…
È una consuetudine come ringraziare l’omino dell’anagrafe che ci ha fatto un certificato, fare il regalo alle maestre dei propri figli… insomma una parte della nostra vita quotidiana.
Intanto le vittime sono imprenditori grandi e piccoli, del Sud come del Nord perché le mafie sono ovunque e non hanno più una localizzazione definita e ristretta dalla geografia ma sono globalizzate, internazionalizzate. Rimangono i “quartieri generali” nelle città di origine ma oramai parlano tante lingue e non più dialetti. Hanno studiato nelle migliori Università, si vestono con eleganza, possono parlare con il politico come con il bracciante e non sono subalterni a nessuno.

Tutto ciò è possibile grazie ad una capillare penetrazione nel mondo economico, amministrativo, sociale. Dalle banche, alla politica, alle gare di appalto, ai finanziamenti europei. Una rete di interconnessioni che ha cambiato, nel tempo, il volto del pizzo e dell’estorsione. E oggi il pizzo, come lo abbiamo sempre inteso, è relegato alla piccola criminalità, alla gestione del quartiere. I grandi non estorcono più, entrano in affari e non hanno neanche bisogno di chiedere. E questo vale per mafia, camorra ‘ndrangheta e distingue, all’interno delle stesse le famiglie, i gruppi più forti.
Così nasce la differenza tra i “casalesi” e la camorra di Napoli, fatta di gruppi legati ai quartieri, allo scippo e al piccolo furtarello e magari alla distribuzione del pane. Mentre i primi primeggiano negli appalti edili e sono i “capi” indiscussi dello smaltimento dei rifiuti a livello europeo.
Così per la “cosca di San Luca” in Calabria e le altre 148 che operano nel territorio. Mentre la prima, tranne il passo falso di Duisburg, vive in un cono d’ombra da cui gestisce appalti internazionali, mercati ortofrutticoli, attività turistiche in Europa e nel mondo intero le altre vivono di quello che la Calabria stessa può offrire: un villaggio turistico, un’azienda olivicola.

TrapaniIn Sicilia, terra martoriata dalla mafia, si contrappongono più realtà di cui due sono esemplari: Trapani e Palermo. Nella seconda, oramai sotto i riflettori da anni, si assiste all’estorsione (quella classica) del bar, del ristorante. Insomma delle attività commerciali. È finita l’era dei grandi boss e si percepisce. Nella prima regna sovrano l’ultimo grande capo di “Cosa Nostra”: Matteo Messina Denaro. Forse giovane, forse piacente, forse colto ma sicuramente una mente che ha messo in pratica ciò che Provenzano, circa 40 anni fa, aveva indicato come via prioritaria: “entrare nei gangli vitali della società ” facendo si che la zona grigia tra malaffare e legalità sia sempre più sottile, anzi non ci sia più.

Tutto reso possibile da un’area solo lambita dalle rivolte culturali (ma vale la pena ricordare che ad Alcamo, proprio in provincia di Trapani, nel lontano 1967 una ragazza, Franca Viola, per la prima volta nella storia rifiutò il matrimonio riparatore). Sicuramente Trapani è stata ed è cruciale nella lotta alla mafia. In fondo Borsellino iniziò proprio da lì il suo “viaggio” all’interno di Cosa Nostra che lo portò a grandi risultati ma anche a firmare la sua condanna a morte.
Una città che ricorda il Nord dell’Africa stretta nelle sue viuzze, che vive di porto e di scambi e con intorno una campagna a volte desolata, a volte colorata e profumata dal mare…
Una donna ambigua, ben vestita, acconciata bene e con un bel profumo. Poi la svesti e ti accorgi che è malata di lebbra, che ha cicatrici profonde e che il suo non è profumo ma olezzo… di morti ammazzati, di soldi provenienti dal malaffare, di truffe, di raggiri.
Una città che vive ancora come l’Italia di oltre mezzo secolo fa: si batte il petto in chiesa e poi esce e ammazza, si prostituisce, vende i propri figli… Una città che fa rivivere la Napoli de “Le mani sulla città “ di Francesco Rosi dove il tuo vicino di casa può essere anche un assassino ma è servito e riverito perché rappresenta il potere, economico-sociale o politico che sia. La tua vita è scandita dai riti quotidiani ormai secolarizzati più della Chiesa, le tue scelte sono decise dal “decoro” comune e alla fine, per quanto tu voglia batterti, diventi come loro per non essere e sentirti sempre “un diverso”. È una città che ti avvolge e ti travolge e dove il colore principale è il grigio anche nella giornata di più limpido sole che il Mediterraneo possa offrirti.

TrapaniUna città che sarebbe da amare per quanta storia, quante tradizioni, quanti profumi e quanti sapori ti può regalare. Per la luce abbacinante che ti accoglie in una giornata di primavera, per lo “sciauro” del mare che ti risale in gola e ti rende vivo, per una cassata di ricotta finissima o per le pale delle saline che si stagliano nell’azzurro.
Qui, in questo lembo estremo di Sicilia, c’è la roccaforte della mafia. Lo zoccolo duro. La gente più determinata e conservatrice. Te ne accorgi passeggiando lungo il corso principale, ascoltando il parlare sottovoce o guardando verso le persiane appena socchiuse. Tutti ti scrutano ma tu non vedi nessuno. Ma quello che più colpisce è l’omertà diffusa, come la tela di un ragno. Tutti sanno, tutti conoscono parentele, giri e raggiri. Conoscono il capo, i suoi sottoposti. Riconoscono il potere del boss e snobbano la legge, quella vera, dello Stato. E anche quando la riconoscono è proprio per disconoscerla. Qui siamo proprio nel regno del Gattopardo dove tutto cambia perché nulla cambi.

Ma possiamo dire che Trapani sia un caso isolato? E la “zona grigià di cui tanto parlava Provenzano dove è arrivata? Forse ci è affianco e cammina con noi…

La nuova ‘Ndrangheta

Dal cuore dell’Aspromonte all’hinterland milanese. Dalla pragmatica Germania alla Colombia dei narcos.
Gli eredi delle famiglie che hanno scritto col sangue – e nel sangue – la storia della ‘ndrangheta hanno lasciato la Calabria.
E si sono trasferiti in giro per il mondo.
Un esempio su tutti: Buccinasco, periferia di Milano, paese che magistrati e investigatori definiscono “la platì del nord”.
Oggi i giovani della ‘ndrangheta sono manager, arrivati, di gradino in gradino, in via Montenapoleone, a capo di uffici e società per azioni.
Usano il Blackberry, comunicano con Skype, parlano quattro lingue, hanno in tasca la polvere bianca migliore.
I figli della mafia calabrese hanno imparato dagli errori dei genitori, ormai in carcere.
E ora hanno in mano le redini di un monopolio quasi assoluto, che non si limita al traffico di cocaina, ma si estende agli appalti e ai negozi, alle discoteche e alle società di costruzione.
Sono la “generazione invisibile” della nuova ‘ndrangheta, una delle forme di criminalità organizzata più forte, più agguerrita, più ricca del mondo.
Che si nasconde per non far rumore.
Che al sangue preferisce gli affari.
Che tesse la sua ragnatela dalle stanze dei bottoni ai traffici mondiali di droga, dai cartelli colombiani alla periferia di milano, unendo onore e rispetto, sempre e solo in silenzio.
Quel silenzio che ha trasformato la ‘ndrangheta nella più prosperosa multinazionale criminale italiana.

Benazir Bhutto

Benazir BhuttoEra una donna bellissima.
Benazir Bhutto era tra le 50 più belle al mondo: elegante, aristocratica, il volto incorniciato dal velo bianco che ricordava la sua appartenenza religiosa.
Una donna nata in Pakistan, cresciuta tra l’America e l’Inghilterra, colta e raffinata ma sempre fortemente legata al suo paese che tanto l’amava quanto l’odiava.
Una donna che nessun dolore, nessuna avversità, nessuna calunnia avevano abbattuto. Unico momento di cedimento la morte, per impiccagione, del padre. Un momento mai dimenticato che è stato il viatico alla sua vita politica. Un destino. Chi sarebbe stata Benazir Bhutto se Ali Bhutto non fosse morto nel 1979? Forse una tranquilla signora della borghesia pakistana e invece è diventata il simbolo dell’emancipazione delle donne musulmane, una leader, un’icona, l’immagine “esportabile” di un paese sempre vissuto tra colpi di stato e poteri militari, nodo centrale della politica mondiale in Asia.

Una donna segnata dal destino. Il giorno in cui divenne primo ministro, per la prima volta, nel 1988, disse “volevo diventare ciò che mio padre è stato… ottengo sempre ciò che voglio e so che per questo mi uccideranno”. Ma a partire dal 1990 per Benazir Bhutto iniziano anni duri e la sua credibilità viene offuscata dall’ accusa di corruzione. Poi, l’esilio. Otto lunghi anni vissuti lontano dal suo Pakistan ma sempre lì con la mente e con il cuore e poi ad ottobre 2007 l’accordo con Musharraf e il rientro. Pronta alla candidatura per le elezioni di gennaio 2008. Pronta a visitare il suo paese in ogni angolo, a parlare con tutti, a stringere le mani, con tutti i rischi di una campagna elettorale vissuta sempre con e per i pakistani. In un’intervista, rilasciata nell’ ottobre scorso, Benazir Bhutto ha dettato il suo testamento “se non faremo campagna elettorale saranno i terroristi ad aver vinto… se faremo campagna elettorale rischiamo di essere vittime di violenza. È un enorme problema insolubile”. Ma lei aveva rischiato e sapeva che la morte l’aspettava dietro l’angolo e non ha avuto paura.

Banche, le mani sui beni confiscati

Sicilia occidentale. Calabria locride. Campania casertano. Lombardia varesotto. Emilia Romagna, modenese. Lazio litorale pontino. Tante confische, tanti beni tolti alle mafie, tante attività che tornano ad essere “legali”. Un esempio fra tutti la “Calcestruzzi Ericina”, nelle mani di Vincenzo Virga uomo dell’ultimo grande boss Matteo Messina Denaro, e poi passata allo Stato. Uomini contigui alla criminalità organizzata tentano di convincere l’allora Prefetto, Fulvio Sodano, a disfarsene. Ma lui ha tirato dritto, l’ha fatta funzionare nonostante i tentativi di farla fallire e di deprezzarla (dalla testimonianza di Antonino Birrittella ex mafioso oggi dichiarante di giustizia).

Il Prefetto ne ha voluto fare un esempio per il territorio. Il prezzo pagato è stato l’allontanamento dalla città, diciamo che non era in linea con il pensiero dominante, ma la Calcestruzzi ha resistito e grazie a Libera, don Ciotti e ad una banca, Unipol, oggi è sul mercato, produce inerti anzi, come dice il suo nome Rose, fa recupero omogeneizzato di scarti edilizi.

Ma quanti beni sono in questa situazione? Quanti hanno goduto di appoggi come Unipol? Don Luigi Ciotti si batte da anni dicendo che oltre il 30% dei beni confiscati non può essere usato perché gravato da ipoteche bancarie. E vista la legge sulla vendita dei beni confiscati loro saranno le prime a partecipare alle aste ricomprandoli anche in nome e per conto di personaggi in odor di mafia. Ma come è possibile parlare di Agenzia dei beni confiscati, parlare di togliere i beni ai mafiosi, inneggiare alla vittoria ad ogni confisca effettuata e non porsi il problema dell’utilizzo? Ma soprattutto come è possibile non affrontare il problema banche? Sono loro il punto nodale della gestione dei beni confiscati. Facciamo un esempio, sempre siciliano ma valido per tutti i territori.

Supermercati Despar gestiti da Grigoli, il “cassiere” di Matteo Messina Denaro. Confiscati, dati in gestione ed ora quasi al fallimento. Perché? Perché le banche non sono più così elastiche come quando apparteneva ai mafiosi. Lo scoperto non è ammesso. E in più i fornitori che una volta aspettavano anche 90 giorni per essere pagati adesso pretendono il pagamento entro 30 giorni (quando va bene). Una volta il pane, quello di Castelvetrano, si comperava solo in quei supermercati. Ora che è noto che il boss non li gestisce più si può andare a comperare il pane ovunque. E gli affari calano e si rischia la chiusura anche perché essendo sotto amministrazione giudiziaria non esistono pagamenti in “nero” né per fornitori né per lavoratori. E le tasse si devono pagare tutte.

Quanti uomini, imprenditori soprattutto, decidono di passare alla giustizia e si trovano sul lastrico perché le banche li considerano “a rischio”. Passare allo Stato è equiparato a non essere più un “buon pagatore”. La domanda nasce spontanea come potrà lo Stato battere la mafia, oramai sempre più finanziaria e imprenditoriale, se le banche abbandonano al loro destino chi non è più mafioso? E non sono parole di circostanza e di semplice demagogia ma sono le voci raccolte tra i tanti che hanno deciso di cambiare la loro vita e che per ottenere un finanziamento debbono produrre tanti di quei documenti che ti penti di voler essere un uomo onesto. Mentre d’altra parte ci sono aziende che ottengono fidi pur avendo sentenze passate in giudicato. “Due pesi due misure che sempre più ti fanno sentire l’inutilità di essere onesti” (Corrado Alvaro). Il problema non si affronta perché fare la guerra alle banche vuol dire toccare i fili della corrente. Perché le banche controllano i conti di tante persone che votano, che producono, che ti possono rifare la casa o arredartela.

E oggi si uccide molto di più con un conto corrente chiuso che con la pistola. Adesso si dice che l’Agenzia dei beni confiscati è la panacea di questi problemi. Ma già è iniziata la lotta per avere più sedi tra cui una a Palermo e forse a Roma. Non è che abbiamo, trasversalmente, creato un nuovo carrozzone? Tutto fumo e niente arrosto. Perché non chiediamo alle banche di diventare partner delle iniziative sui beni confiscati? Chiediamogli di tornare a fare quello che fu la spinta del Monte dei Paschi alla fine del ‘400. Aiutavano gli artigiani a diventare grandi e poi si riprendevano la loro parte. Non è un’utopia è un nuovo (vecchio) modo di gestire il futuro. Quello che gli americani chiamano “project financing” ma che è nato da noi secoli fa. Perché lasciare soli uomini come don Luigi Ciotti che hanno danno la spinta sociale al cambiamento? Adesso c’è bisogno di risorse. Non possiamo far morire un supermercato perché non è più dei mafiosi ridando così a loro quegli uomini che, da disoccupati, accetteranno qualsiasi lavoretto anche sporco.

Le banche hanno obiettivi finanziari ma vivono nella società e ci sono tante piccole realtà che dimostrano che è possibile fare affari ed essere vicini ai cittadini e questo senza dover scomodare il premio Nobel Yunus e il microcredito. Ma questo vale in piccole realtà, vale perché si incontra il direttore di banca che è anche un uomo giusto. Ma non vale per i grandi numeri.

Ultima provocazione perché il ministro Alfano non dice quanti soldi liquidi sono nel Fug (Fondo Unico di Giustizia) che provengono dalle confische? E quei soldi perché non vengono ripartiti in percentuale tra le terre dove sono avvenute le confische (non credo che la Lega possa opporsi: le confische sono anche al Nord) così come chiedono i deputati del Pdl Sicilia (cioè della sua parte)? Sono soldi che gestiti anche con le Banche potrebbero dare respiro ad iniziative economiche e sociali alle aree depresse ed oppresse dalle mafie. Altrimenti non ci rimane da pensare che è meglio far “aumentare” la disoccupazione: c’è più manovalanza tra cui scegliere e gli usurai avranno più uomini da “strozzare”. E a questo punto bisognerebbe pensare che lo Stato preferisce la criminalità organizzata alla legalità.

Un viaggio alla fine del mondo

È gennaio del 1996, da poco, circa un mese, è stata firmata la pace di Dayton e la ex Jugoslavia si frammenta in Croazia, Bosnia Erzegovina e Serbia. La popolazione è stremata, sfinita. Le case, le città sono distrutte e noi andiamo a portare un po’ di aiuti in una zona della Kraina, quasi un crinale tra bosniaci e croati. Un po’ più a nord c’è Sebrenica e a sud Spalato dove arrivano le navi militari l’unico filo che lega questa terra a tutto il resto del mondo. Ci aspetta il freddo, quello che ti entra nelle ossa, che supera le solette termiche degli scarponi da montagna, che passa oltre le piume delle giacche a vento, che ti taglia la faccia e ti gela le mani…

Non trovi un po’ di calore da nessuna parte, il povero albergo che ci ospita, a Livno, ha, fortunatamente, solo l’acqua fredda ma non ha coperte sufficienti. La cena è formaggio e un po’ di carne e per questa gente è stato uno sforzo prepararci un desinare così ricco. La mattina, dopo una notte passata a cercare di ripararci dal freddo coprendoci con pigiama, sciarpe e calzettoni, iniziamo un viaggio verso un villaggio ancor più isolato e attraversiamo campi abbandonati e desolati sotto una coltre bianca gelata e ci passano a fianco case bruciate, sformate dalle granate e dagli obici,senza tetto.

Ma sono lì a ricordarci cosa è la guerra, cosa è l’odio, la ferocia,la disumanità, il disprezzo, l’inferiorità. Attraversiamo un paesino che aveva 7000 abitanti e che ci mostra due soli indigeni, un gatto nero ed una gallina. Tutto intorno un silenzio irreale tra quelle case spettrali, con le finestre vuote come tanti occhi che ti guardano e ti trasmettano un orrore senza fine… e sulla strada sul prato un carro armato arrugginito e fermo con il cannone puntato verso chissà dove e chissà cosa e come bambini, presi dalla curiosità e dall’incoscienza, attraversiamo il prato, ci facciamo le foto intorno al simbolo della guerra.

Non pensi a nulla, pensi solo di riportarti una foto che ti faccia ricordare dove sei… e noi ce lo ricorderemo a vita dove siamo passati…. su un campo minato! Lo scopro nel secondo viaggio quando poi entrerò a Mostar e Sarajevo e il cuore non dimenticherà mai una collina trasformata in un cimitero pieno di croci di legno, tutte uguali semplici e che ti si piantano dentro come i chiodi della croce di Gesù.. e poi giri lo sguardo e vedi lo scheletro della meravigliosa Biblioteca di Sarajevo, il simbolo della multiculturalità, della integrazione, dei secoli della convivenza.

E come dimenticare il terrore negli occhi del mio autista croato a Mostar quando gli chiedo di accompagnarmi nella vecchia città musulmana: “non posso venire se io entro non esco vivo, mi spiace”. Mostar è una città intatta con una voragine centrale, la città vecchia con il suo ponte ad un’unica arcata un esempio di architettura e perizia artigianale. Quella voragine nasce perché serbi e croati non volevano più i musulmani tra loro e i loro cannoni hanno tuonato da un lato e dall’altro sino a che non c’è rimasto nulla del ponte e dei musulmani di Mostar… eppure questa gente ha sempre vissuto insieme,condiviso le dominazioni, il totalitarismo di Tito.

Cosa può succedere al tuo vicino che lo spinge a puntarti il fucile in faccia e fare fuoco? Cosa spinge un essere umano a usare la tibia di un suo simile per farne un flauto? Cosa spinge un cecchino a mirare su un bambino? Quale follia ha devastato questa terra e tutti noi? Te lo chiedi di fronte al foro di obice che si trova nella stanza dove dormi a Sarajevo. Te lo chiedi sulla strada verso Spalato, una via aperta in parte sul vecchio tracciato e in parte ricavata da quel che rimane di colline, case, campi… te lo chiedi perché hai amici serbi, croati, bosniaci e sono tutti splendidi e non ci può essere ragione alcuna alla devastazione che hai intorno… A pochi chilometri da questo buio c’è la luce accecante del mare davanti a Spalato e la passeggiata a mare della città dalmata è piena di soldati della SFOR che lasciano tensioni, paure, visioni lì dietro le colline. E mentre torno indietro dal mio viaggio la strada, il destino mi riportano al prato del carro armato e così scopro che la zona è stata recintata dai militari della forza multinazionale di pace e c’è una scritta “zona minata”.

E così il caso mi ha risparmiata. Il perché lo scoprirò quasi 10 anni dopo intervistando chi di professione fa lo “sminatore”: erano mine anticarro quelle su cui siamo passati quando, come bambini al luna park, volevamo fotografare la macchina da guerra. Eravamo troppo leggeri, non pesavamo abbastanza… Un nonnulla ci ha salvato e infatti la vita è un “nonnulla” e se hai visto i Balcani in fiamme sai che il tuo nonnulla è sacro, va difeso, amato, coccolato, rispettato e hai imparato anche quanto vale quello del tuo vicino.

Banche, quando il denaro non è tutto

Una domenica mattina. Agosto a Roma. Niente ferie si lavora e allora l’unico refrigerio si trova in piscina. Una bella, di un albergo a “la page”. Uno sfizio per compensare la stanchezza, lo stress, il caldo, i postumi di un brutto incidente…
La piscina è in alto, domina la città, è silenziosa, pochi gli ospiti e poi arriva una specie di Pippi Calzelunghe, con lentiggini capelli rossi e un incedere un po’ incerto, l’aria spavalda di chi ha in pugno il mondo.
Poggia le sue cose sul lettino e poi chiede al bagnino di spalmarle la crema sulle spalle. Lancio un’occhiata all’amica che mi accompagna. Pensiamo, ma non lo diciamo, “la solita viziata”.

Mai pensiero fu più sbagliato. Più tardi al bordo della piscina capiamo il perché del suo camminare un po’ sbilenca. Ha avuto un ictus. Antonietta è una giovane donna di 37 anni che a 33 è stata colpita all’improvviso  da qualcosa che le ha stravolto la vita. Istruttrice di nuoto, vitale, bella, brava economista. La vita davanti e poi il buio, il gelo di una parte di te che non funziona, non risponde ai comandi.

Quanti si arrenderebbero, quanti cadrebbero in depressione. Ma lei no vuole vivere e lotta con i denti per tornare ad essere quella che era e trova un alleato inaspettato: la banca in cui lavora. Che non la lascia sola, che non le chiede di lasciare l’azienda, che la continua a pagare mentre lei si cura tra la Svizzera e la gelida Chicago pre Obama (dove va da sola). Poi finalmente torna a lavorare e la banca le trova una collocazione adeguata vicino ad un centro riabilitativo.

Lei vive sola, forse qualche volta volendo strafare per dimostrare, come se ce ne fosse bisogno, che lei può farcela. Lavora e pensa al suo futuro, ai suoi obiettivi professionali e lavora come tutti i suoi colleghi.
In una società dove la discriminazione è forte, dove essere portatori di un handicap ti esclude, dove lavora chi è giovane e forte e dove le banche, tutte, sono “truffatrici e usuraie”. Le banche, oggi, spesso non guardano ai bisogni dei propri clienti, quando è possibile ne sfruttano i depositi, sono contigue ai sistemi criminali. Capita di sovente che, nell’ambito della criminalità organizzata, chi denuncia e passa nella legalità si veda chiudere i conti dalla banca.

Insomma le banche oggi sono il diavolo. Eppure questo “diavolo” è stato capace di dare una speranza a chi pensava di aver perso tutto e forse anche se stessa.

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    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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