Laura Aprati

Una vita in viaggio.

Notizie dal mondo

I cecchini di Mosul

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(di Laura Aprati e Marco Bova)
Occhi scuri, sorriso, la voglia di parlare, di avere un contatto con l’esterno. Un pezzo di pane, un po’ di riso in una ciotola. Come letto un giaciglio di gommapiuma e una coperta che con gli oltre 46 gradi all’ombra è decisamente superflua.
Uno stanzone al buio condiviso con i compagni. Uomini che da mesi vivono chiusi nei palazzi di Mosul Ovest e che diventano,ogni giorno, la trincea di una guerra combattuta porta a porta contro il Daesh. D’altra parte i palazzi con i terroristi jiadisti, i nemici. Si spara giorno e notte,a turno ci si mette in postazione. La radio trasmittente gracchia qualche informazione, anche qualche risata.
Pronti a terra, il fucile puntato attraverso il buco nella parete. Fino a qualche giorno fa attraverso il foro si vedeva il minareto della moschea di Al Nuri. Adesso il simbolo del Califfato è raso al suolo ma circa 100 miliziani dello stato islamico sono ancora dentro la medina, la parte più antica della città della piana di Ninive. Molti di loro sono ceceni, qualcuno proviene dalla guerra in Afghanistan. Non hanno nulla da perdere, sono pronti a tutto e questo gli sniper iracheni lo sanno.
Con i jiadisti ancora circa 100mila civili, usati come scudi umani.

http://notizie.tiscali.it/esteri/video/detail/le-strade-di-mosul/cf9d69e1d1728ad77872729515ccb8e1/

Le giornate scorrono lente al buio e al caldo dell’appartamento. Sotto la trincea. I sacchetti di sabbia. Le postazioni delle mitragliatrici. Il soldato osserva immobile uno specchio parabolico che riflette i palazzi vicini. Spia le mosse nel nemico. Quasi senza respirare.
Poco più in là c’è Hamin con la sua arma. Ha finito un turno al buio del quinto piano. È sceso alla luce. Una coperta lo occulta al nemico dall’altra parte il muro del palazzo. Schiacciata e nascosta contro di esso c’è la sua amica, Alia.
Hamin decide di rispondere a qualche domanda.
Perchè sei qui?QMa nouanti anni hai? “Ho 22 anni e quando l’Isis è arrivato noi giovani abbiamo capito che dovevamo combattere. Non c’era altra strada”

Ma non hai paura di morire? “La morte può arrivare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Perché non morire da martire per una giusta causa?”

E chi è questa bambina che è qui con te? “ Lei è Alia mi fa compagnia. E non ha paura anzi mi dice

Una piccola bambina di 5 anni vestita di azzurro, occhi spenti che si illuminano solo quando parla con lui. Lo guarda con adorazione, ne scruta i movimenti, sa quando lui è pronto a sparare ed allora si sposta, si allontana. Per poi tornare puntuale a fianco a lui e al suo elmetto pieno di bossoli. Per lei gli spari, il suono della mitraglia,le bombe che esplodono sono parte della vita, una triste quotidianità. L’innocenza perduta è lei. Non ha paura di morire. Ha già visto tutto della vita. Fame,sete,sangue, dolori, grida passano nel suo sguardo. Impressi per sempre. Non potrà mai dimenticare. Le rimane il suo amico Hamin che spara. Quando Hamin non ha il dito fisso sul grilletto, ed è libero, sorride e le fa una carezza.
(pubblicato su Tiscalinews del 29 giugno 2017)

La normalità del dolore

Giornalismo 2.0, infotainment, giornalismo da talk, giornalismo da blog. Tutti, oggi, hanno la loro infallibile ricetta per tentare di rivitalizzare un mestiere in crisi profonda. Personalmente di ricette nuove non ne ho, conosco quelle antiche, so quali devono essere i ferri del mestiere da usare. Curiosità, voglia di conoscere i fatti direttamente e di non farseli raccontare dagli altri, buoni piedi per lunghe camminate, capacità di osservare luoghi e persone. Una guerra puoi raccontarla facendo il pieno delle notizie “ufficiali” e ricavandone una sintesi, oppure puoi andare nei posti, parlare con uomini, donne e bambini, ascoltare le loro storie di disagi e tragedie, scrutare le loro vite. Ma sopra ogni altra “regola” ce n’è una: il cronista non è mai un protagonista, gli attori del dramma che osserva sono altri. Al giornalista tocca solo documentare. Con coraggio, umiltà e rispetto degli esseri umani. Solo così renderà un buon servizio al lettore. Ecco, noi, Laura Aprati,Marco Bova e il sito Malitalia, questo abbiamo fatto. Raccontare, con scritti, filmati e foto, l’immenso dramma della guerra.(Enrico Fierro)

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Una donna, avvolta nel suo burqa integrale, nero come la notte, cammina nella desolazione del villaggio di Hammam Al Alili, a pochi chilometri da Mosul Ovest.
Il villaggio è stato liberato nell’attacco a Mosul Est e si trova a sud della città. Da qui è partito l’attacco alla parte ovest. Qui ha sede il quartier generale delle truppe irachene che, con il sostegno degli americani, sta sferrando l’attacco conclusivo al Daesh sul fronte di Mosul.
Tutto il villaggio è stato trasformato in una zona militare. Molte case sono state requisite ed adibite a caserme.

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Nelle vicinanze anche uno degli ospedali di Medici Senza Frontiere per i feriti più gravi che dopo la stabilizzazione partiranno per Erbil o altri centri.
A Mosul Est invece l’ospedale americano.
La cittadina che prima della guerra, aveva circa cinquantamila abitanti, oggi ne conta oltre 100mila con i due campi per gli sfollati che arrivano in pullman dalla città assediata. A fianco del primo campo se ne è aggiunto uno nuovo che ospita circa 60mila persone e l’UNHCR (Alto Commissariato per i Rigufiati) sta già approntando nuove tende dove poter ricevere una parte dei 400 mila sfortunati rinchiusi nella medina, la città vecchia, ancora in mano al Daesh.
Si combatte casa per casa dopo che i bombardamenti di marzo hanno provocato centinaia di vittime tra i civili. Una guerriglia cittadina, senza esclusione di colpi. La popolazione vive barricata in casa per evitare i colpi incrociati dei cecchini o di finire nelle mani dei terroristi che li utilizzano come scudi umani. Non c’è acqua ( se non in alcune zone che vengono rifornite dalla Organizzazioni Internazionali), né cibo.

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Una bambina esce timidamente dalla sua casa, le offrono una caramella. Per lei è come un pasto intero.

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Il senso della vita ha dimensioni diverse in questa città spettrale, devastata dai colpi di mortai e cannoni. Il minareto della moschea di Al Nuri si staglia sulle case distrutte. Sulla sua punta ha sventolato per due anni la bandiera nera dell’Isis. Oggi segna la trincea da superare per sconfiggere definitivamente lo stato del terrore.
I pochi civili che escono dalle case cercano qualcosa tra le rovine . I soldati iracheni quando è possibile offrono un po’ di cibo e acqua, ma non basta. Chi è nell’inferno di Mosul ha fame e sete, bisogno di medicine e letti sicuri. Uomini, donne, bambini che da troppo tempo convivono con la paura e la guerra, è quella l’unica “normalità” che conoscono. La loro speranza è di riuscire a raggiungere un campo profughi. E a quella si aggrappano con tutte le forze, le poche che rimangono.

Lo scontro tra i soldati iracheni e i terroristi del Daesh è spietato. Colpo su colpo, uomo su uomo, finestra per finestra. I boia del terrore si dichiarano pronti a tutto per ottenere le “vergini” che promette Maometto, gli iracheni hanno le loro certezze: presto arriverà la vittoria.
E’ anche una guerra psicologica di resistenza tra uomini che parlano la stessa lingua, venerano lo stesso dio. Ma si odiano. In una tranquilla normalità del terrore.

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Vediamo la casa dei cecchini iracheni in uno dei palazzi vicini alla medina. Due stanze. In una si vive con un braciere improvvisato per scaldarsi, materassi e coperte gettati per terra. Questa è la vita. Nell’altra si inquadra il nemico e si spara. Dai buchi nelle pareti potenti cannocchiali sui fucili da sniper puntano il nemico, il cecchino prende la mira. Spara. Uno in meno. Così da giorni. E’ una guerra lenta, a piccoli passi, di trincea.

Intanto dalla città, ogni giorno, escono migliaia di persone. Vengono raccolte su autobus del governo e portati nei campi di Hammam Al Alili. Alcuni si sono sistemati alla bene e meglio fuori dal campo ufficiale. Gli altri vengono portati dentro un recinto, hanno un pezzo di carta con un numero e chiedono a chiunque che fine faranno. I bambini si accoccolano per terra, giocano, nonostante tutto. Una signora è scappata con la figlia e il marito è rimasto a Mosul, un’altra ha perso tutto ma dice “Grazie a Dio sono viva e questo mi basta”.

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Ad oggi dalla città sono uscite circa 250mila persone.
Ma la vera emergenza riguarda la quotidianità. Dal 19 febbraio, l’ospedale di Medici senza Frontiere ha accettato 1400 pazienti. L’80% codici rossi ( ferite che richiedono operazioni chirurgiche urgenti) e gialli ( fratture). I traumi più frequenti sono da armi da fuoco, esplosioni, mortai, schiacciamento (i muri di una casa che ti crollano addosso). Moltissimi i casi di malnutrizione tra i bambini.
Tante le ferite invalidanti, soprattutto tra i bambini, che rappresentano il 20% dei ricoveri mentre il 40% sono donne.
All’interno della città ci sono cliniche mobili che stabilizzano i feriti gravi, ma non possono operare e quindi i pazienti vengono trasportati a 30 minuti dalla città. Qui vengono assistiti i più gravi, quelli che se non soccorsi entro un’ora rischiano la vita. Gli altri vengono distribuiti negli altri ospedali tra Erbil e dintorni.

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Nella città del Kurdistan ha riaperto l’ospedale di Emergency, lasciato agli iracheni dal 2004, e riaperto a febbraio. La situazione era gravissima: infezioni ospedaliere all’80%, poca igiene, personale scarso. A oggi la situazione è nettamente migliorata anche se gli arrivi ogni giorno sono tanti soprattutto per quanto riguarda la fascia d’età sotto i 15 anni. Bambini che hanno perso i genitori mentre fuggivano oppure feriti durante i bombardamenti di marzo. Una ragazza ricorda il momento in cui un uomo del Daesh le ha puntato il fucile contro e le ha sparato. Nei suoi occhi ancora il terrore di quel momento.
C’è anche chi ha cercato di uccidersi, come l’uomo, già invalido dal 1998, che ha cercato di sparasi perché sopraffatto dalla disperazione.

Ma crea ancora più apprensione quello che potrà succedere tra poco nei campi quando le temperature saliranno oltre i 30 gradi sino ad arrivare ai 50 dei mesi estivi. Mancano strutture sanitarie all’interno che possano aiutare i rifugiati nella quotidianità (un parto, una gastroenterite, una cardiopatia, la pressione alta). L’onda dell’emergenza sta facendo dimenticare che oltre i feriti ci sono tante persone che hanno bisogno di assistenza, di cure. E di cibo. Le ONG internazionali fanno i salti mortali per riuscire a distribuire il cibo. Ci sono loro e piccole organizzazioni come FOCSIV che ogni giorno, nei tanti campi che da Mosul arrivano fin verso Kirkuk, distribuiscono i pacchi alimentari: 10kg. a famiglia. Una goccia in un mare di fame e sete.

(pubblicato su www.malitalia.it e www.malitalia.globalist.it)

Battaglia di Mosul: pronti a combattere casa per casa

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Ieri mattina alle 8, ora di Baghdad, è arrivato l’annuncio dell’inizio dell’offensiva per riprendere la parte ovest della città di Mosul.
La parte est è in mano irachena, la liberazione completa, iniziata ad ottobre, è avvenuta il 18 gennaio scorso. Come ad ottobre scorso, due giorni
fa l’aviazione irachena ha effettuato il lancio di volantini con i quali si annunciava alla popolazione, ancora nelle mani del sedicente stato islamico, l’imminente avanzata delle forze armate irachene e la liberazione dei territori dai terroristi del Daesh.

L’offensiva è partita dalla parte sud, a tenaglia, sull’asse che parte dal villaggio di Atbah e dal villaggio di Hamam Ali. Obiettivo è l’aeroporto della città irachena. Nell’operazione sono coinvolte sia la Polizia Federale ( FEDPOL ), che da tempo stazionava in quell’area in attesa dell’offensiva, la nona divisione corazzata e le forze antiterrorismo che dopo essere state protagoniste nella parte est, si accingono ad un altra dura battaglia. Anche le milizie popolari, a maggioranza sciite, hanno annunciato i loro coinvolgimento nelle operazioni per la liberazione della parte ovest di Mosul , dove risultano esserci ancora 750000 abitanti, molti di fede sunnita.

Anche Stati Uniti e Francia prendono parte all’operazione con bombardamenti sulla postazioni dell’Isis nella zona ovest.

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Il Primo Ministro iracheno, Al Abadi, ha dichiarato che le operazioni saranno orientate a salvaguardare la popolazione civile cercando di ridurre al minimo ogni loro coinvolgimento nella battaglia.

Questo conferma che le operazioni dureranno a lungo e che si combatterà “casa per casa”. Tutte le fonti sono concordi nel riferire che le attività,con molta probabilità, arriveranno fino alla prossima estate. Una battaglia che si protrarrà così a lungo pone dei problemi ai terroristi dell’Isis: i rifornimenti.

In questo momento loro sono stretti tra gli iracheni che spingono da est e da sud, i curdi, che non intervengono,ma che li chiudono a nord ovest. E sulla via per la Siria, cioè verso Raqqa unica fonte per i rifornimenti, sono schierate per circa 10 km di profondità, le milizie sciite e i curdi. Questo nella zona di Tal Afar, dove si pensa sia nascosto il Califfo Al Baghdadi, e dove due giorni fa il Daesh ha provato a sfondare. Ma le milizie di Al Hashd al Shaabi hanno avuto la meglio dei 150 miliziani dello stato islamico che hanno provato a riaprire il corridoio verso la Siria ( da Qaiyara a Tal Afar, tutte le linee di rifornimento verso la Siria e Raqqa, sono state tagliate con l’occupazione dei territori da parte delle milizie sciite che si sono ricongiunte a Nord con i Curdi.)

La via per Raqqa è l’unica possibilità di salvezza, ma in questo momento non sembra praticabile e se la situazione rimane questa i terroristi, chiusi come topi, a Mosul, venderanno cara la pelle e la battaglia di liberazione della città potrebbe diventare una vera tragedia umanitaria.
(pubblicato su globalist.it)

SPECIALE IRAQ- Benvenuti in Kurdistan 2

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Dibaga, campo profughi da trentaseimila persone. Siamo a sud di Mosul, a Ovest di Erbil e a Nord Ovest da Kirkuk.
Sono alloggiati nelle tende, anche in 12/15 in ognuna di loro ( d’altra parte non è inusuale un numero così perché secondo le regole mussulmane della composizione della famiglia non è strano dover ospitare anche tre donne con loro bambini e con un solo marito).

Qui arrivano gli sfollati di Mosul e Hawija. Arrivano a piedi, come possono, sui carri dei militari ( almeno quelli che erano a Mosul Est quando è stata liberata).
Qui le organizzazioni internazionali, visto il flusso continuo dei profughi che arriva, hanno finito le loro provviste di cibo. Sono intervenute le piccole ONG che lavorano in Iraq, come Focsiv che ha distribuito, tra il 28 e 29 gennaio scorsi, ben 1300 confezioni di viveri da 10 kg. composto da riso, olio, concentrato di pomodoro, lenticchie, grano trattato, fagioli, zucchero, sale, thè.
Le persone si sono messe in fila rigorosamente. I ragazzini si sono attrezzati con delle carriole –taxi per trasportare i pacchi.
Ed è in questo momento che è più evidente la struttura della società: gli uomini si affannano a cercare una carriola-taxi mentre le donne, quasi tutte velate, si caricano i 10 kg. sulle spalle e tornano nelle tende.
Questo spaccato di società è quello che si incontra ovunque. Le donne hanno reagito alla guerra, si sono adattate e arrangiate per sopravvivere. Gli uomini, molti dei quali hanno perso il lavoro, hanno ceduto ogni potere all’interno della famiglia. Molti sono caduti in depressione. Si sono arresi insomma.
Le donne sono maggioranza, come in molte altre parti del mondo. Ma esserlo in un paese in guerra cambia la prospettiva con cui guardi la vita. E lo si percepisce anche dai racconti delle bambine fuggite dall’orrore e devastazione del Daesh.
Bambine che raccontano, con apparente tranquillità, di come i miliziani imponevano lo hijab a tutte loro e di come le donne del Daesh fossero violente verso la popolazione.

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Bambine che parlano di decapitazioni di uomini sorpresi a fumare o di soldati che fratturano le gambe.
Sono calme, precise. Hanno ben chiaro che hanno attraversato l’inferno e sanno che non è ancora finito. Sono determinate anche nel loro essere pulite, attente a se stesse. C’è chi ha i disegni caratteristici sulle mani, fatti con un hennè fatto in casa, ma che dà la sensazione di una vita quasi normale.
Questa è la realtà dei campi. Nelle città non è molto diverso, anche a Kirkuk, città a maggioranza musulmana, dove le donne nella quasi totalità sono velata. Chi interamente, compresi i guanti, chi solo il capo. Ma sono poche quelle che accettano un futuro predestinato. Un futuro “velato” e “religioso”. Molte di loro vestono il hijab più come un segno di identità che come segno religioso. E’ abbinato a vestiti occidentali, a scarpe con tacchi alti , ad un trucco che mette in risalto occhi e labbra ed ad una visione della vita che non si ferma davanti alla guerra. “Il mio futuro è qui, per ora,vorrei fare qualcosa per il mio paese ma se avessi l’opportunità andrei a lavorare all’estero. Lascerei la mia terra, la mia famiglia.” Chi parla è un ingegnere civile che adesso lavora per un’organizzazione internazionale arrivata a Kirkuk con la guerra. Non si sente diversa dai colleghi con cui lavora. I suoi problemi sono gli stessi delle sue coetanee occidentali. Ti guarda dritto negli occhi durante l’intervista, non abbassa mai lo sguardo, non si tocca il velo, non si sente a disagio rispetto a chi non lo porta. E’ una giovane donna aperta al futuro e agli altri, disposta a confrontarsi.

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E come lei anche un altro ingegnere, circa 40 anni, dipendente dell’impresa di Stato che gestiste l’energia elettrica nella provincia di Kirkuk. Si è rimessa a studiare per un corso di aggiornamento su AUTOCAD, software di progettazione, “non mi voglio fermare. Non voglio rimanere indietro perché quando finirà la guerra ci saranno opportunità e io voglio essere pronta”.

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Tra di loro però c’è anche chi è estremamente religioso e alla domanda perché vesti il hijab e porti anche i guanti risponde “Perché è scritto nel Corano” e abbassa lo sguardo per non incontrare i tuoi occhi e,forse, anche gli occhi delle altre donne. Sono decisamente la minoranza le donne che seguono strettamente la religione, per di più giovani e di buona cultura. Segno di imposizioni familiari più che di scelte autonome che possono mutare nel tempo.
D’altra parte in Kurdistan le donne hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella società tanto che ad Erbil, nelle vicinanze della cittadella, la vecchia città fortificata, c’è un mausoleo all’aperto dedicato alle donne che nella loro vita si sono battute per questo territorio, per le sue tradizioni e per i valori di uguaglianza e tolleranza.

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(continua)
(pubblicato su malitalia.it e malitalia.globalist)

SPECIALE IRAQ – Benvenuti in Kurdistan

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Arriviamo ad Erbil alle 4 di mattina , io e Marco Bova, il filmaker.Al controllo passaporti veniamo smistati velocemente e quando è il nostro turno, il documentoitaliano cambia l’umore dei poliziotti “Ah italiano!!!” e ci stampa il visto, “è per 30 giorni” dice, e ci saluta “Benvenuti in Kudistan!”.
Fuori ci aspetta Terry Dutto di Focsiv, che scopriremo essere una fonte inesauribile di notizie e storie.
Sono giorni intensi, fatti di incontri, di colori, di odori e di storie personali.
La cosa che ci colpisce da subito è la chiarezza con cui chi vive in Kurdistan ci descrive la situazione geopolitica dell’area, cosa è la guerra al Daesh e cosa si aspettano per il dopo.
La guerra a Mosul e Hawija non è lontana. Ogni giorno da quelle aree scappano circa 1500 persone che fanno ad ingrossare dei campi per i rifugiati, già stracolmi.
Qualcuno ci dice “vedrete cosa succede dopo la presa di Mosul…..”.
Ma le paure di molti riguardano le etnie presenti sul territorio, le “aree contese” tra Iraq e la regione del Kurdistan, che a sua volta internamente è divisa tra i seguaci di Barzani, Pdk, e di Talabani del Puk.

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Ago della bilancia forse sarà Kirkuk, città che ha una produzione di petrolio pari ad un decimo della produzione totale dell’Iraq, che, per inciso, è la regione che potrà estarre l’oro nero per altri 300 anni di al contrario di altri paesi le cui riserve stanno per esaurirsi.
Per ora la regione vende una parte del greggio alla Turchia, permettendole, cosa eccezionale e mai accaduta, di entrare nel suo territorio per bombardare le postazioni del Pkk, partito del i lavoratori del Kurdistan, che minaccia il governo di Ankara. In questo momento,inoltre, c’è battaglia tra le fazioni di Barzani e Talabani (che “comanda sull’area di Kirkuk) che accusa l’avversario di voler vendere il petrolio all’Iran.
Insomma un post Daesh con molte incognite per un’area che con Saddam prima, e nel dopo, ha vissuto momenti tragici.
D’altra parte esiste un proverbio islamico che recita “Nel mondo ci sono tre calamità: le locuste, i topi e i curdi”.
E questa sensazione di pericolo prossimo futuro lo si registra ovunque A Erbil come a Kirkuk con l’aggiunta delle aree cristiana come Qaraqosh dove incontriamo le milizie sciite, arrivate dalla vicina Mosul.
Il volto del nostro accompagnatore, curdo, sbianca. La sola idea che le milizie potessero capire di quale etnia fosse gli ha tolto il respiro. E una delle persone intervistate ci ha detto “ Cosa dobbiamo aspettarci per il dopo? Un altro ISIS contro di noi?”.
Ecco questa è la paura più profonda di tutti: adesso uniti contro il terrorismo islamico e dopo? Di nuovo genocidii, gas nervini, guerre etniche?
Chi teme di più il futuro sono le migliaia di rifugiati che gravitano intorno alla città di Erbil. Sono circa un milione di cui oltre 300mila provenienti dalla Siria, il resto sono in fuga dal Daesh. Arrivano da Sinjar, l’area delle comunità yazide, o dalle città limitrofe a Kirkuk come Hawija, o da Qaraqosh, Mosul.
I campi in città sono tanti realizzati alla bene e meglio, qualcuno con i container, qualcuno in case sfitte sopra il più grande bazar della città.
Ovunque ti giri li vedi. Il più grande è a metà strada tra Qaraqosh e Erbil. E’ gestito dal governo. Gli uomini e le donne che vi arrivano vengono separati. Per i maschi si passa al setaccio la loro vita. Si teme che tra di loro ci possano essere degli infiltrati dell’Isis pronti ad attentati in città o nello stesso campo, che ha accessi molti limitati anche per le organizzazioni internazionali.
Si parla di condizioni precarie anzi disumane per molti di loro come fonti di ONG internazionali ci confermano.
Poi ci sono i campi cittadini.

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Quello più organizzato, vale a dire con container al posto di tende,ha una gestione mista del governo e di ONG come Focsiv che ha scelto da subito di occuparsi di infanzia e di mamme. Il campo, nel quartiere cristiano di Ankawa, ha 1200 “case” per 5800 abitanti di cui il 30% circa è composto da piccoli tra gli o e i 5 anni. Come dice Terry Dutto,di Focsiv, molti sono nati qui in quella che, per ora, è la loro casa.
Qui c’è un asilo, una scuola, si fanno corsi per le donne. Tutto cerca di raccontare una normalità virtuale. Le strade sono pozzanghere anche in un giorno di sole. Il freddo penetra tra le lamiere come il caldo. Ma meglio questo dei campi yazidi fatti di baracche di pezzi di legno o di vecchi pollai in disuso, dove i bambini giocano nelle stesse pozzanghere con le anatre a cui danno da mangiare. Gli yazidi sono la nicchia nella nicchia. Se i cristiani sono una minoranza loro lo sono ancora di più. E dovunque andiamo la prima richiesta è il cibo. In uno dei campi una giovane donna esce dalla sua stanzetta, forse per capire chi siamo, e ci sviene davanti agli occhi. D’altra parte il loro pranzo è spesso una cipolla ed una mela.
Tra questi disperati Terry arriva e porta cibo e aiuto per i bambini.

Come spesso ci ripete Focsiv è “il pezzo mancante” nel sistema internazionale di aiuti che lavorano sulle quantità ma non riescono a sopperire alle piccole necessità. Terry fa un altro esempio per farci capire :”è come se dessi pacchi di riso ma niente sale per condirlo”. Ecco loro lavorano su questo e sulle necessità dei bambini.
Ma le necessità sono svariate come quelle del ragazzo yazida di 18 anni che ne dimostra 10 ed ha una malattie di ritardo di sviluppo ed ha bisogno di un medicinale specifico ogni 15 giorni ma che nessuna organizzazione internazionale gli procura.Per gli yazidi meglio questo strazio che tornare a Sinjar, liberata oltre un anno fa “L’Isis è pericoloso guarda cosa stanno facendo in Europa noi non ci fidiamo a tornare nella nostra città. E’ troppo pericoloso”.
E lo è ancor di più per le donne di questa etnia, legata a Zorosatro e alla natura.

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Le donne hanno combattuto l’Isis e per un musulmano dello Stato islamico è un disonore essere ucciso, o solo colpito, da una di loro. Una maledizione che gli impedirà di incontrare il profeta.
Eppure quei bambini, scalzi, denutriti, non hanno mai perso il sorriso.
La guerra ha tanti volti anche quella di una bimba, vestita di rosso, che ti chiede di poter fare una foto con il tuo telefonino e ti sorride con gli occhi in cui annega la nostra tristezza.

(continua)

(pubblicato su www.malitali.it e www.malitalia.globalist.it)

Lettura della settimana: Kajal

Un’inviata di guerra, ma non solo. I ricordi di incontri e luoghi, di emozioni che non dimenticherai per tutta la vita. La passione per un mestiere che ti fa entrare in contatto con il mondo, che ti fa conoscere i lati oscuri delle persone, le loro paure. E il valore di una vita. Cosa si fa per non morire, anche raccontare le atrocità commesse come Jasem, spia, delatore che ha fatto della paura il suo mestiere nella Bagdad di Saddam Hussein e dei suoi figli. “If you want I can tell you interesting stories”. Ecco così si negozia la propria vita.Il bisogno di fuggire, la necessità di avere soldi. Si racconta tutto e si è disposti a tutto. In quel momento il giornalista sa che ha poco tempo per capire se c’è veramente una storia o se è un bluff. Questo mentre intorno piovono granate o qualcuno salta in aria.
L’inviato di guerra è adrenalina alla stato puro ma ti permette anche, se non ne diventi schiavo, di valutare ciò che è veramente importante nella vita. Quali sono gli affetti e i valori sostanziali per te.
Il libro di Maria Cuffaro, inviata del Tg 3 , è un percorso a più binari che ci porta a Nassirya, a Tigrit, Falluja ma anche in India e Sicilia. Due luoghi parte integrante della vita di Maria. I luoghi dei suoi genitori, E così conosciamo la sua famiglia con una sincerità disarmante.
Ma il libro ci porta tra le prostitute o tra gli zingari che chiedono l’elemosina. Maria si traveste entra nelle loro vite, le vive per raccontarle.Insomma ci trascina in mondi diversi e lo fa attraverso l’entusiasmo e le paure di una giornalista che sembra scoprire questi mondi quasi con gli occhi di una bambina. La fame di conoscenza è tanta come la voglia di capire e di poterlo raccontare. La rabbia perché l’operatore non ha ripreso una scena “bambini che ballano intorno ad un cadavere” su una spiaggia in Perù. E la riflessione subitanea che ci vogliono telecamera e penna per narrare un evento, un luogo, una sensazione. Che da soli si fa poco.
E il racconto di chi arriva a Benares per aspettare la morte. Perchè morire lì vuol dire non doversi reincarnare.
Ma sopra ogni cosa, ogni racconto, ogni storia, ogni paura c’è Lorenzo figlio amatissimo. Maria porta con sé, nello zaino, un suo disegno che stringe forte sotto i bombardamenti. Lorenzo che ha paura che la sua mamma muoia. Lorenzo che la aspetta quando è in giro per il mondo.La sua ancora con la realtà

  • Chi sono


    Nata in un a terra “forte e gentile” come tutti gli abruzzesi sono tenace e paziente. Sono curiosa e ho voglia di capire perché le cose succedono.
    La conoscenza, la passione per il viaggio mi hanno portata in giro per il mondo ma anche a visitare l’Italia più volte. Amo l’arte e so che la cultura può muovere il mondo.
    Ascolto sempre e credo che la parola sia un’arma da usare con attenzione ed etica.

  • In compagnia

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  • In viaggio

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  • A tavola

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