Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Il mio diario

Lettura della settimana: La giusta parte

La dedica di questo libro fa capire subito quale è la “giusta parte”. Recita infatti “Questo libro è dedicato a tutti quelli che credono che combattere le mafie sia sempre compito di qualcun altro”.
18 autori, tante storie di antimafia, di quella fatta sul campo.
Nell’introduzione del libro si riporta un pensiero di Italo Calvino “Ci sono due modi per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno,non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Come Renato Natale, medico presidente di due associazioni di volontariato. E’ un vulcano che ha deciso di mandare a quel paese chi, nella sua terra, se la fa con i clan. Uno degli avvertimenti gli arriva il 16 giugno 2011 “Noi non siamo ancora morti smettila di fare esposti altrimenti ti ammazziamo. Ricordati che hai moglie e figli”.
O come Giovanni Grasso medico a Castel Volturno, in provincia di Caserta,al Centro Fernandes . Lui cura tutti soprattutto le donne e i bambini dei tanti migranti che vivono lì. Lo fa senza risparmio di energie. E a spese sua cura chi non può permettersi una visita specialistica. “Sono un medico a chiamata” dice di se stesso.
E poi c’è la storia di Amico, Pace e Croce che all’inizio sembra un gioco di parole e che in vece racconta la morte del magistrato Rosario Livatino.
Tanti racconti, stili diversi, vite diverse che però ci fanno capire che non dobbiamo convivere con l’inferno e che forse vale la pena di scegliere ciò che non è inferno e che possiamo dargli spazio nella nostra vita.

La scuola sarà sempre meglio della merda

Il titolo di questo articolo può sembrare irrispettoso o forse volgare. E’ invece tratto da “Lettere ad una professoressa “ di Don Lorenzo Milani, anno 1967.
La nostra scuola ha attraversato momenti migliori. Oggi la crisi, le riforme che si sono succedute soprattutto negli ultimi anni, l’hanno mortificata. Forse si vede un po’ di luce con le dichiarazioni del Ministro Profumo che apre a nuovi concorsi ( i primi ad essere banditi dopo oltre 13 anni).
Ma la nostra scuola è sopravvissuta e sopravvive grazie alla tenacia di maestre ed insegnanti che amano il loro lavoro che per loro è una passione.
Lo amano anche quando la sede scolastica è disagiata, quando il tessuto sociale è sfaldato o oppresso da leggi criminali. Lo amano anche quando hanno in classe figli di capi clan. Lo amano anche quando la fatica degli spostamenti è insopportabile. Quando gli anni si fanno sentire. Quando per andare ad insegnare devi attraversare il mare e stai delle ore sul pontile ad aspettare le barca che ti porterà a destinazione.
Sono storie di ieri ad ascoltarle ma invece sono le storie di oggi.
Alicudi, la più occidentale delle Eolie, è un isolotto di poco più di cinque chilometri quadrati. A tre ore dal porto di Milazzo ti appare bellissima quando la frequenti durante le vacanze. Cosa ben diversa è abitarci durante l’inverno in cui il vento freddo porta verso l’alto l’odore salmastro del mare. Un’isola in cui si trasporta tutto a dorso di mulo. Dove se hai bisogno dei Carabinieri devi andare a Filicudi e dove l’ufficio postale apre ogni due giorni. Qui lo Stato è un’entita astratta e l’unica presenza che dà l’idea di appartenere ad uno Stato è la scuola. Ma molto è cambiato da quando, quattordici anni fa, è arrivata la maestra Teresa.
Teresa Perre, nasce in Calabria e nel 1969 si trasferisce a Milano. Qui inizia il suo percorso da insegnante. Ad un certo punto decide di tornare nel suo Sud e fa domanda di trasferimento a Messina, così vicina alla sua regione. Ma non considera che la provincia comprende anche le isole. Ed è così che considerato il suo punteggio viene mandata ad Alicudi. E per lei questo trasferimento diventa una missione.Il primo giorno a scuola si rende subito conto di essere arrivata in un avamposto della scuola italiana. Insomma un po’ come nel famoso far west i primi esploratori ( ricordate Balla con i lupi e Kevin Costner?). Una stanza con il soppalco. 14 bambini assiepati tutti insieme in una pluriclasse. Alcuni di loro non sanno ancora né leggere né scrivere. Chi di noi sarebbe rimasto pur potendosene andare dopo un anno? Forse nessuno. Teresa rimane. Capisce che deve provare a trasformare la mentalità di quei bambini ( e dei loro genitori) che pensano sia meglio lavorare che andare a scuola. Piano piano realizza il suo sogno e ,in una piccola casa eoliana pulita e ordinata, ricava lo spazio per poter insegnare.
Teresa dice sempre “che in queste aree così distanti da tutto la scuola è un bene essenziale. La scuola preserva dalle violenze, dai soprusi. Insegna a vedere la vita non chiusa nell’ambito dello spazio dell’isola”.Pensate all’isolamento che si vive in tale luogo. Pensate a quanto è ristretto anche lo spazio in cui si muovono i ragazzi. La scuola è la loro aria per respirare e crescere.
E Teresa si è fatta in quattro perché questa scuola sopravvivesse, tenuto conto che finite la scuola dell’obbligo chi vuole proseguire deve spostarsi a Lipari. La maestra Teresa porta anche l’innovazione e la tecnologia sullo scoglio di Alicudi. Le video conferenze, i documentari. Insomma lo Stato,anche a sua insaputa, grazie alla maestra Teresa garantisce la cultura ( e forse anche la legalità visto che viene anche minacciata). Riesce a motivare i suoi giovani alunni a guardare oltre l’orizzonte a cercare nuove possibilità. Teresa Perre dice “la scuola si pone come edificio pubblico, come luogo in cui confluiscono i bisogni dell’isola, diventa un punto di riferimento per i ragazzi e per le famiglie”. E la maestra festeggia anche il primo laureato proveniente da Alicudi. In questo ultimo anno Teresa va solo due volte a settimana nell’isola (non l’ha mai voluta lasciare quell’isola maledetta e fantastica) ma che fine farà la scuola, quel faro quel punto di riferimento cha ha permesso a tanti ragazzi di non perdersi, di non essere sopraffatti, di avere una vita vera davanti a sé? Cosa vuole fare lo Stato di questo piccolo lembo di Italia anche se sono rimasti solo tre alunni? Solo la scuola, e quindi l’istruzione e la cultura,possono dare gli strumenti per poter scegliere cosa fare del proprio futuro. Solo la scuola è un baluardo contro i criminali e le violenze. Solo la scuola ti insegna ad aprire le porte che la vita ti pone davanti. Solo la scuola ti fa capire che c’è qualcosa di diverso dall’abbrutimento di trasportare merce con i somari o i muli. Don Milani criticava il sistema scolastico già negli anni sessanta ma molto di quello che lui diceva è ancora valido e realistico. Perché, come si legge in Lettera a una professoressa, e come disse Lucio che aveva 36 mucche nella stalla, “la scuola sarà sempre meglio della merda”.

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

La discordia della Concordia

Wall Street Journal oggi scrive che la nave “Concordia” non è altro che la metafora di un continente alla deriva, i cui comandanti non sono in grado di affrontare una emergenza critica. E sono i primi a fuggire sfruttando il potere.
Stessa lettura ieri da Grillo e da Crozza.
E non è difficile non essere d’accordo con loro. La voce del capitano Schettino, impaurito tentennante, che abbandona nave, passeggeri e personale di bordo dà l’idea di un mondo allo sbando. Quello di chi ha pensato che tutto si poteva fare, che si può pensare solo e sempre prima a se stessi. Quello che è vissuto nel delirio di onnipotenza. Certo quella nave riversa di lato in mezzo al mare è un’immagine reale del disagio e delle difficoltà del nostro paese. Ma è anche la fotografia, ahimè, della nostra classe dirigente che quando non sapendo come gestire la difficoltà ha passato la mano ai tecnici.
Non siamo più abituati a gestire le emergenze, e questo vale per ogni settore.
Il capitano Schettino ne è l’esempio lampante. Pensiamo che la tecnologie e le macchine possano fare tutto anche, forse, evitare una tragedia. Abbiamo perso il contatto con la realtà. Schettino è il prodotto di una società che ha pensato che la quotidianità sia qualcosa che si può governare attraverso internet, attraverso le macchine insomma attraverso altro diverso da se stessi. Schettino è la fotografia di una società che ha dimentico cosa voglia dire la pratica quotidiana. Schettino è la fotografia della società del benessere che non si pone più il problema di superare le difficoltà. Schettino è la fotografia di una società dove i genitori hanno dato sempre di più ai propri figli per evitare che potessero soffrire di qualche mancanza. E’ la fotografia della società del dopoguerra che ha cercato di fare di tutto per dimenticarla quella guerra, la fame, le ristrettezze, la mancanza di cultura e a furia di voler dimenticare ha pensato che non bisognasse più misurarsi con la realtà vera, quasi a voler mettere da parti emozioni e sentimenti, quasi a voler esorcizzare il periodo in cui eravamo poveri e non avevamo nulla ( che poi è lo stesso meccanismo che spinge noi, popolo di emigrati, a mettere da parte gli immigrati). Ma la realtà vera ti appare all’improvviso e lì si capisce se sei pronto o meno. Se hai la capacità di reagire o meno. E non è solo una questione di carattere. Vale quanto tu sia preparato a gestire un’emergenza. Quante volte ti ci sei trovato. Vale che tu conosca i principi cardine della gestione di un momento così delicato. La scalata facile al posto di comando ( sulle navi come in tanti altri posti della società, ieri sera Crozza faceva il paragone tra Schettino e Scilipoti!) bypassa ogni possibile formazione. A questo va aggiunto anche il fatto che queste sono crociere low cost ( perché Schettino ha delle colpe ma non possiamo pensare di lasciare fuori la Costa Crociere) che sono così low perché spesso viene utilizzato personale stagionale, spesso fatto di extracomunitari che hanno difficoltà anche di comunicazione a causa della lingua, poco formato e con scarse conoscenze anche di ciò che si deve fare in momenti di difficoltà e che forse alcuni di loro sono ancora dentro quella nave.
Insomma la tragedia della Concordia ci fa riflettere su una società che ha pensato che tutto possa basarsi sull’innovazione e sulla tecnologia oltre che sul fatto che se sei il comandante puoi fare tutto, anche abbandonare la nave.
Ma la Concordia ci ha fatto anche scoprire anche un’altra Italia quella del comandante De Falco, del porto di Livorno. Quella voce che impartiva ordini secchi, decisi. Come ci si aspetta da un capitano vero ( quello della poesia di Walt Whitman “Capitano, mio capitano” e che in migliaia hanno postato sulla propria bacheca di face book). De Falco ha capito subito quale era l’emergenza, cosa doveva fare. Sapeva come comportarsi. E molti italiani lo hanno eletto a loro eroe.
In fondo questa tragedia è stata un derby tra l’Italia degli Schettino ( codardi, paurosi, impreparati all’emergenza e pronti ad abbandonare tutto e tutti pur di salvare se stessi- come tanti dei nostri uomini pubblici) e l’Italia dei De Falco ( quelli che hanno un senso della cosa pubblica, che hanno l’etica del sacrificio e che vivono pensando che gli altri vengano prima di se stessi).
E’ un derby che nasce dalle ceneri di 20 anni di trasformazione socio-culturale di questo Paese. Ma la riflessione è che sotto le ceneri di una cultura mediatica e superficiale è continuata a crescere,invece, una società che non ha mai abbandonato ideali e valori civili. Un derby che ha permesso a tutti di vedere che c’è un’Italia diversa, un’Italia silenziosa che ci permette di credere che il cambiamento è possibile.
E’ un derby in casa poi: sia Schettino che De Falco vengono dalla Campania e probabilmente hanno la stessa età ( quindi sono cresciuti nello stesso periodo storico). Inefficienza e capacità. I due volti del nostro Sud e quindi della nostra Italia.

(pubblicato su www.lindro.it)

Vite sospese

Secondo uno studio dell’Eures solo nel 2009 ci sono stati 357 suicidi per disoccupazione. Un bollettino di guerra che rischia di aggravarsi.
357 suicidi per disoccupazione. Uno al giorno, praticamente. Questi sono i dati emersi da una ricerca Eures (il centro studi economici e sociali) sull’Italia in crisi. E risalgono al 2009 ma anche nel 2010 e 2011 non è andata molto meglio delineando una fotografia dell’Italia che evidenzia come al sud i suicidi siano in maggior numero di lavoratori rimasti disoccupati mentre al Nord si trovano più gli imprenditori che si uccidono.
Cosa succede nel nostro Paese? Si vedono gli effetti dell’onda d’urto della crisi. E’ un po’ come vedere un territorio dopo il passaggio di uno tsunami. Vedi le case distrutte, i corpi a terra e si fa il conto delle vittime.
Questa è l’Italia di oggi. La crisi iniziata nel 2008 incomincia (perché ci dobbiamo aspettare altro) a far vedere i propri colpi adesso. Le aziende fino a poco tempo fa avevano ancora qualche margine di manovra, oggi hanno dato fondo ad ogni loro riserva. E’ di dicembre 2011 l’intervista di un imprenditore della zona di Mestre che dichiarava di non aver potuto pagare le tredicesime ai suoi operai e di vedersi costretto a breve alla chiusura. Lo scorso anno era ricorso ad un fido in banca per poter pagare i lavoratori e permettergli un Natale decente. Questo anno niente fido nonostante debba ricevere dallo Stato ( o meglio da Enti Locali del Veneto) il pagamento di una fornitura risalente a alla prima parte del 2011. Perché gli Enti e lo Stato oramai pagano con oltre 6 mesi di ritardo e questo perché prima pagano e prima le loro casse si vuotano. Insomma un cane che si morde la coda e chi non ce la fa a sostenere questo corto circuito soccombe.
Una lunga scia di morte e desolazione. Torniamo indietro all’ottobre 2010 un trentottenne laureato con merito all’Università Cattolica di Milano e disoccupato, si è lanciato da un treno in corsa verso Ostuni, sua città d’origine . Aveva tentato diversi concorsi per un lavoro stabile, aveva svolto lavori occasionali, aveva lavorato nelle campagne pugliesi sino ad approdare ad un call center a Milano. E poi aveva perso anche questo lavoro e l’unica soluzione che ha intravisto è stata la morte.
Nell’aprile 2011 un quarantenne che da tempo non riusciva a trovare lavoro, sposato e padre di due figli, si è ucciso lanciandosi dal punto più alto del cavalcavia che collega Agrigento con Porto Empedocle.
A Catania a maggio, un trentottenne si è tolto la vita gettandosi in mare con la sua auto. E non ci vergogna nemmeno più di morire o di non farcela, tanto che il ragazzo lo aveva annunciato su Facebook.
E poi ancora a giugno un giovane giornalista pubblicista del brindisino si è impiccato nella casa dove abitava con madre e fratello.
Mentre al Nord abbiamo 30 casi di suicidio, solo in Veneto, dal 2008. Come il caso dell’imprenditore padovano che si è ucciso perché non riusciva a riscuotere i suoi crediti privati e quelli pubblici (che ammontavano a circa 300 mila euro).

Il bollettino di questa guerra racconta che negli ultimi giorni ben cinque gli imprenditori si sono tolti la vita.. A Trani un piccolo commercianti di 49 anni si è impiccato nel box che utilizzava come deposito del suo piccolo negozio di climatizzatori. È successo a Trani. Antonio era vittima dell’usura a cui era ricorso per tenere in vita la sua piccola attività.
A Robecco sul Naviglio un piccolo imprenditore di 64 anni si è sparato un colpo alla tempia, nel suo furgoncino all’ingresso della ditta individuale.
A Catania il titolare, quarantasettenne,di una concessionaria di moto Honda, si è tolto la vita ingoiando un’intera scatola di antidepressivi.
Ad Ascoli Piceno un agricoltore si è ucciso impiccandosi nel magazzino dove teneva gli attrezzi per i campi. “Temeva di non farcela, di non superare le difficoltà del 2012”, hanno raccontato i parenti.
E ancora un pensionato di Bari di 74 anni, gestore di alcuni negozi in città, si è ucciso gettandosi dal quarto piano del suo palazzo, in un’elegante zona del capoluogo pugliese.
Le difficoltà, la paura di non farcela, la sensazione di non avere un futuro, la perdita totale della propria stima. Queste sono le sensazioni più forti che prova chi vive la realtà della crisi di oggi dove un sistema bancario tarato più sulla grande azienda che sulla piccola e una rete criminale ricca e potente stringono il cappio intorno a chi lotta ogni giorno per sopravvivere.
Un punto importante è anche legato all’inadeguatezza di reggere il peso di un tracollo così improvviso e devastante. Eravamo abituati ad una società opulenta dove tutto era possibile e non si doveva rinunciare a nulla e siamo stati catapultati in un mondo dove non si getta più nulla. Dove si fa la spesa con il contagocce. Dove il pane, che una volta si gettava anche fresco, viene consumato fino all’ultima mollica.
Avevamo dimenticato la miseria che invece è tornata tra noi, forse con un abito diverso ma è sempre lei.
E se al Nord non reggono quelli che fino a ieri erano piccoli proprietari con le spalle coperte al sud muore chi non riesce a portare finanche un pezzo di pane a tavola.
Due mondi sopraffatti dalla stessa crisi e non vale consolarsi con gli studi che dicono che al sud si supererà meglio questo momento perché si è più abituati ad avere poco e a stringere la cinghia!

(pubblicato su www.malitalia.it e su www.lindro.it)

La moglie del Presidente

Clio Bittoni è dal 1959 moglie di Giorgio Napolitano ma non per questo ha rinunciato alla sua autonomia e indipendenza.
Il marito è stato l’uomo dell’anno per il 2011.
I giornali stranieri l’anno incoronato re. E lei? Forse vale la pena conoscerla un po’ di più proprio in questo momento di passaggio da un’epoca in cui le donne, spesso anche se non sempre, erano ridotte al ruolo solo di belle ma, diciamo, con poco ingegno tanto che una delle tante giovani donne che hanno ruotato intorno all’ex Presidente del Consiglio Berlusconi, arrivò a teorizzare che “se una è racchia deve stare a casa”.
Ora la signora Clio Napolitano non è assimilabile al club delle racchie ( di cui però non si conoscono dettagli più precise) ed è di certo una donna che sa esattamente da dove viene, quanta strada ha fatto e le sua decisioni non l’hanno mai resa succube di nessuno.
Poche interviste, apparizioni centellinate ma sempre a fianco del marito nei momenti istituzionali della vita del Paese.
Proviamo a raccontarla partendo da una delle più lunghe interviste che la signora Clio abbia rilasciato, a Paola Severini per il suo libro “Le mogli della Repubblica”.
Prima di tutto il suo nome Clio, un regalo ad un amico greco dei genitori al confino a Ponza ed anche un nome laico che non fosse legato a nessun santo. Ma forse pochi sanno che è stata battezzata con il nome di Maria . Avvocato, fra le poche in Italia, in quegli anni, quelli del dopoguerra. Uno dei primi impegni è quello di occuparsi dell’applicazione di una legge sull’equo canone in agricoltura e racconta un episodio, che poi è anche la fotografia del suo rapporto con il Presidente, “mi ricordo che una volta ad Acerra, mio marito andò a fare un’assemblea di carattere politico, e quindi c’erano molti di questi agricoltori. E ad un certo punto sussurravano fra di loro vedi, quello è il marito dell’avvocato nostro!”.
Avvocato donna agli inizi degli anni 60. Bisognava avere molta forza perché i clienti dovevano fidarsi prima di tutto proprio perché di genere femminile. Una scelta fatta in tutta coscienza da parte di chi aveva masticato la politica da piccola in giro con la mamma, socialista, nelle sezioni, nelle manifestazioni.
Una donna nata e cresciuta nella politica e che ha legato la sua vita proprio ad un politico. Una vita segnata quindi dall’impegno ma certamente una donna autonoma, indipendente che ancora oggi va in giro da sola, va a fare la spesa dal suo macellaio di fiducia. Una donna che però la sera della prima alla Scala si presenta con un abito firmato Muriel, solare e raffinato. La sua autonomia nulla toglie al suo essere donna. Forse perché ricorda la battaglia per il voto alle donne, forse per il lavoro che ha scelto ( e ricorda che fino al 9158 le donne non potevano nemmeno fare, per esempio, il concorso in magistratura e forse anche per la sua capacità di trovare il giusto equilibrio tra la sua indipendenza e la vita con un marito con una carriera politica molto impegnativa. Quando lui è diventato Presidente della camera dei Deputati lei ha lasciato il suo incarico presso il centro studi legislativi di Montecitorio.
Eppure un matrimonio che dura dal 1959 anche se all’inizio, come la signora Clio racconta a Paola Severini, “quando ho iniziato a uscire con lui ero a Roma per fare la pratica d’avvocato, quindi non avevo soldi….allora nella mia famiglia si diceva !”.
Un matrimonio che ha attraversato gli anni difficili dell’Italia del 68 e degli anni di piombo. Una vita fatta degli amici di sempre, del partito ( a cui, una volta, bisogna devolvere una parte del proprio stipendio da deputato o senatore), dei figli e soprattutto della passione per la cultura:musica, cinema, teatro.
Ha fatto scalpore quando la coppia presidenziale ha acquistato, per proprio conto, i biglietti per una prima al festival di Roma, spiazzando gli organizzatori che normalmente sono subissati da richieste di ingressi gratuiti. E durante le ultime feste natalizie, a Napoli, si sono presentati al botteghino di un cinema in centro e si sono seduti, tranquillamente, tra il pubblico.
Ecco Clio Napolitano può essere considerata l’interprete più “laica” della moglie di un Presidente della Repubblica. E forse se è vero che l’Italia sta cambiando forse lo stile del futuro potrebbe essere il suo.
(pubblicato su www.lindro.it)

Lettura della settimana: L’Aquila 1971

Il 2 gennaio sono stata a L’Aquila per vedere cosa rimane di quella città, cosa succede in quel luogo della memoria a me tanto cara.
Passeggiando lungo i portici , intravedendo da un lato Piazza Sallustio mi sono tornate in mente le parole che ho letto in un libro che parla di una città di 40 anni fa, quando lì ,proprio in quella piazza, e in una palazzina che li si affaccia si prendevano decisioni su quella che era la lotta per il Capoluogo, tra L’Aquila e Pescara ( come d’altra parte stava succedendo anche in Calabria).
Questa estate, Claudio Petruccioli, ex Presidente della RAI, ma soprattutto colui che fu commissario della Federazione del PCI in Abruzzo in quegli anni,i ha presentato il suo libro “L’Aquila 1971” che ripercorre quei giorni.
Ricorda il suo arrivo nel luglio del 1969, i due anni vissuti in Abruzzo girando con una 1100 celeste. I treni da noi in Abruzzo non hanno mai funzionato. Ricorda la difficoltà di scegliere tra L’Aquila, che vive della storia e nella storia, e Pescara, vitale ma senza passato e per questo affamata di futuro.
Il libro scorre tra i racconti delle giornate, delle posizioni del partito e nella descrizione dei personaggi ma anche del paesaggio di un Abruzzo diviso tra mare e montagne, tra brodetti e “scrippelle m’busse”. Insomma Petruccioli dà vita ad un ritratto che non è solo politico. Coglie l’anima dei luoghi e delle persone.
Come nella descrizione dei disordini “a L’Aquila ci sono subbugli….sembra ci siano violenze contro le sedi dei partiti.Anche sotto la nostra federazione ci sono degli assembramenti. Dentro ci sono molti compagni a cominciare da Federico Brini. Parlo anche io con L’Aquila. Dall’altro capo del telefono c’è Giuliana Valente……era una donna autonoma e conscia di sé, faceva parte del Comitato Centrale, un organismo non alla portata di chicchessia”.
Quelle lotte sono sfociate in due sedi regionali ( di Consiglio e Giunta). L’Aquila è a tutti gli effetti il capoluogo ma è sostanzialmente il luogo istituzionale, di rappresentanza.
Il libro si chiudo con il ricordo del viaggio tra le macerie del terremoto del 2009 “L’Aquila è deserta, morta…..Cosa accadrà dell’Aquila?Cosa si può fare per L’Aquila?E’ uno strazio cedere L’Aquila in quelle condizioni”.
Un libro di emozioni, di chi quel momento e quegli anni li ha vissuti con tutto il cuore oltre che con la “ragione “ politica. Lo ringrazio per avermi fatto rivivere una parte di storia. Lo ringrazio per aver riportato alla mente uomini e donne di una politica che sembra difficile rintracciare in quelli di oggi.

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  • Chi sono


    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

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